Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘giuliano briganti’

Jacopo Carucci detto Portormo, Deposizione, 1526-28, Santa Felicita, Firenze

“… è assai difficile intuire per quali vie e sotto quali deformazioni quei sentimenti si facessero strada entro la tormentata e stravagante psicologia del Pontormo. Anche perché quel tanto di austero e di tragico che traspare tra i fiocchi manieristici e gli ossessivi arrotondamenti formali dai consunti affreschi della Certosa trascolora improvvisamente al lume acerbo di un’ambigua mollezza nella pala d’altare dipinta subito dopo, dal ’26 al ’28, per la Cappella Capponi a Santa Felicita: quella sconcertante e formidabile Deposizione che deve considerarsi non solo il suo capolavoro ma uno dei raggiungimenti più alti della «maniera» italiana e di tutto il Cinquecento.

Non so qual richiamo non dico allo spirito della Riforma ma ad ogni sorta di sentimento religioso possa recuperarsi in un siffatto dipinto che rivela piuttosto come un doloroso languore per forme di un’estenuata bellezza in quel lento annodarsi di corpi che scivolano insensibilmente sulla spirale della prospettiva nella rarefatta atmosfera contro il cielo di pietra dura. I volti attoniti, sofferenti, in apparenza commento tradizionale del dramma sacro della Deposizione esprimono una tristezza così disperata e languente che non può dirsi certo cristiano dolore: una tonalità sottile e nuovissima di sentimento, così come nuova e sottile è la tonalità dei colori chiarissimi e acerbi, colori d’erba spremuta e di succhi di fiori primaverili, pervinche, rose, violette, giallo di polline, verde di chiari steli.” Giuliano Briganti, La Maniera Italiana, Firenze, 1985, pp.24-25.

Read Full Post »

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Davide con la testa di Golia, 1610, Galleria Borghese, Roma

Va finalmente concludendosi l’anno dedicato al quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610).

Innumerevoli le mostre, mostrine e mostriciattole succedutesi facendo leva commerciale sul suo nome magico, che attira più turisti che api sul miele, come ha intuito uno dei critici da bar e da biennale che oggi vanno per la maggiore, definendolo “rockstar”.

Lo sanno bene a Porto Ercole dove mesi fa, con gran dispendio di media e denari per la ricerca, è stato annunciato l’evento più evento di tutti: il ritrovamento delle sue ossa da parte dell’équipe di Giorgio Gruppioni, docente di antropologia dell’Università di Bologna.

Che poi lo scheletro non sia comprensibilmente completo, che poi queste ossa pare siano sue all’80/85% e che, soprattutto, dal punto di vista critico non importi assolutamente una cippa sapere come il disgraziato sia morto (argomento eventualmente da sottoporre ad un truce plastico di Vespa o meglio al Grande Capo Estiqaatsi del duo comico Lillo e Greg), sembra non interessare molto Silvano Vinceti, coordinatore dell’operazione e presidente del mirabolante “Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali”, il quale, non pago, ha annunciato prossime campagne riguardanti Leonardo, Giotto o quanti altri possono venire in mente, avvalorando di fatto la definizione di archeologia di Ivo Perego, personaggio di Antonio Albanese: “un modo per rompere i coglioni ai morti.”

Di ben altro livello gli eventi un tempo legati alla riscoperta artistica del Merisi, fatti veri e non fattoidi, a partire dalla grande mostra che Roberto Longhi gli dedicò a Palazzo Reale a Milano, tra l’aprile e il giugno 1951, un’antologica di portata eccezionale per il numero e la qualità delle opere presenti, non solo del Caravaggio, ma anche di artisti italiani ed europei coevi da lui più o meno direttamente influenzati. Nella presentazione del catalogo (Sansoni, Firenze, 1951), un semplice libro in ottavo, corredato da un solo breve ma fondamentale saggio introduttivo di Longhi, si legge: “Siamo certi che il favore del pubblico decreterà il successo della Mostra poiché, nel travaglio della ricostruzione pacifica, il Paese è proteso a ritrovare quei valori dello spirito che sono suo patrimonio inconfondibile e sua durevole gloria”, firmato Achille Marazza, Ministro del Lavoro e presidente della mostra. Decisamente un’altra epoca.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, I bari, 1595-96 ca., Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas, U.S.A.

Per non avvilirsi troppo, vale la pena per il 2010 citare almeno l’esposizione curata da Claudio Strinati alle Scuderie del Quirinale (catalogo Skira, Ginevra-Milano, 2010), con rianalisi critica di 24 capolavori del Caravaggio, e la pubblicazione dell’importante raccolta di studi di Luigi Spezzaferro (Caravaggio, Milano, 2010), uno dei maggiori studiosi del nostro, purtroppo scomparso quattro anni fa, a partire dal saggio di apertura del ‘71 dedicato a La cultura del cardinal del Monte e il primo tempo del Caravaggio, titolo che fa tornare alla mente l’intuizione avuta da Federico Zeri (Diari di lavoro 2, Torino, 1976) circa l’attribuzione al giovane Merisi delle nature morte tuttora sotto il nome dell’ignoto Maestro di Hartford, da cui si è generato un dibattito tuttora aperto con studiosi illustri e seri a favore (Giuliano Briganti su L’Espresso del 17 febbraio 1979, Anna Ottani Cavina e, da lei citato in lettere inedite, Charles Sterling in Prospettiva Zeri, Torino, 2009, e in Federico Zeri. Dietro L’immagine, opere d’arte e fotografia, Torino, 2009, e, sostanzialmente favorevole all’ambito caravaggesco, anche Alberto Cottino in La natura morta italiana da Caravaggio al Settecento, Milano, 2003) o contro tale ipotesi (Maurizio Calvesi su L’Espresso dell’11 febbraio 1979, Mina Gregori in op. cit., Milano, 2003 e in Prospettiva Zeri, Torino, 2009, Ferdinando Bologna in L’incredulità del Caravaggio, Torino, nuova edizione accresciuta del 2006).

Più che cercar le ombre tra i fossi, inventando nuove e improbabili discipline, tipo la “necrofilologia”, la nascita della natura morta moderna, che a parte la regione fiamminga vede protagoniste europee la scuola lombarda (Figino, Galizia, Nuvolone) e quella romano-caravaggesca (Salini, Crescenzi, Bonzi detto il Gobbo dei Frutti, i Maestri di Hartford e Acquavella, etc.), dovrebbe continuare ad essere oggetto d’indagine, con scoperte e attribuzioni sorprendenti che attendono ancora di compiersi.

Maestro della natura morta di Hartford (il giovane Caravaggio?), Wadsworth Atheneum, Hartford, Connecticut, U.S.A.

Read Full Post »