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La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Premessa: quello che segue è il mio testo critico e prefazione al catalogo Primošten Gospa od Loreta, a cura di Vanesa Varga (Primošten 2017). Desidero ringraziare l’artista e professore Milun Garcevic per avermi coinvolto in questo bellissimo progetto.

La Madonna di Loreto sul colle Gaj a Primosten

di Luca Maggio

“Sgomento d’ogni sgomento,/ recare i Cieli nel mio grembo.” W.B.Yeats, La madre di Dio

“Torna da noi, Madonna, torna da noi con tuo figlio!” A. Bonifačić

La vita riserva non poche sorprese non sempre positive e di fronte ad alcune difficoltà si possono avere dubbi, timori, paure persino. Si può pensare di ritirarsi perché talvolta il coraggio rischia di dissolversi proprio quando la battaglia incalza o l’incertezza per noi o i nostri cari diventa intollerabile. Le forze cedono e non si sa se procedere e come aiutare chi ci sta a cuore, come dissipare la nuvola di dubbi che tiene prigioniera la nostra mente e non permette di agire. Non a caso il poeta latino Lucrezio all’inizio del secondo libro del suo capolavoro Sulla natura delle cose scrive: “È bello, quando sul vasto mare i venti sollevano le acque,/ seguire da terra la disperata lotta altrui;/ non perché sia un dolce piacere che qualcuno sia in pericolo,/ piuttosto perché è dolce rendersi conto di quali mali tu sia privo.”[1]

Ma quando tocca a ognuno di noi affrontare la tempesta? Siamo esseri umani e abbiamo bisogno di sogni da realizzare e di conforto lungo il cammino. A chi rivolgere le prime preghiere di aiuto per imparare a muovere i passi iniziali di quel tempo breve o duraturo che chiamiamo esistenza? Anzitutto alla figura materna, dispensatrice di vita e amore che da sempre accompagna l’uomo. E il bacino del Mediterraneo ne è culla preziosa nei riferimenti paleolitici e neolitici alla Grande Madre, come alle sue declinazioni nelle divinità di diverse culture con altrettante differenti funzioni, da Ishtar a Demetra, da Mater Matuta a Iside. Quest’ultima in particolare è stata talvolta associata alla Vergine Maria cristiana sia per il colore nero di alcune sue rappresentazioni (Iside è la notte che partorisce la luce di Horus, divinità solare), sia per la maternità di alcune sculture che la ritraggono nell’atto di allattare il figlio.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La Vergine di Loreto è una delle tante e antiche Madonne nere sparse per il mondo e il suo culto raggiunse Primosten in Croazia nella prima metà del XIX secolo: una sua immagine è tuttora venerata e ogni anno festeggiata nella chiesa di St. Juraj quale protettrice di tutta la popolazione. Un vero e proprio patto di amicizia lega inoltre Loreto e Primosten dal settembre del 2011 e l’anno successivo ha avuto origine l’imponente progetto che è stato solennemente inaugurato nel maggio 2017: sul colle Gaj che domina la cittadina dalmata è stata realizzata una statua in onore della Madonna lauretana di ben 12,5 metri, che diventano 17,5 se si considerano anche le scale d’accesso e il piedistallo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

L’opera ha impegnato con i rispettivi collaboratori l’architetto Aron Varga e il professor Milun Garcevic, docente di Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria, che ha ideato una decorazione musiva di sfolgorante bellezza per l’intero manto esterno della Vergine (una superficie di ben 90 metri quadrati), oltre che per il pavimento (22 metri quadrati) della cappella sottostante la statua e raffigurante i quattro fiumi della Genesi che proseguono anche sul piazzale esterno del luogo consacrato, quasi divenendo raggi di luce che si spandono alla base dell’intera costruzione, a sua volta da intendersi come faro di luce e fede per chiunque la visiti da vicino o la veda dal mare.

La cappella sotto la statua con i quattro fiumi biblici

In particolare il tema dei quattro fiumi (Pison, Gihon, Tigri, Eufrate), che secondo il racconto biblico segnavano i confini del mondo e a loro volta si dipartivano dall’unico corso d’acqua che Dio aveva posto in Eden[2], è assai antico e lo si ritrova ad esempio nei mosaici bizantini del VI secolo nell’abside di San Vitale a Ravenna, dove simboleggia la potenza eterna di Cristo come signore della storia[3], come nel particolare di un’altra abside a mosaico più tarda (XII secolo) nella basilica di San Clemente a Roma, dove due cervi, allegorie dell’anima del credente[4] e insieme figure cristologiche[5], si abbeverano a quelle fonti originarie del creato stesso.

La cappella con i quattro fiumi biblici (particolare)

Del resto anche nella cappella di Primosten, dove l’immagine dei fiumi biblici, ossia l’acqua primordiale della vita, è risolta con tessere di quarzite brasiliana dai diversi colori (azzurro, rosso ferroso, verde, ambrato), che partendo da un altare-monolite centrale in pietra formano un disegno sinuoso su cui compaiono le iscrizioni in ebraico con i quattro nomi fluviali, la tradizione veterotestamentaria si lega con un altro antichissimo motivo cristiano e neotestamentario, quello del pesce.

La cappella con i quattro fiumi biblici: Pison

La cappella con i quattro fiumi biblici: Gihon

Qui infatti i quattro pesci, sempre in mosaico e nuotanti in ciascun fiume, richiamano significati molteplici: l’etimologia cristologica dell’acrostico greco Ichthys[6], la chiamata di Gesù rivolta a Simone e Andrea[7], l’allegoria del “pesce-buon cristiano” che rinasce nella piscina battesimale come testimoniato da Tertulliano[8], mentre Clemente Alessandrino si rifà al Cristo pescatore di uomini[9].

La cappella con i quattro fiumi biblici: Tigri

La cappella con i quattro fiumi biblici: Eufrate

L’esterno della cappella a tronco di cono è rivestito in granito verde-mare, tonalità chiara in accordo con la delicatezza cromatica del mantello della Madonna (oltre a sposarsi col verde dei vigneti e della vegetazione circostante), mentre l’interno riceve costantemente la luce solare grazie a delle finestre-feritoie verticali che corrono da est a ovest, dunque seguendo il corso dell’illuminazione naturale.

Sopra questo possente basamento che poggia su quattro pilastri, si trova l’anello di congiunzione con la statua vera e propria, anch’essa di forma conica o “a campana” sia come l’originale Vergine di Loreto, sia come alcuni splendidi minareti musulmani[10], poiché l’elevazione verso la luce di Dio non conosce confini religiosi e l’arte ne è un suo ponte privilegiato. Del resto, se la parola “ponte” è nell’etimologia stessa del nome Primosten, non bisogna scordare che il Corano dedica alla Madre di Gesù l’intera Sura 19 e così la definisce nel XII secolo il grande mistico iraniano Rûzbehân Baqlî: “Lei fu fatta per portare l’altissima Parola e la Luce dell’altissimo Spirito. Quando si trovò incinta, perché attraversata dal riflesso della bellezza dell’Eterno, si appartò dalle creature, mettendo la sua gioia nell’unione con la realtà.”[11]

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

Quest’opera non è solo un faro di splendore luminoso per i mosaici e il significato spirituale che la caratterizzano, ma è anche ponte fra le due sponde dell’Adriatico, come scrisse Ivo Andrić: “…tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.”[12]

La statua di questa Madonna è costituita da otto sezioni, sei per il mantello, una per le teste di Maria e del Bambino e infine l’ultima con la corona a tre croci croata, che ricorda il numero della Trinità, come quello dei raggi mosaicati che partono dal capo di Gesù sull’aureola che ne circonda il volto.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

I due santi ritratti sono in cemento armato successivamente verniciato in grigio-marrone e protetti da un rivestimento trasparente, come del resto tutto il mosaico della statua, e sono opera dello scultore Nikola Vidrag, il quale per Maria si è ispirato al rinascimento fiorentino e alla Proserpina del neoclassicista statunitense Hiram Powers, mentre per Gesù ha guardato a Donatello. Il loro colore scuro, oltre a inserirsi nella tradizione delle Madonne nere, ricorda la preziosità dell’ebano ma è anche simbolo di umiltà, di richiamo alla terra, che insieme all’acqua e alla luce forma la vita sul nostro pianeta: non a caso essi sono i tre elementi fondamentali più volte citati in quest’opera.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

La ricchissima decorazione musiva del manto, ottenuta grazie a un uso sapiente di tecniche[13] e di materiali svariati dai colori chiari (marmi, quarzi, specchi e vetri musivi anche in oro e argento), scelti e disposti per riflettere più luce possibile come la pioggia di tessere specchianti sul velo del capo della Vergine, qualità che sarebbe forse piaciuta allo Pseudo-Dionigi l’Areopagita (“In verità la Luce è del Bene ed è immagine del Bene: così si celebra il Bene dicendolo Luce”)[14], spazia dai classici simboli mariani come il monogramma con la doppia M intrecciata, la stella e la rosa, a giochi di geometrie simmetriche che rimandano all’intera storia del mosaico, dall’Eanna[15], il tempio mesopotamico di Inanna originariamente a Uruk, alle eleganze delle decorazioni islamiche, sino alle linee curve, fluenti e quasi calligrafiche dei racemi come dello stile armonico di Milun Garcevic.

La Madonna di Primosten dunque risplende da lontano con i movimenti che la luce compie sulla sua superficie e ricorda a ogni visitatore la sua presenza protettiva, così ben espressa nell’antica Liturgia bizantina delle ore: “Salvami, Signora, per la tua intercessione e concedimi di alzarmi dal sonno tenebroso per dare gloria a te con la potenza del Figlio di Dio che da te ha preso carne.”[16]

E se anche non si fosse credenti, questa figura che avvolge in un grande e candido manto suo figlio ricorda a tutti il dovere di custodire la vita, specie degli indifesi, come un bozzolo di farfalla che sta per aprirsi e un giorno spiccare il volo.

La Madonna sul colle Gaj a Primosten, Croazia, 2017

 

Note:

[1] Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, II, 1-4: “Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,/e terra magnum alterius spectare laborem;/ non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,/sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.”

[2] Genesi, 2, 10-14.

[3] G. Montanari, Mosaico, culto, cultura. La cultura religiosa nei mosaici delle basiliche ravennati, Ravenna 2000, p.37.

[4] “Come la cerva anela/ai corsi d’acqua,/ così l’anima mia anela/ a te, o Dio.”, Salmo 42,2.

[5] Secondo Ambrogio e, dopo lui, Agostino, il cervo-Cristo vince il serpente-Satana, sempre rappresentati nel sopracitato mosaico in San Clemente a Roma, in G.-H. Baudry, Simboli cristiani delle origini, I-VII secolo, Milano 2009, pp.106-107.

[6] Ichthys: Iesous Christos, Theou Yios, Soter ossia “Gesù Cristo. Figlio di Dio, Salvatore”. Non si sa chi abbia inventato questo acrostico, ma Agostino riferisce di averlo letto in un testo greco della Sibilla di Eritrea, in G.-H. Baudry, 2009, pp.41-42.

[7] “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini.”, Matteo, 4, 18-19.

[8] “Noi, piccoli pesci, che prendiamo il nome dal nostro Ichthys, Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua e solo rimanendo in essa siamo salvati.”, Tertulliano, Il Battesimo, 1,3.

[9] “Pescatore di uomini, di quelli che hai salvato dal mare del vizio; i pesci puri dall’onda avversa trai alla vita amabile.”, Clemente Alessandrino, Il pedagogo, III, 12, 101,3.

[10] Ad esempio i minareti di Emin a Turfan  nello Xinjiang cinese, l’Islam-Khodja e il Kalta-Minor a Khiva in Uzbekistan o la Torre di Burana in Kirghizistan.

[11] R. Baqlî, Commento al Corano, 2,7.

[12] I. Andrić, Racconti di Bosnia, 1963 (Roma 1995).

[13] In particolare: : opus incertum, opus regulatum, opus reticulatum, opus listatum.

[14] Pseudo-Dionigi l’Areopagita, De divinis nominibus, IV, 4, in I mistici dell’Occidente, Vol. I, a cura di E. Zolla, Milano 2003, p. 447.

[15] Letteralmente la “Casa del cielo”, i cui resti sono oggi conservati al Pergamonmuseum di Berlino.

[16] Maria. Testi teologici e spirituali dal I al XX secolo, a cura della Comunità di Bose, Milano 2000, p.403.

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Nella Roma del II-III secolo d.C. circolavano numerosi culti misterici di provenienza orientale, con vari gradi di iniziazione e promesse di resurrezione, motivo non secondario del loro ampio successo rispetto agli dei tradizionali, sempre più simulacri vuoti del passato.

Se ne ricordano d’origine egizia (Isis, Osiris, Serapis, Apis), frigia e microasiatica (Magna Mater o Cibele, Attis, Sabazio), siriaca (Dea Syria, Atargatis, Adonis, Aphrodite), indo-iranica ed ebraica, ovvero  mitraismo e cristianesimo, i cui rapporti sono l’argomento di questo e del post precedente.

Lapide di Mitra, III sec. d.C., Bolzano, Museo Archeologico dell'Alto Adige

Va premesso che non esistono scritti originali dei seguaci di Mitra: a parte le informazioni preziose involontariamente riportate da apologeti cristiani come San Gerolamo (Epistola 107) e Origene (Contro Celso) per dare contro ad essi, i testi su cui studiosi come Cumont, Vermaseren e Ulansey hanno basato le loro ipotesi ricostruttive sono le grotte dove avvenivano i riti, con gli altari, le statue, talvolta gli affreschi, luoghi tuttora visitabili a Roma (mitreo di San Clemente, del Circo Massimo, delle Terme di Caracalla o di Santa Balbina, di Santa Prisca e Barberini), ad Ostia antica e in altre località laziali e campane, a Duino vicino Trieste o a Ptuj in Slovenia, l’antica Poetovio, per citare i più noti.

Mitreo sottostante la Basilica di San Clemente, Roma

Ciò detto e tenendo presente una delle differenze fondamentali fra i due culti in oggetto, differenza che contribuirà al successo planetario dell’uno, rivolto ad una predicazione ecumenica, e alla scomparsa dell’altro, ad uso di una cerchia di iniziati, ecco qualche analogia e alcuni casi di acquisizione dal mitraismo al cristianesimo:

– anzitutto il 25 dicembre, compleanno di Mitra attribuito a Cristo, poiché è il momento in cui, subito dopo il solstizio d’inverno, il sole comincia a risalire rispetto all’equatore terrestre.

Cristo-Sol Invictus sul carro solare, IV sec. d.C., Necropoli Vaticana

– Mitra, vinto il dio Sol, riceve da questi, suo nuovo alleato, la corona raggiata, ovvero il nimbo degli imperatori o l’aureola di Cristo e dei santi poi.

– Mitra sacrifica un toro nella grotta (l’utero primordiale dell’universo), dal cui corpo e sangue germogliano piante benefiche, tra cui grano e vite.

Statua leontocefala di Aiòn, II sec. d.C., Biblioteca Vaticana

– Mitra ascende al cielo sul carro del dio Sol, lo stesso su cui è rappresentato Cristo vittorioso-Sol invictus in alcuni mosaici antichi (ad es. nella necropoli vaticana o nel lacerto della cappella di Sant’Aquilino in San Lorenzo a Milano).

Mitreo affrescato di Marino (Roma)

– l’ascensus di Mitra (e dell’iniziato), partendo dal buio delle grotte (e della morte) va verso l’aeternitas del dio leontocefalo Aiòn, sorta di deus pater, caratterizzato dal tenere in mano due chiavi e vicino a sé un galletto, attributi anche di San Pietro (n.b.: il campanile dell’antica basilica vaticana, di fondazione costantiniana, era sormontato da un grande gallo metallico sino alla demolizione rinascimentale).

– aiutanti di Mitra sono i dadofori Cautes e Cautopates, due geni (comuni nel paganesimo) reggi fiaccola, l’una alzata, l’altra abbassata, a significare l’alba e il tramonto, la vita e l’approssimarsi della notte/morte: sono tema ricorrente nelle chiese cristiane da Wiligelmo a Canova e oltre, se si pensa alla scultura cimiteriale del XIX secolo. Del resto, anche la distribuzione a pannelli laterali degli episodi agiografici in alcune tavole medievali, si può ipotizzare d’antichissima origine mitraica, come suggerisce en passant Federico Zeri (Diari di lavoro 2, pg. 24, Torino 1976). 

Mitreo affrescato di Marino (Roma), particolare: alle estremità Cautes, Cautopates e pannelli laterali istoriati

– 7 erano i gradi d’iniziazione mitraica e 7 è numero simbolico importante anche per i cristiani (i sacramenti, le virtù e i vizi, etc.): al culmine del cursus era il sacerdote massimo, il Pater Patratus o Pater Patrum, abbreviato in PaPa.

– per essere affiliati, dopo un certo numero di prove anche fisiche, ci si sottoponeva ad una sorta di cresima, la confirmatio, caratterizzata dal segno di una “X” o croce sulla fronte (antico simbolo solare, prima che i nazisti lo pervertissero nella loro svastica), come nel ritratto dell’imperatore Ostiliano (251 d.C) sul sarcofago Ludovisi a Roma. Va detto che gli imperatori favorivano questo culto presso i soldati, sentito come espressione di lealtà al potere ufficiale (cfr. la ripresa del culto sotto Giuliano l’Apostata, fra 361 e 363 e, precedentemente, il sacrarium dedicato a Mithras fautor imperii sui nel 307 a Carnuntum, oggi Petronell-Carnuntum in Austria, da Diocleziano, Galerio e Licinio).

Chrismon, particolare del sarcofago dell'Anastasis, IV sec. d.C., Musei Vaticani

– Costantino, uno dei politici più gelidi, lungimiranti e determinati della storia, capì che il sincretismo vince sempre e usò uno dei nuovi culti, il cristianesimo, come collante dell’impero: “in hoc signo vinces” tramanda la leggenda legata al chrismon, il monogramma delle prime due lettere greche (X e P) del nome di Cristo, simbolo del suo esercito vittorioso al Ponte Milvio (28.X.312). Non importa qui stabilire se egli sia sinceramente convertito: probabilmente sì, ma la domanda da porsi è: in quale Cristo credeva l’imperatore? Forse in una sorta di fusione di vari culti solari (Cristo-Sol invictus), come attesterebbe anche la collocazione dell’Arco a lui dedicato dal senato nel 315 in un punto fortemente simbolico, tra l’anfiteatro Flavio detto Colosseo per l’antistante colosso neroniano-adrianeo di Apollo-Sol e i vicini templi di Venere e Roma Aeterna d’origine adrianea, rinnovati poi da Massenzio, nemico sconfitto da Costantino.

Mitreo delle Terme di Caracalla o di Santa Balbina, Roma

– infine, una suggestione che in quanto tale non ha alcun riscontro scientifico, ma che lasciando la porta aperta all’interrogativo aiuta a concludere l’excursus fatto: a Roma molti misteri orientali venivano praticati sul colle Vaticano e anche in altre città il luogo di tali culti era detto Vaticanum, come a Lugdunum, l’odierna Lione: e se sotto la Cappella  Sistina, luogo di elezione del Papa, si trovasse un mitreo e dunque non sia stata casuale la scelta per la sua edificazione? Ripeto è solo una suggestione, perché stando ai fatti la cappella è di fine ‘400 e costruita secondo le dimensioni del Tempio di Salomone, ma a volte, in certe foto, sembra ricordare una grotta, con la sua volta a botte ribassata.

Cappella Sistina, Città del Vaticano

Come detto nella parte prima (cui si rimanda anche per la bibliografia minima), molti di questi scambi e neocodificazioni sono avvenuti fra IV e V secolo, in epoca assai posteriore alla predicazione di Cristo: infatti più che riguardare i suoi insegnamenti, integri nella loro radicalità, gettano luce sui processi di strutturazione della Chiesa e dei simboli contestualmente adottati, sulla mentalità di un’epoca cruciale per l’occidente e degli uomini che contribuirono a formularla: “la conoscenza del tempo (kairos) equivale alla conoscenza di se stessi.” (Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza, Milano, 2005).

Mitra e Mitrei

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Chiariamo subito il titolo: i due soggetti non sono parenti neanche alla lontana, l’uno essendo d’origine indo-iranica e attestato sin dal 1200 a.C., l’altro più recente e giudeo. Dal II secolo a.C. il mitraismo si diffonde nel mondo ellenistico e romano, specie tra le fila dei legionari e dei generali-imperatori alla loro testa. Dopo l’Editto costantiniano (313 d.C.), evento fondamentale per la storia della civiltà occidentale a distanza di pochi mesi dalla vittoria su Massenzio al Ponte Milvio (28 ottobre del 312), molti particolari di questo culto sono stati più o meno velocemente fatti propri dall’astro ascendente del cristianesimo.

Rilievo mitraico, III sec. d.C., Roma, Museo Nazionale Romano

Questo non deve sorprendere: per secoli la Chiesa, ultima struttura del tardoantico tuttora operante, ha metabolizzato cristianizzandoli, antichi usi pagani (non solo mitraici) tanto nelle terre nordiche, quanto nel mondo mediterraneo, cosa tuttora verificabile in una qualsiasi sagra di paese del centro o sud Italia.

Filosofo (Plotino?), fine III sec. d.C., Ostia, Museo Ostiense

Del resto, l’assorbimento e la trasformazione del dato altro nella propria civiltà è tipico della mentalità romano-ellenistica già precristiana e tale resterà per buona parte del medioevo: il volto del saggio calvo e barbuto identificato con San Paolo, rappresenta in realtà il tipo del filosofo (Plotino in particolare) e risale al periodo (IV-V sec. d.C.) in cui il cristianesimo, accusato d’essere religione di poveri ignoranti, si rifaceva un pedigree culturale prendendo a prestito le immagini altrui. Analogo discorso per il bucolico pastore crioforo divenuto il buon pastore evangelico o l’aver messo in cattedra San Pietro, come si conveniva ad un vero magister dell’antichità.

Pastore crioforo, III sec. d.C., Roma, Musei Capitolini

Così per le reliquie: bastava raffigurassero l’oggetto di fede ricordandone la forma. Ciò spiega la diffusione in tutta Europa di decine di sacre spine, chiodi e frammenti lignei della vera croce, che messi insieme farebbero probabilmente l’equivalente di un bosco. Certo è un concetto di autentico simbolico diverso dal nostro modo razionale d’intendere: gli edifici della Terra Santa, ad esempio, sono stati riprodotti in Europa rispettando la pianta più che l’alzato.

Ma per tornare all’oggetto di questa breve indagine, i rapporti e i prestiti tra mitraismo e cristianesimo, l’argomento è vasto e richiederà almeno un altro approfondimento. Per ora segnalo alcuni testi per una bibliografia minima: Franz Cumont, Le religioni orientali nel paganesimo romano (Bari, 1967, postumo, 1a ed. Paris, 1906) e The Mysteries of Mithra (New York, 1956, postumo); Georges Dumézil, Mithra-Varuna, essai sur deux représentations indo-européennes de la Souveraineté (Paris, 1940 e 1948, 2a ed. accresciuta); Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni (Torino, 1954); Maarten J. Vermaseren, Mithra, The Secret God (New York, 1963) e con M.J.Van Essen, The exscavations in the Mithraeum of the Church of Santa Prisca in Rome (Leiden, 1965); Hans Peter L’Horange, L’impero romano dal III al VI secolo, forme artistiche e vita civile (Milano, 1985); Federico Zeri, Orto aperto (pg. 17-46, Milano, 1990) e, postumo, L’arco di Costantino. Divagazioni sull’antico (Ginevra-Milano, 2004, su un ciclo di lezioni del 1989); Carlo Pavia, Guida dei Mitrei di Roma Antica (Roma, 1999); Ivana Della Portella, Roma sotterranea (Verona, 1999); David UlanseyI Misteri di Mithra (Roma 2001); l’antologia a cura di Paolo Scarpi e Benedetta Rossignoli, Le religioni dei misteri, Vol.I-II (Farigliano, Cn, 2002); Paolo Liverani, Giandomenico Spinola, Pietro Zander, Le necropoli vaticane. La città dei morti di Roma (Milano-Città del Vaticano, 2010).

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“Pilato lo interrogò: Sei tu il re dei Giudei? Ed egli rispose: Tu lo dici.” (Luca, 23,3)

In questa risposta c’è tutto l’ebraismo di cui solo un grande rabbi avrebbe potuto essere capace, sapendo di giocare così la propria vita. Per chi (come me) crede quel signore il Signore, domani si celebra la sua Resurrezione, evento centrale per ogni cristiano.

Ma ritenendo giusto lasciare al privato le questioni di fede e adottare quale unica bussola per la cosa pubblica la laicità, mi limito qui a segnalare un saggio storico artistico assai gradevole, Il volto di Gesù, storia di un’immagine dall’antichità all’arte contemporanea di Flavio Caroli (Mondadori, Milano 2008), e a suggerire una riflessione sul silenzio del sabato santo, quello che segue alla morte, il giorno più in ombra e forse il più difficile dei tre: la cifra medesima di certe pagine di Simone Weil o di alcuni versi sacri di John Donne o dell’ultimo cinereo Lorenzo Lotto (Presentazione al Tempio di Loreto) o, ancora, delle nature morte musicali del sacerdote bergamasco Evaristo Baschenis, che da ragazzo vide la peste del 1630 flagellare la sua città: la polvere, gli strumenti muti, il profumo inerte del legno, i drappi rossi e neri come scuro è lo sfondo dei suoi quadri, danno l’atmosfera esatta di qualcosa che si è fermato, qualcosa da cui è per ora assente la vita e il suo spirito, del sonno immobile precedente la Pasqua.

PS. “Quid est veritas?” domanda sempre Pilato (a lui, a noi, a se stesso): “Est vir qui adest” è l’anagramma risposta dell’ateo Luigi Pintor.

Evaristo Baschenis (1617-1677), Strumenti musicali, Coll. priv.

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