Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘la casa di carta’

Sara Vasini

Sara Vasini, I want to sleep with you, 2016, corallo rosso corallo nero e marmo in oggetto già fatto

Premessa: credo di non aver mai fatto una premessa prima di una delle mie interviste. Ma questa intervista è speciale. Mi ha commosso l’amore totale, l’identificazione di questa ragazza con la sua materia-anima-carne viva e quotidiana, il mosaico, l’aria che la fa vivere.

Ho rispettato le parole, il corsivo, le Maiuscole dell’artista, perché persino i caratteri delle sue parole-tessere hanno significato e desiderano essere scritte come lei le ha pensate.

Anche di questo, grazie, Sara.

Dedico questa pagina a Michele Tosi, professore (anche di Sara) e grande studioso del mosaico, purtroppo recentemente scomparso.

 

Sara Vasini (Bellaria, 1986): quando hai capito che il mosaico faceva parte di te, del tuo mondo-modo di ragionare? Racconta di questa folgorazione, dei tuoi maestri, degli incontri che ti hanno formata.

Quando facevo la terza media, Paolo Racagni e Marco de Luca sono venuti a presentare l’Istituto d’Arte per il Mosaico Gino Severini.

Non ricordo le parole, ma tutt’ora è rimasto quel fascino del mosaico che mi avevano trasmesso. Con molta umiltà e dedizione presentavano un Mondo, come in Correspondances, di Charles Baudelaire, e volevo scoprire quella magia che è il mosaico, che non ha parole.

Avevano fatto vedere una cassetta, uno seduto alla destra e uno alla sinistra del televisore – al centro il mosaico. Ricordo con precisione le mura di San Vitale, il resto delle immagini le ho rimosse. Se penso al mio incontro con il mosaico è questo, e sono ancora lì, fuori, fuori a contemplare le mura di San Vitale, aspettando qualche messaggio confuso.

Ricordo il primo giorno di scuola, Paolo Racagni ci ha fatto tagliare dalla prima ora. Siamo entrati, ci ha presentato tagliolo e martellina, ci ha fatti sedere e abbiamo iniziato a tagliare del marmo.

Poi, le scuole medie e i primi anni delle superiori sono un po’ un Medioevo. Anni poco chiari, ma pieni di colore, dove gli Altri non riescono ad intenderci, perché noi stessi non riusciamo ad intenderci. Ora, mi sento veramente tanto fortunata ad aver avuto il mosaico in quel momento, è la mia lingua madre. Non avevo parole per esprimermi, finché non ho incontrato il mosaico, e nel tempo, negli Alti e nei bassi della mia vita il mosaico è sempre stato Casa, è sempre stato l’abbraccio e la carezza di una Madre. L’Astrazione non è solo ne gli occhi degli Imperatori, è anche in chi fa mosaico, nel momento stesso in cui fa mosaico.

Sono molto legata all’Istituto d’Arte per il mosaico di Ravenna. C’è un’energia particolare quando incontro altre persone che hanno fatto quella scuola, un’intesa, un tacito accordo che si riassume nella parola mosaico. L’Istituto d’Arte di Ravenna è Educazione alla durata interiore. In un mondo dove tutto è veloce l’Istituto d’Arte ci Donava – ci Dona! – il diritto di essere del tutto fuori moda, fin da piccini.

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11x19 cm

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11×19 cm

Insomma, l’Istituto d’Arte per il Mosaico è il Vero Maestro. Poi, i Professori – sì, Maestri a loro volta – cambiano, passano, ma tutti Loro hanno il Rispetto della tradizione.

Ultimamente stavo rileggendo L’Arte del Marmo di Adolfo Wildt e nel saggio critico che lo accompagna di Elena Pontiggia ho trovato quello che rappresenta tutti i miei Maestri di Mosaico: L’arte nasce dall’originarietà, non dall’originalità.

Nessuno dei miei Maestri mi ha imposto il proprio stile. Tutti i miei Maestri mi hanno insegnato mosaico sul campo, senza parole. Il mosaico non s’insegna con le parole, ma con il fare, con messaggi confusi. Nessuno di loro mi ha mostrato i propri lavori, sì, li ho scoperti poi – tempo al tempo. Tutti i miei Maestri mi hanno lasciata libera.

Ho avuto veramente tanti Maestri di mosaico, ne ho tuttora talmente tanti che citarne uno toglierebbe la Grazia a un Altro, scrivendone i nomi qua in fila (poi, non tutti i miei Maestri di mosaico hanno fatto un mosaico). Potrei iniziare dal primo all’ultimo, ma in mezzo ci sono piccoli incontri con persone che ho incontrato anche solo per un minuto che hanno detto quella frase saggia che mi ha dato la forza di amare ancora di più il mosaico.

Tutti i miei Maestri di mosaico sono Filosofi, che parlano attraverso la materia, attraverso il rapporto, l’armonia, che si crea tra una tessera e l’altra, nell’andamento.

Marcello Landi, ai tempi dell’Istituto d’arte direttore, diceva che a un certo punto al mosaicista vengono le mani da pianista; s’aprono, s’allungano nel toccare i tasti-tessere.

E sì, il mosaicista è un musicista, di un suono segreto. Il silenzio è cosa della materia e del mosaicista, mentre crea un mosaico e mentre è nel mondo. L’unico suono che gli appartiene è quello tra tagliolo e martellina. Del resto, come ha detto Federico Nietzsche Tutti parlano, parlano e nessuno dice niente.

Non mi sono mai resa conto del fatto che il mosaico facesse parte di me, perché sono stata educata fin da piccola al mosaico. Ho preso coscienza del mondo attraverso il mosaico, come dicevo prima è la mia lingua Madre, il mosaico mi ha insegnato a ragionare. E penso veramente di non avere null’altro al mondo se non il mosaico.

Come un giorno mi disse Ines Morigi Berti: Nella vita puoi avere solo una passione, perché devi dedicarti a lei, totalmente.

Sara Vasini

Sara Vasini, Latte +, 2016, smalto filato in oggetto già fatto

Nel tuo processo creativo, usi il rigore del mosaico bizantino, non necessariamente le tessere tradizionali, anzi. Penso alle serie Nasso, ma anche a Una stanza tutta per sé, titolo significativamente mutuato dalla Woolf. A questo proposito c’è poi tutto il rapporto intimo che hai con la parola, specie se in versi. Potresti illustrare con esempi di tue opere i tratti salienti della tua poetica?

Il mosaico è filosofia del rapporto fra entità differenti – le tessere -, ma allo stesso tempo è concetto pratico di una filosofia monista. Insomma, dal generale al particolare, il mosaico offre differenti spunti di riflessione, che a mio avviso convivono in totale armonia in qualsiasi ambito della vita li si applichi. Il mosaico è come una Religione, con precetti e morale, e quando si lavora si prega. Ma il mosaico è anche una droga (allego un lavoro che sto facendo in questo momento, insomma, che mi guarda perché ora sto scrivendo, Latte + ispirato ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick, mosaico filato in ceramica).

Il mosaico è già Arte Concettuale dal momento in cui, in epoca Bizantina, nel suo farsi utilizza tessere di smalto per riflettere la Luce, che rappresenta simbolicamente Dio. È già Arte Concettuale quando all’esterno ritroviamo la semplicità, la povertà dei mattoni e all’interno lo Splendore e la Ricchezza degli Ori e della Pasta Vitrea, a dire che non è importante l’esteriorità ma l’interiorità (questa è una delle motivazioni che mi porta a fare mosaico dentro a oggetti già fatti, e non a ricoprirli).

La ricerca concettuale è un Minotauro fatto per metà di materia e metà di parole, quando le parole non bastano viene in soccorso la materia e viceversa.

Se nei miei lavori metto a proprio agio il Minotauro non è perché la mia educazione bizantina è stata deviata dalla ricerca visiva degli anni Sessanta. Il mosaico Bizantino è ricerca concettuale da molto tempo prima.

La vera tradizione del mosaico bizantino non è qualcosa di materiale che si possa definire in tecnica, a mio avviso. La vera tradizione del mosaico bizantino è una religione del tutto concettuale che sta nel Mondo delle Idee, al di là della materia, nell’Astrazione.

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

 

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, legno di rovere, base 9,3×9,3 cm, altezza 250 cm, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Nasso è un lavoro che nasce in funzione ad un Luogo.

Il luogo è il Chiostro della Biblioteca Oriani, in piazza San Francesco a Ravenna. In epoca Medioevale, il Chiostro rappresentava il percorso del pellegrino e del peccatore per arrivare al centro, al giardino, a Dio. In epoca fascista questo chiostro è stato tagliato. Dunque, oggi, non vi è più possibilità di catarsi. Un gioco a cui non si può giocare.

Ho deciso di riprodurre, rielaborare, il Jenga.

Il Jenga è un gioco da tavolo, il suo nome è tratto dalla lingua Swahili e significa costruisci. Il gioco consiste nella sistemazione di tessere rettangolari, tre per piano, sovrapposte in altezza andando a formare una torre. I giocatori a turno sottraggono un blocchetto – una tessera – dalla torre e lo posizionano sulla sommità della torre. Durante il gioco la torre diventa sempre più instabile, e colui che ha tolto l’ultima tessera, che farà crollare la torre stessa, ha perso. Il vincitore è colui che precede il perdente.

Data l’impossibilità di catarsi del pellegrino e del peccatore, data l’impossibilità di gioco, ho deciso di rielaborare il Jenga rendendolo celibe come il Chiostro stesso. Le tessere del Jenga, rettangolari come le stesse dei mosaici bizantini per andare più a fondo – come denti nella carne, diceva la mia Maestra di mosaico Adriana Morelli -, sono in legno di rovere, Quercus Petraea. Lo stesso rovere che preserva (il rovere è uno tra i materiali più pregiati per le botti) il liquido di quel Dio ignoto, Dioniso, che ha lasciato in Nasso Arianna, nell’isola della pazzia. Nell’isola dell’eterno ritorno. La pazzia, l’abbandono, un chiostro che non ci lascia più la possibilità di redenzione a lato del sepolcro del sommo Poeta che tanto aveva Cantato la catarsi attraverso il rituale del Viaggio.   

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé (particolare di una pagina), 2014, inchiostro acquarelli e tempere su carta, 25×35 cm

Una stanza tutta per sé nasce come omaggio a Ines Morigi Berti. Era l’insegnante di Adriana Morelli. Alle superiori fui accolta a casa sua con Felice Nittolo per un’intervista. Casa sua era il suo studio. Le chiesi perché trasfigurasse dei mosaici su cartoni di Altri, Lei mi rispose che nella vita si può avere solo una passione, perché bisogna dedicarsi a lei totalmente. Ho deciso di ricordarla traducendo un testo che me la ricorda molto. Una stanza tutta per sé è un’insieme di lezioni tenute da Virginia Woolf in un college femminile, il tema del “workshop” era La donna e il Romanzo. In questo libro la Signora Woolf spiega alle studentesse una cosa molto bella: l’artista non è donna o uomo, l’artista è androgino. L’artista deve avere qualcosa di femminile e qualcosa di maschile. E cosa deve avere un artista per poter lavorare alla sua propria ricerca? Un po’ di denaro per potersi mantenere e una stanza tutta per sé, dove poter lavorare e sognare in tutta tranquillità.

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

 

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Lo studio della Signora Berti è le prime Stanze di un’artista nelle quali ho avuto l’Onore di essere accolta. Ho semplicemente trasfigurato un testo scritto, come nel mosaico si trasfigura un’immagine. Ho eliminato la crenatura, per rappresentare l’incomunicabilità della sua perdita, della perdita della Signora Berti. Tuttavia, la storia della crenatura viene da molto lontano.. Dopo il Premio Tesi, dopo Nasso, tu, Luca, mi hai consigliato La casa di carta di  Carlos Marìa Domìnguez; ad un tratto nel libro apparì la parola crenatura, non conoscevo quella parola, cercai il suo significato. La crenatura è quel vuoto – interstizio? – tra una parola e l’altra, quel vuoto che dona senso ad ogni singola parola – tessera? – . Decisi di abolire la crenatura, abolire l’interstizio, per poi ritrovarlo tra una pagina e l’altra durante l’istallazione del lavoro. Il mosaico in Una stanza tutta per sé sta anche nel rapporto tra una pagina e l’altra.

Semplicemente: il mio Minotauro non voleva dire Dio attraverso la Luce delle tessere, come nel mosaico bizantino. Il mio Minotauro voleva parlare senza parole a Ines Morigi Berti, seguendo sempre le regole della composizione. Ogni lavoro, ogni Minotauro, è un mondo a sé. In funzione del concetto, della riflessione, cambio materiale. Certo è che la luce degli smalti rimane una delle più affascinanti.

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto, ditale da cucito

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto (ditale da cucito), installazione, dimensioni variabili

A che punto sei della tua vita, Sara? Dove ti trovi adesso e quali, se ne hai, progetti prevedi per il futuro?

Sto frequentando il biennio di mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Sono passati anni dal triennio. In questi anni ho avuto l’onore di assistere in studio uno scultore. Ho fatto esperienze mie proprie. Ora, ho deciso di terminare la carriera scolastica, ancora fuori dalle mura, sempre in attesa.

Desidero solo aver seguito in questa cosa piena di Grazia che è il mosaico. Ho ventinove anni e mi sento ancora una quattordicenne: tutte le volte che ne inizio uno nuovo, è sempre la prima volta e non mi sento mai all’altezza del suo Nome.

Il progetto per il futuro forse è proprio questo: rimanere quella quattordicenne che non si sente all’altezza, e seguitare fino all’ultimo dei miei giorni a fare mosaico.

Come mi disse Ines Morigi Berti nel suo studio: Sono sempre stanca, ho poche ore di lucidità al giorno, ma in quelle ore faccio mosaico.

Sara Vasini: favoleperadultiancorabambini.blogspot.it

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

 

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Annunci

Read Full Post »

Carlos Maria Domínguez_La casa di carta

La biblioteca che si mette insieme è una vita. Non è mai una somma di libri. C.M. Domínguez 

Una storia d’amore, di più amori, questo libro. Amori che consumano, amori consumati, ma sotto la cenere dei giorni fatta di tempo e carta qualcosa ancora di inestinguibile morde.

Quasi come Gaudí la fine di Bluma Lennon. L’architetto di Dio realmente investito da un tram nel ’26, forse troppo assorto nei suoi disegni mistico monumentali. Lei, ispanista a Cambridge e personaggio letterario di questo romanzo, uccisa da un’auto mentre per strada leggeva l’adorata Dickinson.

La sostituisce un collega, nonché l’io narrante della storia, che viene trascinato nel passato amoroso di Bluma a causa di un pacco postumo a lei indirizzato e da lui ricevuto, contenente un copia piuttosto malmessa di La linea d’ombra di Conrad, con la copertina intrisa di cemento e una strana dedica della donna a un certo Carlos conosciuto anni prima a Monterrey, probabilmente lo stesso uomo che ha sentito il bisogno di rispedire indietro il libro.

Così cominciano le ricerche del nostro sulle tracce sudamericane del misterioso Carlos Brauer, un bibliofilo (dunque bibliomane) poco alla volta scivolato nella bibliofollia e nella follia tout court, in particolare in seguito al piccolo incendio che ha distrutto il suo archivio e con esso la possibilità di recuperare alcun ordine, dunque qualsiasi titolo, delle migliaia e migliaia accumulati nel tempo. Oramai ai suoi occhi inutilizzabili, quei mattoni di carta che hanno costruito il senso della sua vita, vengono da Carlos usati come mattoni veri e propri, cementificati in una improbabile casa di carta sulla spiaggia, che regge in realtà sino a quando egli non decide di spaccarla furiosamente alla ricerca del Conrad di Bluma. Passione divorante, devastante, quella per gli oggetti dannatamente magici che chiamiamo libri. E forse ha ragione una vecchia nonna che all’inizio del romanzo dice “smettila, che i libri sono pericolosi”. Troppo tardi per me.

Infatti invito chiunque non l’abbia letto a precipitarsi in libreria perché questo gioiello breve, poco meno di ottanta pagine, per quanto strepitoso di Carlos María Domínguez (Buenos Aires, 1955) sarà fra i vostri dieci preferiti di sempre, non ne dubitate.

“Spesso è più difficile disfarsi di un libro che procurarselo. I libri restano con noi in virtù di un patto di necessità e oblio, come testimoni di un momento delle nostre vite al quale non ritorneremo. Ma finché sono lì, crediamo di farne la somma. Ho visto che molti annotano il giorno, il mese e l’anno di lettura, tracciando così un intermittente calendario. Altri scrivono il loro nome sulla prima pagina, e prima di prestare un libro si appuntano su una rubrica il nome della persona cui lo hanno prestato, aggiungendo la data. Ho visto volumi etichettati, come quelli delle biblioteche pubbliche, o con un delicato biglietto da visita del proprietario infilato tra le pagine. Nessuno vorrebbe perdere un libro. Preferiamo perdere un anello, un orologio, l’ombrello, anziché il libro che non rileggeremo ma che serba, nella sonorità del titolo, un’antica e forse perduta emozione.

E succede che alla fine la biblioteca si impone per le sue dimensioni. La lasciamo esposta come un gran cervello aperto, coi miseri pretesti e false modestie. Conoscevo un professore di lingue classiche che si attardava di proposito nella preparazione del caffè in cucina, per dare all’ospite il tempo di ammirare i titoli sugli scaffali. Quando riteneva che il rito fosse consumato, faceva il suo ingresso in sala portando il vassoio con un sorriso soddisfatto.

Noi lettori curiosiamo nella biblioteca degli amici, anche solo per distrarci. A volte per scoprire un libro che vorremmo leggere e non possediamo, altre solo per capire di cosa si nutra l’animale che abbiamo di fronte. Lasciamo un collega seduto sul divano e al nostro ritorno lo troviamo in piedi, ad annusare fra i nostri libri.

Ma viene il momento in cui il numero dei volumi varca una soglia invisibile e l’orgoglio si tramuta in carico gravoso perché lo spazio è diventato un problema. Mi stavo appunto domandando dove sistemare un nuovo scaffale, quando giunse nelle mie mani quella copia della Linea d’ombra che mi perseguita, da allora, come un perpetuo avvertimento.”

Carlos María Domínguez, La casa di carta, Sellerio, Palermo, 2011 (ed. orig. 2002)

Ps. E un ringraziamento speciale a Giulia, amica e bibliotecaria “folle” capace di stupire sempre coi suoi consigli.

Read Full Post »