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fori imperiali al tramonto

Temi che la “Città eterna” possa sembrarti vuota e noiosa senza più la donna che ti ci attirava e tratteneva. È probabile che a quel punto avrai soltanto un desiderio, quello di prendere il primo treno una volta sistemati i tuoi affari, senza neppure approfittare del fine settimana, e di ripartirne, se sarà di sabato, alle tredici e trentotto, in prima classe, oppure, come speri, in vagone-letto, col treno che hai preso domenica scorsa, molto più veloce di quello che hai scelto per lunedì sera perché c’è anche la terza classe.

Nel pomeriggio, ne sei già certo, passeggerai in quella parte della città dove a ogni passo ci si imbatte nei resti degli antichi monumenti dell’Impero, dove in pratica non si vede altro, con la città moderna e la città barocca che per certi versi sembrano ritirarsi per lasciarli nella loro solitudine immensa.

Attraverserai il Foro, salirai sul Palatino, e lì quasi ogni pietra, ogni muro di mattoni ti ricorderà qualche parola di Cécile, qualcosa che tu abbia letto o imparato per potergliela testimoniare; dal Palazzo di Settimio Severo guarderai scendere la sera sugli spuntoni delle Terme di Caracalla che si stagliano in mezzo ai pini; ridiscenderai passando per il Tempio di Venere e Roma e assisterai agli ultimi bagliori del crepuscolo, all’addensarsi del buio nel Colosseo, poi passerai accanto all’Arco di Costantino, imboccherai via San Gregorio e via dei Cerchi lungo l’antico Circo Massimo; nella penombra scorgerai alla tua sinistra il Tempio di Vesta e dall’altro l’Arco di Giano Quadrifronte; da lì raggiungerai il Tevere, che costeggerai fino a via Giulia, per tornare verso Palazzo Farnese, e sicuramente a quel punto dovrai aspettare solo qualche minuto prima che ne esca Cécile.

Michel Butor (Mons-en-Barœul, 14 settembre 1926 – Contamine-sur-Arve, 24 agosto 2016), La modification (1957), traduzione di S.C. Perroni, Roma 2006, pp.79-80.

 

 

 

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