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Posts Tagged ‘jacopo torriti’

Frammento di sarcofago a lenós con leone che azzanna un’antilope, metà III secolo d.C., Castello di Lagopesole

Roma quanta fuit, ipsa ruina docet.”/ “Quanto fu grande Roma, lo testimonia la sua stessa rovina.” Motto attribuito a Ildeberto di Lavardin (1056–1133), vescovo di Le Mans e arcivescovo di Tours.

Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila.” Giordano Bruno (in anticipo su Lavoisier!), da Il Candelaio, lettera dedicatoria alla signora Morgana, 1582.

Cosa rende una mostra importante? Più del pezzo celebre acchiappaturisti, più della cura attenta e dei servizi disponibili per i visitatori, anzitutto, che sia pensata, che ci sia un’idea sotto e una necessità nel realizzarla, oltre a saggi in catalogo che auspicabilmente colmino vuoti di studi precedenti.

Sino al 2008 Castel Sismondo a Rimini era teatro di mostre importanti e, appunto, ragionate (Seicento inquieto, Costantino il Grande, etc.), prima di cadere nelle belle trappole firmate Marco Goldin: un sacco di bei dipinti (l’anno scorso dal Fine Arts di Boston, quest’anno gli impressionisti, una specie di marchio di fabbrica per lui), un sacco di biglietti venduti che certo fanno piacere di questi tempi, ma progetti scientifici, critici, espositivi e didattici pari a meno di zero, in cui l’unica cosa ad emergere in genere è la firma dello stesso Goldin, ossessivamente ripetuta in ogni sala sotto ogni autocitazione proveniente dai suoi “indispensabili” scritti.

Questo tipo di mostre stanno a quelle serie come un reality sta a Kubrick, Hitchcock o John Ford.

Sino a tre anni fa invece l’antica Ariminum culminava il percorso di riscoperta delle proprie radici classiche inaugurando la Domus del Chirurgo con annesso e rinnovato museo, oltre ad un’edizione particolarmente ricca del Festival del mondo antico: tutte cose che fortunatamente continuano ad esserci, nonostante tagli più affilati di un bisturi non “tremontino”, anzi abBondino più che mai.

Scultore d’ambito federiciano, Testa di Zeus o di Silvano, XIII secolo, Museo Provinciale Campano, Capua

Completamento di tale e ideale panorama culturale era la mostra Exempla[1] (20 aprile-30 settembre 2008), per l’ottima cura di Marco Bona Castellotti e Antonio Giuliano, sul rapporto e l’influenza determinanti delle rovine classiche sulla riscoperta identità visiva occidentale a cominciare dal primo dugento, secolo cruciale e denso di conseguenze sin dagli esordi federiciani e romani quanto mai fondamentali e fondanti per le arti e le lettere dei tempi a venire, Dante e Giotto anzitutto.

Jacopo Torriti, Volto del Creatore, ultimo quarto del XIII secolo, tesoro della Basilica di San Francesco, Assisi

A proposito di colui che ebbe “nella pittura il grido” sottraendolo a Cimabue, studi recenti[2], oltre al restauro del Sancta Sanctorum[3] di Roma durante la prima metà degli anni ‘90, sembrano sempre più confermare il debito giottesco nei confronti della cosiddetta scuola romana di fine ‘200 (Jacopo Torriti, Pietro Cavallini e Filippo Rusuti i nomi più noti, ma chissà quanti altri anonimi o perduti), tuttora poco nota a causa dei pochi frammenti sopravvissuti ai secoli e a cui probabilmente si deve buona parte dello stesso ciclo francescano della Basilica Superiore di Assisi, frutto di almeno tre maestri distinti e relative botteghe, benché tradizionalmente attribuito alla sola mano (comunque rivoluzionaria) del pittore degli Scrovegni, Giotto[4].

Pietro Cavallini, Testa di Cristo, 1290-95, Collegio Teutonico di Santa Maria in Camposanto, Città del Vaticano

Confronto fra un particolare del Monumento funebre del Cardinale De Braye di Arnolfo di Cambio (dopo il 1282) presso San Domenico a Orvieto e una Figura femminile del sarcofago romano di Ifigenia (II secolo d.C.) presso Villa Pamphili a Roma

Dunque proseguendo lungo un solco di indagine originale oltre che di pregio, l’esposizione affrontava un tema poco o nulla considerato nelle grandi mostre: gli exempla ovvero i modelli antichi che cambiarono il corso della storia artistica successiva, a partire dal sogno di potere e cultura che fu il regno meridionale di Federico II di Svevia nella prima metà del XIII secolo, in particolare l’Apulia delle costruzioni federiciane (un luogo su tutti, Castel del Monte nelle vicinanze di Andria), oltre alla Roma cristiana, vera e propria cava a cielo aperto d’ogni sorta d’antichità, come ben apprese per avervi lavorato lungamente il toscano Arnolfo di Cambio, uno dei protagonisti più eccelsi in mostra, insieme al più drammatico Giovanni Pisano, entrambi allievi e figlio il secondo di Nicola Pisano, apulo d’origine e federiciano per formazione, il cui appellativo gli venne dall’essersi trasferito a Pisa, dove nel Camposanto monumentale trovò decine di statue, reperti, bassorilievi, formelle romane, spesso copia di altri originali greci.

Confronto fra il particolare del volto della Madonna nel pulpito del Battistero di Pisa di Nicola Pisano e il particolare del volto di Fedra dal sarcofago romano di Ippolito nel Camposanto pisano

E proprio la scultura e l’architettura del tempo furono gli ambiti privilegiati del rinnovo dell’arte tutta, pittura inclusa, trovando nuova linfa nella classicità circostante, abbandonata da secoli ma mai morta e solo liofilizzata dalla cultura bizantina precedente, per usare un’espressione cara a Panofsky.

Nicola e Giovanni Pisano, La lupa con Romolo e Remo, Rea Silvia, 1278, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

Exempla dava conto di tutto questo con sezioni ampie, ben documentate e scelte precise delle opere, spesso affiancate dagli originali punti di riferimento romani. Merito aggiunto dell’esposizione era la dedica alla memoria di un grande nel decennale della scomparsa, Federico Zeri (1921-1998).

Arnolfo di Cambio, Sepolcro Annibaldi, processione funebre, fine del XIII secolo, chiostro della basilica di San Giovanni in Laterano, Roma


[1] Exempla. La rinascita dell’antico nell’arte italiana. Da Federico II ad Andrea Pisano., AA.VV., a cura di Marco Bona Castellotti e Antonio Giuliano, Ospedaletto (Pisa) 2008.

[2] Il cantiere di Giotto, a cura di Bruno Zanardi,  Chiara Frugoni e Federico Zeri, Milano 1996.

[3] Sancta Sanctorum, AA.VV., Milano 1995.

[4] Bruno Zanardi, Giotto e Pietro Cavallini, Milano 2002.

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È più difficile osservare che inventare.” Gioacchino Rossini

27 gennaio, ultimo giorno: maledico i vicini di stanza che incuranti dei richiami lasciano accesa la maledetta TV tutta la notte. Maledetta maleducazione. Verso le 7.30 la spengono. Notte in bianco.

In genere mi basta perdere un’ora di sonno per essere un orso l’indomani. Eppure, stavolta, respirazione zen, doccia lunga e liberatrice, colazione doppia e si va.

Carlo Ademollo (Firenze, 1824-1911), Breccia di Porta Pia, Museo del Risorgimento, Milano

Via XX Settembre comincia (o termina) con la monumentale Porta Pia: in realtà la breccia storica è avvenuta lungo le mura poco più in là, in un punto oggi colmo di marmi e lapidi commemorative con tanto di vittoria alata risorgimentale su colonna antistante: anche la retorica ha la sua storia.

Lungo la via mi fermo a Santa Maria della Vittoria: l’estasi di Santa Teresa nella cappella Cornaro, capolavoro del Bernini, mi delude coperta com’è da un visibile e nero strato di polvere, che oltre a insozzare la Santa, incupisce anche i nobili astanti di marmo che osservano la scena, pensata dal grande artista come un piccolo teatro:

– “Ma Padre, possibile che dopo anni non si sia ancora riusciti a pulirla?”

– “Mancheno li sordi, fijjo, la chiesa è povera…”

– “Già, storicamente…”

Proseguo al Quirinale dove pare sia aperta una mostra piccola e gratuita sul famoso Cratere greco di Belgrado (VI a.C.), insieme ad altri bronzi ed ori coevi: chiedo ad un carabiniere in piazza se posso accodarmi alla fila. In un linguaggio preitalico, credo osco-sannita, mi dice che il gruppo “mo’ sta prenodade” e che “mo’ tocca veni’ cchiù tarde”, almeno alle “decemmienz”. Obbedisco.

E colgo l’occasione per buttare la monetina nel fontanone de Trevi e mi sento un po’ giappo anch’io come tutti i cento e più nipponici sorridenti che mi circondano: mi ricordano, chissà perché, i piccioni, con le moltitudini di teste sempre pronte ad inchini lievi e sussultori.

Visita a Santa Maria sopra Minerva, l’unica gotica di Roma e altro scrigno di tesori (basti ricordare la Cappella Carafa affrescata da Filippino Lippi), nonché tomba dei domenicani Santa Caterina da Siena e del buon Beato Angelico, fra Giovanni da Fiesole, che io sappia il solo beato nella schiera eletta dei suoi colleghi pittori. Sino a qualche anno fa, qui assisteva alla prima messa del mattino il senatore Andreotti, immagino uscendo da qualche lapide sotterranea.

Facciata principale del Palazzo del Quirinale, Roma

Torno al Quirinale e ho la prova dello spreco immenso delle risorse di sicurezza nei palazzoni romani: e Napolitano è uno che almeno un po’ ha tagliato!

Carabinieri in piazza, piantoni al portone, corazzieri e agenti di sicurezza varcata la soglia (“Lei dove va?”, “Vorrei visitare la mostra”), un altro cordone di sette uomini che mi squadrano e uno mi ferma (Lei dove va?”, “Vorrei visitare la mostra”), un secondo blocco con tre agenti impalati e uno allo scanner (“Lei dove va?”, “…la mostra”, “Qualcosa da dichiarare?”, “Una bottiglietta d’acqua nel borsello”, “E quel vetro?”, “È il mio succhino”, succhino, non succo di frutta, lo dico apposta, sperando di irritarlo, “Vada, vada pure”), passo il cortile e mi aspetta l’ennesimo agente all’ingresso della mostra (che poi è accanto al portone d’ingresso), faccio per entrare e mi chiede: “Lei dove va?”, “a uccidere il Presidente, no?”, vorrei rispondergli, ma evito di passare il resto della giornata sotto interrogatorio, anche perché alle 17.30 ho il treno e mi limito a bisbigliare “…mostra”, “ah, vada”.

Comunque ne valeva la pena. Anche perché al termine delle due sale espositive, esco, mi avvicino al portone e da un’auto blu scende Maroni, il Ministro, assai basso: si fermano tutti, stanno sull’attenti e io dietro queste guardie impalate lo guardo a venti centimetri di distanza e anche lui mi squadra e penso che abbia pensato: “ma chi l’è questo qui? E se adess mi tira fuori un’arma contundente?”, il mio succhino assassino, ad esempio… Il tutto dura pochi secondi, ovviamente, ma avrei potuto meritarmi l’apertura dei telegiornali serali.

Come molti stimo La dolce vita un capolavoro e più passano gli anni più lo apprezzo (da ragazzo preferivo ), considerandolo un lungo cerimoniale funebre, nero-bianco e sontuosamente barocco: proprio all’inizio della salita di Via Veneto sorge Santa Maria della Concezione, con la famosa cripta dei cappuccini, abitata da mummie di frati e interamente rivestita di ossa umane, pare circa 4000 scheletri, che formano decorazioni, croci, lampadari, nicchie, vero monumento alla vanitas e al memento mori. Recita un’iscrizione: “Sei ciò che fummo, sarai ciò che siamo”. E anche in chiesa, sulla semplice lastra tombale del fondatore, il pio cardinale e frate cappuccino Antonio Barberini, morto nel 1646, è scritto: “hic jacet pulvis, cinis et nihil”, “qui giace polvere, cenere e null’altro”.

Cripta dei Cappuccini (particolare), Roma

Tutto questo contrasta col vicino e sfarzoso palazzo di famiglia Barberini, oggi Galleria Nazionale d’Arte Antica, un’altra pinacoteca colma di tesori d’ogni epoca specie cinque-secentesca. Ma si sa, ad ogni buona e altolocata famiglia romana, non si può negare un papa, qualche cardinale e come contraltare, almeno un sant’uomo. Al bookshop del museo, una checchissima gentile col maglione da ape maia mi dice che la guida che sto sfogliando non è aggiornata:

– “Ce n’è un’altra?”

– “No, ahimè”

– ”Sa se ne è in preparazione una nuova?”

– “No”, sospirone e affondo sconsolato, “purtroppo”.

Vorrei quasi scusarmi, dirgli che mi spiace, se avessi saputo non avrei chiesto. Mi limito ad acquistare. Così pago un libro intonso e già vecchio.

Il tempo stringe, ma ho voglia di vedere ancora qualcosa: Santa Maria Maggiore, inutilmente gigantesca e imbarocchita, per essere nata da un miracolo tanto gentile quale quello della neve (5 agosto 358), secondo la leggenda legata a papa Liberio. In realtà la costruzione pare si debba a Sisto III (432-440) e di quest’epoca sono i mosaici meravigliosi della navata centrale e dell’arco trionfale, rispettivamente con le storie dell’Antico Testamento e quelle di Cristo, le cose che più amo qui (sebbene al semibuio non facilmente leggibili), come gli altrettanto stupendi mosaici absidali di fine ‘200 del Torriti con l’Icoronazione della Vergine e quelli coevi del Rusuti sulla facciata antica (coperta poi da quella marmorea del Fuga nel 1741), con la nascita della Basilica sull’Esquilino.

Non lontano sorgono due chiese che sento più vicine, sarà perché più sono piccole e meno ci si perde, entrambe dedicate a due sante probabilmente mai esistite: nell’abside di Santa Pudenziana (nome femminile generato da un errore di traduzione latina, da Ecclesia Pudentiana, sorta sulla domus di Pudenzio o Pudente, presunto senatore convertito del I secolo, e a lui dedicata, forse lo stesso che San Paolo cita nei saluti della seconda lettera a Timoteo), c’è il mosaico cristiano più antico al mondo in un edificio di culto, col Cristo in trono e i suoi dodici (dieci dopo i rimaneggiamenti cinquecenteschi), un capolavoro del V secolo, perfettamente pittorico, come ancora tre secoli dopo Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae vuole che sia l’arte del mosaico. Dalla suora filippina che riordina l’altare compro la guidina per euro tre e in inglese le chiedo se è possibile vedere il piccolo oratorio mariano con gli affreschi del XII secolo, posto a metà della navata di sinistra: “sorry, only in the morning”. Peccato.

Mi consolo con l’ultima visita, la ciliegina, come si dice: Santa Prassede (sorella supposta di Pudenziana) col doppio miracolo musivo absidale e del sacello di San Zenone, splendori voluti da papa Pasquale I (817-824). All’uscita il sacrestano-custode toscano mi allunga un paio di santini: lo prendo come buon auspicio.

Arco trionfale e abside coi mosaici del IX secolo, Santa Prassede, Roma

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Capire i difetti come qualità intimamente legate ai pregi di qualsiasi cosa è di grande importanza per sopportare la vita.” Aldo Buzzi, 1954

26 gennaio, la giornata parte bene: sciopero generale di bus, tram e metro e alle 10.30 ho appuntamento prenotato a Palazzo Farnese. Mi ero però già informato e ho messo per tempo la sveglietta del telefonino. A dire il vero qualche bus pare ci sia, ma preferisco farmela a piedi da Termini.

Ricominciamo: la giornata parte bene, col verduraio, pardon, fruttarolo filosofo del mercatino sotto l’hotel:

una cliente: “che posso prende’ da sola?”

il filosofo: “certo signo’, che chi fa da sé…”

cliente: “… fa pe’ tre.”

filosofo: “no, fa lavora’ de meno a me.”

Palazzo Farnese, Roma: facciata principale opera di Antonio da Sangallo il Giovane e Michelangelo Buonarroti

Arrivo prima del dovuto a destinazione e chiedo se è possibile rimborsare il secondo biglietto, dato che mia moglie non è potuta venire: impossibile. Immaginavo. Ma posso venderlo da me, fuori: “Tipo bagarino?”, “Eh, tipo.” Inutile far notare che in due secondi loro potrebbero venderlo ai non prenotati: a proposito, scopro che la prenotazione non è obbligatoria come specificato sul sito. “Però così entra prima.”, mi guardo dietro, il vuoto. “Ha ragione”, dico ed entro. Ti danno l’audioguida inclusa nel biglietto (nei miei due biglietti) e si comincia. Meraviglia. Non l’avevo mai visitato. In quanto ambasciata di Francia non è di facile accesso. Ed è uno di quei casi in cui il contenitore è il contenuto della mostra. Poi, per l’occasione, arricchito da qualche bellissimo dipinto rinascimentale e marmo antico proveniente da Capodimonte o dall’Archeologico di Napoli, in quanto i Borbone per via materna ereditarono nel XVIII secolo la collezione e i beni dei Farnese. A questo proposito scopro che l’ultimo re di Napoli, Francesco II, quando il cugino savoiardo gli soffiò (ga)ribaldescamente il regno, si ritirò proprio in questo palazzo a finire malinconicamente i suoi giorni. E scopro anche, contrariamente a quanto pensavo, che la proprietà è tuttora italiana, non francese: venduto dagli eredi Borbone alla Francia nel 1911, tornò allo Stato italiano nel 1936, poiché il governo Mussolini esercitò un diritto di prelazione contenuto in una clausola contrattuale che scadeva proprio in quell’anno. Così le due nazioni si misero reciprocamente d’accordo per un affitto simbolico e per la durata di 99 anni: ai francesi l’uso di Palazzo Farnese, all’Italia l’Hôtel de La Rochefoucauld-Doudeauville a Parigi.

Galleria Farnese, opera di Annibale Carracci (1597-1600), Palazzo Farnese, Roma

Ciò che più mi sorprende è la dimensione della celeberrima Galleria affrescata dai Carracci (Annibale per lo più) a fine ‘500: dà su via Giulia, dunque è sul retro del palazzo ed è almeno due terzi più piccola di come me l’ero immaginata, pur restando stupenda. Non è la prima volta, né sono il solo cui è capitata una sensazione simile e scommetto che da qualche parte dev’esserci un saggio al riguardo di tre-quattrocento pagine di media. È che certe opere creano una suggestione, un’attesa tali da ingigantirle nella mente: prendete la Gioconda, non piccola coi sui 77×53 cm, ma uno se l’aspetta più grande, e ancor più i ritratti virili del genio Van Eyck, tavolette così minute, comprese fra i 19 e i 25 cm, al massimo 30, eppure capolavori assoluti, degni del gigante che fu il padre della scuola fiamminga.

All’uscita riesco addirittura a piazzare il biglietto avanzato, con un piccolo sconto: non faccio pagare al mio gentile acquirente la prenotazione, ci mancherebbe. Si tratta di un ragazzo, è lì in fila con la sua ragazza e mi dà fiducia: questo mi rincuora, dato che il capofila cui per primo l’avevo proposto, un vecchiaccio incravattato regimental, con pappagorgia e cappotto blu d’ordinanza e annesso sguardo sprezzante, non mi degna di una risposta comprensibile, ma d’una sorta di rutto-grugnito che dovrebbe corrispondere ad una negazione. Ah, se l’Italia non fosse il paese per vecchi che in effetti è!

Panino ai Fori da un pakistano, pensiero cupo: non vedo i gatti tradizionali fra le rovine, non vorrei che fossero parte della mia cotoletta.

Galata morente (copia d'età cesariana o originale pergameno?), Musei Capitolini, Roma

I Capitolini sono immensi: Palazzo dei Conservatori, il corridoio sotterraneo o Tabularium con affaccio sui Fori e Palazzo Nuovo. Traboccano di meraviglie: affreschi del Cavalier d’Arpino, busti e marmi e bronzi antichi (lasciate giusto ricordare il Marco Aurelio a cavallo, quello originale, non la copia in piazza, la Lupa simbolo della città, la Venere capitolina e il Galata morente, un Marsia scorticato impressionante e un cane in marmo verde egizio già negli Horti di Mecenate: fosse vivo sarebbe la gioia di Anna, mia amica berlinese), micro mosaici adrianei di qualità impareggiabile, cammei, monete e monili d’oro e la celebre Pinacoteca, costruita principalmente sulle raccolte dei Sacchetti e dei Pio, oltre che su varie donazioni papali e nobiliari.

Davanti alla Buona ventura del Caravaggio noto due signore non a torto incantate: finiscono col parlare del Manzoni, di ombre e luci e prendiamo a chiacchierare. Si stupiscono che trovi I Promessi densi di ironia e non sono convinte anche quando dico loro che del medesimo parere erano Gadda, Testori e, naturalmente, il Trio. Del resto la descrizione e la caratterizzazione di un Don Abbondio parlano da sé e certo non è l’unico caso.

Mi chiedono di cosa mi occupo (qual è la risposta giusta e possibile che un precario può dare?) e si presentano: una è pittrice, l’altra dice: “Sono la nipote di Socrate.”

Attimo di sbigottimento, forse non ho capito bene. Effettivamente è un po’ âgeé, ma fino a quel punto… poi l’illuminazione: chiedo: “Carlo Socrate, il pittore della prima Scuola Romana?”. “Sì, proprio lui”. “Complimenti!”, de che?, una battuta più fessa non poteva uscirmi. Mi riprendo su Caravaggio: curiosità che non sapevano, i genitori del Merisi si chiamavano Fermo e Lucia.

– “Ma va!”,

– “Ma dai…”

– “Ma sì.”

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Buona ventura, 1595 ca., Musei Capitolini, Roma

Poi la Socrate dice una cosa che condivido: se è possibile capire gli artisti di oggi osservando quelli di ieri, è anche vero il contrario: talvolta un contemporaneo può illuminare un antico, che in fondo, in quanto classico (specie se della levatura di Caravaggio) è sempre contemporaneo. A lei, ad esempio, è successo guardando Hopper e poi lo sfondo giallo ocra di questa Buona ventura. Che è lo stesso dietro la Fiscella dell’Ambrosiana o dietro I bari o, ancora, ma più scurito, tendente al marrone, dietro i vari giovanetti e bacchini precedenti. Poi con la maturità, tutto si rabbuia (vedi il San Giovanni ignudo accanto).

Certo, dico, bisogna sempre contestualizzare: Merisi era un lombardo intriso di cattolicesimo borromaico, poi si raffina e si confronta con l’ambiente coltissimo del Del Monte, etc., ma parlando di valori cromatici in sé, è anche vero che si possono trovare soluzioni analoghe a distanza di secoli e senza necessariamente conoscere i modelli anteriori: non accade solo in pittura, vale per tutti i linguaggi espressivi, se sei nella corrente e te ne lasci pervadere, senza compromessi.

Un’ultima battuta sul chiaroscuro di Caravaggio: cito un’osservazione di un pittore che amo e stimo molto, anche come persona, Claudio Olivieri: Merisi è anzitutto pittore di luce e le sue scene appaiono in forza della luce. Non sono figure disegnate dall’oscurità, che non può non esserci poiché completa il suo opposto, ma dalla luce (intimamente desiderose di luce), come ci fosse una lampadina in una stanza: accesa lascia sempre in ombra qualcosa, spenta tutto dispare.

Prima di salutarci, mi fanno presente un richiamo che gli è appena stato fatto dai guardasala: per disposizioni superiori (la direzione, la Soprintendenza? Qualche maligno deus ex machina?) non è possibile schizzare a matita sul proprio blocco, forse temendo ingorghi di pubblico che peraltro non ci sono. Però si possono fare foto senza flash. Una cosa tipicamente all’italiana.

Santa Maria in Aracoeli, Roma: facciata e scalinata principale

Accanto a questo complesso museale sorge una delle chiese più belle e antiche di Roma, Santa Maria in Aracoeli, sin dal 1250 affidata ai francescani: la scalinata, inaugurata nel 1348 da Cola di Rienzo quale ringraziamento alla Vergine per la fine della peste, è ardua: 124 gradini (122 sul lato destro). Molti ignorano che c’è un ingresso laterale, facilmente raggiungibile se si è già in piazza del Campidoglio. Fra l’altro, sulla lunetta di questa porta secondaria è un bel mosaico medievale con Madonna e Bambino fra due angeli del Torriti. Dunque i visitatori spesso sono pochi e ogni volta amo perdermi nel suo silenzio, circondato da tanta storia, da tanto ingegno umano, da tanta pulizia e armonia di secoli, nella commistione perfetta di cristianesimo e paganesimo, del paganesimo divenuto cristiano e cattolico in particolare (la sua versione italica e mediterranea), con le statue di dèi e dee metamorfizzate in quelle di martiri e sante: alcune colonne provengono dalla camera da letto degli imperatori (a cubiculo Augustorum è inciso sulla terza a sinistra), poi i lacerti di affreschi medievali del Cavallini e quelli completi di fine ‘400 del Pinturicchio, la tomba medievale del cardinale d’Acquasparta e l’altra attribuita ad Arnolfo di Cambio, il pavimento e i mosaici cosmateschi degli amboni di qualità eccelsa, l’icona bizantineggiante della Vergine advocata di mille e forse più anni fa sull’altare maggiore, il Santo Bambino in legno d’olivo del Getsemani nella cappelletta dietro la sagrestia e mill’altre mirabilia.

A proposito della scalinata: nei secoli passati era spesso affollata da straccioni che dormivano sui suoi gradini. Nel XVII secolo, il principe Caffarelli, vicino di casa offeso da tale squallida vista, decise di dare soluzione radicale al problema, ordinando ai servi di riempire alcune botti con pietre che fece rotolare dalle scale sui poveracci. Noblesse oblige.

Stasera pizza: e mi ricreo. A Roma quella che in altre parti è la romana (cioè una margherita con le acciughe) si chiama più correttamente napoletana. La romana ha in più i capperi, sorride il proprietario del ristorante, che è gentilissimo, va detto. Chiamatela come volete, ma più si scende giù e più certi cibi, semplici fra l’altro, diventano squisiti. Sarà la pasta, l’aria, l’acqua, la qualità della mozzarella (filante) e dei pomodori freschissimi, oltre al forno a legna e al pizzaiolo bravo, ma una pizza così, soffice e croccante insieme, che si scioglie con lentezza e fa godere il palato, su non la sanno fare.

La TV annuncia: muore a 91 anni l’attore Mario Scaccia.

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