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Foresta Umbra, Gargano

La notizia è di ieri ed è una volta tanto buona: i siti italiani Unesco passano da cinquantuno a cinquantatré grazie alle faggete delle tre riserve naturali dello Stato di Sasso Fratino, Foresta Umbra e Foresta di Falascone e alle mura veneziane che circondano i centri storici di Bergamo (la mia Bergamo!), Palmanova e Peschiera del Garda.

Certo, una cosa è la quantità dei beni culturali, altra è la qualità con cui vengono poi trattati, conservati, rispettati. Ma questo riconoscimento è comunque positivo sia per il concetto di patrimonio naturale e culturale diffuso, sia per l’immagine del nostro Paese e come impegno per la sua tutela futura.

www.unesco.it

unesco.org

Porta San Giacomo e mura veneziane, Bergamo Alta

 

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Henri Rousseau, La guerra, 1894, Musée d'Orsay, Parigi

Premessa: ancora una volta l’Italia, il mio Paese, ha preso la via dissennata della guerra, in altre occasioni chiamata ipocritamente missione di pace.

Macabra coincidenza: stavolta si bombarda la Libia, il Paese da noi invaso esattamente cento anni fa, quand’era ancora parte del morente Impero ottomano, nel settembre1911, in preda a furori coloniali di cui ancora paghiamo le conseguenze.

Eppure la nostra Costituzione non ammette dubbi di principio:

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (…).

Chi dalla guerra è scampato, sa come si torna (se si torna): nella migliore ipotesi, più poveri, induriti nell’animo e feriti nel corpo. E questo vale per gli individui come per le nazioni intere. Del resto si è andati ad uccidere. Una volta, almeno, re e condottieri scendevano in battaglia e rischiavano la pellaccia direttamente. Il ‘900 ci ha abituato a governanti che in sale ovattate si limitano a dettare ordini telefonici, a cliccare pulsanti. Di morte.

Proprio questa settimana è stato offerto uno degli spettacoli più miserabili che le democrazie occidentali, presunte evolute ed esportatrici di (in)civiltà, abbiano mai dato, con l’inneggiare internazionale e da parte di capi di stato e responsabili politici che si definiscono moderati all’uccisione di Caino-Bin Laden: non entro nel merito della vicenda, se il fatto sia o meno vero e comunque la scomparsa del corpo in mare lo rende non più verificabile, ma anche ammesso lo sia (forse sulla scia della cosiddetta primavera araba, questa sì novità epocale per cui gioire, sono cadute le coperture del noto terrorista divenuto un peso pericolosamente ingombrante da eliminare: ma a questo punto ogni fanta-ipotesi è possibile quanto inutile), mi chiedo un po’ ingenuamente se non sarebbe stata resa giustizia nel senso pieno della parola con la sua cattura e incarcerazione a vita seguita da un processo, coi nomi eventuali che l’imputato avrebbe potuto fare (e a proposito di responsabilità scommetto ne avrebbe avuti da dire…). Senza peraltro contare le conseguenze terroristiche possibili di questa esecuzione sommaria…

Basta. Lascio la parola ad un grandissimo dimenticato del teatro cinquecentesco, che visse direttamente la guerra in giovinezza, il padovano Angelo Beolco detto il Ruzante.

 

MENATO – Quando a’ gieri in qualche scalmaruza, disíme a la reale, compare, disíssiu mé: «Oh, fossio a ca’!», cussí da vostra posta, pian? Disí pure, che agni muò con mi – intendíu, compare? – a’ poí dire com a’ volí.

RUZANTE – O compare, s’a’ fossè sto on’ son stato io mi, aessè fato an pí de quatro de g’invò. Che criu che sipia a esser in quel paese? Che te no cognussi negun, te no sè don’andare, e che te vi’tanta zente che dise: «Amaza, amaza! Dàghe, dàghe!» Trelarí, s-ciopiti, balestre, freçe; e te vi’ qualche to compagno morto amazò, e quel’altro amazarte a pè. E com te crí muzare, te vè int’i nemisi; e uno che muza darghe un s-ciopeto in la schina. A’ ve dighe che ‘l’ha gran cuore chi se mete a muzare. Quante fiè criu che a’ m’he fato da morto, e sí me he lagò passar per adosso cavagi? A’ no me sarae movesto, ch’i m’aesse metú adosso el monte de Venda! A’ ve dighe la veritè, mi; e sí me par che chi sa defendere la so vita, quelú sea valent’omo. (…)

MENATO – Cancaro! A’ si’ stò fieramen in là. A che muò favèlegi in quel paese? Se intèndegi? Ègi uomeni com a’ seóm nu? De carne – intendíu? – com a’ seóm nu?

RUZANTE – Gi è uomeni de carne, com a’ seóm nu. E si favela com a fazóm nu, mo malamén, com fa sti megiolari de fachinaría che va con la zerle per la vila. Tamentre gi è batezè, e sí fa pan com a’ fazóm (nu), e sí magna com a’ fazóm nu. E sí se maría e fa figiuoli, puorpio com a’ fem nu. A’ se inamòregi, an; mo l’è vero che sta guera e (i) soldè gh’ha fato andare l’amore via dal culo.

 

(MENATO –  Quando eravate in qualche scaramuccia, ditemi francamente, compare, dicevate mai: «Oh, fossi a casa!», così per vostro conto, piano? Dite pure, che in ogni modo, con me – intendete, compare? – potete parlare come volete.

RUZANTE – Oh, compare, se voi foste stato dove sono stato io, (ne) avreste fatto anche più di quattro di voti. Che credete che sia essere in quel paese? Che non conosci nessuno, non sai dove andare, e vedi tanta gente che dice: «Ammazza, ammazza! Dàgli, dàgli!» Artiglierie, schioppi, balestre, frecce; e ti vedi qualche tuo compagno morto ammazzato, e quell’altro ammazzato vicino. E quando credi di scappare, vai in mezzo ai nemici; e a uno che scappa, vedi dargli una schioppettata nella schiena. Vi dico che ha un gran coraggio chi si mette a scappare. Quante volte credete che io abbia fatto il morto, e mi sia lasciato passare sopra i cavalli? Non mi sarei mosso neanche se mi avessero messo sopra il monte Venda! Vi dico la verità; e così mi pare che chi sa difendere la propria vita, quello sia un valentuomo. (…)

MENATO – Canchero! Siete stato molto lontano. E in che modo parlano in quel paese? Si intendono? Sono uomini fatti come noi? Di carne – intendete? – come siamo noi?

RUZANTE – Sono uomini di carne, come siamo noi. E parlano come facciamo noi, ma malamente, come fanno questi ambulanti che vanno come facchini con le gerle per la villa. Eppure sono battezzati, e fanno il pane come lo facciamo noi, e mangiano come facciamo noi. E si maritano e fanno figli, proprio come facciamo noi. Si innamorano anche; ma è vero che questa guerra e i soldati gli han fatto andare l’amore via dal culo.)

Angelo Beolco detto il Ruzante (Padova – Pernumia? – 1496 ca. – Padova 1542), Parlamento de Ruzante che iera vegnú de campo, dai Dialoghi in lingua rustica, 1528-29 (trad. A. Zorzi).

Ruzante in scena – sito regionale su Ruzante

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Tutt’ad un tratto, una botta di retorica?

No, sono sincero: buon compleanno Italia! E non per dimostrare il valore storico dello stato unito in polemica coi leghismi, coi pericolosi secessionismi nordisti o i ridicoli neoborbonici, etc., etc.

Un augurio schietto, di cuore e non dovuto, o avrei parlato d’altro. È bello essere, sentirsi italiano almeno una volta ogni 150 anni! Ma sono felice d’esserlo ogni giorno, nonostante… gli italiani, o almeno certi italiani… scherzo, ma non troppo.

Leggere i libri inchiesta di Rizzo e Stella, come l’ultimo, Vandali (Milano 2011), sul disastro in atto contro il nostro patrimonio culturale, di cui la “bondeide” col suo totale disinteresse e passività non è che il capitolo più recente di uno sfascio pluridecennale (e probabilmente il seguito sarà l’agghiacciante Galan), o La colata (Milano, 2010) di Ferruccio Sansa, Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Giuseppe Salvaggiulo, edito da Chiarelettere, casa editrice benemerita, coraggiosamente specializzata nelle denunce di ogni scempio italico, in questo caso sullo stupro paesaggistico e ambientale inaudito che, ad esempio, fra il 1990 e il 2005 ha portato alla cementificazione di 3,5 milioni di ettari, una superficie superiore a Lazio e Abruzzo, leggere certe cose dicevo, provoca uno sconforto (ma siamo davvero così indegni del nostro grande Paese, così privi di amore per Esso?), un attacco di bile e una rabbia tali che… meglio soprassedere per oggi. Tacere mai.

Non scriverò sulla storia della bandiera, né farò l’apologo dell’inno nazionale, non citerò nessun articolo della nostra pur bellissima Costituzione repubblicana, né i pensieri di Gramsci o Calamandrei, di moda ultimamente, ma almeno sono ricordati com’è giusto che sia, né racconterò aneddoti sui padri della patria, Cavour, Cattaneo, Mazzini, Garibaldi o altri eroi anche anonimi (non ultimi quei poveri cristi dimenticati delle trincee del ’15-’18, o, con le dovute proporzioni, quanti oggi pagano le tasse, fanno il loro dovere, qui studiano o rischiano realizzando onestamente un’impresa sul territorio o da dipendenti tengono in piedi famiglie o se stessi e sono sottopagati, sottostimati, precari, in cerca di lavoro, cassaintegrati, ma resistono e affrontano ogni giorno le trincee della vita senza mollare, alla fine), né vi comunicherò le ragioni numerose del mio disprezzo per i Savoia, incluso Vittorio Emanuele II, che galantuomo non fu affatto (salverei giusto l’ultimo sfortunato re d’Italia, Umberto II, ma i suoi eredi…): mi limito a constatare che quand’ero bambino, venti-venticinque anni fa (al momento ne ho trentadue), sarebbe stato impensabile dir male di alcuno di loro, erano una sorta di santi laici, sicuramente con un eccesso di piaggeria storica… oggi (ma i primi pamphlets circolavano già da metà anni ’90, poi il diluvio) si è scaduti nell’esagerazione opposta, addirittura coi fantocci di Garibaldi bruciati fuori dalle discoteche: proprio non se lo merita. Ci credeva, lui.

Fortunatamente ci sono libri per il grande pubblico, pochi ma buoni, che rivalutano senza incensare e con equilibrio il Risorgimento, a cura di giornalisti attenti come Massimo Gramellini (La patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita, Milano 2010, scritto col grande Carlo Fruttero) o Aldo Cazzullo (Viva l’Italia! Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia, Milano 2010).

A ben vedere, la nostra unità poteva essere fatta meglio, ma è andata così: sta a noi raccoglierne l’eredità storica (che a livello identitario comincia ben prima dell’’800, coi grandi di ogni tempo e ambito che tuttora fanno l’orgoglio d’Italia nel mondo), raddrizzarla, farla fruttare, anche con un federalismo purché condiviso, che responsabilizzi le Regioni e ne rispetti le differenze, i dialetti ad esempio, ma non solo, senza scendere nella coglioneria più ottusa, al capo opposto ed equivalente del fascismo che voleva la traduzione, l’italianizzazione di ogni parola estera e la messa al bando di ogni localismo: per la gioia dei lettori consiglio Gran Circo Taddei (Palermo 2011), l’ultimo Camilleri, in particolare il racconto che dà il titolo al libro, o uno qualsiasi dei testi ripubblicati di Gian Carlo Fusco, ad esempio Le rose del ventennio (Palermo 2000).

Oggi, 17 marzo 2011 per la prima volta esporrò il tricolore alla finestra: mi va. E andrò a procurarmi la nuova edizione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi, edita quest’anno da Bollati Boringhieri, coi Pensieri di un italiano d’oggi di Franco Cordero.

Infine, essendo un genetliaco importante e simbolico, desidero dedicare una canzone alla diretta interessata: già, ma quale? Un’aria classica del povero Beppino Verdi, ormai appannaggio delle capre celtico-padane, o l’ufficialità (almeno in origine) commossa di Mameli-Novaro (magari nella versione femminile dello spot Calzedonia 2009 che tante polemiche, fastidiose e inutili come sempre, ha suscitato e che io ho trovato bellissimo)? Meglio le note cantautorali ed accorate di De Gregori, Gaetano, Battiato, Gaber e Tricarico o quelle nazionalpopolari di Cutugno e Reitano?

Il mio sentire spingerebbe verso due gioielli recentissimi che sono anche fotografie esatte dell’Italia d’oggi: Precario è il mondo di Daniele Silvestri e AAA Cercasi di Carmen Consoli (di cui senza pudore confesso di essere innamorato: mia moglie spero mi perdonerà!).

Ma credo sarebbe brutto presentarsi al compleanno di qualcuno e dire: sì, tanti auguri alla vecchia, ma è zoppa, cieca, pure un poco sorda… povera Italia! Che poi vecchia non è, ma giovanissima e forse proprio per questo si presenta così ai suoi primi centocinquanta, in preda a furori adolescenziali…

Oggi è festa: le dedico Meraviglioso del grandissimo Modugno.

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“Ma del calcio a te non stracatafotteva nulla? Però i mondiali li guardi, eh?”

Giusta osservazione di un amico. E confermo: amo i mondiali quanto mi annoiano gli altri campionati, specie il nostro, perché su quei campi, ogni quattro anni, il calcio torna ad essere uno sport e uno spettacolo bellissimi, appassionanti, in cui, fra l’altro, i nodi vengono al pettine e solo se vali vai avanti. Poi ci sono anche la sorte, buona o cattiva, l’indotto economico che la vittoria comporta e le “blatterate” di turno, ma non sono il punto.

Il calcio così giocato può anche divenire metafora della vita o dello spirito di un paese, come aveva intuito Giovanni Arpino in Azzurro tenebra (1977), amaro e lucido, riferendosi alla débâcle italiana del ’74, o come pochi giorni fa Michele Serra nella sua Amaca (La Repubblica, 25 giugno 2010, pg.44): “Piccola riflessione in margine all’eliminazione degli azzurri. La gestione della mediocrità non è tra le cose che agli italiani riescono meglio, ma poiché – non solo nel calcio – la mediocrità è la condizione che descrive meglio di altre questo lungo scorcio della nostra vita nazionale, prima ne prendiamo atto, meglio è. L’illusione del colpo di genio salvifico, del talento di pochi che rimedia alla pochezza di molti, dell’estro e dell’improvvisazione come dono di natura, della grazia ricevuta e della botta di culo, sono decrepite e pigre scorciatoie mentali di un paese che è nudo di fronte ai propri limiti e non ha il coraggio di guardarsi allo specchio.

La Nazionale ha perso perché era una squadra mediocre, in rappresentanza di uno sport in forte regresso (anche strutturale: stadi tra i peggiori d’Europa, tifoserie tra le più incivili del mondo). Era dunque ragionevole che perdesse. Né “onta” né “vergogna” servono a illustrare la perfetta normalità di un ultimo posto meritatamente conquistato sul campo. In molti altri campi, più importanti del calcio, la percezione della decadenza, piuttosto che eccitare gli animi e offendere le suscettibilità, dovrebbe spingere a prenderne atto, e rimboccarsi umilmente le maniche.

E invece, accade che per la propria squadra si arrivi alla bestialità, uccidere l’altro, mentre se si assiste ad ingiustizie non solo ai propri danni, se si è sfruttati o disoccupati (e magari ben adagiati su questo), tutto pare normale, in fondo ci si abitua a tutto (persino ai marziani, come scrisse il grande Flaiano).

Ecco, è questo il calcio, anzi il dio calcio di cui non me ne stracatafotte nulla, con quella partecipazione ottusa dei più alla logica immarcescibile del panem et circenses, mentre fra trucchi e compravendite, il campionato non ha da tempo più nulla da dire, standardizzato su quattro o cinque squadre di massima, con giocatori spesso vecchi, annoiati e sempre iperpagati, anche rispetto ad altre discipline ben più faticose e decisamente meno remunerative.

Tutto questo può apparire retorico, lo so, ma continuerò a vedere i mondiali (come le olimpiadi) ignorando il resto, dove mancano ormai il cuore e l’anima, gli stessi elementi così evidenti in molti match sudafricani di questi giorni, come nelle pagine indimenticabili di Osvaldo Soriano (1944-1997).

Il tiro arrivò a sinistra e “el Gato” Díaz si buttò nella stessa direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e si mise a piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Díaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria.

Due anni dopo, quando “el Gato” era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. (…) Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato.

– Bene, ragazzo, – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal al “Gato” Díaz, ma nessuno ti crederà.” (Osvaldo Soriano, da Il rigore più lungo del mondo, in Fútbol, storie di calcio, Einaudi, Torino, 1998)

Ps. Olanda o Spagna? Meritevoli entrambe, avendo disputato partite bellissime e non avendo mai vinto un mondiale: coraggio ragazzi e davvero vinca il migliore! Per lo sport è già un successo.

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Oggi, 2 giugno, Festa della Repubblica: una data importante, perché il processo democratico in Italia non è mai stato lineare né indolore, come il 25 aprile testimonia ogni anno. Né lo è tuttora, come dimostra in questi giorni la messa a punto (e futura approvazione) dell’ennesima legge indegna, in questo caso per limitare le intercettazioni telefoniche e la relativa impossibilità a pubblicarne i contenuti.

In piazza è il momento delle fanfare e sui medesimi spalti, governo e (presunta) opposizione.

Qui si preferisce l’anima civile di un poeta, Pier Paolo Pasolini (1922-1975), la cui voce, coscienza di una nazione, è mancata come non mai negli ultimi trentacinque anni e il cui assassinio appartiene ancora al novero oscuro e triste dei molti, troppi misteri italiani irrisolti e che è facile supporre, più passa il tempo e meno vedranno luce di chiarimento.

Ps. la voce recitante alcuni testi di Pasolini nella seconda metà del video è di Toni Servillo e tale sequenza viene dal bellissimo La voce di Pasolini di Matteo Cerami e Mario Sesti (dvd e libro, Feltrinelli Real Cinema, Milano, 2006).

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