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Posts Tagged ‘georges i. gurdjieff’

Premessa: ho scritto il testo critico seguente, tuttora inedito, nell’aprile 2017.

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

Marco Bravura, Vortex Attraction

di Luca Maggio

“L’ultima mia proposta è questa:/ se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta.”, Giorgio Caproni, Per le spicce

Andare oltre il mosaico per esplorare mondi nuovi musivi. Compiere un viaggio che (af)fondi in un’unica densa sinestesia aspetti visivi, tattili, sonori, reali e virtuali. Fare questo coinvolgendo più arti, più parti dello spirito per avvolgere lo spettatore-attore nell’opera vortice, una e trina a un tempo, scultorea, digitale, musicale. Numerose le implicazioni, necessaria la selezione.

Qui si parla dei sette grandi cerchi concentrici detti Vortex Attraction in oxide bianco, lavoro di Marco Bravura del 2016. Inutile dire della simbologia ruotante attorno al numero magico sette, dai passaggi alchemici per tramutare il piombo in oro, alle sette note musicali etc., la bibliografia e le stratificazioni culturali sono infinite.

Meglio concentrarsi sulla forma dell’opera che attrae chi la guardi come un gorgo, la fonte stessa della vita dove Narciso mirandosi perse sé stesso, giungendo a morte salvo rinascere in forma di fiore, mutando dunque, metamorfosi toccata, come narra Ovidio, anche alla ninfa di lui per mala sorte innamorata, la povera Eco, di cui da allora è dato percepire solo il debole rimando acustico che da ella prende il nome.[1]

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

E i vortici, i cammini elicoidali della materia, costituiscono la ricerca degli anni ultimi di Bravura: Ardea Purpurea, RotoB, Vertigo, per citare le più note, sono la sua ossessione per i filamenti della vita che si combinano roteando dalla struttura del DNA a quella del mollusco Nautilus, sino alle galassie spiraliformi, poiché se c’è moto, c’è vita, e la vita è divenire che s’avvita, scorre, disappare, torna modificato per non arrestarsi mai[2], come appunto negli intrecci metamorfici dei miti antichi.

Il bianco di Vortex bandisce ogni distrazione per sollecitare e esaltare la caduta nella sua forma e allo stesso tempo il clinamen, l’impercettibile deviazione che conduce all’incontro degli atomi epicurei nel lasciarsi andare nel vuoto dei cerchi, abbacinanti nella loro purezza di luce che riflette altra luce, sensazione paradisiaca dantesca, sebbene non porti a un precipitare eterno, poiché tutto questo alfine si rivela essere una porta per un altrove ignoto, dove dimensioni altre di vita attendono d’essere visitate.

Per aiutare questo passaggio con delicatezza ecco sovrapporsi in un dialogo[3] che sa d’unione con la scultura di Bravura la proiezione virtuale di Giacomo Giannella dello studio Streamcolors[4] di Milano, sempre basata su immagini e una pioggia di colori da tappeti musivi precedenti dello stesso Bravura, il tutto coronato dal flusso ipnotico, quasi alla Gurdjieff, delle note di Rituel[5], brano per pianoforte e tanpura elettronica tratto dal concerto Metamorphosys[6] di Matteo Ramon Arevalos, titoli più che mai appropriati per questo viaggio.

Al piano Matteo Ramon Arevalos, Rituel, 2016; video di Giacomo Giannella dello studio Streamcolors

E si viaggia, appunto, liberi finalmente di attraversare nei particolari un mosaico metadimensionale, summa di antico e contemporaneo e finanche futuro, ché lo ieratico bizantino è senza tempo, sospeso, blu-luce anzitutto, pensiero estremo di Matisse, per quanto il caleidoscopio comprenda numerosi altri frammenti cromatici, ed è un compenetrarsi e allontanarsi di riflessi simmetrici, specularità di segmenti che s’aprono e chiudono, pareti, porte di Ishtar, labirinti coerenti appaiono e scompaiono con i loro giochi di luce, come nei dettagli del giardino di Compton House[7], benché la sensazione qui non sia mai d’inquietudine, piuttosto d’una pace illuminata, in cui s’assiste alla danza degli elementi geometrici in onde di mondi paralleli, parte a loro volta d’un universo sovrastante e uguale a sé stesso nella sua borgesiana infinita diversità.

Un piccolo dio di luce abita l’anima di queste spirali dalla suggestione mandelbrotiana e guida e immerge e fa riemergere nella natura di tale dimensione l’Ulisse che ne provi la navigazione, un precipitare in sé stessi per raggiungersi, come al termine d’ogni voluta vorticante, come a chi capiti di trovare Isidora, “città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini (…). Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.”[8]

Alla fine dell’Odissea spaziale di Kubrick, l’astronauta David Bowman vive qualcosa di analogo e indicibile, sperimentando la compresenza nel proprio esistere di passato e presente sino a un futuro di rinascita come feto stellare, che dalla sua forma circolare contempla ciò da cui tutto è iniziato, la sfera terrestre, il mistero, insomma, della vita.

www.marcobravura.com

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

[1] Ovidio, Le Metamorfosi, III, 339-510, Milano 2007.

[2] Si veda il capitolo La forma delle cellule, in particolare il paragrafo Cilindri e onduloidi in D’Arcy Wentworth Thompson, Crescita e forma, Torino 1969 (edizione originale, On Growth and Form, 1917). Del resto, già Galileo affermava nel suo Il Saggiatore (Roma 1623) che il linguaggio della natura è intimamente geometrico: “La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.”

[3] “And what is the use of a book,” thought Alice, “without pictures or conversation?” Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland, 1865.

[4] Streamcolors – Humans Arts and Technologies – Digital Art Studio: http://www.streamcolors.com

[5] L’elenco delle più note variazioni musicali occidentali sarebbe ozioso, da Händel a Bach, da Beethoven a Rzweski, ma in questo caso le ripetizioni con varianti quasi evanescenti di Rituel (2010) di Mattero Ramon Arevalos si avvicinano più a sonorità minimali e mistiche, ispirandosi direttamente alla tradizione classica indiana, in particolare al Raga Yaman Kalyan, che viene suonato solo di notte.

[6] Mosca, Teatro Scriabin, 15 aprile 2016.

[7]  Peter Greenaway, I misteri del giardino di Compton House/ The Draughtsman’s Contract, 1982.

[8] Italo Calvino, Le città invisibili, Torino 1972.

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Keith Jarrett

“C’è qualcosa che voglio dire fin dall’inizio, perché credo sia il punto centrale della questione. Io non mi sento esattamente un musicista. Quando mi ascolto suonare, ci sono dei momenti in cui realizzo che non si tratta solo di musica. (…)

Gurdjieff ha detto: “Voi non siete svegli, siete addormentati”. Lo siamo tutti, senza eccezioni. Noi non possiamo dire: “Io sono sveglio. Lui dorme ma io sono sveglio”. Noi tutti dormiamo. Innanzitutto dobbiamo rendercene conto e poi dobbiamo capire cosa significa essere svegli. Se ti svegli anche per un solo minuto, non potrai più dimenticarlo. Mai. Saprai sempre se stai solo fingendo di essere sveglio o se stai sognando. E questo è la musica per me: essere sveglio e avere la capacità di percepire… percezione e consapevolezza.”

Con queste parole di Keith Jarrett (Allentown, Pennsylavania, 1945) si apre Il mio desiderio feroce (Edizioni Socrates, Roma, 1994), testo fondamentale per capire la poetica di questo genio autentico del piano e della musica contemporanea. Già, quale musica? Classica, jazz? Fusion, smooth jazz? Le sue improvvisazioni, da solo o nell’ormai storico Standards Trio con Gary Peacock e Jack DeJohnette, non sono classificabili: è semplicemente musica. È stato un cosiddetto bambino prodigio, passato poi nella formazione di Miles Davis e arrivato a registrare album di classica (Shostakovich, Mozart e Bach soprattutto, quasi nutrendo un’ossessione per Glenn Gould), oltre a produrre composizioni di bellezza senza pari come The Köln Concert (1975), Spirits (1986) o il recente Testament, coi concerti di Londra e Parigi del 2008, e rivisitazioni altrettanto stupende (The melody at night, with you, 1999), tutte pubblicate dalla prestigiosa EMC Records.

Keith Jarrett

Indimenticabile, per chi lo abbia visto live, il suo rapporto col piano, fisicissimo, il suo rannicchiarsi per poi alzarsi, quasi danzare e cantare le note che dalla testa passano alle dita, chiarendosi al mondo: proprio per non perdere una concentrazione altissima, che gli fa creare al momento il flusso musicale apparso, si è talvolta dovuto scontrare col pubblico più chiassoso e irrispettoso, al contrario apprezzando, anzi avendo necessità di platee silenziose, che respirano all’unisono con lui, permettendogli di emozionarsi e perdersi sulla tastiera, sentendo la loro e la sua musica.

“Suonare è un atto estremo. Voglio trascendere le possibilità fisiche del mio piano, voglio che suoni come una voce umana, come una chitarra, come un uccellino. Per questo amo tanto la musica del vostro Ferruccio Busoni e soprattutto il secondo concerto per pianoforte di Béla Bartók: perché chiedono al piano più di quanto possa fisicamente dare, quando finisci sei sudato come una bestia. Tento sempre di andare oltre. Le note mi arrivano come un vapore sottile, come vapore acqueo. E io cerco di coglierne la forma prima che svaniscano nell’aria.” (Keith Jarrett, dall’intervista al Corriere della Sera del 7 maggio 2009, pg.55, prima del concerto al San Carlo di Napoli).

Keith Jarrett.it – sito non ufficiale italiano

Keith Jarrett.org – an unofficial web site

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