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Di mattino abbuio/ Di giorno attardo/ Di sera annotto/ Di notte ardo.// Ad ovest morte/ Gli vivo contro/ Del sud captivo/ Mio nord è l’est.// Gli altri computino/ Passo per passo/ Io muoio ieri// Nasco domani/ Vado ov’è spazio/ -Mio tempo è quando.” Vinicius de Moraes, Poetica I (trad. G. Ungaretti)

"La vita, amico, è l'arte dell'incontro" (copertina interna del disco)

Nell’Italia, anzi nella Roma del 1969 Sergio Bardotti produceva per la mitica Fonit Cetra un disco come La vita, amico, è l’arte dell’incontro, un piccolo miracolo di poesia e delicatezza sin dalla copertina, coi nomi dei protagonisti sul disegno di una chitarra chiara, che al suo centro vuoto, in due gradazioni d’arancio, ricorda un sole caldo (forse al tramonto).

Poesie e canzoni sono di Vinicius de Moraes, cantate dallo stesso autore, che alterna la sua voce a quella del meraviglioso Sergio Endrigo, interprete di alcune tracce, mentre i versi si fregiano della traduzione e della recitazione di un amico di de Moraes, con cui s’erano conosciuti in Brasile nel lontano ’37, un certo Giuseppe Ungaretti. E scusate se è poco. Inconfondibile il modo di arrotare le consonanti, di insistere sulle singole lettere (l’osso e l’anima, le molecole e gli atomi del fare poetico, poietico) del vecchio leone, che volle partecipare come atto di omaggio e stima letteraria e umana verso un caro sodale, com’è detto nel titolo. Di lì a pochi mesi purtroppo, nel giugno del ’70, sarebbe scomparso.

Chi sono io se non un grande sogno oscuro di faccia al Sogno/ Se non oscura grande angustia di faccia all’Angustia/ Chi sono io se non quell’albero imponderabile dentro la notte/ Ferma con quegli appigli che risalgono al fondo più triste della terra?// Quale destino è il mio se non d’assistere al mio destino/ Fiume che sono in cerca del mare che m’impaura/ Anima che sono clamando il disfacimento/ Carne che sono nell’intimo inutile della preghiera?// (…) Che cos’è il mio amore?Se non il mio desiderio illuminato/ il mio infinito desiderio d’essere ciò che sono oltre me stesso/ Il mio eterno partire nella mia enorme volontà di restare/ Pellegrino, pellegrino di un istante pellegrino di tutti gli istanti?// Che cos’è il mio ideale se non il Supremo impossibile,/ Colui che è, e Lui solo; mio affanno e mio anelito,/ Che cos’è Lui in me se non il mio desiderio di incontrarlo/ E incontrandolo la mia paura di non riconoscerlo?// Che cosa sono se non Lui, Iddio nel patimento/ Il tremore impercettibile nella voce portentosa del vento/ il battito invisibile d’un cuore nella piana desolata…/ Che cosa sono se non Me stesso di faccia a me?…” Vinicius de Moraes, da La vita vissuta (traduzione di Giuseppe Ungaretti)

Ancora un paio di note musicali: arrangiamenti, direzione e piano sono del futuro premio Oscar Luis Bacalov e, soprattutto, una delle chitarre è affidata all’estro del giovane ma già grande Toquinho.

Fra i brani divenuti celebri, La casa col coro di bambini diretto da Nora Orlandi e Samba da benção o Samba delle benedizioni (de Moraes – Baden Powell), che apre e chiude il disco: questo pezzo in realtà era già noto in altre lingue, in particolare oltre all’originale portoghese, nella versione francese Samba Saravah riscritta e cantata da Pierre Barouh per la colonna sonora – musicata da Francis Lai – del film Un homme et une femme di Claude Lelouch, 1966, con Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée.

Vinicius de Moraes – sito ufficiale

Sergio Endrigo – sito ufficiale

Ps. Con questo post il blog chiude temporaneamente, ci rivediamo a Febbraio. Saluto e ringrazio lettori e aficionados, L.M.

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