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Foglie di Luca Maggio

Doppia personale, l’idea di Felice: due artisti differenti per età e provenienza in dialogo-confronto.

Takako, Sara e le Foglie: le persone e il tema da me scelti per questo viaggio comune.

Foglie, dunque: l’una ha trovato una scrittura arborea e terrestre, lucente in loro assenza evocativa. L’altra, innamorandosi dell’immagine conchiglia-foglia di mare, ne ha tratto un tutto-pieno in apnea atemporale.

Sulle foglie e altre mimesi[1]

“Se è vero che un giorno perderemo tutto/ serbando in noi l’oro delle foglie” Vesna Parun

Da parete a parete l’occhio cammina su lucori d’oggetti inutili, l’arte, e riconosce le più piccole gemme, doglie di primavera che per nascere si nascondono lasciandosi cadere nella morte colorata d’ogni autunno, quando il tronco nudo dà attenzioni le più minute alla vita d’inverno, alle luci fievoli, al calore tenue che pure giunge in linfa sotto le zolle compattate dal gelo sino all’apice, prima della primavera.

Poi, altre cose si posano, sospese: foglie sui rami e ali sull’aria, le ombre sul corpo. È l’epica silenziosa delle foglie, che s’abbeverano di sole e pioggia e nel cuore umbratile delle pinete vanisce l’umano e allenta il tempo[2], che non è linea né curva, ma un incessante interagire granulare[3].

Esseri minimi s’affollano sulle foglie, su vene e arterie, linfocanali evidenti in controluce, come i miliardi di cellule quadrangolari che senza sapersi collaborano al mutare della vita, al colore e alla stagione, al calore e alla definizione.

I ricordi, anche d’artista, mistificazioni involontarie, auto-mitologie di pomeriggi estivi e tardi, o dell’attimo prima d’assopirsi, i ricordi che sanno d’ingannare chiamano ognuno al proprio gioco, chiedono tempo da restituire in melanconie saporose affette da immagini e parole per colmare il tempo stesso, e farlo poi marcire come fiore o frutto di luce decaduto. Si è così all’oro d’un autunno al femminile, odore vago, klimtiano, di noci il cui gheriglio si circonda di cornici. Non resta che mangiare, uccidere, ricominciare.

Il sorriso di Afrodite permea ogni attimo ogni pulviscolo che accade anche solo se pensato e tutto avvolge come un unico mistero di luce e pietra e carta e vetro. Nulla lascia alla fuga di Orfeo.

Takako Hirai, Komorebi, 2017, marmi, sassi di fiume, smalti, malta

Chi s’addentra nel bosco non vede le chiome d’alberi ma avverte l’incanto del fruscìo. Il resto è Komorebi ovvero “la luce che cade dalle foglie” e dall’alto trabocca come un eccesso liquido e getta sui corpi distesi ombre verdi, polle di tessere che non originano dalla terra ma da fenditure che s’insinuano nel fogliame non visibile e lo attraversano in ipotenuse lucenti.

Takako Hirai, Lùcono, 2017, vetri, gesso

Quello dei tempi recenti di Takako Hirai è un riflettere sui riflessi del vetro, dunque un ragionare di luce mai barocca né ostentata, che anzi si lascia cogliere pudicamente, per caso quasi, preferendo emergere nascosta da nevicate gessose in frammenti trasparenti, isolati, appena sporgenti, e luccicare solo se l’occhio ne sa cogliere i bagliori finissimi (Lùcono), rilucenze che s’infittiscono nel minuzzarsi e s’inseguono nel “mare degli alberi” o Jukai, foresta zen-ernstiana, Stonehenge da scacchiera, intagliata con delicatezza feroce quanto infinitesima col cutter in legnetti d’abete, pino, faggio.

Takako Hirai, Jukai, 2017, vetro, alabastro, onice, legni

E sopra ogni totem, incastonata o appoggiata, una tessera vetrosa sempre sagomata col cutter, strumento della giovinezza dell’artista, nostalgia e dunque ritorno alla gioia della prima età con la difficoltà e il dolore felice del taglio, per trovare una quiete forse possibile nel rifugio del ricordare derive d’erba, per i più da estirpare e per Takako da salvare nel segno mimetico del disegno (L’erbaccia mia), essendo parte dei prati una volta ancora della sua infanzia. Nulla si esaurisce di ciò ch’è verde nella memoria.

Takako Hirai, L’erbaccia mia , 2017, lapis, carta

 

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie, 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Sara muove dal cercare conchiglie che il mare rifiuta sulla battigia e lei fiuta e accoglie nelle sue tasche per portarle piene in terra, all’opposto del gesto ultimo della Woolf, e le intende come foglie cadute del mare, da ridurre in lamine-tessere sottili per comporre vortici danzanti d’andamenti musivi che riempiano tutto il breve spazio dei supporti suoi che hanno invece vastità di mondi e non sopportano (o temono) i buchi neri del nulla che circonda le opere, ma che se trovasse spiraglio le farebbe implodere. Ecco l’horror vacui barocco della Vasini nelle cornici di Avant que je m’ennuie, labirinto-autoritratto quanto mai autentico – Sara non sa fingere – , dov’è bloccato allo scorrere del tempo ogni accesso e dove ingresso e uscita coincidono (impossibili) in ogni punto e i rari momenti colorati non sono che inganni.

Sara Vasini, Avant que je m’ennuie (particolare), 2017, tecnica mista in oggetto già fatto

Necessità centripeta di riempire e riempire per tutto tenere – e proteggere – e nulla lasciar fuggire è anche il suo calligrafare (ma qui la giunzione con l’oriente è casuale, nata ben prima di questa mostra essendo da anni parte del percorso dell’artista) riscrivendo l’Ulysses di Joyce[4], privando le parole-tessere della crenatura ovvero dello spazio-vuoto-interstizio fra esse in un grandinare di segni-foresta impenetrabili e inerenti il romanzo-flusso della modernità, che pure copre un giorno solo di durata per centinaia di pagine, fogli-foglie, ora arabesco cartaceo da parati, su cui l’occhio cammina da parete a parete.

Ps. A mia madre, scomparsa un anno fa, dedico questa pagina, scritta ascoltando Cantéyodjayâ e Petites Esquisses d’oiseaux di Olivier Messiaen, nel giugno 2017. 

Sara Vasini, What did you do in the Great War, Mr Joyce?I wrote Ulysses. What did you do?, 2014-2017, work in progress, inchiostro su carta

 

Foglie – Doppia personale: Takako Hirai e Sara Vasini

a cura di Felice Nittolo e Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

dal 24 giugno all’8 luglio 2017

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

Web : www.niart.eu

NB. In galleria è disponibile la fanzine della mostra numerata da 1 a 300 e firmata da artisti e curatori.

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[1] Per Platone la mimesi artistica umana non era apprezzabile in quanto corruttrice e ingannatrice (Sofista), essendo copia della realtà che è già copia dell’idea, a meno che non fosse indirizzata verso precisi scopi didattici (Repubblica). Aristotele invece rivaluta il concetto poiché non solo l’arte è catartica, ma la mimesi procura il piacere della conoscenza (Poetica, 1448b 5-15) e l’artista non si limita a imitare, ma partecipa al creare stesso attraverso la sua téchne, che è “una disposizione produttiva accompagnata dalla ragione” (Etica Nicomachea, 1140a 7). Fatta salva l’utilissima e libera inutilità dell’arte, questa pagina è filoaristotelica.

[2] Come non citare The Peregrine (1967) e  soprattutto The Hill of Summer (1969) del pressoché sconosciuto John Alec Baker: “La collina riposa su un giaciglio di silenzio profondo. La luce del mare irrompe con un chiarore di ali pallide. I pioppi sono immobili. Brillano le foglie lisce dell’anserina (…).”, L’estate della collina, Palermo 2008, p.158.

[3] È (quasi) impossibile dare una definizione esaustiva di cosa sia “realmente” il tempo. Per comprendere meglio la questione: C. Rovelli, L’ordine del tempo, Milano 2017, in particolare pp.73-82, 107-111, 163-171.

[4] Il titolo completo di questo work in progress (peraltro espressione joyciana) di Sara Vasini è What did you do in the Great War, Mr Joyce? I wrote Ulysses. What did you do? (2014-2017).

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Premessa: a seguire il mio testo critico di presentazione dell’artista Filippo Farneti (Ravenna, 1972) nel catalogo dei vincitori (ex aequo con Massimiliano Errera, Ettore Frani, Banafsheh Rahmani e Manuela Vallicelli) del Premio Marina di Ravenna 2011 – Rassegna di pittura (Edizioni Capit Ravenna, 2011), a cura di Pericle Stoppa, in esposizione presso il  MAR dal 10 dicembre 2011 al 6 gennaio 2012.

Filippo Farneti, Self portrait, 2011

Il mondo è caos, anagramma di cosa regolata da leggi che fanno natura feroce e armonica a un tempo: l’uomo è specchio inconsapevole del mondo.

Oggetto dell’indagine di Filippo Farneti (Ravenna, 1972) è l’identità umana, la sua inafferrabilità nel flusso dei pensieri, meandri pericolosi, liberati per paradosso su carta, supporto fragile, e con mezzi delicati quali la matita o le tempere acquerellate, al più la penna per marcare i segni.

Ed è il disegno punto di partenza e snodo dell’artista, pratica quotidiana di autoanalisi priva di infingimenti (ossessivi gli autoritratti in cui sembra domandare: chi sono io, dov’è l’io, cos’è l’io?), unita a certa riflessione sulla memoria d’ascendenza boltanskiana, oltre a una vocazione narrativa degna della miglior graphic novel.

Due al momento gli approdi principali del suo fare: i quadri-puzzle e la serie ultima delle ombre.

Filippo Farneti, Ultime notizie, 2011

I primi sono una sorta d’equivalenza grafica del monologo joyciano di Molly Bloom, formati da un elenco di piccoli riquadri, in ognuno dei quali sono omini o particolari di paesaggi oggetti corpi volti e occhi che ci chiamano nell’opera, istantanea del complesso dei pensieri dell’artista, montati secondo analogie precise: l’arcata sopraccigliare diviene ponte o reminiscenza di elmo iliaco nell’immagine successiva, mentre una figura può trovarsi ripetuta ma sbiadita in quella accanto o completare l’azione o un particolare di una sopra o sottostante.

Tutto è dunque connesso e i soggetti singoli si chiariscono nell’insieme, invitando lo spettatore a ritrovare le fila (im)possibili del senso di questi tarocchi dai destini pressoché infiniti e vivi: come tali essi potrebbero debordare dai confini che per necessità l’autore impone loro, risalendo pareti, invadendo stanze, o come un blob senza freni, uscendo all’esterno per ricoprire tutto, divenendo misura immisurabile della biblioteca borgesiana.

Filippo Farneti, Dalle ombre (particolare), 2011

A questo versante di ricerca risponde su un polo a prima vista opposto l’assenza e il bianco e nero della sequenza detta “Dalle ombre”, epifania d’ectoplasmi in cui il soggetto è uno, umano e non, riaffiorante alla mente dal pozzo del tempo e ora qui chiuso in una nicchia.

L’analisi si fa stringente, eppure qualcosa interrompe il processo di emersione e attraverso lastre satinate di plexiglas, l’artista fa intendere che la verità resta opaca, avvicinabile come voleva Popper, ma alfine irraggiungibile.

Filippo Farneti, Dalle ombre (particolare), 2011

A ben vedere, il tema dell’io sfuggente, della memoria irrecuperabile per il tradire della mente (radice comune al verbo mentire), torna anche in questo teatro delle ombre: recita una formula della crisi iconoclasta dell’Impero bizantino: “la verità è immagine, ma non c’è immagine della verità”.

Ciò nonostante, solo un fare artistico incessante può tentare di conoscere e colmare ciò che si può della distanza fra l’uomo e se stesso, unendo alla saggezza eraclitea (“la natura delle cose ama nascondersi”) la consapevolezza di Beckett: “No matter. Try again. Fail again. Fail better.”

Info e contatti:

farneti.filippo@gmail.com

Premio Marina di Ravenna 2011 – MAR

Filippo Farneti, Perdendo le tracce, 2011

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Loser, perdente: tipica (e terribile) espressione della società americana, in cui è ammesso essere solo winner, number one, al limite nerd ma vincenti come Bill Gates o Steve Jobs, giammai loser, un fallito, un paria, un reietto del sogno a stelle e strisce.

Per questa categoria a quanto pare non c’è posto.

O forse non è così: lo racconta quel paradiso meraviglioso e parallelo umano che è la letteratura, anche in forma grafica: esempio sommo e compiuto, tale da giungere alla perfezione, è il capolavoro di Chris Ware Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, pubblicato negli U.S.A nel 2000 da comic strips precedenti e in Italia nel 2009 per Mondadori Strade blu.

Jimmy Corrigan è tante cose: non aspettatevi il polpettone apologetico strappalacrime del perdente, il protagonista del titolo, un uomo di mezza età, solo, grassoccio, trasandato, dai capelli radi, con evidenti difficoltà relazionali e vessato dalle continue telefonate della madre. Certo, c’è la sua storia, che però si intreccia con numerosi flashback della sua storia familiare, sullo sfondo di una Chicago in piena mutazione dal XIX secolo a oggi, a partire dal nonno che venne abbandonato dal bisavolo, come il padre abbandonò sua madre e lui, povero Jimmy, quand’era ancora piccolo. Quando un bel (?) giorno il nostro (anti)eroe riceve una chiamata proprio da quel padre egoista ma ormai morente e… andate a leggervi il seguito.

Non è possibile riassumere la complessità e la bellezza di questo libro, una graphic novel inusuale, anche nella sequenza delle scene, degli incastri che non sempre troverete al primo colpo: Jimmy Corrigan vuole attenzione. E, in una parola, amore.

Ma non c’è pietismo, né cinismo nella narrazione. Ci sono altresì momenti lirici, e numerosi altri di fuga dal piattume quotidiano nel mondo della fantasia, dell’infanzia anche inventata. C’è spazio per la neve e per un red bird, per l’architettura e scene mute. Ci sono persino i ritagli di carta per costruire case e altri oggetti, come, ricordo personale, se ne trovavano nel Corriere dei piccoli da bambini. Il tratto è rétro, semplice e ben definito (tra fumetto anni ’30 e ’50, con un vago retrogusto bauhausiano in alcuni particolari), come i colori mai accesi, salvo innesti di spot pop da supereroe con la scritta leitmotiv Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, che compare in momenti generalmente ordinari o del tutto inopportuni.

C’è l’ironia, intellettuale certo, che trabocca sin dal titolo come dalle pagine iniziali, quelle di istruzioni per l’uso, essenziali, da leggere sin negli angoli, non per capire veramente qualcosa in più, quanto per godere fino in fondo, ogni virgola di questo gioiello, come la copertina e il suo retro o le pagine finali di Corrigenda (e vuoi mai che lo stesso cognome Corrigan venga da lì, dal latino corrigere, sbagliare?): non troverete la chiave di lettura, ma un sorriso in più sì, per ridere anche di voi stessi, della vostra, mia intelligenza presunta, la superiorità di chi si sente mille miglia oltre il Jimmy che abita invece nella natura umana di ognuno, con le tristezze, le paure, le timidezze e le viltà in lui portate al parossismo.

Queste però sono solo alcune conclusioni, mie e parziali e forse non vere per voi: perché Mr Corrigan, personaggio reale (semi-autobiografico) e immaginario, non vuole insegnare niente e nessuno. Non c’è la morale, non ci sono i buoni e i cattivi, siamo lontani da Dickens, per citare un nome credo indirettamente coinvolto. C’è solo la vita, avrebbe detto Carver, autore più vicino allo spirito di queste pagine, paragonate addirittura all’Ulisse di Joyce: non so dire se il confronto regga, perché, ammetto pubblicamente, quel libro o meglio quella montagna non l’ho mai scalata tutta, ma solo a “spizzichi e bocconi”, quelli indispensabili come il monologo di Molly Bloom e poc’altro, forse mal fidandomi del consiglio di Raffaele La Capria, di cui spero non perdiate L’estro quotidiano, pena sottrarre felicità al vostro tempo letterario e non.

JIMMY CORRIGAN, il ragazzo più in gamba sulla di Chris Ware

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