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Giorgio Griffa, Rtoscsumo, 2018, 143 x 96 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

Amo il pensiero e la ricerca di Giorgio Griffa sin da quando alcune immagini di sue opere vennero proiettate nell’aula universitaria che frequentavo quasi due decenni fa: si tratta di uno degli artisti più coerenti e profondi degli ultimi cinquant’anni, un maestro che ha dipinto e scritto pagine importanti sul senso e l’ossessione primordiale del dipingere, a partire dall’ormai celeberrima affermazione/manifesto: “Io non rappresento nulla. Io dipingo” (catalogo Galleria Godel, Roma 1972).

Incontrarlo a Torino nel suo studio il 22 settembre 2018 per questa intervista (ora pubblicata su Mosaïque Magazine n.17, Paris 2019) è stata la realizzazione di un piccolo sogno. Devo alla cortesia del maestro e di suo figlio, l’architetto Cesare, un doveroso grazie.

Occupandomi da anni di mosaico in sede critica e conoscendo i cicli pittorici di Griffa (Segni primari, Connessioni e Contaminazioni, Tre linee e un arabesco, Numerazioni, Alter Ego, Sezione Aurea, solo per citarne alcuni), ho pensato ai suoi lavori su tela e su carta (per l’artista l’importanza è la medesima, essendo opere animate dalla stessa tensione creativa) come a tessere potenzialmente infinite di un unico mosaico mai finito: se si potessero idealmente accostare su una parete tanto vasta quanto impossibile, il colpo d’occhio vedrebbe andamenti che terminato un ciclo possono riemergere in altri anche dopo anni. Non solo: le sue opere sono nude, come la verità, nascono per essere appese senza cornice e sono fra loro in sequenza sebbene mai uguali, proprio come le tessere singole e nude del mosaico di tradizione bizantino-ravennate.

Quale sorpresa aver scoperto che qualche decennio fa, a Roma, proprio una mosaicista di Ravenna contribuì a sviluppare un mosaico del maestro! Così è iniziata la nostra conversazione.

I credits per tutte le foto sono: Giulio Caresio / courtesy Archivio Giorgio Griffa.

Giorgio Griffa, Rosa e grigio, 1969, 65 x 101 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

Che aria si respirava nella Torino degli anni ’60? Lei frequentava i protagonisti dell’Arte povera o era già “fuori dal coro”?

Torino ha sempre avuto una cultura più sotterranea e segreta rispetto a Milano, ma con gli artisti dell’Arte povera avevo una frequentazione fatta di amicizia e volontà di apprendimento. Ciò che di loro mi colpì fu come la mano fosse al servizio dell’intelligenza della materia. Analogamente, credendo nell’intelligenza della pittura, ho cercato di mettere la mano al servizio dei colori. E forse in questo senso, in quanto pittore, ero fuori dal coro.

C’è in particolare un evento o un incontro che in un certo senso ha deciso la rotta che avrebbe preso la sua vita?

Dipingevo già alla tenera età di nove, dieci anni. Poi, durante l’adolescenza, avrò avuto quattordici anni, vidi direttamente alcune opere di Mondrian ed ebbi una folgorazione. Capii che bisognava ricominciare da capo. Certo, dopo mi sono iscritto a una scuola pittorica tradizionale, ma ho dovuto abbandonare le figure: erano qualcosa di troppo. La pittura rappresenta il mondo non solo ricoprendolo, ma anche simbolicamente, lasciando a ogni segno la sua identità.

È stato scritto, ad esempio da Paolo Fossati, che lei riesce a “far cantare il colore”. E riguardo al suo lavoro si citano fra gli altri Matisse e Klee. Sono ancora riferimenti importanti per lei?

Non solo importanti, ma sono riferimenti doverosi, come del resto la pittura egizia, quella buddista e tantrica, o le grotte di Chauvet, Altamira e Lascaux. Io penso ad almeno 30.000 anni di pittura, un sedimento umano e una ricchezza immensa, come la musica o i poemi epici. E da queste vastità noi attingiamo qualche briciola, tenendo anche presente che millenni fa la parola e l’immagine non erano separate e per arrivare alla pittura si passò dal sacrificio alla sua elaborazione attraverso il linguaggio. La pittura carica di questa memoria rappresenta se stessa, il rito stesso del dipingere.

Giorgio Griffa, Canone aureo 894, 2017, 140 x 96 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

La contraddizione è creativa: da una parte i suoi lavori nascono da un atteggiamento “positivamente passivo” (la memoria della pittura sulla punta delle dita e del pennello, ad esempio), dall’altra però lei applica il metodo maieutico di Socrate, dunque fa sgorgare il segno sulla o meglio dalla superficie, trovando ritmi talvolta anche numerici. Insomma, ordina il caos?

Ordinare il caos è un impegno che eccede le capacità umane. La ragione può mettersi al servizio della poesia, ma sa che sarà vinta dal caos. La ragione però sa accompagnare ai suoi confini e persino sporgersi oltre essi: dunque guarda anche l’ignoto che c’è dentro. In questo senso, Beuys ha rovesciato la modernità, mostrando come l’uomo nuovo possa venire da quello antico.

Oppure pensiamo alla Sezione Aurea: mi affascina proprio perché è piena di contraddizioni. Dopo la virgola, la divina proporzione, come la chiamava il matematico Luca Pacioli, apre all’irrazionale, anzi è un numero irrazionale algebrico, legato anche a Fibonacci. Questa cifra euclidea procede nel tempo da oltre duemila anni, ma non nello spazio: 1,618 non diverrà mai 1,619 o tanto meno 2. Si avvita nell’ignoto.

Il logos della pittura è il grande soggetto e punto costante dei suoi lavori, che si compiono però in un divenire continuo e vitale, nel tempo che è appunto la vita stessa. La sua è una pittura eraclitea?

Eraclito in Occidente, Buddha in India, Lao Tzu in Cina: c’è continuità fra la duplice via del conoscere e dell’unicità dell’essere, fra la solidità dell’eterno e la continuità della vita.

Prima abbiamo detto che lei agisce sullo spazio-tempo della superficie ponendo necessariamente da fuori il segno, benché intridendo la materia di pittura, attraversando il supporto, alla fine è come se quel segno pittorico provenisse da dentro. Il pittore dunque recupera la memoria della pittura, ma ne rispetta l’enigma.

Un tempo si credeva che vi fosse una materia vivente e una non vivente e l’artista prendeva dall’una per dare vita all’altra. Oggi sappiamo che tutta la materia è viva: dunque l’artista si deve mettere al servizio della materia, come la mano di Pollock era al servizio del colore che colava. Inoltre l’enigma fa parte del mondo, della vita, dunque della pittura stessa: il Principio di indeterminazione di Heisenberg o i Teoremi di incompletezza di Gödel mostrano i nostri limiti razionali e percettivi.

Giorgio Griffa, Canone aureo 135, 2017, 140 x 94 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

A questo proposito, per lei il cosiddetto non-finito è una necessità. Sembra sia impossibile finire un singolo arabesco, una sequenza numerica o un intero suo ciclo visto che, come un fenomeno carsico, può riemergere dopo anni.

Certo, non finire è una necessità razionale, tenendo sempre conto che la razionalità a un certo punto si ferma. Il caso fa il suo ingresso. Il non-finito può verificarsi anche semplicemente perché sono stanco o termina il colore. Di volta in volta il motivo per interrompere varia e nemmeno io lo conosco in anticipo. Ma l’opera non può essere riempita: non voglio certo arrivare alla fine, a un punto fermo e morto, gettando via la vita del dipinto, relegandolo nel passato. L’arte è tale perché è sempre viva ben oltre il proprio tempo. Noi continuiamo a leggere Piero della Francesca come presente sebbene egli fosse inserito nel sistema tolemaico, mentre noi viviamo nell’era quantistica.

In che rapporti è il suo lavoro con la musica e la poesia?

La relazione è strettissima: amo la classica e il jazz, così come mi nutro dei versi di Whitman, Ginsberg, dei Cantos di Pound, ecc. La poesia e la musica sono fondamentali per l’esplorazione del mondo nascosto, come voleva Joyce. Del resto cosa fa Orfeo? Sprofonda fisicamente nell’ignoto, perché il livello razionale non basta. Poi, purtroppo, quando egli richiama la razionalità e si volta per accertarsi della presenza di Euridice, tutto scompare, si dissolve. O torna a nascondersi.

Un’ultima osservazione: la sua scrittura-pittura procede da sinistra a destra, da occidente verso oriente. Lei è dunque un artista classico quanto a ritmo e mediterraneo quanto a ricerca della luce? Ci sono rapporti con la cultura orientale?

Sebbene io viva nella città della nebbia, ritengo la mia pittura mediterranea. Certo, sono un figlio dell’Occidente, ma penso sia necessaria l’apertura al pensiero orientale, come del resto è da Schopenhauer in poi, anche per capire meglio noi stessi e riflettere sui numerosissimi errori prodotti nella storia dagli occidentali. L’indeterminatezza dei segni, lo stesso non finito, il richiamo alla totalità, all’impersonalità ovvero alla non identità dei segni del mio lavoro, credo siano tutte connessioni possibili col pensiero orientale. Poi il ritmo è fondamentale. È la base della conoscenza stessa, della vita per le semine, per i raccolti, i cicli lunari e solari. Il ritmo canta da sé, ha una sua memoria interiore. E qui il riferimento è alla saggezza indiana che invita all’oblio di sé. Più che a una volontà personale, il mio stesso lavoro è organizzato intorno al ritmo e all’intensità del suo fluire.

Archivio Giorgio Griffa

Giorgio Griffa, Linee policrome, 1973, 90 x 288 cm, acrilico su tela, foto Giulio Caresio, courtesy Archivio Giorgio Griffa

 

 

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