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Raymond Carver (1938-1988)

Raymond Carver (1938-1988)

Alle spalle, a volte, ci prendono i ricordi. Il che non è necessariamente un male. Fa parte della natura stessa del ricordare, essere sorpresi e così sospesi. Leopardi ci ha speso più di qualche idillio struggente e Proust ci ha costruito un monumento con alcune pagine davvero indimenticabili.

Che cosa è mai l’uomo, già, che cosa?

Viene a me naturale, da anni o da sempre, passare parole, immagini, musiche ad amici, conoscenti, colleghi che spesso ricambiano reciprocamente, perché non si può non restituire condividendo ciò che ci ha fatto bene, laddove questo bene vuol dire non solo consolazione ma anche dolore da affrontare o con cui confrontarsi. Comunque porsi domande e nulla di questo bene lasciare inerte.

A questi passaggi fondamentali fra esseri umani, Pennac ha dedicato la lectio magistralis della sua recente laurea honoris causa in Pedagogia a Bologna.

Mi è capitato di passare solo due o tre volte in tutto i versi di una poesia di Carver che pure amo molto e che da tempo conservo nella mia babelica scatola-biblioteca di fogli sparsi. Perché non l’ho fatta circolare di più? Certo, bisogna trovare le persone adatte, ma non è solo quello. L’ho capito di recente. Ero in libreria per acquistare un testo che non ho poi trovato e come capita assai spesso ne ho adocchiato un altro che neanche sospettavo fosse stato pubblicato (i miei scaffali sono per la maggior parte pieni di incontri cartacei casuali). In questo caso si trattava del volume che raccoglie tutte le poesie di Raymond Carver. Apro la trovo lo faccio mio. E lì arriva il fulmine del ricordo. Avevo dimenticato chi me l’aveva regalata anni fa. Erika. Capelli neri, occhi chiari, velo di efelidi su pelle di latte e una santa voglia di ridere, di scherzare su tutto, di prendersi con la grazia della leggerezza e di riuscire a tirare fuori dall’altro, da me, altrettanta gaiezza. Che intese a volte nella vita. E l’attrazione fisica nulla c’entra, per quanto. Semplicemente è altro il livello.

Ci siamo persi poi. Senza dolore o strappi. Succede. Di lei mi era rimasto solo il foglio di Carver che mi lesse un giorno, tanto di quel tempo fa da non riuscire più a collegarlo di primo acchito a chi me lo aveva regalato. Era rimasta, questo sì, la consapevolezza inconscia che quella paginetta era misteriosamente preziosa e andava come protetta, non diffusa. Era qualcosa di mio, di privato. Non so se vi è mai capitata una sensazione simile. Invece, improvviso, col libro tra le mani ecco il suono della sua risata tornare nel mio orecchio.

Oggi ho fatto pace con quel bel ricordo e ho deciso di liberarlo, di pubblicarlo insieme ai versi di Carver. Vi diranno qualcosa o forse nulla. Ma ora sono anche vostri.

Raymond Carver e Tess Gallagher

Raymond Carver e Tess Gallagher

DOVE L’ACQUA CON ALTRA ACQUA SI CONFONDE

Adoro i torrenti e la musica che fanno.
E i ruscelli, nelle radure e nei prati, prima
che diventino torrenti.
Forse li adoro soprattutto
per la loro segretezza. A momenti dimenticavo
di dire qualcosa sulle sorgenti!
Può esserci una cosa più meravigliosa di una fonte?
Ma anche i grandi corsi d’acqua hanno il loro cuore.
E i luoghi in cui confluiscono nei fiumi.
Le foci aperte dei fiumi che sfociano nel mare.
I luoghi dove l’acqua con altra acqua
si confonde. questi luoghi mi si stagliano
nella mente come luoghi sacri.
Ma questi fiumi lungo la costa!
Li amo come alcuni amano i cavalli
o le donne affascinanti. ho un debole
per questa acqua veloce e fredda.
Mi basta guardarla perché il sangue scorra più veloce
e un brivido mi percorra la pelle. Potrei stare
a guardarli per ore questi fiumi.
Non ce n’è uno che somigli a un altro.
Oggi compio quarantacinque anni.
Chi ci crederebbe ora se dicessi
che una volta ne avevo trentacinque?
E che avevo il cuore freddo e vuoto, a trentacinque anni!
Sarebbero passati altri cinque anni
prima che ricominciasse a scorrervi del sangue.
Mi prenderò tutto il tempo che voglio oggi pomeriggio
prima di lasciare questo posto accanto al fiume.
Mi piace amare i fiumi.

Amarli a monte fino
alla sorgente.
Amare tutto quello che mi fa crescere.

Raymond Carver (1938-1988), da Racconti in forma di poesia (Where Water Comes Together with Other Water, 1985), in Raymond Carver, Orientarsi con le stelle – Tutte le poesie (Roma 2013, titolo orig. All of Us, 1996).

Ps. Non so per quali strane associazioni sinaptiche, ma questi versi mi fanno venire alla mente la Sonata in La maggiore KV 331 di Mozart, in particolare le prime delicatissime note qui suonate con la grazia irraggiungibile della semplicità dal maestro Aldo Ciccolini. E ora provate a rileggerlo Carver con questo accompagnamento, poi a occhi chiusi o completamente aperti lasciate che le parole scorrano via e sia solo la musica.

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Be italian: cosa contraddistingue questo “essere italiano”?

Leopardi, come sempre lucido e acuto, nel suo celebre (e inedito sino a inizio ‘900) Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani tratteggia in pagine memorabili i non pochi vizi endemici che caratterizzano le italiche genti di qualsivoglia ceto siano: volgarità, ignoranza e fanfaronate annesse, chiacchiericcio, superstizione e, insomma, il vacuo nulla che permea i cosiddetti salotti buoni quanto i più sordidi rioni periferici.

Fortunatamente non siamo solo questo. L’avessimo dimenticato, viene a ricordarcelo il novello anonimo intellettuale che si cela dietro lo pseudonimo di Detlef Holz, nom de plume già adottato da Walter Benjamin per la sua antologia epistolare di grandi Uomini tedeschi, non a caso pubblicata nel ’36, come a testimoniare il divario spaventoso fra cosa era stata la sua amata Patria (e sarebbe forse ancora potuta essere) e cosa invece s’era ridotta con l’abominio nazista.

Walter Benjamin (1892-1940)

Con le dovute differenze, nel primo smarrito anno del disastro postberlusconiano e con tutte le gravi incertezze che ancora pesano sul futuro italiano, ecco pubblicata una raccolta analoga, Uomini italiani (Nino Aragno Editore, Torino 2012): “Le lettere che compongono questo libretto coprono un secolo. Vanno dal 1760 al 1859. L’ultima sfiora l’Unità d’Italia. Gli autori delle lettere sono tutti italiani, con qualche curiosa anomalia. E nel bene e nel male, alla prova delle loro opere, quasi tutti letterati. Sono italiani a cui sarebbe piaciuto, alcuni non confessandolo, d’avere una patria, un paese in cui riconoscersi. L’unico comune denominatore era la lingua. Non poco. La declinavano secondo individual gusto e stile. Agli autori delle lettere, salvo dichiarate eccezioni, non credo interessasse definire geograficamente i confini di un paese. La loro nazione era la lingua italiana.”

Così il misterioso Holz italiano nella breve premessa. Le lettere? Si va da quelle di figure oggi dimenticate come Frugoni e Baretti, agli sfoghi del povero vecchio Casanova a Dux , dalle amicizie di una vita (Manzoni e Rossari, Pellico e Foscolo), alle pagine spassose di Alessandro Verri che narra al fratello Pietro del lamentosissimo comune amico Cesare Beccaria, che, accompagnato a Parigi dal nostro per promuovere il suo Dei delitti e delle pene, non vedeva l’ora di tornare a casa, o, sempre stando in ambito milanese, le altrettanto divertenti parole di Tommaso Grossi all’amico e maestro Carlo Porta (davvero capaci di cogliere il lato comico assurdo della vita questi meneghini, come sopra a tutti farà poi Gadda nel ‘900), sino alla proposte commerciali di uno spiantato Foscolo, ai no gentili ma fermi del Canova al suo biografo non autorizzato Tambroni e allo stampatore Stella,  passando per le questioni linguistico letterarie di Di Breme, Giordani, Leopardi e Vieusseux, sino alle più patriottiche che vedono coinvolti Teresa Confalonieri Casati vanamente supplice per il marito Federico presso l’imperatore asburgico Francesco I, o Luigi Settembrini e Cavour scriventi a un grande italiano Antonio Panizzi, che tanta importanza ebbe per la cultura inglese e qui giustamente e doverosamente ricordato, come lo squisito marchese Gian Carlo Dinegro, citato con affetto anche da Stendhal.

Alla fine, ogni lettera, dotata di un’efficace e sintetica nota introduttiva, si lega alle altre proprio grazie alla lingua, questa benedetta preziosa lingua (valga imperituro il monito morettiano da Palombella rossa: “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”), che fuor d’ogni retorica ci ha fatto da coscienza e spirito nazionale ben prima che fosse anche solo possibile immaginare una nazione italiana unita politicamente, come aveva del resto ben capito padre Dante quando nel latino del suo De vulgari eloquentia si proponeva di “mescere le cose migliori per farne bevanda di idromele dolcissimo”, ovvero affermare la nuova lingua e le sue possibilità, il volgare (illustre), il nostro bellissimo, quand’anche inattuale, italiano.

Nino Aragno Editore – Detlef Holz: Uomini italiani

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Tutt’ad un tratto, una botta di retorica?

No, sono sincero: buon compleanno Italia! E non per dimostrare il valore storico dello stato unito in polemica coi leghismi, coi pericolosi secessionismi nordisti o i ridicoli neoborbonici, etc., etc.

Un augurio schietto, di cuore e non dovuto, o avrei parlato d’altro. È bello essere, sentirsi italiano almeno una volta ogni 150 anni! Ma sono felice d’esserlo ogni giorno, nonostante… gli italiani, o almeno certi italiani… scherzo, ma non troppo.

Leggere i libri inchiesta di Rizzo e Stella, come l’ultimo, Vandali (Milano 2011), sul disastro in atto contro il nostro patrimonio culturale, di cui la “bondeide” col suo totale disinteresse e passività non è che il capitolo più recente di uno sfascio pluridecennale (e probabilmente il seguito sarà l’agghiacciante Galan), o La colata (Milano, 2010) di Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Giuseppe Salvaggiulo, edito da Chiarelettere, casa editrice benemerita, coraggiosamente specializzata nelle denunce di ogni scempio italico, in questo caso sullo stupro paesaggistico e ambientale inaudito che, ad esempio, fra il 1990 e il 2005 ha portato alla cementificazione di 3,5 milioni di ettari, una superficie superiore a Lazio e Abruzzo, leggere certe cose dicevo, provoca uno sconforto (ma siamo davvero così indegni del nostro grande Paese, così privi di amore per Esso?), un attacco di bile e una rabbia tali che… meglio soprassedere per oggi. Tacere mai.

Non scriverò sulla storia della bandiera, né farò l’apologo dell’inno nazionale, non citerò nessun articolo della nostra pur bellissima Costituzione repubblicana, né i pensieri di Gramsci o Calamandrei, di moda ultimamente, ma almeno sono ricordati com’è giusto che sia, né racconterò aneddoti sui padri della patria, Cavour, Cattaneo, Mazzini, Garibaldi o altri eroi anche anonimi (non ultimi quei poveri cristi dimenticati delle trincee del ’15-’18, o, con le dovute proporzioni, quanti oggi pagano le tasse, fanno il loro dovere, qui studiano o rischiano realizzando onestamente un’impresa sul territorio o da dipendenti tengono in piedi famiglie o se stessi e sono sottopagati, sottostimati, precari, in cerca di lavoro, cassaintegrati, ma resistono e affrontano ogni giorno le trincee della vita senza mollare, alla fine), né vi comunicherò le ragioni numerose del mio disprezzo per i Savoia, incluso Vittorio Emanuele II, che galantuomo non fu affatto (salverei giusto l’ultimo sfortunato re d’Italia, Umberto II, ma i suoi eredi…): mi limito a constatare che quand’ero bambino, venti-venticinque anni fa (al momento ne ho trentadue), sarebbe stato impensabile dir male di alcuno di loro, erano una sorta di santi laici, sicuramente con un eccesso di piaggeria storica… oggi (ma i primi pamphlets circolavano già da metà anni ’90, poi il diluvio) si è scaduti nell’esagerazione opposta, addirittura coi fantocci di Garibaldi bruciati fuori dalle discoteche: proprio non se lo merita. Ci credeva, lui.

Fortunatamente ci sono libri per il grande pubblico, pochi ma buoni, che rivalutano senza incensare e con equilibrio il Risorgimento, a cura di giornalisti attenti come Massimo Gramellini (La patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita, Milano 2010, scritto col grande Carlo Fruttero) o Aldo Cazzullo (Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia, Milano 2010).

A ben vedere, la nostra unità poteva essere fatta meglio, ma è andata così: sta a noi raccoglierne l’eredità storica (che a livello identitario comincia ben prima dell’’800, coi grandi di ogni tempo e ambito che tuttora fanno l’orgoglio d’Italia nel mondo), raddrizzarla, farla fruttare, anche con un federalismo purché condiviso, che responsabilizzi le Regioni e ne rispetti le differenze, i dialetti ad esempio, ma non solo, senza scendere nella coglioneria più ottusa, al capo opposto ed equivalente del fascismo che voleva la traduzione, l’italianizzazione di ogni parola estera e la messa al bando di ogni localismo: per la gioia dei lettori consiglio Gran Circo Taddei (Palermo 2011), l’ultimo Camilleri, in particolare il racconto che dà il titolo al libro, o uno qualsiasi dei testi ripubblicati di Gian Carlo Fusco, ad esempio Le rose del ventennio (Palermo 2000).

Oggi, 17 marzo 2011 per la prima volta esporrò il tricolore alla finestra: mi va. E andrò a procurarmi la nuova edizione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi, edita quest’anno da Bollati Boringhieri, coi Pensieri di un italiano d’oggi di Franco Cordero.

Infine, essendo un genetliaco importante e simbolico, desidero dedicare una canzone alla diretta interessata: già, ma quale? Un’aria classica del povero Beppino Verdi, ormai appannaggio delle capre celtico-padane, o l’ufficialità (almeno in origine) commossa di Mameli-Novaro (magari nella versione femminile dello spot Calzedonia 2009 che tante polemiche, fastidiose e inutili come sempre, ha suscitato e che io ho trovato bellissimo)? Meglio le note cantautorali ed accorate di De Gregori, Gaetano, Battiato, Gaber e Tricarico o quelle nazionalpopolari di Cutugno e Reitano?

Il mio sentire spingerebbe verso due gioielli recentissimi che sono anche fotografie esatte dell’Italia d’oggi: Precario è il mondo di Daniele Silvestri e AAA Cercasi di Carmen Consoli (di cui senza pudore confesso di essere innamorato: mia moglie spero mi perdonerà!).

Ma credo sarebbe brutto presentarsi al compleanno di qualcuno e dire: sì, tanti auguri alla vecchia, ma è zoppa, cieca, pure un poco sorda… povera Italia! Che poi vecchia non è, ma giovanissima e forse proprio per questo si presenta così ai suoi primi centocinquanta, in preda a furori adolescenziali…

Oggi è festa: le dedico Meraviglioso del grandissimo Modugno.

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Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello!” Dante Alighieri,  Purgatorio, Canto VI, 76-78

Si è dato conto nel post precedente della memoria dovuta ad un grande italiano, Vittorio Foapater patriae senza ombra di retorica, figura intellettualmente onesta della sinistra non comunista.

Dunque una voce tuttora di riferimento, se fosse ascoltata dagli amorfi, quando non conniventi, PD e sindacati vari, in un frangente della nostra democrazia così buio come quello attuale, quando più che mai occorrerebbero coesione, voci unite e concretezza di proposte sul lavoro, il welfare, la maledetta precarietà (benedetta da quasi tutta questa classe politica e vigliaccamente battezzata col nome di un morto ammazzato, Biagi, che non aveva terminato né così pensato la legge che porta il suo nome), la tassazione e la riforma fiscale, il rilancio economico e d’immagine della nazione, le agevolazioni connesse per dare ossigeno alle imprese, ma anche pene certe e severe sull’evasione fiscale, le liberalizzazioni non selvagge, l’energia, la sanità, la famiglia tradizionale e non (e certo non quella dei blabla di convegni e family day, spesso promossi da gente indegna), l’istruzione ormai allo sbando (salvo i fondi abbondantemente elargiti per le scuole private), la ricerca azzerata dai tagli, i disgraziatissimi beni paesaggistici e culturali (più che emblematico l’ultimo crollo pompeiano, ovviamente sine culpa), cinema, teatro e cultura in generale vilipesa (del resto Bondi è un nulla e per Tremonti tutto ciò è men che inutile), il ritiro troppo a lungo rimandato dall’Afghanistan (ma qualcuno ha calcolato le spese per la Difesa degli ultimi dieci dodici anni, senza contare le perdite umane, civili e militari? Mentre in patria le forze d’ordine non hanno benzina, sebbene i politici non si neghino le scorte…), una legge elettorale non liberticida (ma quale partito la vuole veramente?), l’immigrazione, un federalismo equo e ragionato, la gestione rifiuti e dei problemi del Mezzogiorno, mafie anzitutto, etc., tutti frammenti di un Paese bloccato, specchio di un governo inerte, assente, incapace d’ogni agire nonostante la maggioranza schiacciante del 2008, essendo il suo capo sotto “ipnosi giudiziaria”, come l’ha denominata Paolo Mieli, e da anni ormai, per cui al volgo non spetta che “godersi” gli stacchi pubblicitari di Montecarlo, delle feste con le escort (ma non si chiamavano prostitute?), o del delitto della settimana, tutto pur di distrarre dagli impegni presi, dai problemi non risolti e cumulati.

Ma la responsabilità di questa impasse disastrosa è da attribuirsi anche alle mancanze della sinistra (dalla mai pensata legge sul conflitto d’interessi quand’era al governo per ben due volte, all’assenza di una ventina di deputati PD, grazie a cui è passato il famigerato scudo fiscale tremontiano del 2009 in favore dei grandi e grandissimi evasori, mafiosi inclusi, a numerose altre occasioni perse), che paralizzata dalla visione del proprio ombelico non trova soluzioni alternative serie da opporre ad una crisi economica devastante, al populismo ipocrita che impera e a cui compartecipa, alla notte di ogni etica, all’arroganza senza ritegno anzi alla violenza della politica, alla corruzione e al degrado dilaganti, trasversali (La casta di Stella e Rizzo è un must), oltre al connesso svilimento della magistratura, atto pericolosissimo, ormai quotidiano, cui si assiste come impotenti di fronte a certa maggioranza, al governo e ai media pubblici e privati direttamente loro rispondenti e asserviti.

Ora, di fronte a questo “regime di seduzione”, secondo la definizione dello storico Adriano Prosperi, autore della raccolta recente Cause perse (Torino, 2010), di fronte a sollecitazioni comunque positive sia all’interno del Partito Democratico, dove pure ci sono persone capaci (si pensi alle iniziative di quest’ultimo week-end del sindaco di Firenze Matteo Renzi), che in zone limitrofe (Vendola, il Movimento 5 stelle, il Popolo Viola), cosa fa il PD?

Alle regionali in Piemonte accusa Grillo e i suoi di avergli sottratto voti (come Di Pietro alle ultime politiche, del resto), anziché fare autocritica e capire perché quegli elettori delusi non possano né vogliano più votare PD: esattamente come si comporta il grande, si fa per dire, demagogo: è colpa dei comunisti, della stampa, della televisione, dell’Europa, delle toghe rosse, di Fini, dei propri coordinatori, mai una responsabilità propria. E chi non lo vota, è un “coglione”, ricordate?

Intanto s’avanza la Lega, questa sorta di nuova DC razzista, calata tra le valli, nella pancia delle valli, e dove arriva piazza i suoi in barba alla meritocrazia tanto sbandierata: la vicenda del “Trota”, neo consigliere regionale in Lombardia (come la Minetti, già igienista di Mr B., per il Pdl, ma i casi sono migliaia, essendo la norma, e in tutti gli schieramenti politici), è più che esemplare in questo senso. E poi continuare a urlare “Roma ladrona” o rinverdire battute tristi come SPQR, avendo propri ministri al governo, credo debba procurare ai dirigenti leghisti una sorta di libidine da fessaggine e creduloneria del proprio elettorato quasi senza pari.

Intanto, così temporeggiando, il PD, che negli anni ha cambiato molti nomi e nessuna faccia, ha definitivamente perso quasi per intero il nord del Paese, abbandonando amministratori capaci come Illy, Cacciari, la Puppato e Chiamparino, e da Roma, sostanzialmente, tacendo. Ogni tanto balbetta, quando proprio non può farne a meno perché l’ultimo bunga bunga di Mr B. è sotto gli occhi di tutti, ma resta vuoto come un guscio di noce, com’è nella sua natura del resto e laddove governa da decenni ininterrottamente, avendo creato una rete (come a Ravenna, ma sarà argomento di un altro post), non si comporta diversamente dal fintamente criticato Pdl o, si sarebbe detto in altri tempi, come nella vecchia, immarcescibile trinariciuta tradizione  baffoncomunista: tutti zitti, qui comando io, il Partito coi suoi vertici, so io chi va messo sulle poltrone e il resto del popolo… eseguire e basta! Avete presente le foto di Stalin sul podio coi suoi (lì almeno, ogni tanto, ne scompariva qualcuno “purgato”) e sotto migliaia di cittadini-compagni a sfilare.

Una strategia assai ben capita dall’imprenditore Berlusconi, che, in più, sa come indorare la pillola, anzi renderla vendibile, appetibile, richiesta: come ha intelligentemente spiegato Beppe Severgnini in La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri (Milano, 2010), egli è un grande assolutore: hai frodato il fisco? E che sarà mai… Hai violato una delle tante, troppe leggi? E che sarà mai… Sei andato con una minorenne o hai usato il sesso per fare carriera? E che sarà mai… Stracquadanio, deputato Pdl, docet (mentre se sei gay il problema c’è, dice il Premier, non potendo fare a meno delle sue irresistibili battute). Bisogna pur godersela la vita, no? Non come quei tristi comunisti…

A tutti dispensa ciò che più desiderano, l’assoluzione, non la soluzione: così ogni freno è saltato. Persino i cardinali giustificano le sue bestemmie e da pluridivorziato lo comunicano. Pazienza per chi non sa approfittarne.

Certo, ogni tanto qualcuno tira fuori del marcio vero, come l’ottimo Report di Milena Gabanelli sull’affaire Antigua, lo scorso 17 ottobre… Masi e ma no, si vedrà di farla tacere (basti vedere le vicissitudini per la messa in onda di Vieni via con me: a proposito, splendido l’intervento di Saviano su “Falcone e la macchina del fango” e visto lo share ottenuto dalla trasmissione, ci sarebbe molto da discutere sul fatto che gli italiani vogliono solo tv spazzatura e reality).

C’è un rimedio possibile, ipotizzabile a questo precipitare che pare senza soluzione di continuità, anche per scongiurare che, alla vigilia del 150° dell’Unità, l’Italia si spacchi in due, tre, cinque, venti pezzettini malridotti e difficilmente ricucibili? Sì, auspicabile quanto meno: ripeto, la responsabilità e l’inazione del maggior partito d’opposizione sono grandi: quando capiranno di non contentarsi del disco rotto e vacuo dell’antiberlusconismo, palliativo ormai consunto, e, anziché proporre nuovi fallimentari ulivi (ancora altre sigle? Pure vecchie…), renderanno noto cosa vogliono seriamente fare in merito ai problemi gravissimi di questo assai malconcio Paese (e solo un amore altrettanto disperato mi spinge a esprimermi così), coalizzando in un programma vero gli sforzi riformisti, con alternative plausibili e ben comunicate, finalmente Mr B. apparirà agli italiani, certo non a quelli che ne ricevono benefici e prebende, ma a tutti gli altri (e sono la maggioranza da riconquistare), per quello che è: un satiro invecchiato, corrotto, ricco certo, ma solo, un Hook spielberghiano imparruccato e truccato per nascondere gli anni, amico, ça va sans dire, di altri pirati quali Bush jr, Putin, Lukašenko e Gheddafi, e terrorizzato dalla giustizia famelica del coccodrillo.

Certo, per fare questo c’è bisogno di un atto di coraggio da parte della dirigenza attuale del PD: mettersi definitivamente da parte (come già richiesto otto anni fa a Piazza Navona dal regista Moretti e dai girotondisti). Contentarsi di consigliare eventualmente e nulla più, come gli ex leader di tutte le democrazie occidentali che sono davvero tali.

Così forse questa favola brutta, durata anche troppo a lungo, potrà avere una fine e ricominceremo a sognare, a costruire la realtà.

Ps. . Il senso delle opinioni espresse in questa pagina non vuole essere la rassegnazione alla denuncia qualunquista. Certo, toccando tanti e tali argomenti, il rischio della retorica da bar c’è. Ma le sono superiori e credo, spero, siano emerse chiaramente, la rabbia e lo sdegno, soprattutto la voglia di cambiare, animata dal mio essere e pensare da libero, forse sbagliando, ma senza tessere o mani da dover baciare.

Né la conclusione voleva essere bonariamente e ingenuamente speranzosa circa le virtù civiche nostrane: secolare è la tradizione amorale italica, favorita anche dalla gerarchia ecclesiastica, come ricordato più e più volte da Dante a Machiavelli, da Guicciardini al Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani e così via, dal sistema clientelare dell’antichità a quello fascista, sino ai giorni nostri telecratici. Eppure, non si può tacere, se non per speranza, per disperazione.

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