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Posts Tagged ‘henri cartier bresson’

Francesco Borromini, Cupola di San Carlo alle Quattro Fontane, 1638-41, Roma

“Barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine.” Carlo Emilio Gadda

Ci sono saggi che possono cambiare la visione della vita, la percezione del circostante e noi stessi in relazione al circostante (a patto, poi, di viverla la vita): Guardare, Ascoltare, Leggere di Claude Lévi-Strauss, Le parole e le cose di Michel Foucault, Il gesto e la parola di André Leroi-Gourhan e le molte pagine di Marcel Mauss, Peter Brook, Emile Cioran… (senza contare poeti e romanzieri).

Altri maestri ampliano la conoscenza, aprendo finestre nuove sull’immagine e l’essere profondo dell’uomo, per domande nuove, sempre più importanti delle risposte: la Alpers, Stoichita, Bataille, Dorfles, Zeri, Sedlmayr, Warburg, Wind, Settis, Focillon, Ruggero Pierantoni, Flaminio Gualdoni, Emilio Villa, Yeshayahu Leibowitz, Pavel Florenskij, Gilbert Durand, Elémire Zolla, Marius Schneider, Agostino, Chuang-Tzu, Epitteto, Lucrezio, Pascal, Rūmī e i mistici d’occidente, Franco Farinelli, Ernesto De Martino, Giovanni Semerano, Bachtin, Barthes, Debord, Bauman, Benoit Mandelbrot, Fritjof Capra…(senza contare artisti e musicisti in particolare).

Barocco moderno: Roberto Longhi e Carlo Emilio Gadda (Milano, 2003) di Ezio Raimondi, si colloca a metà fra questa seconda categoria intellettuale e una terza, di riscoperta dei classici del nostro tempo: in 180 pagine vengono ripercorse le intuizioni stilistiche e di pensiero di due grandi autori, l’uno, Roberto Longhi (Alba, 1890 – Firenze, 1970), su cose d’arte, essendo il grande critico che è stato (purtroppo anche un uomo terribilmente meschino, come ebbe a ricordare più volte Zeri, ma qui interessa principalmente lo scrittore), oltre che uno dei maestri di Raimondi, l’altro, Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973), o meglio l’ingegnere, su tutto ciò che ha scritto, essendo il genio letterario più grande di tutti, nonché l’autore più importante del ‘900 italiano: basti La cognizione del dolore (1963) a renderne testimonianza imperitura.

Caravaggio, Ragazzo morso da un ramarro, metà anni ’90 del XVI sec., Fondazione Longhi, Firenze

Raimondi tesse con incanto i punti di avvicinamento e gli sviluppi differenti dei due, anzitutto partendo dall’amore condiviso per la luce (e le ombre) in Caravaggio e l’ironia sublime del Manzoni dei Promessi, romanzo non a caso ambientato nel ‘600, purtroppo studiato per obbligo a scuola, perciò condannato alla iattura di non trovare i dodici lettori cui “don Alessandro” idealmente si rivolgeva.
Il mondo è cosa barocca: etimologicamente (barocco: sillogismo strano o pietra irregolare) e ontologicamente, come ha intuito Gadda: la forma stessa delle verdure, di certi animali gibbosi o delle nostre ossa, i loro nomi, le parole stesse. E altrettanto la vita è groviglio complesso, enorme, imperfetto, matassa barocca piena di cavità, insenature, gole nascoste, le cui ombre sono percettibili poiché definite dal desiderio della luce di arrivare: un non finito per natura, né finibile con la sola banalità, immensità della (nostra) morte.

Dunque il romanzo, lo scrivere, come il produrre di tanta arte novecentesca, riflettendo la vita e sulla vita, non può che essere, per estensione, altrettanto aggrovigliato, spesso coerentemente non concluso, come in Gadda o nell’Uomo senza qualità di Musil, altro autore magistralmente affrontato da Raimondi, ed entrambi, Gadda e Musil, percorsi da una vena amara-ironica inesauribile, dovuta alla constatazione stessa di com’è, appunto, la vita: persino Longhi ha più di qualche sferzata ironica, quando non di sarcasmo aperto.

E tornando ai carsismi barocco-novecenteschi, non possono che venire in mente gli “sfregi” finissimi d’infinito di un Fontana e prima ancora le sue ceramiche-sculture, come del resto le figure di cenere di Giacometti, che le parole di Yves Bonnefoy, nel meraviglioso Osservazioni sullo sguardo (Roma, 2003), confrontano all’opposto con le immagini picassiane e morandiane, altri paradigmi vitali e, per certi versi, dolorosi del secolo XX, ormai definibile a pieno titolo come età del barocco moderno.

Alberto Giacometti fotografato da Henri Cartier-Bresson nella Galleria Maeght di Parigi, 1961

Fondazione Roberto Longhi

Carlo Emilio Gadda.net

Centro studi Carlo Emilio Gadda – Longone al Segrino

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Anna Marasco, Die Brücke, Hamburg, 2007

Non so che numero di scarpe indossi Anna Marasco (Napoli, 1977): i piedi sono la prima cura del viaggiatore e Anna lo è. La seconda, nel suo caso, sono una Leica MP e una Nikon D200, macchine e compagne di strada, con cui scrivere lettere in pellicola e cartoline in digitale senza altro ingombro: le pagine del suo moleskine.

Anna Marasco, Trompe l’œil, Rotterdam, 2007

Anna Marasco, DNA-Turning Torso, Malmö, 2008

Il grande geografo Franco Farinelli ha detto che da Ulisse a Marco Polo tutti i viaggiatori antichi percorrevano senza fretta il proprio cammino, senza l’assillo del tempo del ritorno, attraverso vie curve, naturali, luoghi da conoscere e da vivere: il viaggio di Polo durò 24 anni. Da Colombo in poi le rotte si fecero sempre più dritte, veloci, precise, punti di un sistema reticolato: paradossalmente, la modernità ridusse la terra da tonda ad una tavola geografica piatta.

Anna Marasco, Porthole, Utrecht, 2007

Quando Anna parte, sa che tornerà, ma si estranea dal tempo meccanico delle lancette e cammina con lentezza, esplorando: acquista spazio il senso di un altro tempo, più antico, più umano, con cui alimenta il suo sguardo, che sa “porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.” (Henri Cartier Bresson)

Anna Marasco, Human steps #2, Lisbona, 2008

Anna Marasco, Human steps #3, Lisbona, 2008

Anna passa e scatta: la messa in scena, senza prove né artifici, di vita fra persone, murales, visi dipinti e architetture come dipinti, ovunque si posi quel suo occhio colto e sognante, sinceramente incuriosito e pulito. Questo sono le sue foto: parti del suo vedere, parti della sua pelle. Cos’altro volere dall’anima di un fotografo?

Anna Marasco, Whispers, Gay Pride, Amsterdam, 2007

Anna Marasco, L’hédonisme, Amsterdam, 2007

Ma Anna non si contenta di registrare il mondo, essendo capace di mettere in discussione l’oggettività presunta della realtà col mezzo fotografico, per cui ciò che coglie fa assumere al dato empirico aspetti inattesi e talvolta ironici, sia nella presa in esame di frammenti architettonici (il Turning Torso di Calatrava a Malmö diviene segmento di DNA, gli Human Steps di un passaggio pedonale a Lisbona, rivelano la simmetria casuale delle formiche umane su una sorta di tela alla Giorgio Griffa) sia nella visione di interi (l’apparire di una gigantesca giraffa pubblicitaria su un grattacielo nel centro moderno di Rotterdam).

Anna Marasco, Legàmi n.2, Mosca, 2008

Anna Marasco, En attendant, Rotterdam, 2007

Nelle sue immagini c’è sempre un sorriso di nonsense beckettiano di fondo, di partecipazione però, non di distacco dai suoi soggetti, poiché la Marasco sa cogliere nel piccolo teatro dell’assurdo che è il quotidiano comune a tutti, una persistenza dell’essere nonostante la grandezza del nulla: nella forma delle cose, come nei volti felici o dolenti dei suoi personaggi, quasi sempre rivolti altrove, ad una vertigine momentanea data da un Gay Pride o dal Summer Carnival olandese, da un momento di memoria emerso durante l’attesa, infinitamente ripetuta, di un’anziana alla finestra o dai legami ostinati di due tubi già spezzati nella periferia russa o, ancora, dal fare la fotografia di una fotografia altrui, mentre il click a pochi metri di distanza sta per essere premuto.

Contatti: anna.marasco@gmail.com (attualmente vive e lavora a Berlino).

Anna Marasco, Fotografia di fotografia, Sergiev Posad, 2008

 

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