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Marco Bravura, Ardea Purpurea, Ravenna 2004

Di seguito pubblico il mio articolo incluso nel catalogo Ardea Purpurea. Per una archeologia del presente (Skira, Milano 2019, edizione trilingue italiano, inglese e russo) dedicato alla meravigliosa opera di Marco Bravura a Ravenna, volume che domattina, venerdì 14 giugno alle ore 11.00, verrà presentato presso la Sala Muratori della Biblioteca Classense.

Visti i nomi prestigiosi (Albano Baldrati, Carolina Carlone, Philippe Daverio,
Linda Kniffitz, Cristina Mazzavillani Muti, Michele Tosi) che nel libro accompagnano le celebrazioni della scultura musiva in occasione dei settant’anni dell’artista, non posso che ringraziare per avermi coinvolto Daniela Lombardi Bravura, moglie di Marco e ideatrice instancabile dell’intero progetto. Come sempre quando tratto dei lavori di questo autore il testo si scrive da solo: dunque onore e piacere mio avere accettato.

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Ardea Purpurea: parole verso la luce

di Luca Maggio

“Tutto è dentro di noi.” Plotino, Enneadi III 8

Ardea Purpurea di Marco Bravura è un mito rigenerativo che affonda le radici negli archetipi cosmogonici di più culture antiche: tutto ha origine dal suono primordiale che attraversa passaggi successivi, dal dio onnipotente che per primo lo emette, alle divinità inferiori che lo intendono e trasferiscono al demiurgo, il quale è il solo concretamente capace di realizzare il comando del primo soffio vitale. È questo però un suono umido, ancora intriso di acque notturne, da cui si sta liberando per andare incontro alla luce del giorno nascente: “poiché la parola, il sole o l’uovo sono dapprima immersi nella notte delle acque eterne, è evidente che quando evocano l’aurora sono impregnati di umidità”, scrive Marius Schneider in La musica primitiva (Milano 1998, p.20) e in un altro volume essenziale, Pietre che cantano (Milano 2005, p.15), aggiunge: “il suono della parola è il suo corpo, mentre il senso della parola è luce che rischiara il suono.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

In Ardea Purpurea, longitudinalmente ai quattro lati delle due spirali-fiamma-ali elicoidali e dorate richiamanti la fenice, corrono quattro parole quasi sorgenti dall’acqua e dal suono-voce che essa diffonde: il demiurgo Bravura le ha tratte da alfabeti del passato, qui fatti rinascere. Sono parole provenienti non a caso da culture a est dell’oscuro occidente, tutte basate sulla forza della Parola: in sanscrito è scritto “Gloria alla Verità”, in giapponese “Virtù”, in aramaico, la lingua usata anche dal Cristo, “Libertà”, infine in greco antico ἐπιστήμη, la “Conoscenza”, laddove a proposito di questo vocabolo ricorda Giovanni Semerano nell’etimologia del suo Dizionario della lingua greca (Firenze 2007, p.94) che “si tratta di un sapere pratico, di abilità nel fare.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

La stessa dell’artista che significativamente pone alla base del monumento un labirinto, rivisitazione di quello pavimentale presente nella basilica di san Vitale, in questo caso con le piccole tessere-frecce che dal centro conducono verso l’alto. Non solo: questo percorso simbolico è immerso nell’elemento acqueo, da sempre fonte di vita e ponte con i morti, da cui sembrano sgorgare le quattro parole meditate e scelte come guida dell’opera stessa e più in generale quale sostegno dell’azione ideale e fisica dell’uomo, affinché lo direzionino, lo accompagnino verso la salita, viaggio catartico di rinnovamento e purificazione in cui incontrare figure geometriche, curvilinee, fitomorfe e zoomorfe sempre su fondo oro, omaggio alla tradizione bizantino-ravennate non solo in senso cromatico quanto spirituale, costituendo proprio attraverso l’uso dell’oro quella metafisica concreta di cui parla Pavel Florenskij nel fondamentale saggio sull’icona Le porte regali (Milano 2007, p.155): “la luce (…) si dipinge con l’oro, cioè si manifesta appunto come luce, pura luce, non come colore.”

Marco Bravura, Ardea Purpurea (particolare), Ravenna 2004

Viene da pensare alle Beatitudes di Vladimir Martynov nell’esecuzione stupenda del Kronos Quartet: un crescere e inseguirsi delicato e variare e ripetersi della melodia. Altri suoni, altra musica, che avvolgendo espande, porta altrove la mente, indica la luce, libera.

www.marcobravura.com

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Francesco Borromini, Cupola di San Carlo alle Quattro Fontane, 1638-41, Roma

“Barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine.” Carlo Emilio Gadda

Ci sono saggi che possono cambiare la visione della vita, la percezione del circostante e noi stessi in relazione al circostante (a patto, poi, di viverla la vita): Guardare, Ascoltare, Leggere di Claude Lévi-Strauss, Le parole e le cose di Michel Foucault, Il gesto e la parola di André Leroi-Gourhan e le molte pagine di Marcel Mauss, Peter Brook, Emile Cioran… (senza contare poeti e romanzieri).

Altri maestri ampliano la conoscenza, aprendo finestre nuove sull’immagine e l’essere profondo dell’uomo, per domande nuove, sempre più importanti delle risposte: la Alpers, Stoichita, Bataille, Dorfles, Zeri, Sedlmayr, Warburg, Wind, Settis, Focillon, Ruggero Pierantoni, Flaminio Gualdoni, Emilio Villa, Yeshayahu Leibowitz, Pavel Florenskij, Gilbert Durand, Elémire Zolla, Marius Schneider, Agostino, Chuang-Tzu, Epitteto, Lucrezio, Pascal, Rūmī e i mistici d’occidente, Franco Farinelli, Ernesto De Martino, Giovanni Semerano, Bachtin, Barthes, Debord, Bauman, Benoit Mandelbrot, Fritjof Capra…(senza contare artisti e musicisti in particolare).

Barocco moderno: Roberto Longhi e Carlo Emilio Gadda (Milano, 2003) di Ezio Raimondi, si colloca a metà fra questa seconda categoria intellettuale e una terza, di riscoperta dei classici del nostro tempo: in 180 pagine vengono ripercorse le intuizioni stilistiche e di pensiero di due grandi autori, l’uno, Roberto Longhi (Alba, 1890 – Firenze, 1970), su cose d’arte, essendo il grande critico che è stato (purtroppo anche un uomo terribilmente meschino, come ebbe a ricordare più volte Zeri, ma qui interessa principalmente lo scrittore), oltre che uno dei maestri di Raimondi, l’altro, Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973), o meglio l’ingegnere, su tutto ciò che ha scritto, essendo il genio letterario più grande di tutti, nonché l’autore più importante del ‘900 italiano: basti La cognizione del dolore (1963) a renderne testimonianza imperitura.

Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, metà anni ’90 del XVI sec., Fondazione Longhi, Firenze

Raimondi tesse con incanto i punti di avvicinamento e gli sviluppi differenti dei due, anzitutto partendo dall’amore condiviso per la luce (e le ombre) in Caravaggio e l’ironia sublime del Manzoni dei Promessi, romanzo non a caso ambientato nel ‘600, purtroppo studiato per obbligo a scuola, perciò condannato alla iattura di non trovare i dodici lettori cui “don Alessandro” idealmente si rivolgeva.
Il mondo è cosa barocca: etimologicamente (barocco: sillogismo strano o pietra irregolare) e ontologicamente, come ha intuito Gadda: la forma stessa delle verdure, di certi animali gibbosi o delle nostre ossa, i loro nomi, le parole stesse. E altrettanto la vita è groviglio complesso, enorme, imperfetto, matassa barocca piena di cavità, insenature, gole nascoste, le cui ombre sono percettibili poiché definite dal desiderio della luce di arrivare: un non finito per natura, né finibile con la sola banalità, immensità della (nostra) morte.

Dunque il romanzo, lo scrivere, come il produrre di tanta arte novecentesca, riflettendo la vita e sulla vita, non può che essere, per estensione, altrettanto aggrovigliato, spesso coerentemente non concluso, come in Gadda o nell’Uomo senza qualità di Musil, altro autore magistralmente affrontato da Raimondi, ed entrambi, Gadda e Musil, percorsi da una vena amara-ironica inesauribile, dovuta alla constatazione stessa di com’è, appunto, la vita: persino Longhi ha più di qualche sferzata ironica, quando non di sarcasmo aperto.

E tornando ai carsismi barocco-novecenteschi, non possono che venire in mente gli “sfregi” finissimi d’infinito di un Fontana e prima ancora le sue ceramiche-sculture, come del resto le figure di cenere di Giacometti, che le parole di Yves Bonnefoy, nel meraviglioso Osservazioni sullo sguardo (Roma, 2003), confrontano all’opposto con le immagini picassiane e morandiane, altri paradigmi vitali e, per certi versi, dolorosi del secolo XX, ormai definibile a pieno titolo come età del barocco moderno.

Alberto Giacometti fotografato da Henri Cartier-Bresson nella Galleria Maeght di Parigi, 1961

Fondazione Roberto Longhi

Carlo Emilio Gadda.net

Centro studi Carlo Emilio Gadda – Longone al Segrino

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