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Premessa: questo articolo è apparso su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016.

Arianna Gallo, Anime, 2015

Arianna Gallo, Anime, 2015

Anime: lo sguardo di Arianna Gallo su Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli

di Luca Maggio 

“…nonostante il vento che scuoteva gli alberi, regnava uno strano silenzio, e la scena ricordava il mondo immerso nell’acqua che si vede dietro le pareti di vetro di un acquario.” Inoue Yasushi, Il fucile da caccia

L’interpretazione data dalla ravennate Arianna Gallo all’universo parallelo creato dall’animazione (da cui l’abbreviazione “anime”) dello Studio Ghibli e di Hayao Miyazaki in particolare va oltre la traduzione in tessera di alcuni loro personaggi per penetrare e rispettare il pensiero e la cultura che li hanno prodotti.

Il riferimento non è dunque solo alle opere singole appese alle pareti della sala-installazione del laboratorio Koko Mosaico, ma a “come” tutto il materiale è stato organizzato dalla Gallo riuscendo a sintetizzare in termini pop (attitudine già evidente nel suo Lens del 2008, mosaico manga[1] acquisito dal MAR[2] nel 2011) sia le idee di Miyazaki, sia lo spirito che, ad esempio, animava le shoheki-ga, le decorazioni tradizionali con soggetti naturalistici su carta montata su parete, create non come giustapposizioni ma per sposarsi con l’architettura del luogo cui erano destinate[3]: l’armonia in Giappone non è mai qualcosa di accessorio, piuttosto intimamente legata alla tendenza centripeta nipponica, dalla lingua parlata, alla capacità tecnica, sino alla politica.[4]Arianna Gallo, Anime, 2015 (18)

Si tratta però di un’armonia analitica, ovvero tendente a scomporre le varie parti di un insieme, una vera e propria “disposizione a un tempo morale e intellettuale che (…) è presente nei più disparati settori della cultura giapponese”[5], dalla cucina, alla musica, alla pittura che, particolarmente in alcuni stili, nell’arte Yamato ad esempio, tende a separare disegno e colore, stendendo quest’ultimo in modo uniforme: è ciò che avviene nelle opere di Arianna Gallo, in cui le sfumature, se ci sono, sono ridotte al minimo percettibile, talvolta sapientemente celate da tocchi di pittura sugli sfondi dei suoi quadri, mentre il disegno è marcato da linee di contorno evidenti grazie al piombo reso più o meno spesso dalla Gallo secondo l’effetto voluto e il soggetto trattato.Arianna Gallo, Anime, 2015 (3)Arianna Gallo, Anime, 2015 (4)Arianna Gallo, Anime, 2015 (5)Arianna Gallo, Anime, 2015 (12)

A proposito, si tratta di immagini tratte da lungometraggi come Totoro, Porco rosso, Si alza il vento, Il castello errante di Howl, La città incantata, Laputa, Princess Mononoke, Ponyo sulla scogliera, Kiki, Arrietty, o da serie televisive come Heidi, Anna dai capelli rossi, Conan, ecc.

Una quindicina di queste sono presentate con studiata asimmetria su una parete dipinta a strisce azzurre, bianche e decorazioni di foglie gialle, come in una stanza d’infanzia, uno dei temi cardine di Miyazaki, in forma di piccoli quadri, tondi o rettangolari, quasi “xenia” pompeiani.

Solo che non si tratta dei doni ospitali e beneauguranti di nature morte tipiche dell’antichità, ma di ritratti di personaggi perfettamente incorniciati come foto di familiari che mescolano esseri umani a esseri fantastici, i kami, ancora una volta nel pieno rispetto della tradizione nipponica che non vuole la separazione netta fra mito e realtà storica tipica dell’occidente moderno.[6]Arianna Gallo, Anime, 2015 (9)Arianna Gallo, Anime, 2015 (6)Arianna Gallo, Anime, 2015 (7)Arianna Gallo, Anime, 2015 (8)

Dunque sono occhi benevoli su chi sta guardando quelli di queste piccole divinità domestiche, protettrici dell’infanzia passata e di quella che ancora ci vive dentro, inclusi gli esseri in apparenza più tenebrosi come la maschera con la mano nera del “Senza volto” della Città incantata, poiché in Miyazaki non c’è alcun manicheismo, anzi ciò che in apparenza è ombra può contenere la luce della purezza, e anche chi commette azioni sbagliate non è mai banalmente malvagio: i pirati di numerosi film sono furfanti e allo stesso tempo eroi e, in generale, sono anime complesse e in cammino quelle di questo grandissimo autore, tanto che spesso necessitano del volo come condizione vitale e mezzo di comunicazione fra mondi paralleli (terrestre/celeste, interiore/esteriore).Arianna Gallo, Anime, 2015 (10)Arianna Gallo, Anime, 2015 (11)Arianna Gallo, Anime, 2015 (15)

Del resto in Giappone la bellezza va scoperta, “è iniziatica, la si merita, è il premio d’una lunga e talvolta penosa ricerca, è finale intuizione, possesso geloso. Il bello ch’è bello subito ha già in sé una vena di volgarità.”[7]

Infatti è nell’intimo delle case che spesso si rivela questa bellezza (si pensi alla nicchia riservata all’ospite detta toko no ma), con la cura infinitesimale del dettaglio, del sentimento sussurrato, come in tanti capolavori esistenziali di Kurosawa o dell’ultimo immenso Ozu.Arianna Gallo, Anime, 2015 (13)Arianna Gallo, Anime, 2015 (14)Arianna Gallo, Anime, 2015 (16)

La bellezza giapponese per essere piena ha bisogno di ombra e non della violenza della luce diretta: Tanizaki ha scritto un saggio significativo sulla magia che l’ombra genera nella fantasia giapponese, dall’architettura esterna, i tetti delle case ad esempio, al trucco degli attori sulle scene teatrali, sino alle pieghe dei kimono femminili: “non nella cosa in sé, ma nei gradi d’ombra, e nei prodotti del chiaroscuro, risiede la beltà.”[8]

Ed ecco apparire sull’angolo opposto alla parete coi ritratti altri personaggi provenienti dall’ombra, i simpatici “nerini del buio” di Totoro, peraltro creati dalla Gallo con una disposizione delle tessere che richiama e omaggia gli amici del gruppo CaCO3, mentre di fronte, su un albero dipinto, si trovano i “kodama”, gli spiriti della foresta di Princess Mononoke, che al buio si illuminano essendo fatti di tessere fotoluminescenti. Ponte e contrasto fra queste due immagini notturne, poiché giocato su toni più chiari, è il ritratto gioioso e saltellante di Totoro, altro kami o spirito della natura dall’aspetto grottesco, la cui presenza proteggerà chiunque vorrà accompagnarsi al suo vento buono per iniziare un viaggio nuovo.Arianna Gallo, Anime, 2015 (28)Arianna Gallo, Anime, 2015 (26)Arianna Gallo, Anime, 2015 (19)Arianna Gallo, Anime, 2015 (30)

Mentre leggerete queste parole l’installazione nel laboratorio Koko Mosaico sarà da tempo stata smontata. Tale cancellazione, inserita in questa esperienza, riporta al significato buddhista, originale e sprezzante verso le “immagini del mondo fluttuante” ovvero l’ukiyo-e tanto caro all’occidente del XIX secolo: non lasciarsi travolgere dai mille rivoli del divenire quotidiano che passa, dai suoi piaceri effimeri e dagli oggetti che lo contornano.[9] Neanche la bellezza permane, forse il suo ricordo in chi resta per un po’ prima del grande volo.

Narra un apologo zen che un uomo inseguito da una tigre si gettò in un precipizio, ma si salvò aggrappandosi a una radice che spuntava dalla terra. Nel frattempo la bestia era sopraggiunta affamata, mentre sotto lo attendeva un’altra tigre ugualmente pronta a ucciderlo. Non solo: due topi iniziarono a rodere la radice che ancora per poco lo teneva in vita. Eppure, proprio in quel momento, l’uomo si accorse di avere a portata di mano una fragola. Ebbene, quella fragola era dolcissima.

kokomosaico.com

Arianna Gallo, Anime, 2015 (25)Arianna Gallo, Anime, 2015 (23)

 

Note:

[1] “Il termine stesso di manga, che identifica oggi i fumetti e i cartoni giapponesi, è di difficile traduzione: l’ideogramma man, che definisce una cosa “priva di seguito”, “frammentaria”, “confusa” o “destrutturata”, rimanda a un’idea di totale spontaneità, di fermento anarchico, che si coniuga con il ga, “il disegno”.” Jocelyn Bouquillard, Hokusai Manga, Milano 2007, pp. 9-10. In questo senso risulta ancora più interessante, quasi un ossimoro giocoso e insieme un’iperbole etimologica, il lavoro in tessere di Arianna Gallo, che in Lens usa la frammentarietà duratura del mosaico per ricreare un manga, il cui etimo rimanda al frammento cartaceo precario, in questo caso riproducendo un frammento di una ragazza che sta per far esplodere una bomba a mano, che ridurrà tutto in frammenti.

[2] In particolare fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[3] “There are examples of decorative art produced with a clear understanding of the nature and function of the architecture itself.” Tsugiyoshi Doi, Momoyama Decorative Painting, New York 1977, p.26.

[4] “Durante il mio soggiorno sono stato colpito dal fatto che l’artigiano giapponese sega o pialla in senso inverso rispetto al nostro: da lontano verso il vicino, dall’oggetto verso il soggetto.”, Claude Lévi-Strauss, L’altra faccia della luna. Scritti sul Giappone, Milano 2015, pp.86-87.

[5] Claude Lévi-Strauss, op. cit. p.44.

[6] Ancora una volta, l’esperienza vissuta da Lévi-Strauss è estremamente chiarificatrice: “Mai mi sono sentito così vicino a un passato lontano come nelle piccole isole Ryūkyū, tra quei boschetti, quelle rocce, quelle grotte, quei pozzi naturali e quelle fonti considerati come manifestazioni del sacro. (…) Per gli abitanti, questi eventi non si sono svolti in un tempo mitico. Sono di ieri, sono di oggi, e anche di domani, poiché gli dèi che discesero qui ritornano ogni anno e, lungo tutta l’estensione dell’isola, riti e siti sacri inverano la loro presenza reale.” Claude Lévi-Strauss, op. cit., pp.187-188.

[7] Fosco Maraini, Ore giapponesi, Milano 2000, p.39.

[8] Jun’Ichirō Tanizaki, Libro d’ombra, Milano 2015, p.64.

[9] Gian Carlo Calza, Giappone Potere e Splendore 1568/1868, Milano 2009, pp.22-23.

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Luca Barberini, Folla n. 6, 2013

Luca Barberini, Folla n. 6, 2013

Luca Barberini: se non sbaglio sei nato a Ravenna nel 1981. La tua formazione tecnica e artistica è legata al mosaico: un po’ la tua città d’origine, un po’ l’Istituto d’Arte “Gino Severini” dove ti sei diplomato, sino all’apertura dell’impresa – studio d’arte Koko Mosaico.

Vuoi aggiungere qualche altro particolare a questo tuo percorso e, soprattutto, non sei mai stato tentato da altri linguaggi espressivi o ti sei subito trovato a tuo agio col mosaico?

Caro Luca, in realtà non sono nato a Ravenna, ma in quel di Porto Corsini, un piccolo villaggio di mare che si trova tra pineta, “piallasse” e industrie chimiche.

Mi sono trasferito a Ravenna con la mia famiglia all’età di 16 anni e per me che venivo dal paesino, Ravenna mi sembrava una metropoli tutta da scoprire: sembra assurdo come una dozzina di km cambino quel piccolo mondo fatto di certezze e sicurezze che ti hanno accompagnato fino all’adolescenza. A quel tempo frequentavo l’Istituto d’Arte ma più che altro frequentavo i miei nuovi “migliori amici”: la mia curiosità per quel nuovo piccolo mondo aumentava di giorno in giorno e di sicuro non era legata alle materie scolastiche, ma alla musica, alla breakdance, allo “skateare” e anche, perché no, alle ragazze… sì, insomma era il periodo degli ormoni assassini.

Solo verso la metà dell’ultimo anno scolastico mi sono appassionato al mosaico, forse grazie ai miei insegnanti o forse per una serie di coincidenze o forse perché doveva semplicemente andare così.

Una volta diplomato la città cominciò a starmi stretta, ero pronto a partire alla volta di Urbino per affrontare la Facoltà di grafica, ma poi arrivò la temuta lettera del richiamo alla leva militare: provai a farmi scartare senza successo e restai così, fortunatamente, a fare l’obiettore presso i monumenti ravennati come custode. In questo frangente cominciai a frequentare lo studio del mio prof. Paolo Racagni, dandogli una mano col mosaico e il restauro.

Luca Barberini, Navi (particolare), 2012

Luca Barberini, Navi (particolare), 2012

A quel tempo la mia attività principale era la fotografia e insieme al mio carissimo amico Filippo Bandini mettemmo in piedi la camera oscura, che magnifici ricordi…. Tuttora scatto con macchine analogiche ma non stampo e anche se non mi arrampico più sui tralicci dell’alta tensione per fotografare vedute mozzafiato rubo delle dignitose immagini alla mia vita e a quello che mi circonda.

Finito il servizio di obiettore le cose erano cambiate, tutto si era intrecciato in modo che io continuassi con quello che avevo studiato durante i 5 anni al Severini: l’arte del mosaico si stava piano piano inserendo nella mia vita e un avvenimento in particolare mi portò probabilmente alla situazione attuale: il mio primo viaggio lavorativo ad Amburgo per conto di Racagni per finire un mosaico che lui stesso aveva iniziato a Ravenna. Avevo 19 anni, non ero mai stato in viaggio all’estero per lavoro e non avevo ancora mai visto una via a luci rosse…

Al ritorno dal viaggio capii che quell’arte poteva diventare il mio futuro e lo capii grazie agli sguardi stupefatti degli amburghesi che mi vedevano lavorare e dicevano “ma quindi il mosaico si può fare ancora”. Per me il mosaico era cosa quotidiana, nessuno si era mai stupito del mio mestiere. Così pensai al business che si poteva realizzare lavorando dentro e al di fuori della  cosiddetta città del mosaico.

Insieme alla mia amica e compagna fidata di Istituto, Karin Frulli, aprimmo il mio primo laboratorio, un garage a casa dei miei. L’avventura durò circa una stagione e inaspettatamente arrivarono anche delle commissioni e richieste di preventivi, così da un garage di mosaico… certo, non c’era la crisi attuale. Comunque arrivato l’autunno io e Karin decidemmo di partecipare ad un concorso che selezionava dieci giovani mosaicisti per realizzare un progetto di alta formazione chiamato “Scuola bottega del mosaico” e venimmo scelti. Inizialmente doveva durare due anni ma arrivò a quasi quattro! Molte le cose accadute lì, brevemente ti racconto solo il fatto più significativo: il primo giorno di lavoro incontrai Arianna Gallo e me ne innamorai. Non venni corrisposto se non dopo quattro anni di lavoro fianco a fianco e alla fine di questa interminabile esperienza formativa, insieme ad Arianna decidemmo di aprire nel 2005 Koko Mosaico. Sono passati otto anni e oggi abbiamo due splendidi bambini e ancora tantissima strada da fare insieme.

Grazie a tutto questo posso già voltarmi indietro e dire “guarda, quello l’ho fatto io”. Il mosaico è praticamente indelebile, rimane nel tempo e nella storia e a tal proposito mi piacerebbe parlarti, magari in una prossima intervista, della moschea omanita dove Koko Mosaico ha progettato e realizzato quasi 500mq di mosaico artistico a parete. Ma questa è un’altra storia.

Luca Barberini, White Collars, 2012

Luca Barberini, White Collars, 2012 

L’anno scorso con Folla hai vinto il concorso Mosaic Art Now negli U.S.A. (ora l’opera fa parte della collezione permanente del MAR-CIDM di Ravenna) e so che con opere simili hai ottenuto nuovi successi e apprezzamenti anche da parte di altre personalità americane, ad esempio della Pixar: non credo sia casuale, oltre al fatto che strutturalmente molte tue cose hanno a che fare col gioco (credo sia parte della tua indole, forse negli anni rafforzata anche dal tuo essere giovane padre di due bambini), e visivamente col videogioco (chissà, forse tuoi ricordi più o meno reconditi, così metabolizzati).

Penso che il filo rosso che leghi molte delle tue creazioni sia una tua personale versione del pop (non a caso amata oltre oceano) in chiave musiva: i tuoi White Collars, le Tute Blu, la stessa Folla, oppure le colombine placidiane che si abbeverano in un barile di petrolio di On the Oil Barrel, ma anche i tuoi Condomini, così cinematografici e sinottici, in cui noi spettatori, come tanti James Stewart, possiamo osservare le feste, i suicidi, la vita che scorre oltre quelle finestre, sempre però colta in senso ludico e mai appesantita da giudizi di sorta.

Luca Barberini, Bone Flower, 2011

Luca Barberini, Bone Flower, 2011

Lo stesso enorme scheletro Bone Flower selezionato nell’autunno 2011 per il GAEM ha in sé reminiscenze del memento mori barocco o meglio, conoscendoti, del carpe diem latino, degli scheletri a mosaico pompeiani, il tutto però risolto con una decorazione brillante, coloratissima, ancora una volta pop, tanto che le ossa sono fiori. E tanto è forte l’indole pop nella tua personalità, che hai usato lo steso modulo bone flower per decorare uno skateboard.

Vorrei che parlassi del tuo lavoro, delle tue idee artistiche e, in specie, della tua visione musiva.

Complimenti, si vede che mi conosci bene: le tue critiche sono assai inerenti il mio pensiero e le mie operazioni.

La mia vena artistica (o come un vero romagnolo direbbe “lo sbuzzo”) é nata interpretando una tela del pittore ravennate Adriano Pilotti, raffigurante una trentina di persone intente a seguire una partita di tennis. È buffo come l’opera si sia auto-costruita, infatti Adriano rimase colpito da un’immagine televisiva che trasmetteva un match di tennis e subito pensò che poteva ritrarla. Allora fece una foto e realizzò l’opera. Passando da casa sua la vidi e pensai che dovevo rifarla a modo mio, utilizzando il mosaico. E così trovai quanto fosse stimolante e soprattutto divertente lavorare sui personaggi e sui volti.

Terminato il lavoro capii che la mia ricerca doveva iniziare proprio dall’interpretazione musiva della figura umana, lavorando però su una forma sintetica sempre più minimale ma che conservasse comunque l’espressione e l’unicità dell’individuo. Così nacquero le Folle, le Tute Blu, i White Collars e i Condomini.

Luca Barberini, Condominium, 2011

Luca Barberini, Condominium, 2011

Progetti attuali, futuri o passati da riattualizzare?

Ora la mia ricerca artistica indaga anche sui singoli individui e non più solo sulle folle. Sto realizzando una serie di piccoli ritratti di personaggi, che, come al solito senza farlo apposta, vanno ad assomigliare a qualcuno, l’altro giorno per esempio è uscito “Hitler”.

Poi sto preparando un progetto dove veramente il fruitore si sentirà, come dici tu, nei panni di James Stewart, infatti avrà di fronte una facciata di 160 finestre da spiare.

Qui il concetto non si ferma alla realizzazione di una facciata: questo progetto mi vedrà impegnato tutta la vita, le finestre saranno intercambiabili e verranno sostituite con nuove finestre ogni qual volta verranno vendute. Immagini cosa raffigurerò in quelle finestre fra dieci anni? Tutte le finestre saranno numerate e catalogate in un sito internet dedicato al progetto. Diventeranno una testimonianza indelebile della mia storia e in un certo modo della storia di tutti.

lucabarberini.com

kokomosaico.com

Luca Barberini, Portrait n.19, 2013

Luca Barberini, Portrait n.19, 2013

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Takako Hirai, Istinto, 2011 (foto D. Torcellini)

Takako Hirai (Kumamoto, Giappone, 1975): nel tuo Paese d’origine hai studiato e ti sei laureata nel 1999 in pittura presso la Hiroshima City University. Poi hai scelto l’Italia, Ravenna e il mosaico in particolare: cosa ti ha spinto verso questa direzione artistica?

Ho incontrato il mosaico nella gita scolastica dell’università, a Roma, nel 1997. Semplicemente mi è piaciuto.

Quando mi stavo per laureare ho pensato che non avrei potuto vivere solo facendo la pittrice, volevo imparare un mestiere… e ho scelto il mosaico .Volevo diventare una mosaicista artigiana e rimanere artista in campo pittorico. Per imparare il mosaico, ricercando su internet, si va a Ravenna ed effettivamente sono arrivata qua.

Perché il mosaico? Penso che sia per la sua materialità. Anzitutto è stata l’impressione a coinvolgermi e poi il tatto. Ho provato una specie di “simpatia” molto naturale.

Per la verità, tante volte ho pensato di aver sbagliato e ogni tanto, ancora, mi fa sorridere il motivo della mia scelta. Comunque, ora sono abbastanza sicura di non aver sbagliato.

Takako Hirai, In silenzio, 2010

Hai partecipato a numerose mostre in ambito nazionale e internazionale, non ultimo il premio GAEM 2011, svoltosi a Ravenna lo scorso autunno.

Al centro della tua ricerca è il rapporto, anzi la simbiosi fra essere umano e natura: grazie al tuo uso sapiente di micromosaico e gradazioni cromatiche (va da sé, molto pittoriche), le silhouettes umane si nascondono fra rami d’albero ed erbe alte, sino a diventare parte della flora stessa: potresti parlare di come è nata questa tua visione e identificazione col mondo vegetale?

Nelle mie opere ci sono sempre i miei pensieri (sentimenti). Scelgo un luogo dove vorrei essere nel momento in cui ho un pensiero (come su un albero o tra l’erba per scappare o ammirare, etc.).

Essere in un posto dove c’è la flora mi fa sentire protetta (fino ad essere “invidiosa” dell’essenza del mondo vegetale).

Takako Hirai, In silenzio (particolare), 2010

Perché due immagini sovrapposte? È un dilemma che ovviamente deriva dal mio carattere, dai pensieri che vorrei nascondere, ad esempio. La verità è che vorrei che questi miei pensieri venissero scoperti (letti)… sono come indecisa, nel profondo.

Per quanto riguarda la tecnica, l’ho trovata grazie all’esperienza accumulata nei lavori pratici in campo musivo. Ma l’idea di esprimermi in questo modo (nascondere un’altra figura ovvero trasformare il mio pensiero in una figura.), l’avevo già in pittura, anche se non ero mai riuscita a realizzarla perché il materiale, anche tecnicamente, non mi sembrava adatto alla piena espressione del mio concetto.

Takako Hirai, Pensiero, 2011 (foto D. Torcellini)

Per anni hai collaborato con lo studio Koko Mosaico di Luca Barberini e Arianna Gallo, mentre attualmente lavori presso altri laboratori musivi: come vedi il tuo futuro, qui in Italia o all’estero? E, artisticamente, continuerai solo col mosaico o, ogni tanto, tornerai alla pittura?

Mi piacerebbe restare in Italia, ma le mie opere possono andare ovunque!

Il mosaico e la pittura: mi servono entrambi. Le differenze di materiali e tecniche mi offrono diverse possibilità espressive, oltre a piacermi ogni ambito, anche al tatto.

Info e contatti: takakoirahi@gmail.com

Takako Hirai, Cercando una casa, 2005

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Matilda Tracewska, Black Square II, 2011, cm 80×80, marmo, smalto, legno compensato

Matilda Tracewska (Varsavia, Polonia, 1978): nel tuo Paese hai cominciato studiando pittura. Poi hai deciso di completare la tua formazione col mosaico, quello bizantino-ravennate in particolare: cosa ti ha portato verso questa scelta artistica?

Il mio primo approccio col mosaico è avvenuto all’Accademia di Belle Arti di Varsavia e posso con certezza affermare che è stato un amore a prima vista. Stavo frequentando la Facoltà di Pittura, il cui piano di studi prevede, oltre alle materie obbligatorie come la  pittura da cavalletto e il disegno, anche la scelta della cosiddetta specializzazione: si può scegliere fra varie discipline, l’incisione, la fotografia, l’arte del tessuto, l’illustrazione, l’animazione, etc.. Io ho deciso di provare le tecniche murali, ovvero il laboratorio che si occupava di tutte le tecniche legate alla pittura parietale, come i diversi tipi di affresco, il graffito (l’arte d’incisione sugli intonaci colorati freschi) e, alla fine, il mosaico. In quel periodo ero molto affascinata dall’arte degli antichi maestri dell’affresco (Piero della Francesca, Giotto, Mantegna) e frequentare questo laboratorio mi ha permesso di approfondire lo studio sulla loro pittura. Entrare nella stanzetta dei “parietalisti” era come fare un viaggio nel tempo: ci si ritrovava nel laboratorio di un alchimista medievale o rinascimentale, pieno di barattoli di pigmenti coloratissimi, di liquidi e polveri la cui provenienza e utilizzo inizialmente non conoscevamo.

I tempi di lavorazione erano lunghissimi, si ignorava completamente l’aspetto economico del lavoro (è una cosa che ho imparato solo a Ravenna, dove fra i mosaicisti c’è una gara continua a chi lavora più veloce), che ovviamente dal punto di vista professionale era sia un grande male ma anche, secondo me, un grande bene. Durante le pause si leggevano le “ricette” di Cennino Cennini, su cui discutevamo e facevamo delle prove. Quest’aspetto “alchemico” dell’arte mi ha sempre attirato molto: l’arte visiva, fra tutte le sue infinite definizioni, è principalmente un atto di trasformazione della materia.

Nel secondo anno di specializzazione ci hanno fatto provare un piccolo esercizio di mosaico: era una tavola di cm 50×50 eseguita su un disegno geometrico progettato da ciascun studente. Sia durante la scelta dei materiali che durante l’esecuzione di questo piccolo mosaico ho provato un’emozione fortissima (in un certo senso inspiegabile), che finora non mi ha mai abbandonato. Incoraggiata da quest’esperienza ho preparato due mosaici figurativi per il mio diploma di laurea e dopo la laurea ho continuato a fare mosaici da cavalletto per conto mio. Lavoravo d’istinto, non conoscendo le regole esecutive, perché non avevo mai studiato la grammatica del mosaico antico. Usavo le tessere di ceramica che mi preparava una mia amica ceramista, vetro Tiffany e le tessere a lamina metallica che mi preparavo da sola (con le foglie a lamina metallica incollate dietro al vetro).

Prima di venire a Ravenna non ho mai usato il marmo perché all’Accademia di Varsavia non c’era l’attrezzatura per tagliarlo, lo smalto vetroso sapevo solo che esistesse… Col tempo continuava a darmi sempre più fastidio il fatto di non conoscere quanto avrei voluto la tecnica del mosaico (per esempio come lavorare con le sezioni, l’uso di diversi supporti, lavorazione diretta e indiretta, a rovescio, etc.). I problemi che incontravo durante l’esecuzione cercavo di risolverli a modo mio, anche se spesso non ero soddisfatta dei risultati.  È stato uno degli assistenti del mio professore a consigliarmi di continuare a studiare a Ravenna: lui stesso, negli anno ‘80, aveva fatto un corso estivo di mosaico a Lido Adriano. Inizialmente la borsa di studio che sono riuscita ad ottenere prevedeva uno stage presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna di otto mesi… che sono diventati i due anni del Biennio Specialistico di Mosaico. E adesso, fra le diverse avventure artistiche che ho vissuto, sono ormai passati quattro anni da quando ho lasciato Varsavia.

Matilda Tracewska, Black Square I, 2010, cm 80×80, marmo, smalto, oro, legno compensato

Ho visto più di qualche tua opera musiva, sia astratta sia figurativa: mi sembra che le accomuni un’attenzione e un’abilità particolare nel rendere le sfumature di colore in senso molto pittorico, usando in genere tessere abbastanza regolari per disposizione e forma quadrangolare: potresti parlare del tuo lavoro?

Quando faccio mosaico non smetto mai di pensare di essere una pittrice. So che a Ravenna quello che dico può sembrare un’eresia, ma inizialmente sono stata introdotta al mosaico come ad una tecnica pittorica parietale ed io continuo a percepirlo, ma sopratutto a usarlo, come appunto una tecnica pittorica. A Ravenna si lotta tanto per affermare il mosaico come un tipo di espressione artistica autonoma. Io, almeno all’inizio, non ne ho mai sentito bisogno, perché prima di venire in questa città non mi rendevo conto di tutti i problemi legati al mosaico, ad esempio la riproduzione del quadro pittorico, col difficile rapporto fra il progettista del cartone e l’esecutore/mosaicista del mosaico, che vede il mosaico come arte applicata al servizio della pittura, col problema della traduzione del colore spalmato (il liquido di colore su carta o tela) rispetto ai solidi cubetti di smalto colorato o pietra. Personalmente, non ho mai eseguito un mosaico su bozzetto di un altro artista.

Matilda Tracewska, Istanbul, cm 100×80, marmo, oro, wedi board, 2009

Adesso, più conosco il mosaico, più mi è difficile rispondere alla domanda “che cos’è?”. Per me, comunque, il suo aspetto più importante è sempre quello pittorico, cioè legato alle sue potenzialità cromatiche e alla texture. Ho scoperto che la cosa che più mi attira nell’arte musiva è la magia del colore, o, più precisamente, il concetto di colore dinamico che nel mosaico è molto accentuato. Per colore dinamico intendo il fenomeno percettivo causato dalla miscela ottica, ma soprattutto il fatto che nel mosaico il colore cambia a seconda della posizione dello spettatore e a seconda della fonte di luce. E la capacità del mosaico stesso di creare la luce. Mi piace combinare i materiali diversi dello stesso colore, giocare sui contrasti tra lucido e opaco. Uso prevalentemente l’andamento regolare, ma trovo gusto nel lavorare non solo con le tessere quadrate ma anche con le schegge, cercando di ottenere la tessitura morbida e il colore leggero e luminoso, con le sfumature delicate. Non voglio però limitare i miei mosaici al solo esercizio stilistico. Per me il mosaico, come l’arte in generale, è soprattutto un mezzo di comunicazione. Dietro ogni mio pezzo c’è quindi una storia, così per esempio Istanbul racconta la malinconia, la serie Trompe l’œil invita al gioco del “nascondino”, mentre la serie Black Square è una riflessione sull’immagine residua e sul rapporto fra l’arte figurativa e l’arte astratta.

Matilda Tracewska, Setaccio, dalla serie “Trompe l’oeil”, marmo, legno, styrodur, 2010

Sei fra i collaboratori di Koko Mosaico come di altri laboratori musivi, oltre ad essere stata in Russia presso Solo Mosaico: che progetti hai per il presente e, più in generale, per il tuo futuro?

Ho passato gli ultimi sei mesi in Oman dove ho lavorato in un cantiere, sempre in ambito musivo. Sembra che la mia Odissea di quattro anni stia finendo e finalmente sto per tornare a Varsavia, anche se so che tra qualche mese sarei già pronta per ripartire di nuovo. Intanto spero di aver imparato abbastanza per poter portare avanti la mia ricerca da sola: ho grande desiderio di diffondere l’arte musiva nel mio Paese. Spero anche di mantenere e coltivare le amicizie che ho fatto a Ravenna: durante il mio soggiorno in Italia ho avuto la fortuna di conoscere gente stupenda, artisti bravissimi e cari amici, a cui devo molto. Ho sempre pensato di essere molto fortunata. Ravenna è stata molto generosa con me, avendomi dato, oltre alla formazione professionale, anche la possibilità di fare mostre in posti bellissimi (come il Museo Carlo Zauli), di imparare, attraverso collaborazioni, direttamente da artisti e artigiani fra i più validi… e di viaggiare: ho realizzato un mosaico a Cuba, grazie a Solo Mosaico ho trascorso sei mesi di residenza d’artista a San Pietroburgo per poi a partecipare alla Biennale di Mosca col progetto “Reliquarium”, mentre con “Bibliomosaico” ho partecipato ad una mostra in Francia. Nonostante abbia vissuto tutte queste esperienze, continuo a sentire di essere solo all’inizio della mia strada artistica. Sono però convinta, come lo sono stata sempre, di essere sulla strada giusta.

Info e contatti: mati_t@o2.pl

Matilda Tracewska, Battipanni, dalla serie “Trompe l’oeil”, marmo, rete, 2010

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Luca Barberini, On the Oil Barrel, 2010

(Premessa: l’intervista che segue, a cura di Linda Landi, è apparsa sul sito e sul numero 419 del 2 dicembre 2010 del settimanale Ravenna&Dintorni, pagina 13.)

Il mosaico a Ravenna: un dibattito che auspicabilmente continua. È ora la volta di Luca Maggio, critico e insegnante di storia dell’arte (classe 1978) che porta avanti le ragioni di alcuni giovani mosaicisti in risposta all’intervista rilasciata da Saturno Carnoli su Ravenna&Dintorni del 18 novembre 2010 (a pagina 14).

«Non sono d’accordo sull’affermazione che segue – spiega Maggio, “la mia generazione non è riuscita a passare il testimone ai giovani, che oggi sono studenti meno motivati… noi abbiamo vissuto la rivolta, oggi invece manca un pensiero disobbediente e autonomo”. La ritengo mortificante verso chi ha insegnato e continua a insegnare mosaico con passione, e soprattutto verso chi è stato formato e con coraggio ha investito oggi la propria vita nel mosaico, in particolare in quello artigianale e artistico».

Double Game Academy, Ravenna, 2009: in primo piano l'opera di Silvia Naddeo, Eat Meet, premiata dal MAXXI di Roma

Qualche nome?

«Tra le cosiddette “nuove leve” ravennati, esistono realtà già qualitativamente affermate a livello nazionale ed internazionale come Dusciana Bravura, Matteo Randi, Filippo Tazzari, Caterina Baldassarri o la giovane Silvia Naddeo, romana d’origine ma ravennate per formazione musiva, di recente premiata dal MAXXI di Roma proprio per una scultura mosaico. Poi, Takako Hirai, giapponese che da anni collabora con Koko Mosaico ovvero Arianna Gallo e Luca Barberini, da tempo attivissimi nel settore, tra l’altro, Barberini è l’attuale vicepresidente dell’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei, e ancora il gruppo CaCO3 ovvero Âniko Ferreira da Silva, Giuseppe Donnaloia e Pavlos Mavromatidis, i quali solo nell’ultimo anno hanno diverse esposizioni all’attivo, dall’Artplay di Mosca al Museo Nazionale di Ravenna.

Ma si potrebbero citare molti altri artisti del’ultima generazione, anche stranieri. Mi preme dire che sono tutti più che “motivati e autonomi”, avendo un percorso, una poetica e dignità creativa originali. Non sono promesse, ma già realtà fertili, e ignorarli vuol dire non sapere quel che è accaduto negli ultimi dieci anni».

CaCO3, Organismo verde n.1, 2010

Ma il calo degli iscritti negli istituti di formazione è una realtà…

«Vero, ma penso che l’analisi di Carnoli sia comunque sbagliata, specie per le soluzioni avanzate. In sostanza lui propone di aprire nuovi spazi formativi, al momento non necessari. Se c’è un calo di iscritti, non è dovuto alla mancanza di qualità dei percorsi formativi, ma è da attribuirsi all’assenza di prospettive professionali future, che potrebbero essere attivate da una rete virtuosa di sinergie fra istituzioni pubbliche e private per commissioni e appalti musivi/edili in grado di offrire sbocchi lavorativi. Tutto ciò è difficile, ma non utopico e ne ha parlato per esperienza diretta anche l’architetto e designer Ugo La Pietra lo scorso 9 ottobre, in occasione del convegno “Architettura e Mosaico” organizzato dal Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico del MAR: o crei il circuito o ne resti fuori e Ravenna non può permettersi di vivere solo sul passato, specie riguardo l’identità musiva. In questo senso, occorrerebbero anche spazi espositivi adeguati.

Per i fondi da reperire, Carnoli citava la Regione, ammesso che ne abbia, ed eventuali tagli al Ravenna Festival, polemica vecchia e sterile. Il Festival dà lustro culturale al nome della città nel mondo, oltre ad aver commesso a Marco Bravura due considerevoli opere musive, l’Ardea Purpurea del 1999 a Beirut (una copia è in Piazza della Resistenza a Ravenna), e quest’anno le Onde a Trieste, in occasione di concerti diretti da Riccardo Muti. Sono segni importanti vista anche la candidatura della città a Capitale Europea della Cultura del 2019».

Dusciana Bravura, Alchemy, 2010, Artplay, Mosca



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