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Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936-1972)

Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936-1972)

Solo un nombre/ alejandra alejandra/ debajo estoy yo/ alejandra, Alejadra Pizarnik, 1956[1] 

“Alejandra, come ogni poeta esiliato, sa che la poesia-terra promessa non è (…) che il momento della creazione, unico istante e luogo del riscatto; che la poesia non è che un piano approssimato di quella terra, fatto con l’inchiostro dell’esilio; che è un piano incompleto; che da una poesia all’altra si danno solo indicazioni dell’itinerario, calchi di flore e faune, profili orografici e impronte di correnti circolatorie…”, Olga Orozco[2], 1984 

Ho scoperto Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936-1972) grazie ad Alberto Manguel. Così, con affetto, ne parla nella bella raccolta di saggi letterari Al tavolo del cappellaio matto (Milano 2008): “Aveva dieci anni più di me, eppure sembrava sempre la più giovane tra noi due. In effetti Alejandra sembrava sempre più giovane di chiunque altro, in parte perché era piccola, esile e sbarazzina, con i capelli tagliati corti e le snelle dita affaccendate, in parte perché parlava con la sicurezza di un bambino, mettendo in luce verità semplici che tutti gli altri erano troppo adulti per cogliere.”

Soffriva d’asma Alejandra, passava notti insonni pensando e ripensando a quali parole scritte sulla lavagna nel suo piccolo appartamento di Buenos Aires poteva cancellare e quali salvare in un distico, a volte un verso solo ma devastante in quanto a sintesi di tenebra lucente, una distillazione costante e logorante e impossibile da evitare per chi nasce poeta (sì, poeti si nasce): “E quando è notte, sempre,/ una tribù di parole mutilate/ cerca asilo nella mia gola,/ perché non cantino loro,/ i funesti, i padroni del silenzio”[3].

Alejandra, delicato e duro “bicho”,“bestiolina”, secondo il soprannome dell’amico di una vita, Julio Cortázar, una notte più oscura di altre scelse un’overdose di barbiturici per tacere e dare voce ai “padroni del silenzio” (e forse pace al suo dolore): erano le prime ore del 25 settembre 1972.

Così l’uccellino smise il canto. Di un altro uccellino (o forse profeticamente dello stesso) racconta Cortázar in una lettera del 1966 diretta proprio a lei, ad Alejandra: in casa, Aurora, moglie di Julio, avvertì un tonfo provenire da una finestra e il marito andò a vedere. Si trattava di un uccellino schiantatosi sul vetro e morto sul colpo, ma rimasto intatto e ancora per un po’ caldo di vita, quella vita che in un soffio era evaporata, via, dissolta: “Eppure, questo non sapere e non sentire, questo passare dal tutto al nulla senza saperlo né sentirlo: può essere la morte questo? (…) Quell’uccellino morì il giorno in cui qua cominciava l’estate, e il contrasto mi rese pensoso, e inoltre, quella notte stessa (forse per una segreta relazione, per una figura che si chiudeva) terminai il romanzo a cui avevo lavorato per tutti questi mesi”[4].

Sebbene i termini dell’infanzia, con le sue verità (e paure) assolute, e della morte, altro assoluto sul piatto opposto della bilancia, siano i poli di questa poetessa e il motivo che ha dato il titolo a questo articolo mutuandolo dal celebre brano di Schubert[5], come bene argomenta Claudio Cinti nel saggio-postfazione[6] a La figlia dell’insonnia, l’antologia con testo a fronte della Pizarnik da lui curata e meritoriamente pubblicata da Crocetti nel 2004, non si può appiattire tutta la nera lucentezza di questa voce sull’atto finale della sua vita, e nonostante altri richiami alla morte sparsi fra le sue selezionate parole, c’è molto altro da scoprire nelle pagine pizarnikiane, riferimenti al mondo e ai personaggi di Carroll (“e qualcuno entra nella morte/ con gli occhi aperti/ come Alice nel paese del già visto”[7]), specchi e occhi come specchi (“quando vedrò gli occhi/ che ho nei miei tatuati”[8]), il colore verde, il lilla e l’odore dei lillà, il desiderio e il timore del silenzio (“Tutto fa l’amore con il silenzio”[9]), l’amore e la sua assenza naturalmente (“E ancora mi azzardo ad amare/(…)/ Nel mio sguardo ho perduto tutto.”[10]), le male-benedette parole (“mi nasconderò nel linguaggio”[11]), Emily Dickinson, sorella di solitudini e versi (“Dall’altro lato della notte/ l’attende il suo nome/(…)/ Lei pensa all’eternità”[12]), piume d’uccelli, animali fragili ma gli unici capaci di volare, e annunci d’alba ma mai di giorno vero e proprio e anzi, su tutto, l’impero della notte, sostanza di cui si sentiva permeata, abitata, di più, creatrice: “Tutta la notte faccio la notte. Tutta la notte scrivo. Parola/ per parola io scrivo la notte”[13], e ancora, “Quando la notte sarà la mia memoria/ la mia memoria sarà la notte”[14], poiché “la mia notte nessun sole la uccide”[15].

Eppure “il mio ricordo più vivido di Alejandra non è la sofferenza, ma il senso dell’umorismo” scrive Manguel[16] e aggiunge che stilisticamente lei è erede della grande poesia spagnola, conoscendo bene anche le raffinatezze della poesia francese del ‘900, essendo traduttrice e avendo vissuto fra il 1960 e il 1964 a Parigi, l’altra città del cuore insieme a quella natale. Tuttavia sono solo “echi sullo sfondo” poiché “lo stile di Alejandra è troppo ascetico, troppo esigente per simili intrusioni, e le parole che sceglie di ammettere sulla pagina devono sottoporsi a tremende ordalie purificatorie”[17]. E però una volta giunte a destinazione “sono l’unica cosa che esiste/ nel vuoto enorme dei secoli/ che ci graffiano l’anima coi ricordi”[18].

Leggendo e rileggendo i suoi versi in questi giorni, mi sono più volte chiesto se ci fosse qualcuno ad abbracciarla in certi momenti. Un po’ di calore, niente più. Io avrei voluto farlo.

“Vita, mia vita, lasciati cadere, lasciati dolere, mia vita, lasciati cingere di fuoco, di silenzio ingenuo, di pietre verdi nella casa della notte, lasciati cadere e dolere, mia vita”[19].

Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik


[1] “Solo un nome/ alejandra alejandra/ io sono sotto/ alejandra”, Alejadra Pizarnik, da L’ultima innocenza (1956), pag. 14-15, in La figlia dell’insonnia, Crocetti Editore, Milano 2004.

[2] Olga Orozco, Presentación de Los trabajos y las noches de Alejandra Pizarnik, in Páginas de Olga Orozco seleccionadas por la autora, Buenos Aires 1984.

[3] Alejandra Pizarnik, Anelli di Cenere, da Le opere e le notti (1965), pag. 60-61, in op. cit., 2004. Si noti inoltre il titolo della raccolta, speculare e opposto a quello esiodeo, Le opere e i giorni, come a voler chiarire sin dal principio il tempo e l’atmosfera notturna in cui le “rivelazioni” del poeta si manifestano.

[4] Julio Cortázar ad Alejandra Pizarnik, Saignon 24 giugno 1966, in Claudio Cinti, Verso Pernambuco. Invito alla lettura di Alejandra Pizarnik, pag.159-160, in op. cit., 2004.

[5] Peraltro citato dalla stessa Pizarnik in L’occhio dell’allegria (un quadro di Chagall e Schubert): “La morte e la fanciulla/ abbracciate nel bosco/ divorano il cuore della musica/ nel cuore del non senso…”, pag. 140-141,  in op cit., 2004.

[6] Claudio Cinti, Verso Pernambuco. Invito alla lettura di Alejandra Pizarnik, pag.159-190, in op. cit., 2004.

[7] Alejandra Pizarnik, Infanzia, da Le opere e le notti (1965), pag. 58-59, in op. cit., 2004.

[8] Alejandra Pizarnik, Albero di Diana (1962), pag. 36-37, in op. cit., 2004.

[9] Alejandra Pizarnik, Segni, da L’inferno musicale (1971), pag.118-119, in op. cit., 2004.

[10] Alejandra Pizarnik, Mendica voce, da Le opere e le notti (1965), pag.68-69, in op. cit., 2004.

[11] Alejandra Pizarnik, Cold in hand blues, da L’inferno musicale (1971), pag. 106-107, in op. cit., 2004.

[12] Alejandra Pizarnik, Poesia per Emily Dickinson, da L’ultima innocenza (1956), pag. 12-13, in op. cit., 2004.

[13] Alejandra Pizarnik, Lanterna sorda, da Estrazione della pietra di follia (1968), pag.72-73, in op. cit., 2004. Significativamente gli stessi versi sono ripresi dall’autrice anche in Sous la nuit dedicata a Y. Yván Pizarnik de Kolokovski, mio padre, pag.138-139, in op. cit., 2004.

[14] Alejandra Pizarnik, pag.148-149, in op. cit., 2004.

[15] Alejandra Pizarnik, da Il tavolo verde, pag.150-151, in op. cit., 2004.

[16] Alberto Manguel, Qualche parola sulla lavagna: Alejandra Pizarnik, pag. 274-279, in Al tavolo del cappellaio matto, Milano 2008.

[17] Alberto Manguel, op. cit., 2008.

[18] Alejandra Pizarnik, La notte, da Le avventure perdute (1958), pag. 18-19, in op. cit., 2004.

[19] Alejandra Pizarnik, Albero di Diana (1962), pag. 44-45, in op. cit., 2004.

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