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Naghmeh Farahvash Fashandi, Senza titolo, 2011

Naghmeh Farahvash Fashandi (Tehran, Iran, 1981): ti sei laureata a Tehran in Grafica pubblicitaria e a Bologna in Storia dell’Arte e Scultura per poi incontrare il mondo del mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Cosa ti ha spinto verso questa direzione? E, a proposito, come ti sei trovata in Italia dal punto di vista degli studi? E nel tuo Paese d’origine, com’è la situazione per una ragazza che vuole intraprendere la via dell’arte?

Mi sono avvicinata al mondo del mosaico spinta da pura e semplice curiosità. Venendo dal mondo della scultura mi sembrava interessante ampliare la visuale abbracciando anche altre tecniche e prendendo in mano altri strumenti come ad esempio le tessere di mosaico. Voglia di fare e sperimentare quindi, essenzialmente.

Avendo come termini di paragone prima l’esperienza di studi in Iran e poi, anche se di minor durata, quella in Spagna, devo ammettere di aver riscontrato nell’ambiente accademico italiano una generale e diffusa, seppur lieve, mancanza di stimoli ed input, nonché di attenzione, entusiasmo e intraprendenza, da parte di chi ti sta sopra. Ma ciò non dipende dal mio essere straniera, credo sia una pecca che riscontrano tutti gli studenti italiani. Ciò non toglie che io abbia anche avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso persone competenti e stimolanti alle quali devo molto. Se invece parliamo di integrazione posso dire di non aver mai avuto particolari problemi e di essere stata sempre accettata in maniera molto naturale.

La figura della donna è da sempre presente dietro l’arte iraniana. Prendi per esempio i tappeti che a tutti gli effetti fanno parte della produzione artistica della mia terra d’origine, dietro alla loro produzione ci sono le donne! A parte questo dipende molto dal campo artistico in cui una ragazza della mia età decide di muoversi: in mondi come quelli del teatro, del cinema, della musica è veramente difficile affermarsi per una donna. In questi ambiti vengono imposti molti più limiti rispetto a ciò che comunemente viene definita “arte”, nel campo della pittura o scultura credo sia più semplice esprimersi e agire liberamente. I problemi di base sono molti, sicuramente tra questi è proprio la messa in mostra del corpo femminile.

Naghmeh Farahvash Fashandi, Senza titolo (particolare), 2011

Ho visto l’opera che hai presentato a Ravenna al primo premio internazionale G.A.E.M. 2011 (Giovani Artisti e Mosaico, evento organizzato con la collaborazione fra CIDM e ditta Orsoni di Venezia): una tavola di legno letteralmente trafitta a profondità differenti da gruppi di cunei sempre in legno e di dimensione diversa, alcuni dei quali presentavano una tessera di marmo sulla cima, concentrati in varie zone della superficie.

Dunque, contrariamente all’apparenza solida e fissa dei materiali usati, peraltro tutti naturali, un’opera estremamente mobile per l’occhio, anche per le ombre proiettate dai cunei, come una sorta di tastiera da pianoforte riassemblata come forse neanche John Cage, sebbene con un’armonia complessiva.

A parte gli aspetti plastici e cinetici, questo lavoro è leggibile anche sotto altri ambiti? Ad esempio un’eventuale implicazione dolorosa data dall’atto stesso del trafiggere (la memoria?).

Ti chiedo infine di parlare della tua poetica non solo in riferimento a quest’opera, ma più in generale a tutto il tuo lavoro, a tutto il tuo pensiero.

Venendo dalla scultura sono sempre stata abituata a lavorare in tre dimensioni, a giocare con il volume dei corpi e con la loro fisicità nello spazio. Il mosaico, nel modo in cui ti viene insegnato e nella maniera in cui è sempre stato eseguito fin dalla sua nascita, è solitamente un corpo fisso, incastonato su di una superficie piana e la singola tessera non è mai vista nella sua individualità, ma sempre come parte del tutto finale. Non che io rinneghi la natura originaria del mosaico (ho lavorato infatti anche ad opere in cui invece accetto con piacere la sua bidimensionalità e la sua tradizionale esecuzione), ma con questa opera ho deciso letteralmente di tirarlo fuori, e, ancora più specificatamente, di tirare fuori la tessera dallo spazio in cui viene solitamente confinata. Così ho deciso di uscire dalla schematicità della tecnica e isolare la tessera che viene presentata a 360° nella sua profondità ed estensione. Un aspetto fondamentale inoltre è quello del gioco di ombre che si viene a creare attraverso i coni sporgenti sia nella parte anteriore sia in quella posteriore. Quindi ancora sperimentazione e voglia di fare qualcosa di nuovo in primis, ma è logico che anche il momento in cui ho lavorato all’opera ha influenzato il risultato finale. Stavo attraversando un periodo difficile e anche quello probabilmente a livello inconscio ha condizionato la realizzazione dell’opera. La scelta dei materiali è dovuta alla mia predilezione per quelli naturali come legno, marmo o pietra e al fatto che preferisco adottare una tecnica mista che ne coinvolga più di uno. Per quanto riguarda la mia poetica, Oscar Wilde diceva che l’arte non esprime mai altro che se stessa e io mi trovo pienamente d’accordo con lui. Le mie opere nascono spontaneamente da una semplice visione ispiratrice così come da un pensiero o da un’idea già presente nella mia mente a livello astratto. Non sempre dietro c’è un messaggio definito, spesso sono più una proiezione di ciò che sto vivendo in quel momento o di particolari stati d’animo. 

Naghmeh Farahvash Fashandi, Albero nero, 2011

Quali sono i tuoi progetti ed eventuali sogni futuri che vorresti realizzare?

I progetti sono sempre tanti, sicuramente continuare a lavorare nel campo dell’arte come artista e magari anche in quello della didattica. Mi piacerebbe viaggiare con e grazie a quello che faccio, conoscere altre culture ed entrare in contatto con realtà diverse. Dipingo e creo da quando sono piccola, direi che il sogno principale si è realizzato!

Info e contatti: naghifash60@yahoo.com

Naghmeh Farahvash Fashandi, Albero nero (particolare), 2011

 

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