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Henri Matisse, La danza, 1909-1910, Ermitage, San Pietroburgo

Domenica 29 maggio 2011, alle 4.18 del mattino è nato mio figlio Niccolò!

2.950 Kg per 47 cm, in termini numerici.

In realtà, assistere al parto è stato qualcosa di potente, unico, un’esperienza che consiglio di provare a tutti i futuri papà: ti è dato il privilegio di toccare la vita con le mani, con gli occhi, con ogni cellula del tuo essere. E ci si sente così piccoli davanti al piccolo che nasce, eppure così incredibilmente forti. Così pieni. Commossi. Fieri.

Sono sopraffatto dall’amore verso di lui e verso mia moglie Silvia, questa incredibile donna, forte e bella come solo un albero nella sua esattezza naturale sa essere: ho voglia di gridarlo, di cantarlo a tutta gola questo amore che travalica!

Stamane tornerete a casa, finalmente: sono per voi le parole del grande John Fante tratte da Full of life e i versi profumati di Mentre dormi di Max Gazzè.

Buona vita, stelle mie. Ed io accanto a voi. Io qui con voi.

“Lei (Joyce) tese le braccia, sorridendo.

Inghiottii la mia gioia improvvisa. Come poteva esserci così tanta bellezza nel mondo? Quelle sue mani, tese verso di me, quelle dita gentili, tese verso di me; i suoi occhi su di me, la sua bocca, le sue labbra, tese verso di me, che riversavano amore e una bellezza misteriosa da spezzare il cuore, e ora mi sembravano correre, con la valigia in mano, come se non l’avessi vista da diecimila anni, e l’avessi avuta in mente in ogni secondo, e alla fine eravamo insieme per sempre, la mia desolazione alla fine era terminata, e tutte le cose della mia vita, ciò che possedevo, le mie ambizioni, i miei amici, il mio paese, il mio mondo, diventavano nulla, come granelli di sabbia davanti alla bellezza e alla gioia di quel momento dolcissimo e doloroso. La abbracciai e piansi. Scivolai sulle ginocchia, felice di una felicità orribile e devastante che mi uccise quasi con la sua terribile forza. Avrei potuto dare la vita allora e in quel punto, perché era così fiera la gioia che sentivo per la mia donna. (…)

Joyce era stesa in un piccolo oceano di dolore, e i vapori della sua angoscia annuvolavano la camera. Era stesa sopra i lenzuoli bagnata, contorta e sudata, con la bocca tirata, i denti stretti e gli occhi che sembravano palle di bianco latte. (…) Le andai accanto. Il letto era costruito come una grande culla, con le sponde di acciaio regolabili. Quando mi chinai per baciarla, vidi la sua bocca rossa, le labbra turgide e sensuali a causa del dolore. Vidi i suoi avidi occhi bianchi, e la sua sofferenza mi sopraffece. Ma c’era passione nella sua bocca, e si attaccò a me con tale ferocia che ci volle tutta la forza dei miei polsi robusti per scostarle le braccia. Mi amava, gemeva, mi amava, mi amava, mia amava. (…) Avrei fatto qualsiasi cosa per lei, le mie due braccia, i miei piedi, le mie mani, la mia vita, avrei dato tutto per alleviare anche solo una fitta del suo dolore, ma restavo lì, incapace di sopportare un mal di pancia spasmodico che alla fine mi spedì barcollante, piegato in due, in corridoio. (…)

Attraverso la nebbiolina vidi il profilo di una porta gotica. Era la cappella dell’ospedale. Improvvisamente, inspiegabilmente, cominciai a piangere, perché era la Cosa che cercavo, la fine del deserto, la mia casa sulla terra. Vi corsi desideroso dentro.

Pax vobiscum! Era un luogo piccolo, con solo un crocefisso sull’altare maggiore. Mi inginocchiai mentre un’ondata di contrizione mi inghiottiva, una cascata tuonante che mi rimbombava nelle orecchie. Non c’era bisogno di pregare, di implorare il perdono. Il mio essere intero si perse nei gorghi profondi, come delle onde che tornavano alla riva. Rimasi lì per quasi un’ora, e quando mi alzai per andarmene ridevo. Perché era il tempo di ridere, un tempo di grande gioia.

Dieci minuti dopo vidi il bambino. Era nudo fra le braccia di un’infermiera che portava una maschera sul viso. Non potevo toccarlo perché era dietro a un vetro. Era grinzoso e brutto come uno gnomo intinto nel rosso d’uovo. Con dei baffi, sarebbe stato identico a suo nonno. Mentre l’infermiera me lo mostrava, lui urlò. Contai dieci dita delle mani, dieci dita dei piedi e un pene. Un padre non avrebbe certamente potuto chiedere di più. Feci un cenno all’infermiera che coprì il suo orribile corpicino con una coperta e lo portò da qualche parte all’interno della complessa struttura di quel grande ospedale. Poi spinsero Joyce fuori dalla sala parto. Era molto stanca, sorrideva pesantemente.

«L’hai visto?», sussurrò.

Le strinsi la mano.

«Non parlare ora, cara. Dormi».

«È stato bellissimo», sospirò.  «Niente dolore, nulla».

Chiuse gli occhi e la portarono giù per il corridoio.

Papà era accanto alla finestra nella sala d’attesa. Gli passai un braccio intorno alle spalle e lui si girò. Non ebbi bisogno di dire nulla. Si mise a piangere. Mi appoggiò la testa sulle spalle e il suo pianto divenne molto doloroso. Sentivo le ossa delle sue spalle, i vecchi muscoli che si ammorbidivano, e sentii l’odore di mio padre, il sudore di mio padre, l’origine della mia vita. Sentii le sue lacrime calde e la solitudine dell’uomo, la dolcezza di tutti gli uomini e la dolorosa e macabra bellezza della vita.

Lo presi per mano e camminammo per il corridoio fino alla scrivania della caporeparto. Lui si coprì gli occhi con un fazzolettone rosso nel quale si riversavano le lacrime, e mentre stava lì davanti a piangere, io dicevo all’infermiera che lui voleva vedere suo nipote. (…)

Lei scomparve e un momento dopo era dall’altra parte del vetro, con una maschera sul viso, e teneva in braccio il bambino. Papà non lo vide, perché le sue due mani nel fazzolettone rosso gli coprivano il occhi, ma sapeva che il bambino era molto vicino, ed era riverente, come se avesse paura di alzare lo sguardo fino al volto di Dio.”

John Fante, Full of life, 1952 (trad. Alessandra Osti, Fazi Editore, Roma 1998)

Ps. Visto il week-end elettorale appena trascorso, mi sono sentito un po’ come il Nanni Moretti di Aprile… e a proposito, confermo: Dio benedica l’inventore dell’epidurale!

 

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