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Posts Tagged ‘giovanna vivinetto’

 

Finalmente anche la poesia transessuale ha una voce profondamente ispirata in Italia e in uno dei periodi più cupi, retrogradi, moralisti della sua recente storia repubblicana.

A proposito, sulle figure tristi, volgari, ignoranti, impreparate e orribili che popolano l’attuale governo gialloverde non aggiungo nulla: il loro berciare razzista e ottuso a 360° si commenta da sé (non ultimo caso, la distruzione del modello Riace) e, sono certo (mi auguro, voglio credere!), passerà presto. O il paese affonderà, anche economicamente.

Giovanna Vivinetto (Siracusa, 1994) ha pubblicato qualche mese fa Dolore Minimo (Interlinea, Novara 2018), sua opera prima dopo numerosi interventi su riviste e blog di poesia e critica letteraria autorevoli. Arricchito dalla prefazione di Dacia Maraini, da una nota finale di Alessandro Fo e inserito nella “Lyra giovani” a cura di Franco Buffoni, questo piccolo quanto stupendo libro si presenta con tutte le carte in regola per lasciare un solco di verità nella storia poetica italiana. Si tratta, insomma, di un capolavoro. Qualcosa di unico. Come non ne leggevo da tempo.

Dev’essere, Giovanna, anche una persona con cui parlare non lasci indifferenti. In attesa che ci siano nuovi incontri pubblici, non posso che consigliare a tutti questo suo percorso così intimo di vita e versi portati finalmente alla luce. Da diffondere e leggere ad alta voce. Oggi più che mai.

 

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A quel tempo ogni cosa
si spiegava con parole note.
Sillabe da contare sulle dita
scandivano il ritmo dell’invisibile.

Tutto era a portata di mano,
tutto comprensibile
e immediatamente dietro l’angolo
non si annidava ancora l’inganno.

La poesia era uno scrupolo
d’altri tempi, un muto richiamo
alla vera natura delle cose.
Così dissimulata da confondersi
con i palloni, con le bambole
dell’infanzia.

In quei tempi non c’erano disastri
da centellinare, difformità
da curare dentro abiti larghi,
padri da rifiutare e nomi
da pedinare in fondo agli stagni.

Finché non è arrivato il transito
a rivoltare le zolle su cui il passo
aveva indugiato, a rovesciare
il secchio dei giochi – richiamando
la poesia invisibile che mi circondava.

Non mi sono mai conosciuta
se non nel dolore bambino
di avvertirmi a un tratto
così divisa. Così tanto
parziale.

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Quando nacqui mia madre
mi fece un dono antichissimo,
il dono dell’indovino Tiresia:
mutare sesso una volta nella vita.

Già dal primo vagito comprese
che il mio crescere sarebbe stato
un ribelle scollarsi dalla carne,
una lotta fratricida tra spirito
e pelle. Un annichilimento.

Così mi diede i suoi vestiti,
le sue scarpe, i suoi rossetti;
mi disse: «prendi, figlio mio,
diventa ciò che sei
se ciò che sei non sei potuto essere».

Divenni indovina, un’altra Tiresia.
Praticai l’arte della veggenza,
mi feci maga, strega, donna
e mi arresi al bisbiglio del corpo
– cedetti alla sua femminea seduzione.

Fu allora che mia madre
si perpetuò in me, mi rese
figlia cadetta del mio tempo,
in cui si può vivere bene a patto
che si vaghi in tondo, ciechi
– che si celi, proprio come Tiresia,
un mistero che non si può dire.

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Non ho figli da dare – non potrò.
Non ho tube che si gonfiano
né ovuli da spargere per il mondo.
Non ho vulve da tenere fra due
dita – da schiudere tra le valve
delle gambe non ho niente.

Ma tu mi sfiori, continui a toccarmi
a perlustrare con le dita questo
corpo imploso, risucchiato tutto
all’interno, fuggito senza lasciare
tracce. E tu persisti a sfiorarmi
per trovare il punto che possa
darti piacere – che possa
consolarti, farti sentire uomo.
Non te lo dico, ma non c’è.

Eppure tutta questa tua goffa
illusione, quest’avventatezza
nel proiettarti verso il dato certo
per un attimo mi restituisce
tutto ciò che mi manca – e al tuo miracolo
questa sera mi faccio donna
completamente.

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Sono una madre atipica, madre
di una figlia atipica. Ci sono
voluti diciannove anni
per partorirti, c’è voluta
la fragilità che prende
a diciannove anni, l’ansia
adolescente di mettere mano
dietro le proprie paure. Forse
se non l’avessi fatto allora
non l’avrei mai fatto – fecondarmi
per ridiventare minuscola
materia del corpo universale.

Il tuo pianto – lo sento ancora dentro –
è la voce miracolosa dei morti
che sale muta dalla terra,
il verbo che salva, che scuote
il pianto intimo dell’animale
– hai mai visto una bestia piangere? –
che non dà strazio, eppure c’è
minimo, docile, conficcato.

E forse, figlia mia, sei giunta di notte
quando le ore non hanno volto,
né pianto, né ombra di nome
per mostrarmi che in ogni vita
c’è un punto esatto che cede
ma anche un punto, più occulto,
che resiste.

Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore minimo, Interlinea 2018. 

 

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