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Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 - Città del Messimo, 2014)

Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messimo, 2014)

Che vita quella di Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messico, 2014): quanti dolori, quante sconfitte avrebbe potuto sopportare un uomo, quest’uomo, se non lo avesse da sempre sostenuto una vocazione incrollabile, la fede vera della poesia unita alla passione civile?

Poeta vero, dunque, naturale e naturalmente comunista come ogni sudamericano che a metà ‘900 avesse voluto opporsi alle ingiustizie delle varie dittature che andavano divorando quelle struggenti disgraziate terre (bene inteso: non che il comunismo fosse la soluzione, come dimostrano le storie parallele dei gulag russi anche post stalinisti, ma in quel momento storico, in quel continente poteva sembrare l’ideologia giusta viste le alternative): per le sue idee politiche venne arrestato nell’Argentina dell’inizio anni ’60 sotto José María Guido e dopo qualche anno dalla scarcerazione costretto a lasciare il Paese giusto prima del feroce golpe militare del ’76, che insieme a decine di migliaia di altri connazionali assassinò suo figlio appena ventenne Marcelo Ariel con l’altrettanto giovane nuora diciannovenne Maria Claudia, mentre di loro figlia nata durante la prigionia non si seppe più nulla.

Gelman, dopo aver vissuto il suo esilio errante tra Roma Ginevra Madrid Parigi Managua e New York, si stabilì definitivamente a Città del Messico e dalla fine degli anni ’80, dopo l’indulto del presidente Menem, riuscì anche a rimettere piede in Argentina. Nel 1999 una sorpresa inattesa quanto sospirata: ritrovò sua nipote Macarena, nel frattempo adottata da una famiglia uruguayana di Montevideo. Dunque alla fine la vita vinse. E nonno e nipote si misero a collaborare in favore dei diritti delle famiglie dei desaparecidos. Da farci un film.

Il crepuscolo, dal 2000 in poi, fu tutto un piovere glorioso di premi e riconoscimenti internazionali, incluso il prestigiosissimo Cervantes del 2007. Non resta che lasciare spazio alle divertite commosse parole che Gelman dedicò all’amico e scrittore Juan Carlos Onetti  e che io riporto volutamente in minuscolo, come trovate sul prezioso Doveri dell’esilio edito da Interlinea nel 2006, e che qui controdedico a un “poeta” della storia medievale, il grandissimo storico Jacques Le Goff, che a 90 anni ci ha lasciati una settimana fa per andare a capire meglio, finalmente, i misteri di quell’età di mezzo (per lui e non senza ragioni da estendere ben oltre Colombo) cui ha dedicato con gioia la passione della sua vasta intelligenza.

 

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sempre la poesia

a juan carlos onetti

 

la poesia deve essere fatta da tutti e non da uno / disse /
certe cose le può dire solamente un francese / zoppo /
che nessuno sa cosa fece nella comune di parigi /
nessuno sa se morì o non riuscì /

si ricordano tutti di quando suonava il piano fino alle ore piccole dell’anima /
disturbando i vicini che poi dovevano andare al lavoro /
e se ne andavano dalla pensione avendo dormito male /
pensando alla madre del pianoeta o poenista /

maledicendola ogni volta che inciampavano sui sassi
o nei freddi delle strade di parigi / il peggio
è che avevano un accordo in testa e non se lo potevano levare /
fondevano il ferro / soffiavano il vetro / e non

potevano togliersi di testa l’accordo dello zoppo /
lo zoppo gli aveva composto un accordo in testa
dove trascorrevano furie / aurore / presagi /
dove una volta a un ferroviere gli passò un uccellino /

l’uccellino volava al futuro /
con un foglietto nel becco che diceva futuro /
il fatto è che i vicini dello zoppo
avevano visi da pianoforte a metà pomeriggio /

gli cadevano musiche /
o tasti d’oro dove iniziava l’orizzonte /
una donna bellissima cantava nella testa
dei vicini dello zoppo / che in realtà non era francese /

ma invece uruguaiano /
solo a un uruguaiano può venire in mente che la poesia
deve essere fatta da tutti e non da uno /
che è come dire che la terra è di tutti e non di uno solo /

che il sole non è di uno /
che l’amore è di tutti e di nessuno /
come l’aria / e la morte è di tutti / e la vita
non ha padrone conosciuto /

tu non eri zoppo / lautréamont /
è che lasciasti l’uruguay /
e perdesti un pezzo di te che
suona il pianoforte e non lascia dormire /

Juan Gelman (Buenos Aires, 1930 – Città del Messico, 2014), da Doveri dell’esilio, a cura di L. Branchini, Interlinea edizioni, Novara 2006.

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