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Dino Campana (Marradi, 1875 – Castel Pulci, Firenze, 1932)

Come ogni anno da quarantanove a questa parte, durante le domeniche di ottobre a Marradi si svolge la Sagra delle Castagne in cui il gustoso frutto invernale si può trovare preparato in ogni modo possibile (specie in forma di dolci), un po’ come i gamberi del buon Bubba in Forrest Gump.

Marradi è un paesino dell’Appennino tosco-emiliano, provincia di Firenze, e ha dato i natali ad uno dei poeti più grandi e disgraziati del ‘900 italiano: Dino Campana (1885-1932).

Venendo dalla stazione, prima di traversare il ponte sul Lamone ed entrare nel centro cittadino vero e proprio, si incontra la casa dei Campana ancora di proprietà degli eredi, le figlie e i nipoti del fratello di Dino, Manlio. È facile immaginare il poeta in quell’abitazione mentre corregge con furia o scrive con altrettanta passione alcune delle sue pagine più belle.

Casa Campana a Marradi (FI)

Una delle due lapidi commemorative sulla facciata di Casa Campana a Marradi

La seconda lapide commemorativa coi versi del poeta sulla facciata di Casa Campana a Marradi

A questo proposito, è nota la vicenda del suo celebre e sfortunato libro di versi e prose liriche, Canti orfici: consegnato a Soffici e Papini presso la redazione fiorentina de Lacerba nel dicembre del 1913, il manoscritto (che si intitolava Il più lungo giorno) viene perduto in un trasloco dallo stesso Soffici e ritrovato solo nel 1971 (!) da sua figlia Valeria. Fu il poeta Mario Luzi a darne notizia ufficiale sul Corriere della Sera del 17 giugno di quell’anno.

Perché Campana andò nel capoluogo toscano per tentare se non il successo almeno il giusto riconoscimento letterario?

Ora bisogna sapere che la Firenze di inizio ‘900 era la vera capitale culturale d’Italia: basti elencare alcune delle riviste lì edite, La Voce di Prezzolini e l’altra sua avventura con Papini, il Leonardo, Il Marzocco dei fratelli Orvieto, Lacerba appunto di Soffici e Papini, e dal ’26 anche Solaria del Carocci, per non dire del mitico Caffè delle Giubbe Rosse nell’attuale Piazza della Repubblica, luogo d’incontro prediletto di moltissimi artisti e letterati del tempo, alcuni dei quali come Montale, Pratolini, Alfonso Gatto, Rosai, Papini, insieme al ministro fascista Bottai, parteciparono al funerale dello stesso Campana[1], morto il primo marzo del’32 di setticemia dopo un’agonia di ben sei ore per essersi ferito col filo spinato del muro del manicomio di Castel Pulci, da dove pare avesse cercato di fuggire e dove era rinchiuso sin dal gennaio del 1918, in seguito alla fine della burrascosa relazione con Sibilla Aleramo. Si erano incontrati nell’estate del ’16, quando scrive lei “eravamo due cose d’oro”, ma ben presto il loro rapporto prese una piega strana, quasi di fuga reciproca e a tratti disperata: significativo il loro epistolario, con le lettere sempre più deliranti di Campana sino al suo internamento definitivo.

Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio, Alessandria, 1876 – Roma, 1960)

Tornando agli Orfici, il poeta non si diede per vinto e, capita l’antifona già nei primi mesi del ’14 dopo aver invano richiesto la restituzione del manoscritto a Papini e Soffici, ricostruì il testo (sicuramente maledicendo i due distratti “sciacalli del cupolone fiorentino ” intenti come altri a fare le “le puttane sul palcoscenico alla serata futurista” del 12 dicembre del ’13 al Teatro Verdi e così dimenticandosi chissà dove i fogli campaniani ricevuti lo stesso fatale giorno). Ora, questa riscrizione non avvenne a memoria, come leggenda tramanda, ma probabilmente aiutandosi con appunti e note e brutte copie laddove Campana ne aveva serbate[2]. Certo, anche in questo caso, l’accaduto non deve aver giovato alla già instabile salute mentale del nostro, il cui primo ricovero in manicomio risale al 1906.

Così, grazie all’aiuto di qualche decina di paesani, nell’estate dello stesso ‘14 fa stampare il libro (in carta poverissima, in verità) col nuovo titolo Canto orfici dal tipografo marradese Bruno Ravagli, teoricamente, da contratto, in mille copie.

Palazzina già sede della tipografia Ravagli a Marradi (FI)

Lapide commemorativa della tipografia Ravagli dove fu stampata la prima edizione dei Canti orfici di Campana nel 1914

In realtà furono molte meno: Campana non aveva un soldo e Ravagli stampò solo qualche centinaio di copie, forse sei o settecento[3]: circa quattrocento le aveva prese il poeta negli anni tentando di venderle a Firenze o dove capitava. Le rimanenti, circa duecentodieci, le ritirò su sua richiesta il fratello Manlio direttamente dal tipografo e le depositò nella casa di famiglia a Marradi, dove furono poi bruciate da ignari soldati inglesi che avevano scelto quell’abitazione come rifugio durante l’inverno del ’44-’45, e che come ogni inverno marradese non deve essere uno scherzo.

Oggi per acquistare una delle poche copie sopravissute dell’edizione del ’14 occorrono non meno di seimila euro.

Fortunatamente è possibile leggere e conoscere l’opera di questo grande anche in edizioni economiche! E quella di Campana è lingua preziosissima, i cui echi dannunziani non illividiscono la sostanza tagliente e lucente dei versi (o delle prose), come di sassi di fiume levigati da secoli di acqua e luce feroci, benché spesso siano notturni i soggetti trattati. E mai manca in nessuna sillaba, in nessuna virgola la chimera più abbacinante di tutte, così spesso inseguita da Dino nei suoi anni giovanili in viaggi lontanissimi e irrequieti come la sua natura, dal Sud America al nord Europa sino a Odessa, e poi in lungo e largo per mezza Italia specie nel centro nord sino a murarsi vivo in manicomio: quella chimera ha nome libertà e la sua patria (ir)raggiungibile è nelle parole del poeta.

Barche amorrate

Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele!
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l’onda che ammorza
Ne l’onda volubile smorza…
Ne l’ultimo schianto crudele…
Le vele le vele le vele

Dino Campana, da Canti orfici, Marradi 1914 (Roma 2002)

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Pace non cerco, guerra non sopporto
Tranquillo e solo vo pel mondo in sogno
Pieno di canti soffocati. Agogno
La nebbia ed il silenzio in un gran porto.

In un gran porto pien di vele lievi
Pronte a salpar per l’orizzonte azzurro
Dolci ondulando, mentre che il sussurro
Del vento passa con accordi brevi.

E quegli accordi il vento se li porta
Lontani sopra il mare sconosciuto.
Sogno. La vita è triste ed io son solo.

O quando o quando in un mattino ardente
L’anima mia si sveglierà nel sole
Nel sole eterno, libera e fremente?

Dino Campana, da Quaderno, in Campana, Opere e contributi, a cura di Enrico Falqui (Vallecchi editore, Firenze 1973)

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Io povero troviero di Parigi
Solo t’offro un bouquet di strofe tenui
Siimi benigno a ai vivi labbri ingenui
Ch’io so, tremulo scendi o bacio e ridi.

Dino Campana, da Taccuini, abbozzi e carte varie, I, in Campana, Opere e contributi, a cura di Enrico Falqui (Vallecchi editore, Firenze 1973) 

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In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose


Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

(per Sibilla Aleramo)

Dino Campana, da Taccuini, abbozzi e carte varie, I, in Campana, Opere e contributi, a cura di Enrico Falqui (Vallecchi editore, Firenze 1973)

 

Centro Studi Campaniani “Enrico Consolini” – Marradi  

 


[1] Le ossa del poeta dal ‘46 riposano sotto una semplice lastra presso la chiesa di San Salvatore a Badia a Settimo (Fi), dopo che la cappella che le ospitava nella stessa chiesa venne distrutta dal crollo del campanile soprastante, fatto saltare in aria dai tedeschi in fuga nel ’44. Va infine ricordata la loro prima sepoltura nel ‘32 presso il cimitero di San Colombano, sempre presso Badia a Settimo.

[2] Cfr. Giampiero Mughini, La collezione (Torino, 2009), in particolare pag. 54-68, Un libro fatto per essere bruciato, il bellissimo capitolo dedicato a Dino Campana.

[3]  Ibidem.

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Giuseppe Arcimboldi, Il bibliotecario, 1562 ca., Skokloster Slott, Styrelsen, Stoccolma

Anni fa, rimasi male del fatto che a quasi nessuno degli amici cui l’avevo consigliato piacque quel piccolo gioiello che è Utz di Chatwin, in effetti diverso da altre cose sue.

Col senno di poi, capii che avevano ragione loro: non potevano amare la storia tragico-malinconica (e basata su fatti realmente accaduti) di quel povero collezionista di porcellane Meissen, stretto fra la morsa nazista prima e stalinista-sovietica poi, poiché la maggior parte di loro non era affetta da uno dei virus più incurabili che abbia mai infettato l’umana specie: il collezionismo. E collezionisti si nasce: il morbo può anche restare silente per anni e poi manifestarsi in tutta la sua inguaribilità.

Tutto può essere oggetto-feticcio da collezione: quadri, francobolli, monete, statue e stampe antiche o moderne, ma anche scarpe, tappi (ricordo che da bambino raccoglievo quelli dei succhi Valfrutta con le bandiere del mondo) e cavatappi, bottiglie della coca cola, pacchetti di sigarette, pipe, posacenere, lego e diolebenedica figurine, vestiti e gioielli, cammei, ma anche cartoline, come sa bene Enrico Sturani, il più grande, competente e divertente collezionista italiano (europeo? mondiale?) del genere: provate a leggere Cartoline. L’arte alla prova della cartolina (Barbieri Editore, 2010) o le esilaranti Memorie di un cartolinaro (Roma, 2004).

Carl Spitzweg, Il topo di biblioteca, 1850, Schweinfurt, coll. Georg Schaefer

Ma una delle peggiori tipologie di collezionista è quello di libri: ed è un attimo scivolare da bibliofilo a bibliomane, bibliofolle o addirittura bibliofago, come Johann Ernst Biren, che nel XVIII secolo da scrivano divenne duca di Curlandia e fu divoratore di carta in senso letterale, tanto da ispirare al Balzac delle Illusioni perdute, il capitolo Storia di un favorito (dello stesso autore, a proposito di collezionismo di dipinti, si ricordi il formidabile Il cugino Pons), e in tempi più recenti, una biografia da parte di Edgardo Franzosini, Il mangiatore di carta. Alcuni anni della vita di Johann Ernst Biren (Milano, 1989). Altro caso inquietante e realmente avvenuto è quello del parroco assassino Johann Georg Tinius, di cui è testimone il romanzo di Klaas Huizing Il mangialibri (Monaco, 1994, in it. Vicenza, 1996).

Di vicende legate alla bibliomania è ricca la letteratura di ogni tempo, da Luciano di Samosata a Cesare Beccaria, ma in particolare durante il XIX secolo numerosi sono gli autori francesi che vi si dedicano, dalla prima prova del giovanissimo Flaubert, Bibliomanie (1836), a Le Bibliomane di Charles Nodier (1831), dal Boulard bibliomane di Descuret (1841), a L’enfer du bibliophile di Charles Asselineau (1860), sino a La fausse Esther di Pierre Louÿs (1903).

Tornando al reale, non meno malato dell’immaginario letterario, che anzi sul dato reale si fonda e affonda l’inchiostro, sono testi godibilissimi le memorie di Via Ripetta 67. “Al Ferro di Cavallo”: pittori, scrittori e poeti nella libreria più bizzarra degli anni ’60 a Roma (Bari, 2005) di Agnese De Donato e La collezione (Torino, 2009) di Giampiero Mughini, in cui, come recita il sottotitolo, Un bibliofolle racconta i più bei libri italiani del Novecento, con pagine a dir poco commoventi (fra cui quelle su Dino Campana, stupende), libro dedicato a Roberto Palazzi (1946-2002), tragicamente suicidato otto anni fa, lettore onnivoro, libraio generoso, amico e maestro iniziatore di libri non solo di Mughini, ma di tantissimi altri, di tutti, come recita la dedica. Di questo grande sono stati raccolti e pubblicati poco tempo fa gli Scritti di bibliografia editoria e altre futilità (Macerata, 2008).

Filippo Tommaso Marinetti, 8 anime in una bomba, Milano,1919

Fra i suoi beneficiati, si trova ai primi posti Pablo Echaurren, romano benché figlio del cileno Sebastian Matta (al secolo Roberto Antonio Sebastián Matta Echaurren) e pittore a sua volta, autore di fumetti (Caffeina d’Europa. Vita di Marinetti, Roma, 2009) e della storica copertina di Porci con le ali, scrittore e marito della storica dell’arte e del futurismo Claudia Salaris, ma soprattutto e anzitutto collezionista, o meglio il collezionista di libri, plaquettes, manifesti e qualsiasi futurcellulosa partorita dai marinettiani:  fra le sue ultime perle, Nel paese dei bibliofagi (Macerata, 2010) è il coming out più fluviale e brillante che si possa avere da un bibliomane consapevolmente felice della propria mania, perché in sostanza, “il collezionista in genere, e quello di libri in particolare, è, senza appello, un tossico.” (Flaminio Gualdoni)

E come ogni tossico ha il suo pusher, così ogni bibliofilo-bibliofolle ha i suoi librai (spesso a loro volta intossicati dal “veleno” che vendono), contro cui combattere battaglie ferocissime e strategie che neanche Sun Tzu sui costi levitanti più di schiere di monaci buddisti, cui l’autore dedica strali spassosi (ai librai s’intende, non ai seguaci del mistico sorridente pluritrippe), poiché la carenza di pecunia è per ogni drogato l’incubo che prelude a crisi di astinenza insopportabili, alla perdita dell’oggetto tanto desiderato da scadere “nel fecale, nell’assolutamente anale”, poiché “senza lilleri non si lallera miei cari, e noi vollimo sempre vollimo lallerare, di molto assai.”

Tutto questo narrato nello stile libero, pirotecnico di Echaurren, fatto di suoni, neologismi, metafore, rime, assonanze, allitterazioni, onomatopee, doppi tripli sensi ed espressioni baroccofuturgaddesche, a mescolare-mascherare il vernacolo col linguaggio più intellettualmente chic, risultando così arguto e sempre assai competente (si veda anche il suo Futurcollezionismo, Milano, 2002), dando vita ad una scrittura “in movimento mentale perenne” talché “nessuno saprà mai se quell’errore è tale o è voluto, se il refuso che dopo l’ennesima lettura hai scovato è davvero un refuso o è il ghigno irridente di questo artista perenne e colto. E quindi lasci tutto com’è, non tocchi nulla perché potresti tu commettere un errore”, come scrive nella bellissima postfazione Annette Baugirard.

Ps. Parlando di libri, non si può alfine non segnalare per completezza, amore della materia trattata, brio di lettura e corredo iconografico di tutto rispetto, Una storia del libro. Dalla pergamena a Ambroise Vollard (Milano, 2008) di Flaminio Gualdoni.

Pablo Picasso, Ritratto di Ambroise Vollard, 1909-10, Museo Puškin, Mosca

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Emilio Villa (1914-2003)

“Riuscendo a fare il vuoto interno, a creare in sé uno spazio di digiuno, isolando il testo poetico mentalmente da tutto lo si percorre meglio nei suoi meandri.” (Guido Ceronetti)

Emilio Villa (Affori, Milano, 1914 – Rieti, 2003): la sua traduzione dell’Odissea (Parma, 1964) e L’arte dell’uomo primordiale, scritto negli anni ’60 e uscito postumo (Milano, 2005) con l’importante postfazione di Aldo Tagliaferri, il suo maggior studioso, sono stati i miei veicoli per l’incontro con questo genio, parola come si sa abusata, da centellinare, anche se, e senza pentimenti, è in questo caso più che opportuna.

Villa, ex seminarista, traduttore di lingue morte per lui vive, caratteri sumeri, ebraici, greci e latini, con i quali talvolta scriveva, alternandoli e mescendoli ai moderni francese (come al provenzale antico), inglese, portoghese, spagnolo, oltre che al milanese natio e all’italiano, al suo italiano, un code-switching/code-mixing scritto, originale e altro da Pound, Villa poeta e critico d’arte illuminato e illuminante per intuizioni e ponti solo a lui possibili, attraverso differenze di stili e di tempi degli argomenti e degli artisti scelti, dalla preistoria alla contemporaneità più stringente, inventore di cultura tout court nonché di riviste e plaquettes rarissime già all’atto di nascita, croce e delizia di bibliofili e bibliofolli, come fra le altre cose narra Giampiero Mughini in alcune pagine commoventi del bellissimo La collezione (pag. 258-264, Torino, 2009),  fece della parola il centro del suo laboratorio sperimentale, dandole, più che poté, spazio e linfa novissimi: “siamo ancora due solitarie sparsae sibille, io e te, che si/ specchiano in faccia, in feccia, in furia, in fauci inficiate/ come due angeli stupidi e assorti, angeli mutuae faciei./ In realtà non sappiamo dire cosa sia il dire,/ quid sit dicere.

Eppure Emilio Villa resta un mistero: conosciuto da tutti negli ambienti culturali, probabilmente invidiato e per certo isolato da questi, ma anche outsider per scelta, per natura direi: alla muffa ipocrita di tanta intellighenzia italiana, accademica, partitica e non, preferì sempre e sempre fu preferito dagli artisti, coloro che fanno senza necessariamente bisogno di parole, cui pensò lui nel fondamentale e plurilinguistico Attributi dell’arte odierna 1947-1967 (Milano,1970), il capolavoro.

È piuttosto raro trovare Villa in commercio, pur avendo prodotto una quantità considerevole di testi, almeno fino al 1986, data della paralisi, oltre la quale il silenzio.

Emilio Villa, pagina autografa

Certo è che lo stesso Villa faceva spesso uscire cose sue in numeri limitatissimi e serie semiclandestine, quasi sempre impreziosite da disegni e opere grafiche dei suoi amici artisti: Fontana, Manzoni, Castellani, Burri, Mirko, Novelli, Turcato, etc. Moltissimo poi è rimasto allo stato di manoscritto o dattiloscritto, come il progetto incompiuto di una vita, le parti tradotte della Bibbia, conservate insieme a numerose altre carte nel Fondo Villa presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, una delle motivazioni della mostra qui dedicatagli nel 2008, nell’ex Chiesa di San Giorgio, a cura di Claudio Parmiggiani (catalogo Mazzotta, Milano, 2008).

Quando si parla di critica nell’attività di Villa, non è da intendersi nell’accezione comune, ma come fatto d’arte sull’arte, ovviamente anni luce distante, anzi proprio cosa altra dal dannunzianesimo longhiano imperante all’epoca e in seguito attraverso la fungaia epigona.

Un’amica di questo blog (e splendida fotografa), Anna Marasco, laureatasi con una tesi dal titolo Emilio Villa e la ricerca dell’assoluto, mi disse: “Poche parole perché Villa non necessita di nessuno che parli per lui. Un genio. Probabilmente l’ultimo genio d’Italia. Un inclassificabile rabdomante nauseato dall’Italia e dalla sua classe accademica. Era troppo avanti, dunque inesorabilmente destinato all’oblio”.

Cara Anna, hai ragione quando dici che a Villa basta Villa, da cui l’imbarazzo iniziale anche mio per un semplice post, e hai ragione nel dire che era troppo avanti, ma sull’oblio voluto dall’ufficialità, perdura laddove è naturale che sia: Villa resterà, è già, specie per chiunque sia stato toccato dalla sua conoscenza, anche pochissimi, non importa, come dimostrano Il clandestino, la biografia dedicatagli da Tagliaferri (Roma, 2004) e il ricordo del poeta Nanni Cagnone su Le Milieu.

"Tutto è cominciato qui ma tutto finisce altrove, in qualche porzione di millennio", pannello a mosaico da alcuni versi di Emilio Villa, realizzato nel 1986 a cura dell'Istituto Statale d'Arte per il Mosaico G. Severini di Ravenna, attualmente collocato presso il MAR, Museo d'Arte della città di Ravenna


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