Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘gatti’

Mattia Battistini, serie "Il mio nome è rosso", 2003, stoffa, terre su tela

play: “…ogni tanto, per staccare dalla pittura e per riposare gli occhi, ho proprio bisogno di fisicità, anche di fare le cornici, di segare legni, di sudare saldando i vari materiali” (Mattia Battistini).

Fine registrazione.

Leggo una citazione nel catalogo Il mio nome è rosso (Ravenna, 2003: titolo volutamente ripreso dall’omonimo libro dello scrittore turco Orhan Pamuk, ndr.): “Io sono un albero, sono molto solo…stavo per far parte di una storia, ma ne sono caduto a terra come una foglia.” Osservo le immagini: mondi pieni, all’apparenza lontani, eroi di infanzie andate o in attesa di ritorno. Mondi che non lasciano spazio al vuoto, e raccontano di crociati erranti, mori e dame d’oriente, legni e mosaici, gatti e cavalli e cammelli, città in assedio costante di pittura.

Poi Dimenticare Parigi (Ravenna, 2005), con angoli inediti e maghrebini della capitale francese che Mattia Battistini, nato a Ravenna nel 1968, conosce bene per averci vissuto cinque anni. Ancora animali (i suoi gatti) e tetti e polizie e automezzi, navi e volti, squarci di case a colmare ogni triangolo di realtà, a ricucirne stralci privi di pulizia apparente e per ciò stesso finissimi, quasi precari nell’uso convinto delle terre base dei colori: “all’inizio sembrano quasi quadri astratti: uso terre miscelate con acqua, matite colorate, pastelli anche a cera e questi materiali sono forse l’unica costante del mio lavoro.” Battistini ama il collage, riassembla anche legni che sceglie o si fanno trovare sui suoi passi, “raccolgo cose che trovo per strada o sulla spiaggia, ciò che il mare restituisce e io riutilizzo”, e diventano quadri o cornici, entro cui svolgere le figure del suo immaginario. “Se evadono lo fanno nei tuoi occhi”, dice.

Mattia Battistini, serie "Dimenticare Parigi", 2005, terre, collage, stoffa e pizzi su tela

Altre presenze, i gatti: “Ne ho sempre avuti, non ricordo un tempo senza gatti, forse giusto un anno…sono sempre loro che sono venuti da me. Mi piacciono gli occhi dei gatti: una volta pensavo di essere io un gatto o un uccello. Ora ti mostro quest’ultimo lavoro: è un libro che sto preparando. Da una parte la favola del gatto con gli stivali, dall’altra quella del soldatino di piombo. In mezzo restano le pagine bianche perché i personaggi del soldatino si andranno a incrociare con la favola del gatto, e da qui nasce l’idea per la mostra C’era due volte” (Ravenna, 2006). A metà del libro, l’incontro: il gatto, alter ego di Mattia, e il soldato, specchio del Battistini impegnato al fronte delle periferie conosciute.

Mi dice di alcuni suoi maestri ideali: Paul Klee, Franz Marc e i suoi animali, il Malevič figurativo, “meno noto, trovo poi bellissimi i lavori di Emanuele Luzzati”, a conferma di una vocazione ludica di tanti suoi lavori, a cominciare dai giocattoli di legno (cavalli e cigni a dondolo, navi, camionette dei pompieri, scacchi, etc.), quasi a recupero di un’infanzia perduta nell’epoca del virtuale.

Mattia Battistini, serie "Le metamorfosi di Ovidio", 2006, terre e collage su carta e gesso su compensato

Al momento sta preparando una serie di carte per una mostra autunnale, prevista per metà novembre 2006, presso la Galleria Stella di Roma, vicino a S. Maria in Trastevere. Il tema riguarderà Le metamorfosi di Ovidio e sarà svolto oltre che da Battistini, da un artista francese suo amico, che ormai da diversi anni vive e lavora in Italia, Serge Uberti. Per questa occasione, Mattia sta stendendo tracce simili a volti, maschere emerse oltre il palcoscenico ovidiano, colori forti e stracciati, strade e cinema e interni da cui questa nuova galleria di personaggi dirà il proprio racconto e insieme la propria fatica fantastica.

Altre previsioni per il futuro? “Berlino, forse.” E ora? ”Sono qui a Ravenna, purtroppo: nel senso che ho sempre avuto difficoltà a stare nelle città in cui mi trovavo, a Roma o Parigi. Forse sono uno che non sta bene da nessuna parte”, come un gatto randagio, dico e sorride. Alto e magro Mattia, gran fumatore, lungo come il cognome che porta e asciuga nel firmare con la B, prima o dopo la M, ogni cosa fatta sua.

Per ulteriori info: Mattia Battistini, cell. 333.3927144; 366.5399831; e-mail: mattiab68@gmail.com; myspace.com/battistinimattia

Mattia Battistini, serie "Il mio nome è rosso", 2003, ferro, terre su legno

Annunci

Read Full Post »

Théophile Alexandre Steinlen, "Le Chat Noir", 1896

“ (…) Les chats puissants et doux, orgueil de la maison,/ (…) Amis de la science et de la volupté,/ Ils cherchent le silence et l’horreur des ténèbres; (…)/ Ils prennent en songeant les nobles attitudes/ Des grands sphinx allongés au fond des solitudes,/ Qui semblent s’endormir dans un rêve sans fin;/ Leurs reins féconds sont pleins d’étincelles magiques,/ Et des parcelles d’or, ainsi qu’un sable fin,/ Étoilent vaguement leurs prunelles mystiques.” Charles Baudelaire, Le chats (Les fleurs du mal, 1861)

I gatti: gli animali sacri. Gli animali magici.

La letteratura felina è pressoché infinita: dalle preghiere egizie alla dea gatta Bastet (in origine una leonessa), alle furbizie favolistiche in Esopo e Fedro, dagli stivali di uno dei gatti più celebri nelle varie versioni giunteci (Perrault, i fratelli Grimm, Basile e Straparola), che certamente presuppongono precedenti orali, alle diavolerie di Bulgakov ne Il Maestro e Margherita (postumo, 1966), al sorriso dello Stregatto disneyano, Cheshire Cat nell’originale di Carroll (1865), senza dimenticare altri compagni d’animazione e fumetti, quali Gli aristogatti (1970), Gambadilegno (1928), Felix the cat (1917), le divertenti scorribande di Fritz il gatto (1959) o di Garfield (1978), sino ai terribili gatti nazisti del Maus (1980) di Spiegelman. 

Leonardo da Vinci, "Studio con gatti e altri animali", 1513 ca.

 

 

 

Gustave Doré, "Il gatto con gli stivali", 1868

C’è chi ai felini ha dedicato un celebre musical e chi divertissement filosofici, come Hippolyte

 

 

"Dea Bastet", età tolemaica (III-I sec. a.C.), Torino, Museo Egizio

Taine in Vie et opinions philosophiques d’un chat (in Voyage aux Pyrénées, 1858), e chi ne ha fatto l’oggetto di indagini “fisiologico-morali”sorridenti, come il medico milanese Giovanni Rajberti (Sul gatto, 1845-46).

 

Per la verità, i gatti non sempre se la sono vista bella e non solo durante la guerra o dalle parti di Vicenza: durante il nostro medioevo, erano ritenuti aiutanti delle streghe o 

Giacomo Balla (1871-1958), "Gatti futuristi" (studio per paralume), coll. privata

comunque simboli malefici, specie se neri (e ancora dura la sciocchissima superstizione), mentre nel mondo islamico, forse ereditando tale

Edouard Manet, "Olympia" (particolare col gatto nero), 1863, Parigi, Musée d'Orsay

tradizione dagli egizi, sono dall’inizio e tuttora bene accetti (ed è il cane ad essere considerato animale sporco, impuro), non solo perché acchiappano i topi, ma per il tramite di Maometto, che secondo la leggenda, accolse una gatta partoriente sul proprio mantello. E forse l’angelo di Allāh,

"Stregatto/Cheshire Cat", Disney, 1951

dopo il Corano, gli raccontò l’origine dei gatti, così come la propone un grande biblista, Paolo de Benedetti nella sua Micceide (in Nonsense e altro, Scheiwiller, Milano 2002):

 

Nel paradiso terrestre i gatti non c’erano e contro le gambe di Adamo si strofinavano, ronzando come una centrale elettrica, tigri, pantere e leonesse. Poi Adamo peccò, e gli animali si rivoltarono contro l’uomo. Ma allora più che mai occorreva all’umanità smarrita un esempio di contegno sereno e una bussola a godere le ormai scarse letizie della selva. E la divina provvidenza fermò la crescita di certe tigri neonate, e le chiamò gatti: creati il nono giorno (l’ottavo fu quello del peccato) per consolare Adamo e ricordargli l’Eden.

Cornelis Saftleven (1607/08-1681), "Gatto che si sporge da un'apertura", coll. privata

Ps. Questa pagina, va da sé, è dedicata alla (mia) gatta Puccia e a Silvia, che tanti anni fa mi introdusse al mondo morbido e peloso dei miao miao.

“Mia”, in riferimento alla gatta, non può che essere tra parentesi: estranei al concetto di essere proprietà di qualcuno, i gatti sono animali superiori e doppi: domestici e non, teneri e dotati di artigli, ieratici ed eleganti, quanto selvatici e cacciatori notturni. Talvolta, essi concedono il favore di considerarci loro pari.

Puccia, my Queen, coll. privata, privatissima!

Moritz Von Schwind (1804-1871), "Die Katzensymphonie" ("La Sinfonia dei gatti"), dedicata al celebre violinista Joseph Joachim, Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle

Jean Siméon Chardin, Gatto con razza, ostriche e pane (particolare), 1728 ca., Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Read Full Post »