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Luca Barberini, Folla n. 6, 2013

Luca Barberini, Folla n. 6, 2013

Luca Barberini: se non sbaglio sei nato a Ravenna nel 1981. La tua formazione tecnica e artistica è legata al mosaico: un po’ la tua città d’origine, un po’ l’Istituto d’Arte “Gino Severini” dove ti sei diplomato, sino all’apertura dell’impresa – studio d’arte Koko Mosaico.

Vuoi aggiungere qualche altro particolare a questo tuo percorso e, soprattutto, non sei mai stato tentato da altri linguaggi espressivi o ti sei subito trovato a tuo agio col mosaico?

Caro Luca, in realtà non sono nato a Ravenna, ma in quel di Porto Corsini, un piccolo villaggio di mare che si trova tra pineta, “piallasse” e industrie chimiche.

Mi sono trasferito a Ravenna con la mia famiglia all’età di 16 anni e per me che venivo dal paesino, Ravenna mi sembrava una metropoli tutta da scoprire: sembra assurdo come una dozzina di km cambino quel piccolo mondo fatto di certezze e sicurezze che ti hanno accompagnato fino all’adolescenza. A quel tempo frequentavo l’Istituto d’Arte ma più che altro frequentavo i miei nuovi “migliori amici”: la mia curiosità per quel nuovo piccolo mondo aumentava di giorno in giorno e di sicuro non era legata alle materie scolastiche, ma alla musica, alla breakdance, allo “skateare” e anche, perché no, alle ragazze… sì, insomma era il periodo degli ormoni assassini.

Solo verso la metà dell’ultimo anno scolastico mi sono appassionato al mosaico, forse grazie ai miei insegnanti o forse per una serie di coincidenze o forse perché doveva semplicemente andare così.

Una volta diplomato la città cominciò a starmi stretta, ero pronto a partire alla volta di Urbino per affrontare la Facoltà di grafica, ma poi arrivò la temuta lettera del richiamo alla leva militare: provai a farmi scartare senza successo e restai così, fortunatamente, a fare l’obiettore presso i monumenti ravennati come custode. In questo frangente cominciai a frequentare lo studio del mio prof. Paolo Racagni, dandogli una mano col mosaico e il restauro.

Luca Barberini, Navi (particolare), 2012

Luca Barberini, Navi (particolare), 2012

A quel tempo la mia attività principale era la fotografia e insieme al mio carissimo amico Filippo Bandini mettemmo in piedi la camera oscura, che magnifici ricordi…. Tuttora scatto con macchine analogiche ma non stampo e anche se non mi arrampico più sui tralicci dell’alta tensione per fotografare vedute mozzafiato rubo delle dignitose immagini alla mia vita e a quello che mi circonda.

Finito il servizio di obiettore le cose erano cambiate, tutto si era intrecciato in modo che io continuassi con quello che avevo studiato durante i 5 anni al Severini: l’arte del mosaico si stava piano piano inserendo nella mia vita e un avvenimento in particolare mi portò probabilmente alla situazione attuale: il mio primo viaggio lavorativo ad Amburgo per conto di Racagni per finire un mosaico che lui stesso aveva iniziato a Ravenna. Avevo 19 anni, non ero mai stato in viaggio all’estero per lavoro e non avevo ancora mai visto una via a luci rosse…

Al ritorno dal viaggio capii che quell’arte poteva diventare il mio futuro e lo capii grazie agli sguardi stupefatti degli amburghesi che mi vedevano lavorare e dicevano “ma quindi il mosaico si può fare ancora”. Per me il mosaico era cosa quotidiana, nessuno si era mai stupito del mio mestiere. Così pensai al business che si poteva realizzare lavorando dentro e al di fuori della  cosiddetta città del mosaico.

Insieme alla mia amica e compagna fidata di Istituto, Karin Frulli, aprimmo il mio primo laboratorio, un garage a casa dei miei. L’avventura durò circa una stagione e inaspettatamente arrivarono anche delle commissioni e richieste di preventivi, così da un garage di mosaico… certo, non c’era la crisi attuale. Comunque arrivato l’autunno io e Karin decidemmo di partecipare ad un concorso che selezionava dieci giovani mosaicisti per realizzare un progetto di alta formazione chiamato “Scuola bottega del mosaico” e venimmo scelti. Inizialmente doveva durare due anni ma arrivò a quasi quattro! Molte le cose accadute lì, brevemente ti racconto solo il fatto più significativo: il primo giorno di lavoro incontrai Arianna Gallo e me ne innamorai. Non venni corrisposto se non dopo quattro anni di lavoro fianco a fianco e alla fine di questa interminabile esperienza formativa, insieme ad Arianna decidemmo di aprire nel 2005 Koko Mosaico. Sono passati otto anni e oggi abbiamo due splendidi bambini e ancora tantissima strada da fare insieme.

Grazie a tutto questo posso già voltarmi indietro e dire “guarda, quello l’ho fatto io”. Il mosaico è praticamente indelebile, rimane nel tempo e nella storia e a tal proposito mi piacerebbe parlarti, magari in una prossima intervista, della moschea omanita dove Koko Mosaico ha progettato e realizzato quasi 500mq di mosaico artistico a parete. Ma questa è un’altra storia.

Luca Barberini, White Collars, 2012

Luca Barberini, White Collars, 2012 

L’anno scorso con Folla hai vinto il concorso Mosaic Art Now negli U.S.A. (ora l’opera fa parte della collezione permanente del MAR-CIDM di Ravenna) e so che con opere simili hai ottenuto nuovi successi e apprezzamenti anche da parte di altre personalità americane, ad esempio della Pixar: non credo sia casuale, oltre al fatto che strutturalmente molte tue cose hanno a che fare col gioco (credo sia parte della tua indole, forse negli anni rafforzata anche dal tuo essere giovane padre di due bambini), e visivamente col videogioco (chissà, forse tuoi ricordi più o meno reconditi, così metabolizzati).

Penso che il filo rosso che leghi molte delle tue creazioni sia una tua personale versione del pop (non a caso amata oltre oceano) in chiave musiva: i tuoi White Collars, le Tute Blu, la stessa Folla, oppure le colombine placidiane che si abbeverano in un barile di petrolio di On the Oil Barrel, ma anche i tuoi Condomini, così cinematografici e sinottici, in cui noi spettatori, come tanti James Stewart, possiamo osservare le feste, i suicidi, la vita che scorre oltre quelle finestre, sempre però colta in senso ludico e mai appesantita da giudizi di sorta.

Luca Barberini, Bone Flower, 2011

Luca Barberini, Bone Flower, 2011

Lo stesso enorme scheletro Bone Flower selezionato nell’autunno 2011 per il GAEM ha in sé reminiscenze del memento mori barocco o meglio, conoscendoti, del carpe diem latino, degli scheletri a mosaico pompeiani, il tutto però risolto con una decorazione brillante, coloratissima, ancora una volta pop, tanto che le ossa sono fiori. E tanto è forte l’indole pop nella tua personalità, che hai usato lo steso modulo bone flower per decorare uno skateboard.

Vorrei che parlassi del tuo lavoro, delle tue idee artistiche e, in specie, della tua visione musiva.

Complimenti, si vede che mi conosci bene: le tue critiche sono assai inerenti il mio pensiero e le mie operazioni.

La mia vena artistica (o come un vero romagnolo direbbe “lo sbuzzo”) é nata interpretando una tela del pittore ravennate Adriano Pilotti, raffigurante una trentina di persone intente a seguire una partita di tennis. È buffo come l’opera si sia auto-costruita, infatti Adriano rimase colpito da un’immagine televisiva che trasmetteva un match di tennis e subito pensò che poteva ritrarla. Allora fece una foto e realizzò l’opera. Passando da casa sua la vidi e pensai che dovevo rifarla a modo mio, utilizzando il mosaico. E così trovai quanto fosse stimolante e soprattutto divertente lavorare sui personaggi e sui volti.

Terminato il lavoro capii che la mia ricerca doveva iniziare proprio dall’interpretazione musiva della figura umana, lavorando però su una forma sintetica sempre più minimale ma che conservasse comunque l’espressione e l’unicità dell’individuo. Così nacquero le Folle, le Tute Blu, i White Collars e i Condomini.

Luca Barberini, Condominium, 2011

Luca Barberini, Condominium, 2011

Progetti attuali, futuri o passati da riattualizzare?

Ora la mia ricerca artistica indaga anche sui singoli individui e non più solo sulle folle. Sto realizzando una serie di piccoli ritratti di personaggi, che, come al solito senza farlo apposta, vanno ad assomigliare a qualcuno, l’altro giorno per esempio è uscito “Hitler”.

Poi sto preparando un progetto dove veramente il fruitore si sentirà, come dici tu, nei panni di James Stewart, infatti avrà di fronte una facciata di 160 finestre da spiare.

Qui il concetto non si ferma alla realizzazione di una facciata: questo progetto mi vedrà impegnato tutta la vita, le finestre saranno intercambiabili e verranno sostituite con nuove finestre ogni qual volta verranno vendute. Immagini cosa raffigurerò in quelle finestre fra dieci anni? Tutte le finestre saranno numerate e catalogate in un sito internet dedicato al progetto. Diventeranno una testimonianza indelebile della mia storia e in un certo modo della storia di tutti.

lucabarberini.com

kokomosaico.com

Luca Barberini, Portrait n.19, 2013

Luca Barberini, Portrait n.19, 2013

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