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“Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore.

Dovevo avere tre anni quando ho visto Madame Rosa per la prima volta. Prima non si ha memoria e si vive nell’ignoranza. La mia ignoranza è finita verso i tre o i quattro anni e certe volta ne sento la mancanza.” Romain Gary, La vita davanti a sé, 1975 (trad. ital. di G. Bogliolo, Vicenza 2016)

 

È raro incontrare libri così densi d’umanità, di pietà, capaci di commuovere e insieme far ridere come Chaplin e pochi altri dei sanno fare (e uso il presente poiché questo è il tempo perenne degli dei).

Intendiamoci, la vita non è cosa facile, anzi per la maggior parte degli esseri umani è dura, sporca, emana cattivi odori e può portare a pessimi pensieri che si traducono in altrettanto orribili azioni. Eppure.

Eppure Momò, l’incredibile protagonista di questa storia, bimbo di famiglia musulmana, figlio di una prostituta e di un padre magnaccia che l’ha assassinata anni prima ed è stato poi internato in manicomio, il nostro Momò, affidato come altri della sua stessa condizione, l’africano Banania o l’ebreo Moïse, a Madame Rosa, un’ex prostituta ebrea sopravissuta ai campi nazisti, grassa e brutta e impaurita dalla vita, dal tempo che passa, dai mali veri o presunti che alla fine la inchiodano al letto del sesto piano di una palazzina fatiscente di Belleville, periferia parigina, lo splendido Momò, che in prima persona racconta la sua infanzia e si affeziona a questa strana madre che a sua volta non vuole che lui la abbandoni e non solo per il timore di finire in solitudine in un ospedale, Momò insomma è uno di quei personaggi che una volta letti non ti lasciano più perché abitano stabilmente dentro di te e faranno di tutto per prendersi cura di te, proprio come con Madame Rosa, sino a organizzare per lei una danza propiziatoria con i vicini di casa africani quando la situazione si aggrava, sino a ignorare le raccomandazioni di uno degli altri bellissimi personaggi del libro, il dottor Katz, che vorrebbe ricoverarla d’urgenza. Ma Momò, saggiamente, rispetta la volontà della moribonda ed è esattamente ciò che si deve fare in casi analoghi: anteporre al nostro egoismo in buona fede i desideri del malato terminale. E avendo perso mia madre questa estate, so di cosa parlo. Così Momò la fa morire nello scantinato del palazzo e la veglia poi in lacrime per settimane.

Mi rendo conto di aver svelato buona parte della trama, certo arricchita anche da altre figure uniche come il prosseneta nigeriano Monsieur N’Da Amédée, ma il punto non è solo conoscere a grandi linee il racconto di Momò, ma sentire come egli lo narra, col suo stile da banlieue talvolta sgrammaticato ma vivissimo (anche questo rivela il genio di Romain Gary, che pubblicò il romanzo nel ’75 con lo pseudonimo di Émile Ajar, potendo così vincere il Premio Goncourt per la seconda volta), lezione di vita per tutti in questi tempi d’immigrazione senza cuore.

Ancora una volta sono i libri a indicarci la via, a ricordarci chi e come possiamo essere, anche grazie al tempo di riflessione che occorre per leggerli e che fortunatamente dobbiamo sottrarre alla fretta rumorosa e inquinante del quotidiano che sempre vorrebbe deviarci dall’incontro con noi stessi, dal gioire per la vita stessa. Questo rende umani, come Momò.

 

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