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Posts Tagged ‘gertrude stein’

Premessa: ho scritto il testo che segue per la seconda edizione di After After inaugurata a Ravenna sabato 7 aprile 2012 presso la niArt Gallery.

Chi volesse scaricare gratuitamente l’intero catalogo incluse le immagini delle opere in mostra può cliccare il link: http://afterafter2012.tumblr.com/

Alighiero Boetti, Tutto, 1988-89

Più o meno tutto

Un mosaico è un mosaico è un mosaico”, after Gertrude Stein

Aneddoto:

Pare che la serie Tutto di Alighiero Boetti sia nata così: un giorno l’artista dice ai suoi collaboratori: «Andate a comperare delle riviste», «Quali?» chiede uno di loro, «Tutte» risponde lui. Tornati in studio:«Bene, ora cominciate a ritagliare le figure», «Quali?», «Tutte»[1].

Come in molte altre sue intuizioni, l’artista shaman showman ha anticipato il nostro tempo, in cui c’è bisogno di tutto per capire una parte anche minima dei prodotti umani (non solo artistici), perché la realtà è qualcosa di devastantemente complesso: la realtà è tutto.

Elenco 1: la realtà

Le azioni meccaniche che fai al tuo risveglio sono reali, ma lo sono anche i sogni di cui hai o non hai più memoria nonostante siano di qualche ora fa.

Le ambizioni, le umiliazioni, i successi, i morti in battaglia e i soldatini dei bambini, gli studi geologici sul nucleo della Terra, ma anche il Viaggio di Jules Verne. La fisica, la metafisica e la patafisica. Dio e la sua assenza. Il caso. La malattia. Il tempo e la filosofia. Gli specchi. La prospettiva. Il vuoto. Il buono e il cattivo senso che ti fanno agire ogni giorno e la ricerca del senno perduto di Orlando da parte di Astolfo sulla Luna: tutto reale è. Ridere. L’illusione dolcissima della letteratura. La musica. La malinconia. L’immaginazione sia essa realizzata o solo, va da sé, immaginata, non lo è meno del pane che hai addentato prima o della sigaretta che accenderai più tardi, in pausa, mentre starai pensando a come risolvere quella pratica, a quando fare la spesa, a quando rivedrai tuo figlio e tua moglie o il tuo compagno stasera, alle vacanze, sì, le vacanze.

Le liti e l’amore. La solitudine e la compagnia. Il calore e il gelo. Le differenze. Il maschile e il femminile e ciò che sta in mezzo. I problemi sono reali e le ipotesi di soluzione sono tutte altrettanto reali per il solo fatto di essere state pensate. Il passato da cui non c’è scampo e la partita del futuro, sempre aperta. Le bollette, le multe, lo spread, la povertà, le ruberie e il desiderio di fuga. La forza di restare. Reali sono le idee e con buona pace di Platone anche i corpi che, maldestramente a detta sua, ne rivestono le forme. L’imperfezione e l’incompletezza sono reali. Come i loro opposti. Esistono solo nella mente? Appunto, esistono.

Senza soluzione di continuità, teoria e pratica, anima e corpo, come nei tratti biro di Boetti, come nelle trame dei suoi arazzi, come nelle dimensioni parallele alla nostra (undici a quanto pare), già pensate all’infinito dal vecchio Borges. In alcune di queste, le variazioni rispetto a quanto sta accadendo ora e qui sono minime, in altre sono agli antipodi e si realizzano le opportunità scartate sino a giungere alla nostra scomparsa, al noi mai esistito, almeno in una di esse. E lo stesso continueremmo ad essere reali. Sì, perché talvolta l’affermazione di qualcosa passa anche attraverso la sua negazione.

Di fronte a questa babele che pure è in tutti noi, è tutti noi e i noi paralleli, che fare? Scegliere un punto di appoggio, di vista che ci assomigli e cominciare a osservare. A capire. A collegare.

Space Invader, (making of) Florence Rey portrait, 2005

Elenco 2: il mosaico

Un puzzle, una combinazione, una sequenza, un insieme frammentato e ricomposto del reale (e il reale è nell’Elenco 1, incluso ciò che non c’è): i lego e i sassi, i quadratini colorati del cubo di Rubik, le cellule e le costellazioni, la progressione dei secondi e l’incastro dei flashback, le forme dei frattali e qui mi fermo, elenco breve. Perché tutto, davvero tutto e senza paradosso, può diventare mosaico, essere visto e risolto come mosaico. Sta all’autore decidere: nella sua intenzione è il discrimine[2].

Disgregare e ricostruire, insomma (se questo è un suo specifico possibile). Rielaborando per tornare o non tornare al punto di partenza. Puoi costruire un sasso tridimensionale “mosaicando” sassi (e Ceci n’est pas une pipe che fine fa?). O farne un gatto o qualcosa di astratto. Luce e colore, vetri e smalti. A proposito, un mosaico puoi farlo di pietra di vetro di carta di metalli di parole di danza di matita di cera di legni di scarti di musica di tessuti di video di pixel di materia organica e inorganica di ciò che vuoi[3]. È qualcosa di pensato, di controllato alla fine, sebbene le combinazioni si realizzino in fieri.

Fa parte e non fa parte del mondo dell’arte, tale e quale la pittura, la scultura, la fotografia e tutte le altre voci espressive che in sé, fra l’altro, sono categorie vuote, spettando agli uomini divenirne facitori e testimoni nel (proprio) tempo[4]. C’è chi le definisce tecniche (ma diversi sono i modi di fare un mosaico, un dipinto, etc.) e chi, più correttamente, linguaggi. Non è facile afferrarne la natura, a volte sembra di dover lottare con Nereo senza essere Ercole.

Arte è desiderio, scienza, scoperta, identità, confronto, battaglia, rito, forma, percezione, superficie, fenomenologia, commozione, provocazione, potere, necessità ma è vero anche che non serve a nulla, non deve servire a nulla. O no?

Tanto vale fermarsi prima di infilarsi nell’orrida ridda delle definizioni.

Se è vero che il “il medium è il messaggio” (©McLuhan), intervistando alcuni dei ragazzi presenti in questa seconda edizione di After After ho avuto conferma di una tendenza sinaptica del mosaico, anzi scusate dell’arte, perché alla fine di questo si tratta: in realtà la ricerca di collegamento (fra l’artista e il proprio passato, fra l’artista e la storia dell’arte, fra i materiali usati dall’artista, fra l’artista e la società, fra l’artista e l’evento cui sta partecipando, …continuate voi) fa parte del bagaglio identitario del comunicare con l’arte. E non solo: “i ponti” sono nella natura del cervello umano: “neurons that fire together wire togheter”, diceva il neuroscienziato canadese Donald Olding Hebb già nel ’49. E su questa scorta si potrebbe continuare con le recentissime scoperte inerenti il funzionamento della nostra memoria, grazie alle molecole a “fagiolo” dei peraltro assai eleganti microtubuli sinaptici[5].

Jack Tuszynski, Modello informatico del funzionamento dei microtubuli sinaptici, 2012

In accordo si direbbe naturale con tutto questo, qui si assiste ad una volontà precisa, quasi una necessità (in controtempo rispetto alla nostra epoca liquido-proteiforme) di connettere frammenti di realtà (nel senso dell’Elenco 1) e dare loro, per quanto si possa (in termini anche di durata effimera talvolta), una solidità autentica. Per fare questo il medium mosaico viene da molti apparentemente nascosto o meglio ibridato con ciò da cui ognuno degli artisti presenti proviene o sente come humus proprio: il design, la scultura, la pittura, la poesia, la videoarte, la composizione musicale o il mosaico stesso, perché no[6]? La realtà è declinata secondo la visione musiva che più si avvicina a ciò che si è[7]. Per sé, anzitutto. Così il mosaico, liberato da se stesso e dai discorsi in difesa di esso, sembra scomparire[8]. Per essere, finalmente.

Ps. Questa pagina è un piccolo omaggio al grande Georges Perec (1936-1982), nel trentennale della scomparsa. In finale cito una sua riflessione riguardante i puzzle, ma che potrebbe estendersi, non senza inquietudine, a tutte le nostre esistenze, incluse quelle parallele, a quelle che, coscienti e consenzienti o meno, sono le nostre realtà: “Se ne potrà dedurre quella che è probabilmente la verità ultima del puzzle: malgrado le apparenze, non si tratta di un gioco solitario: ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall’altro”[9].

Georges Perec (1936-1982)


[1] Cfr. Corrado Levi nel dialogo con Giacinto Di Pietrantonio in Alighiero Boetti – Quasi tutto, Milano 2004.

[2] La “texture” della materia stessa può apparire come uno (pseudo)continuum in equilibrio danzante – in sé, a livello subatomico e fra corpo e corpo, e con la luce – , tale da realizzare la percezione della stabilità: molecole attimi atomi sembrano effettivamente uniti fra loro, ma non privi di “interstizi” – in sé, a livello subatomico e fra corpo e corpo, e con la luce -. E persino dai buchi neri, regioni più dense della velocità della luce, “fuggono” particelle, secondo la radiazione di Bekenstein-Hawking.

[3] Libertà creativa già dichiarata da Felice Nittolo riguardo l’Aritmismo in Esprimersi col mosaico è possibile, Ravenna, 1984: “…propongo un movimento Artistico che abbia all’origine la “tessera” come veicolo per esprimere un’idea. Tessera di qualsiasi materiale, di qualsiasi forma, di qualsiasi dimensione; accostata e allontanata improvvisamente, costante e disomogenea nello stesso tempo-spazio. Creare, generare, “dipingere” con la tessera che ha in sé il potere naturale di vivere per secoli. (…) Il movimento non è necessariamente musivo, parte dal musivo (tessera) ma vuole coinvolgere l’Arte in senso generale: Artista unico ideatore-esecutore del risultato, senza intermediari.”

[4] Ogni opera, ogni artista, informa di sé il proprio linguaggio nel proprio tempo. Infatti l’occhio allenato del connoisseur riconosce i falsi dai particolari errati rispetto all’epoca cui dovrebbero riferirsi, cfr. Federico Zeri, Il falsario in calcinaccio in Diari di lavoro 1, Bergamo 1971.

[5] Il riferimento è all’articolo apparso l’8 marzo 2012 sulla rivista scientifica internazionale PLoS Computational Biology a firma dei fisici canadesi Travis Craddock e Jack Tuszynski (Università di Alberta) e del neuroscienziato americano Stuart Hamenoff (Università dell’Arizona).

[6] A proposito, è il mosaico che diventa pittura, scultura, etc., o viceversa?

[7] Ogni artista resta intimamente legato alla propria visione nonostante possa usare mezzi diversi per esprimerla: esempio noto, Michelangelo è scultore anche quando si trova a dipingere, come Giacometti, quanto Mondrian o Piero della Francesca sono strettamente connessi all’architettura, pur avendo sempre e solo usato i pennelli, a quanto se ne sa. Non solo: l’operare artistico è elaborazione continua di sé. Celebre, in questo senso, l’aforisma di Cocteau (sulla scorta di Wilde, di Montaigne): che si ritragga un paesaggio o una natura morta, si finisce sempre col fare un autoritratto.

[8] Ricordate? Negare per affermare.

[9] Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, Milano 1984 (ed. originale, 1978).

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Quattro i grandi nomi del primo modernismo letterario antieuropeo nella São Paulo degli anni’20, città che diede i natali ai due più importanti fra essi: Mário de Andrade (1893-1945) e Oswald de Andrade (1890-1954), fondatore del “movimento antropofagico”, di cui fu esponente Raul Bopp (1898-1894), nativo di Tupaceretã, mentre l’ultimo, Manuel Bandeira (1886-1968), era originario di Recife.

Bandiera del Brasile: verde e giallo ricordano i colori delle antiche famiglie reali d’origine portoghese; le 27 stelle sul globo blu corrispondono agli attuali stati della Federazione e riproducono il cielo sopra Rio de Janeiro il 15 novembre 1889, inizio della Repubblica Brasiliana; la scritta “Ordem e Progresso” sulla fascia si ispira ad una frase del positivista francese Auguste Comte

Febbre, emottisi, dispnea e sudori notturni./ La vita intera che avrebbe potuto essere e che non fu./ Tosse, tosse, tosse./ Fatto chiamare il medico:/ – Dica trentatré./ – Trentatré… trentatré… trentatré…/ – Respiri/ …/ – Lei ha una caverna nel polmone sinistro/ e il polmone destro infiltrato./ – Allora, dottore, non è possibile tentare il pneumotorace?/ – No. L’unica cosa da fare è suonare un tango argentino. (Não. A única coisa a fazer é tocar um tango argentino).” Manuel Bandeira, Pneumotórax (in Poesia straniera, Portoghese e Brasiliana, Vol. 16, Roma, 2004)

Musical. La foresta brasilisca e altre foreste. Donne fertilizzanti portano colonne, architetture, ortaggi. Musica, Maestro! Materia organica! Corbeilles monumentali lanciano dal settimo cielo dei bicchieri bianchi ananassi di negre nude. Pappagalli, orsi, giaguari, struzzi, l’animale animalia. Rosacee su asparagi della platea. Condimenti. Le pudende sotto ai riflettori. Sincopi tiptappano cubismi, dislocamenti. Alterando le geometrie. Tutto si organizza, si fonde collettivo, simultaneo e nudino, una serpe, un nastro, una ghirlanda, un’equazione, passi svedesi, stringa argentine. Serafino, così è la vita.Oswald de Andrade, Serafim Ponte Grande, 1933 (Serafino Ponte Grande, Torino, 1976)

Loro intento era “brasilianizzare i brasiliani”, secondo il motto di Mário de Andrade, innovare la lingua poetica e di prosa attraverso l’uso del gergo quotidiano, scardinare la struttura consequenziale del romanzo classico, sostituendole frammenti di vari e possibili testi nello stesso libro (come appunto in Serafim Ponte Grande), sorta di esperimento cubista (“metonimico” secondo Jakobson) della parola, decostruzione peraltro attuata parallelamente, ma con esiti e presupposti diversi, anche da altri americani, del nord però, come Gertrude Stein (1874-1946) e, a livello di poesia pura che riflette su di sé, Wallace Stevens (1879-1955).

Oscar Niemeyer, Brasilia, Congresso Nazionale-Piazza dei Tre Poteri, 1958-60

Tornando ai pionieri letterari brasiliani, la spinta a ricercare un’identità nazionale attraverso l’arte, usando libertà linguistiche prima impensate nel loro paese (contemporaneamente agli studi etnomusicali di Villa-Lobos), fu indirettamente uno dei contributi concettuali della Brasilia di Lucio Costa e Oscar Niemeyer (102 compiuti!), come della bossa nova (letteralmente “voce nuova”) del musicista Antonio Carlos Jobim e del poeta Vinícius de Moraes, il cui primo esempio compiuto fu il disco Canção do amor demais (1958), in particolare la canzone Chega de Saudade, inizialmente cantata da Elizeth Cardoso e suonata da João Gilberto, altro esponente fondamentale del movimento, in quanto artefice dello stile chitarristico ad esso peculiare.

Poi, la seconda generazione di cantautori fu anche storia di resistenza alla dittatura militare (1964-84), come, fra altre cose, narra Caetano Veloso nel bellissimo Verdade tropical del 1997 (Verità tropicale, Milano, 2003).

Ma la musica, non solo brasiliana, fin dagli esordi della bossa nova, non fu più la stessa: e il mondo intero cominciò a brasilianizzarsi.

Dicionário Cravo Albin da Música Popular Brasileira

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