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Posts Tagged ‘giovanni pico della mirandola’

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Giovedì 23 febbraio è stato presentato presso la Biblioteca Classense di Ravenna un volume molto importante per gli studi attuali e futuri sull’argomento: “Umanisti italiani. Pensiero e destino” (Einaudi, 2016).

I due autori, Massimo Cacciari, che ha firmato il saggio di apertura, e Raphael Ebgi, che ha curato i testi, ovvero l’antologia in cui sono leggibili anche pagine sinora inedite, hanno spiegato come la visione corrente del Quattrocento, tutta grazia e armonia, sia radicalmente da ribaltare, poiché lo spirito che abitava gli intellettuali umanisti era di piena consapevolezza della crisi già in corso nel loro tempo e che esploderà con ferocia definitiva nel Cinquecento, tra guerre, invasioni, riforme e controriforme. Ma il senso di questa tragicità della storia umana è già propria del secolo umanista che nel pieno smarrimento dei due capisaldi medievali (l’impero in sostanza assente e il papato diviso durante lo Scisma d’Occidente addirittura fra tre contendenti, romano, pisano e francese) non a caso si apre col rogo del riformatore boemo Jan Hus, per chiudersi con l’altro rogo, stavolta fiorentino, del Savonarola, passando per il grande shock della caduta di Costantinopoli (1453), assediata dai turchi di Maometto II.

Agli umanisti non resta che tentare l’impossibile, la quadratura del cerchio, conciliare gli opposti, dalla filosofia platonica con l’aristotelica, alla classicità (non vissuta come erudizione vuota ma come modello) col cristianesimo, scartando però il dogmatismo della Scolastica medievale e preferendo alle regole l’esperienza francescana (sì, il semieretico Francesco torna ad essere il santo di riferimento), senza scordarsi della mistica ebraica, la cabala tanto cara agli studi di Pico della Mirandola, arrivando addirittura a proporre da parte del pontefice Pio II la conversione del sultano Maometto II (potenziale guida temporale e autorevole anche per l’Occidente?).

Insomma, la tensione che animava i dibattiti e le posizioni dei protagonisti di questa stagione straordinaria della storia occidentale (e come non citare le due colonne teoretiche massime del Quattrocento tutto, Nicola Cusano e Leon Battista Alberti) era evidente.

In finale di battuta, ho domandato a Cacciari se nonostante tale certezza della crisi, si possano considerare gli umanisti come intellettuali che hanno conservato fiducia nelle capacità dell’uomo, proprio a partire dal desiderio utopico di concordare posizioni altrimenti inconciliabili. Questa la risposta: “Certo, ma tenendo presente che la tensione intellettuale e spirituale è dovuta anche alla coscienza del rischio che l’uomo corre di divenire, proprio per sua natura, superiore all’angelo o peggiore delle bestie. Sulla nave dei folli di Bosch è imbarcata l’intera umanità.”

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Cristofano dell'Altissimo (1525 ca. - 1605), Ritratto di Giovanni Pico della Mirandola, Galleria degli Uffizi, Firenze

Primavera – estate 1485: due umanisti protagonisti assoluti della propria epoca, Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) e il veneziano Ermolao Barbaro (1454-1493), e il loro scambio epistolare a proposito di filosofia ed eloquenza: quale delle due discipline è superiore all’altra, a quale dunque dedicare la propria vita?

In aprile comincia Barbaro a pungolare l’amico Pico invitando quest’ultimo dall’intelligenza universalmente nota a lasciar perdere i suoi “filosofi barbari”, in specie quelli medievali e tedeschi, per un sano e totale ritorno alle lettere e al loro bello stile, latino s’intende, e possibilmente allo studio del greco.

Il conte di Mirandola, presenza fissa della cerchia di Lorenzo Medici a Firenze insieme all’altro grande amico e poeta Agnolo Poliziano, non fa attendere la propria risposta giocata sul filo di ironia e cultura al massimo livello: dopo i complimenti e le dichiarazioni di stima iniziali, Pico mette in bocca ad un immaginario “filosofo barbaro” le difese delle proprie “barbare posizioni” presso l’altro Barbaro, quello di nome e non certo di fatto: in sostanza, si chiede il nostro, se la filosofia ha come unico scopo la ricerca della verità, di quali ornamenti abbisogna? Certo, lo stile di alcuni filosofi non sarà pulito ed elegante come quello degli antichi, ma è forse meglio avere un’eloquenza vuota benché ornata?

Il bello è che quest’arringa è detta dal “barbaro” nel più colto e raffinato dei modi, con le citazioni classiche più ricercate per l’epoca, oltre a rispecchiare le tesi platoniche e socratiche antisofistiche ben note al circolo ficiniano fiorentino.

Ciò detto, Pico conclude ambiguamente: egli ama le lettere e ad esse è già tornato come voleva il suo interlocutore, ma dalle posizioni del suo personaggio egli prende le distanze solo in parte: sempre meglio gli studi dei filosofi barbari rispetto alle vanterie vacue di qualche “grammaticuzzo” moderno. Per il resto, lascia all’aristotelico Barbaro la difesa della materia sua, la nobile eloquenza, cosa ch’egli farà nella missiva successiva con un nuovo ribaltamento dei personaggi fittizi, per cui proprio un barbaro filosofo patavino dice, ancora una volta in maniera coltissima e densa di riferimenti classici, che Pico ha fatto più danno che bene alla loro causa: tanto vale, termina Barbaro, lasciar perdere tali “scimmie” ingrate e “non dimenticarti dei vecchi amici, mio carissimo (Pico), per fartene di nuovi”. In realtà va riconosciuto che uno degli intenti di Barbaro era rifondare un legame fra eloquenza e filosofia da troppo tempo disgiunte dagli stessi filosofi e letterati, anche attraverso nuove traduzioni aristoteliche, purtroppo mai portate a termine. E, credo, a questo fine non fosse estraneo il pensiero di Pico secondo una delle espressioni più belle e da me amate della sua lettera: “Peccant qui dissidium cordis et linguae faciunt”/ “Errano quanti scindono il cuore dalla lingua”.

A proposito, le epistole originali di questi due grandi sono ovviamente in latino, come si conviene a due fra i massimi intellettuali del tempo: qui di seguito un breve estratto da quella pichiana nel prezioso volumetto “Filosofia o eloquenza?” (Napoli, 1998), a cura di Francesco Bausi.

Cicerone preferisce una saggezza non eloquente a una stolta loquacità. Nel denaro non guardiamo con quale conio sia battuto, ma di quale metallo sia. Non c’è nessuno che non preferirebbe avere oro puro di conio teutonico, piuttosto che oro falso sotto contrassegno romano. Errano quanti scindono il cuore dalla lingua; ma coloro che, senza cuore, sono tutti lingua, non sono forse, come dice Catone, puri e semplici glossari di morti? Vivere senza lingua possiamo, anche se forse non bene; ma vivere senza cuore non possiamo in alcun modo. Non è uomo di cultura chi non abbia alcuna pratica delle lettere più raffinate; non è uomo chi sia ignaro di filosofia. La sapienza del tutto priva di eloquenza può giovare; l’eloquenza priva di sapienza, come una spada in mano a un pazzo, non può non nuocere sommamente.” Giovanni Pico della Mirandola a Ermolao Barbaro, Firenze, 3 giugno 1485.

Centro Internazionale di Cultura Giovanni Pico della Mirandola

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Leonardo da Vinci, Uomo Vitruviano, fine XV sec. c.a., Gallerie dell'Accademia, Gabinetto dei Disegni, Venezia

 

Già Dio, sommo Padre ed architetto, aveva costruito con leggi di un’arcana sapienza questa dimora mondana della divinità che noi possiamo vedere: e aveva ornato di intelligenze la regione che sta sopra i cieli e riempito di una grande quantità di animali di ogni genere le parti marcescenti e maleodoranti del mondo inferiore. Ma, terminata la sua opera, gli rimaneva il desiderio che ci fosse qualcuno che di tale capolavoro comprendesse l’intima ragione, amasse la bellezza, rimanesse ammirato della grandiosità. Proprio per questo, nonostante tutto fosse già compiuto (secondo la testimonianza di Mosè e del Timeo), pensò infine di creare l’uomo. (…)

E così accolse l’uomo, opera di immagine indefinita, e lo pose al centro dell’universo, rivolgendosi a lui in questo modo: “Non ti abbiamo dato, o Adamo, né una dimora certa, né un aspetto proprio, né qualche dono particolare, perché tu possa decidere di raggiungere ed ottenere quella dimora, quell’aspetto e quei doni che più desideri. La natura delle altre creature, che è definita, l’abbiamo costretta entro leggi da noi prescritte. Tu, invece, senza alcuna costrizione, sceglierai la tua natura grazie alla libertà cui ti ho affidato. E non ti abbiamo creato né terrestre né celeste, né mortale né immortale, cosicché tu stesso, come libero e sovrano scultore del tuo destino, ti modelli nella forma che preferisci. Potrai degenerare nelle inferiori che sono brute, ma per tua libera scelta potrai anche rigenerarti nelle superiori che sono divine”.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), De hominis dignitate, 1486 (trad. a cura di L. Lacchini e P.C. Rivoltella, Padova 1992)

Ps. “I libri hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umidità, le bestie, il tempo; e il loro stesso contenuto.” (Paul Valéry)

Il post di oggi è dedicato a Elvira Giorgianni Sellerio (Palermo, 1936-2010), una grande donna scomparsa pochi giorni fa, che ha fatto dei libri (“l’equivalente più prossimo d’un uomo”, F. Gualdoni), della loro diffusione, difesa e conoscenza, la sua vita e, per decenni, la gioia e il respiro di milioni di lettori.

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Nelle ultime due settimane ho assistito al primo e all’ultimo MozartIdomeneo e Requiem, allo Stabat Mater di Pergolesi e, su indicazione di un’amica preziosa, ho scoperto i Baustelle, in particolare gli album capolavoro Amen I Mistici dell’Occidente, appena uscito.

In musica, come nella vita, possiamo parlare davvero solo delle nostre reazioni e delle nostre percezioni. E se provo a parlare di musica, è perché l’impossibile mi ha sempre attratto più del difficile. (Daniel Barenboim)

Sono tempi da far west quelli toccatici in sorte: la dissoluzione di un mondo, di punti di riferimento e regole credute solide è più rapida che mai (cfr. Modus vivendi di Zygmunt Bauman e Giustizia e Bellezza di Luigi Zoja). Eppure la morte dell’anima è evitabile: la musica una possibile cura quotidiana e per alcuni la salvezza, come sanno bene i ragazzi venezuelani di Claudio AbbadoJosé Antonio Abreu (L’altra voce della musica, libro e dvd, Il Saggiatore, Milano 2006).

Trovare ogni giorno il tempo dell’ascolto è un po’ continuare ad arare ciò che resta del tempo intatto dei grandi ideali, dell’adolescenza, quando i compromessi e gli altri agenti inquinanti non erano che puntini opachi e lontani all’orizzonte: “peccant qui dissidium cordis et lingua faciunt“, scriveva Giovanni Pico della Mirandola a Ermolao Barbaro nel 1485 (epistola De genere dicendi philosophorum).

Oggi dedico Gli spietati dei Baustelle ad Anna M., che con queste loro parole me li ha fatti conoscere: “c’è un amore che non muore mai/ più lontano degli dei/ a sapertelo spiegare che filosofo sarei.

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