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Posts Tagged ‘ingmar bergman’

lettere a poseidon, nooteboom

Amo i libri che riflettono sui libri e, va da sé, sul libro del mondo: essi giocano agli specchi col lettore, in una sorta di percorso infinito di rimandi perché indefinibile è la loro meta (ammesso che una ce ne sia) e soprattutto lo sono le biforcazioni possibili che mano a mano si generano, oltre la stessa pagina scritta. Anzi, perdersi senza l’ansia di arrivare a un finale è lo scopo di tali letture. Montaigne è forse il campione di questa letteratura che altri definirebbero “borgesiana”.

L’olandese Cees Nooteboom con le sue Lettere a Poseidon può annoverarsi nel numero di tali scrittori: sono pagine le sue, frammenti per la verità, sul viaggio-vita dell’autore negli ultimi anni, dal 2008 al 2012. Curiosità, aneddoti, descrizioni preziose di luoghi agli antipodi, erudizione mai noiosa né fine a se stessa, film, pagine lette, colori, odori, sapori, suoni di una sinestesia umanistica (anche più godibile se avrete modo di leggerla di sera a voce e non solo con gli occhi, cosa che vi restituirà il giusto tempo di relazione grazie anche alla traduzione attenta di Fulvio Ferrari), intervallata dalle lettere confessioni-riflessioni rivolte all’antico dio degli abissi acquei, ormai dimenticato come i suoi colleghi olimpici, il cui etimo, dice Socrate nel Cratilo platonico, vuole significare la morsa (desmos) che trattenne i piedi (podoon) del primo uomo che osò sfidare la potenza del mare.

E cosa dire o chiedere a Poseidon? Tutto, come a un enigma desideroso, anzi, assetato di domande e pensieri umani che da secoli aspetta, dal quale però sarebbe vano attendersi altrettante risposte.

Fra le numerose belle pagine, dato il clima di questi giorni, ne ho scelta una intitolata Macchia e dedicata alla solitudine bergmaniana di Luci d’inverno.

Buona lettura.

luci_dinverno_bergman

“Un’immagine resta nella memoria, anche se non la si è vista. Questa, per un film, è una cosa strana, eppure è così. Qualcosa viene detto senza essere mostrato. C’era una cosa da vedere, ma noi non l’abbiamo vista: una macchia bianca. La donna che ce ne parla in quel momento non riusciva a vedere bene. Si è tolta gli occhiali per piangere e si è sfregata gli occhi. L’uomo, che ha appena finito di parlarle con un odio ardente e, allo stesso tempo, gelido, si trova a qualche metro di distanza. Il suo volto noi lo vediamo: bianco, pieno di smisurata disperazione e di autocommiserazione. Siccome non ha gli occhiali, lei invece non lo vede, vede solo quella macchia bianca. E lo dice. Il film l’ha resa brutta, una maestrina di campagna, ma in quel momento è bella. È grande arte, mostrare l’amore facendo semplicemente sollevare un po’ il capo a una persona in un’aula vuota, così da modificarne l’illuminazione. L’uomo ha parlato a lungo, quasi monotono, con la gelida irritazione dell’assoluto disprezzo. Una litania di odio misurato. Lei lo ama e lui non la vuole. Stanno insieme, ma lui prova solo nausea per lei, per la sua vicinanza, per la sua voce, per le sue lacrime. Tutto quel che dice è una nenia devastante, ma perfini il suo odio è vuoto come tutta la sua esistenza, e lei lo sa. Lei vede una macchia bianca, un uomo già quasi cancellato che accumula il proprio impotente disgusto mentre lei è resa sempre più bella dall’amore. Nell’ultima scena si vede una messa con tre fedeli: l’organista lascivo che continua a guardare l’orologio, il sagrestano zoppo che pensa alla solitudine di Cristo nel Getsemani, e lei, con il suo amore e le sue grandi scarpe, con indosso un impossibile cappotto in pelle di foca. L’uomo che ama guarda la chiesa vuota e dà inizio alla messa con le parole di sempre. Il suono dell’organo, lo strano fascino dello svedese, in cui di tanto in tanto affiorano i suoni della mia lingua come il ricordo di un’epoca arcaica. Una chiesa vuota in un paesaggio sconfinato, 1963, il buio precoce dell’inverno nordico, nessuna soluzione, nessuna grazia, la vita come punizione a se stessa.”

Cees Nooteboom, Macchia da Lettere a Poseidon, Iperborea, Milano 2013.

Luci d'Inverno di Ingmar Bergman (1963)

Luci d’inverno di Ingmar Bergman (1963)

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stassi, l'ultimo ballo di charlot

Senza dubbio uno dei romanzi più belli degli ultimi anni L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012) di Fabio Stassi: come nel Settimo sigillo bergmaniano assistiamo alle diverse fasi di una partita a scacchi tra Charlot e la Morte della durata di ben sette anni, o meglio di sette vigilie di Natale, dal 1971 al ’77: la fine è obbligata e nota, Charles Spencer Chaplin morirà appunto il 25 dicembre 1977.

Ma egli riesce a rimandare di anno in anno la sua fine strappando una risata, benché spesso involontaria, dovuta agli acciacchi dell’età più che ai numeri del vecchio repertorio quasi patetici eseguiti da un corpo ormai fuori allenamento, alla sua inquietante visitatrice, di cui solo al termine del romanzo si scopre il volto vero. E forse è così anche per ognuno di noi: la morte in sé è anonima, ma sotto il nero del cappuccio assume le fattezze di uno dei visi del nostro passato che quando scocca la nostra ora viene a prenderci svelandosi, se non abbiamo paura di riconoscerlo (vedi Il sesto senso di Night Shyamalan).

Motivo del patto tra Charlot e la vecchia Signora? Egli ha bisogno di tempo perché sotto forma di lettera vuole raccontare al giovane Cristopher, suo ultimogenito, la vera storia dei suoi esordi, senza la mancanza di tutti quei particolari omessi nelle interviste e biografie ufficiali: dunque i brevi incontri fra Chaplin e la Morte sono solo la cornice (e la scusa) dello straordinario affresco che appare sotto gli occhi del lettore mano a mano si procede nella lettura, talché questo espediente è tanto semplice quanto solido nel definire l’impalcatura di un’opera ben costruita.

Si parte dall’Inghilterra e dalla povertà e dalla fantasia incredibile del circo e delle sue tante anime, con l’odore di urina animale mescolata alla segatura e alle lacrime per le vite tristi di clown e saltimbanchi, che tuttavia non mancano d’essere ricompensati con applausi e risate fortissime dal pubblico, e si giunge agli Stati Uniti ruggenti di inizio ‘900, con le possibilità infinite (ma anche con le ombre violente del Ku Klux Klan) e soprattutto con la voglia di farcela a essere e trovare se stesso del giovane e sconosciuto Chaplin che, nomade per necessità e forse per natura perché curioso alfine del mistero chiamato vita umana, si barcamena fra cento lavori (tipografo, imbalsamatore, allenatore di pugili e guitto/artista/attore/regista naturalmente) trovando la sua strada immensamente arricchita da quell’humus di miserie umane che ha incontrato per via e che più avanti farà la fortuna mondiale e l’identità dei suoi film e del suo vagabondo, l’icona Charlot.

E a proposito di cinema, nell’invenzione romanzesca si viene a scoprire che la grande arte del secolo nuovo non nasce coi fratelli Lumière, ma grazie all’umile e ignoto Arlequin, addetto a pulire gli escrementi delle bestie circensi e dai più considerato mezzo scemo, che desiderava sopra ogni cosa catturare l’immagine in movimento della bellissima e sfortunata acrobata Eszter, di cui come tutti era perdutamente innamorato. Dunque il cinema nasce come un atto d’amore. E questa è poesia.

Se la scorsa settimana ho proposto la prima volta di Charlot secondo le parole tratte dall’autobiografia di Chaplin, sono ora a presentare la medesima scena secondo Stassi. Buona lettura.

Charlot

“Quel pomeriggio di pioggia del 1914 in cui cercavo nello spogliatoio maschile di Keystone un costume per una scena che stavamo girando, tenevo bene a mente quello che mi aveva detto Fred Karno, che in tutte le storie ci vuole un pizzico di malinconia. Per me non era difficile trovarla: la portavo già negli occhi, nelle mani, nel sangue. (…)

Scelsi così un paio di calzoni sformati, mi abbottonai con fatica un gilè e una giacca troppo stretti e calzai due scarpe enormi e logore. Mi guardai allo specchio. Non mi ero mai sentito così a mio agio. Il mio vestito era una disubbidienza. Ci aggiunsi una bombetta, un bastone, una cravatta a farfalla. Mancava solo un ultimo dettaglio: mi agitai i capelli e mi incollai sotto al naso un paio di baffetti neri e per la prima volta seppi qual era la mia faccia.

Quando uscii dalla baracca del trucco e mi avvicinai alla cinepresa con questo costume miserabile, mi bastò muovermi di fronte a quella volpe di Mack Sennett come se avessi avuto i pidocchi sotto alle ascelle. Sennett cominciò a ridere in una maniera così esagerata e nervosa che gli venne la tosse, gli uscirono le lacrime e per poco non soffocò. Lo tenevo in pugno.”

Fabio Stassi, da L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012.

Finale dal film "Modern Times" (1936)

Finale di “Modern Times” (1936)

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