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Posts Tagged ‘le città invisibili’

Alessandra Rota, L19 Alabastro 1 (particolare), 2018

L19-26. Alessandra Rota e gli alabastri di Galla Placidia

di Luca Maggio

“Astri di fuoco che la notte abitate i cieli lontani” Simone Weil

Dalla notte dei tempi l’uomo è affascinato dai colori e dai disegni che si formano sull’alabastro e che attraverso la luce si accendono e prendono vita grazie alla natura di questo materiale, non a caso usato per manufatti artistici, funerari e d’uso quotidiano presso più culture antiche, dall’egiziana all’etrusca, sino alle finestre paleocristiane del cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia (benché nel corso dei secoli, com’è noto, le lastre originali siano state sostituite).

Il presente progetto specifico ideato da Alessandra Rota (Bergamo, 1976) su suggerimento di Felice Nittolo che desiderava per la niArt un lavoro pensato su Ravenna, prende spunto proprio dagli alabastri placidiani per ripensarli in funzione del materiale prediletto di questa artista, il legno.

Alessandra Rota, L20 Alabastro 2, 2018,
tessere legno frassino tinto scuro su pannello legno, cm 122x55x4,6

Formatasi a Milano e avendo lavorato anche nel design, la Rota scopre le sue radici ideali tanto in maestri occidentali del secolo scorso, quanto nell’ukiyo-e giapponese, più che per i soggetti, per la leggerezza fluttuante e lineare dell’estremo oriente, che come l’aria attraversa e nutre l’anima delle sue opere apparentemente geometriche e astratte, ma il cui minimalismo è frutto di un processo attentissimo di distillazione che parte da dati reali.

Anche la musicalità decisa e insieme delicata di Paul Klee può considerarsi fra i rimandi prossimi a questo suo riorganizzare porzioni di mondo (si pensi alle sue Visioni o ai Rimescolamenti), sempre giocando fra il rigore simmetrico delle Variazioni di Bach e le rarefazioni impreviste di Cage, due autori non a caso protagonisti di bachCage, disco di uno fra i pianisti più intelligenti e sperimentatori degli ultimi anni, Francesco Tristano Schlimé, che potrebbe essere colonna sonora perfetta per questa impresa.

Alessandra Rota, L21 Alabastro 3, 2018,
tessere legno frassino tinto ambra su pannello legno, cm 122x55x4,6

Come per i lavori precedenti, anche nei legni presenti – e si ricordi che la lettera L dei titoli sta appunto per Legno – dal policromo L19 ai monocromi L20, 21 e 22, la Rota è partita da cartoni quanto mai minuziosi in cui si rielaboravano i tratti infuocati di una delle finestre di alabastro del mausoleo cristiano, per ricostruirne in senso geometrico la trama con una mappatura numerata (che inconsapevolmente può ricordare il ciclo Vestigia dello stesso Nittolo). Questa, a sua volta, è servita da base per collocare con precisione le tessere di legno di frassino ridipinte in toni che l’artista ha nominato “ambra, ciliegio e scuro”, poi intagliate e rifinite, al cui interno però giocano ulteriormente i disegni casuali delle venature, senza contare che le altezze differenti di ogni parallelepipedo ligneo potrebbero far pensare a una citazione indiretta della tecnica bizantino-ravennate di posizionamento delle tessere secondo pressioni distinte per ogni singolo elemento.

Alessandra Rota, L22 Alabastro 4, 2018,
tessere legno frassino tinto ciliegio su pannello legno, cm 122x55x4,6

Com’è spesso consuetudine per quest’artista, anche queste opere hanno una cornice contenitiva, un recinto inconscio e razionale al contempo, in grado di evitare la fuga delle tessere affinché Alessandra possa tentare il controllo di ognuno dei frammenti quadrangolari e dell’identità d’insieme nella composizione generale. Questo perché i suoi legni respirano. Sono meditazioni immaginate ma vive di “visioni curative, ancestrali, oniriche” secondo le sue stesse parole, aggregazioni tridimensionali dell’aria, suo elemento primo e interiore, senza scordare il secondo elemento a lei esterno sebbene altrettanto centrale, ovvero la terra, in particolare le forme e i colori degli alberi, in passato ispirate fra le altre a opere di Giovanni Frangi, poi mutate sino a ottenere un’astrazione fluida in grado di generare, ad esempio, la serie dei piccoli Vegetali al microscopio.

Alessandra Rota, L15, Vegetali al microscopio 1, 2017, cm 22,2×30,3×4,2
Alessandra Rota, L17, Vegetali al microscopio 3, 2017, cm 22,2×30,3×4

Proprio proseguendo questa vena della sua ricerca, ecco nascere anche nel ciclo qui esposto gli Alabastri al microscopio L23-26, in cui si dà contezza sia dell’esplorazione dei legni maggiori ingrandendone alcuni particolari sino a ricavarne opere sostanzialmente diverse per quanto riconducibili a un’origine comune, come una sorta di breve viaggio frattale, sia dell’uso di tessere scartate dai lavori precedenti, dunque non progettate appositamente ma impiegate ugualmente, testimoniando ancora una volta l’oscillazione teorico-pratica della Rota fra caso e necessità, fra le dimensioni sonore, benché sapientemente dosate, di Cage e Bach, riuscendo ad armonizzare l’I Ching con l’ordine scrupoloso della percezione complessiva, il cui disegno, a sua volta, si presenta come un’astrazione geometrica che, specie nei pannelli al microscopio, non si sa se nata da aggregazioni accidentali o estremamente programmate, in un gioco di specchi e rimandi fra razionalità e fatalità pressoché privo di limiti.

Alessandra Rota, L23 Alabastro al microscopio 1, 2018,
tessere legno frassino tinto scuro e ambra
su pannello legno, cm 30x22x4,1
Alessandra Rota, L24 Alabastro al microscopio 2, 2018,
tessere legno frassino tinto scuro e ciliegio
su pannello legno, cm 30x22x4,1

Eppure tout se tient, come nella risoluzione del problema acustico nella Sala del Triclinio della reggia bizantina all’inizio del Fuoco greco, capolavoro indimenticato di Luigi Malerba: “Costantino e gli uomini del suo seguito osservarono attentamente la sala e in nessun luogo notarono dei cambiamenti. Si domandarono se il risultato finale fosse opera di magia ma i due persiani, che avevano intuito il sospetto, fecero notare all’Imperatore dei sottilissimi fili di seta tesi come una invisibile ragnatela fra una colonna e l’altra e fra le colonne e il soffitto secondo criteri, dissero, calcolati in base alla teoria pitagorica dei suoni e dei numeri applicata con profitto già in varie occasioni.”

Questione di equilibrio, dunque. Non resta che fermarsi per perdersi di fronte ai saliscendi lignei di quest’artista, in cui ogni tessera pare generare quella accanto, come ogni opera precedente è madre della successiva, e quasi, se viste in orizzontale, appaiono quali mappe di nuove Città invisibili, come se il romanzo del 1972 di Italo Calvino continuasse a produrre in legno pagine nuove senza fine.

Alessandra Rota, L19 Alabastro 1, 2018,
tessere legno frassino tinto scuro, ambra e ciliegio su pannello legno,
cm 122x55x4,6

L 19-26. Alessandra Rota e gli alabastri di Galla Placidia

a cura di Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

Vernissage sabato 2 marzo ore 19,00 / dal 2 al 16 marzo 2019

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

su appuntamento chiamando il n. 338 2791174;

email galleria : artgallery@alice.it

Web : www.niart.eu

email artista: rota-alessandra@virgilio.it

Patrocinio: Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura

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L 19-26. Alessandra Rota e gli alabastri di Galla Placidia, ovvero una mostra di cui è protagonista un’artista e designer bergamasca che, su suggerimento di Felice Nittolo, propone un ciclo pensato su Ravenna, prendendo spunto dagli alabastri del cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia per ripensarli in funzione del suo materiale prediletto, il legno.

La Rota è partita da cartoni quanto mai minuziosi in cui si rielaboravano i tratti infuocati di una delle finestre di alabastro della tomba placidiana, per ricostruirne in senso geometrico la trama con una mappatura numerata, base per collocare con precisione il mosaico in tessere di frassino ridipinte in tonalità ora più chiare ora più calde, al cui interno giocano ulteriormente i disegni casuali delle venature del legno, costituendo vere e proprie scale e variazioni musicali bachiane.

“Questione di equilibrio, dunque. Non resta che fermarsi per perdersi di fronte ai saliscendi lignei di quest’artista, in cui ogni tessera pare generare quella accanto, come ogni opera precedente è madre della successiva, e quasi, se viste in orizzontale, appaiono quali mappe di nuove Città invisibili, come se il romanzo del 1972 di Italo Calvino continuasse a produrre in legno pagine nuove senza fine.”

L 19-26. Alessandra Rota e gli alabastri di Galla Placidia

a cura di Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

Vernissage sabato 2 marzo ore 19,00 / dal 2 al 16 marzo 2019

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

su appuntamento chiamando il n. 338 2791174;

email : artgallery@alice.it

Web : www.niart.eu

Patrocinio: Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura

Alessandra Rota, L19 Alabastro 1 (particolare), 2018

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Premessa: ho scritto il testo critico seguente, tuttora inedito, nell’aprile 2017.

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

Marco Bravura, Vortex Attraction

di Luca Maggio

“L’ultima mia proposta è questa:/ se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta.”, Giorgio Caproni, Per le spicce

Andare oltre il mosaico per esplorare mondi nuovi musivi. Compiere un viaggio che (af)fondi in un’unica densa sinestesia aspetti visivi, tattili, sonori, reali e virtuali. Fare questo coinvolgendo più arti, più parti dello spirito per avvolgere lo spettatore-attore nell’opera vortice, una e trina a un tempo, scultorea, digitale, musicale. Numerose le implicazioni, necessaria la selezione.

Qui si parla dei sette grandi cerchi concentrici detti Vortex Attraction in oxide bianco, lavoro di Marco Bravura del 2016. Inutile dire della simbologia ruotante attorno al numero magico sette, dai passaggi alchemici per tramutare il piombo in oro, alle sette note musicali etc., la bibliografia e le stratificazioni culturali sono infinite.

Meglio concentrarsi sulla forma dell’opera che attrae chi la guardi come un gorgo, la fonte stessa della vita dove Narciso mirandosi perse sé stesso, giungendo a morte salvo rinascere in forma di fiore, mutando dunque, metamorfosi toccata, come narra Ovidio, anche alla ninfa di lui per mala sorte innamorata, la povera Eco, di cui da allora è dato percepire solo il debole rimando acustico che da ella prende il nome.[1]

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

E i vortici, i cammini elicoidali della materia, costituiscono la ricerca degli anni ultimi di Bravura: Ardea Purpurea, RotoB, Vertigo, per citare le più note, sono la sua ossessione per i filamenti della vita che si combinano roteando dalla struttura del DNA a quella del mollusco Nautilus, sino alle galassie spiraliformi, poiché se c’è moto, c’è vita, e la vita è divenire che s’avvita, scorre, disappare, torna modificato per non arrestarsi mai[2], come appunto negli intrecci metamorfici dei miti antichi.

Il bianco di Vortex bandisce ogni distrazione per sollecitare e esaltare la caduta nella sua forma e allo stesso tempo il clinamen, l’impercettibile deviazione che conduce all’incontro degli atomi epicurei nel lasciarsi andare nel vuoto dei cerchi, abbacinanti nella loro purezza di luce che riflette altra luce, sensazione paradisiaca dantesca, sebbene non porti a un precipitare eterno, poiché tutto questo alfine si rivela essere una porta per un altrove ignoto, dove dimensioni altre di vita attendono d’essere visitate.

Per aiutare questo passaggio con delicatezza ecco sovrapporsi in un dialogo[3] che sa d’unione con la scultura di Bravura la proiezione virtuale di Giacomo Giannella dello studio Streamcolors[4] di Milano, sempre basata su immagini e una pioggia di colori da tappeti musivi precedenti dello stesso Bravura, il tutto coronato dal flusso ipnotico, quasi alla Gurdjieff, delle note di Rituel[5], brano per pianoforte e tanpura elettronica tratto dal concerto Metamorphosys[6] di Matteo Ramon Arevalos, titoli più che mai appropriati per questo viaggio.

Al piano Matteo Ramon Arevalos, Rituel, 2016; video di Giacomo Giannella dello studio Streamcolors

E si viaggia, appunto, liberi finalmente di attraversare nei particolari un mosaico metadimensionale, summa di antico e contemporaneo e finanche futuro, ché lo ieratico bizantino è senza tempo, sospeso, blu-luce anzitutto, pensiero estremo di Matisse, per quanto il caleidoscopio comprenda numerosi altri frammenti cromatici, ed è un compenetrarsi e allontanarsi di riflessi simmetrici, specularità di segmenti che s’aprono e chiudono, pareti, porte di Ishtar, labirinti coerenti appaiono e scompaiono con i loro giochi di luce, come nei dettagli del giardino di Compton House[7], benché la sensazione qui non sia mai d’inquietudine, piuttosto d’una pace illuminata, in cui s’assiste alla danza degli elementi geometrici in onde di mondi paralleli, parte a loro volta d’un universo sovrastante e uguale a sé stesso nella sua borgesiana infinita diversità.

Un piccolo dio di luce abita l’anima di queste spirali dalla suggestione mandelbrotiana e guida e immerge e fa riemergere nella natura di tale dimensione l’Ulisse che ne provi la navigazione, un precipitare in sé stessi per raggiungersi, come al termine d’ogni voluta vorticante, come a chi capiti di trovare Isidora, “città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini (…). Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.”[8]

Alla fine dell’Odissea spaziale di Kubrick, l’astronauta David Bowman vive qualcosa di analogo e indicibile, sperimentando la compresenza nel proprio esistere di passato e presente sino a un futuro di rinascita come feto stellare, che dalla sua forma circolare contempla ciò da cui tutto è iniziato, la sfera terrestre, il mistero, insomma, della vita.

www.marcobravura.com

Marco Bravura, Vortex Attraction, 2016

[1] Ovidio, Le Metamorfosi, III, 339-510, Milano 2007.

[2] Si veda il capitolo La forma delle cellule, in particolare il paragrafo Cilindri e onduloidi in D’Arcy Wentworth Thompson, Crescita e forma, Torino 1969 (edizione originale, On Growth and Form, 1917). Del resto, già Galileo affermava nel suo Il Saggiatore (Roma 1623) che il linguaggio della natura è intimamente geometrico: “La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.”

[3] “And what is the use of a book,” thought Alice, “without pictures or conversation?” Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland, 1865.

[4] Streamcolors – Humans Arts and Technologies – Digital Art Studio: http://www.streamcolors.com

[5] L’elenco delle più note variazioni musicali occidentali sarebbe ozioso, da Händel a Bach, da Beethoven a Rzweski, ma in questo caso le ripetizioni con varianti quasi evanescenti di Rituel (2010) di Mattero Ramon Arevalos si avvicinano più a sonorità minimali e mistiche, ispirandosi direttamente alla tradizione classica indiana, in particolare al Raga Yaman Kalyan, che viene suonato solo di notte.

[6] Mosca, Teatro Scriabin, 15 aprile 2016.

[7]  Peter Greenaway, I misteri del giardino di Compton House/ The Draughtsman’s Contract, 1982.

[8] Italo Calvino, Le città invisibili, Torino 1972.

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Walter-Mitty.-Danny-Kaye.

Sarà capitato anche a voi di avere oltre a una musica anche qualche sogno per la testa, o meglio sognare proprio a occhi aperti.

Certo se la dimensione onirica comincia a prevalere su quella reale, oltre a causare qualche buffo incidente, vuol dire che quest’ultima ha qualcosa che non va, troppo piatta, troppo opprimente o via declinando.

Un po’ quel che accade al protagonista di The Secret Life of Walter Mitty, film del ’47 di Norman McLeod, da noi tradotto col forse più equivoco Sogni proibiti, in cui il tranquillo e maldestro editor Walter Mitty interpretato da un Danny Kaye al meglio della forma, oppresso da una madre e una fidanzata e un datore di lavoro più che invadenti, comincia a immaginarsi in avventure sempre più ardite e rocambolesche pur di sfuggire alla noiosissima quotidianità, che in verità si rivela tutt’altro che scontata e priva di pericolo dal momento in cui incontra la bella Rosalind van Hoorn, capace di coinvolgerlo in una sorta di spy story (in cui compare anche la vecchia gloria, il “cattivo” Boris Karloff) e farne un eroe suo malgrado, assicurando il classico happy end hollywoodiano a questa commedia che, rivista oggi, sebbene la trama ancora funzioni, mostra un po’ le corde in alcune scene di intrattenimento troppo lunghe.

Peraltro l’idea del sognatore bistrattato e in cerca di riscatto è stata cinematograficamente assai prolifica, avendo avuto più di qualche rivisitazione, da Les Belles de nuit di René Clair del ’52 ad Artists and Models del ’55 con la coppia comica Lewis-Martin, sino al più modesto e fantozziano Sogni mostruosamente proibiti dell’82 con Paolo Villaggio e al più recente, ambizioso quanto serio e spettacolare remake di Ben Stiller del 2013, col medesimo titolo dell’originale.

Più interessante come versione, poiché acuta, lucida, a tratti tagliente e ironica (non comica, attenzione), è L’età barbarica, titolo in italiano de L’Âge des ténèbres del canadese Denys Arcand, già autore de Le invasioni barbariche, uno dei migliori e più intelligenti film che abbia mai visto, una vera e propria rivelazione quando apparve nel 2003.

L’età barbarica, del 2007, si svolge nel Quebec e a parte seguire le vicende e le astrazioni del povero uomo senza qualità di turno, in questo caso Jean Marc interpretato dall’ottimo Marc Labreche, perfetto anche per la malinconia involontaria del suo volto, anch’egli schiacciato da una famiglia inesistente, da un lavoro senza senso con dei capi ancor più insensati e, in sintesi, dalla routine allucinante dei tempi moderni, la pellicola dà il suo meglio nella critica allo spietato quanto inetto perbenismo odierno, in particolare  quando si tramuta nell’ossessione del politically correct canadese e per esteso occidentale.

A questa morsa stritolante che contribuisce all’inferno diffuso che tutti abitiamo, il Calvino delle Città invisibili proponeva o di rassegnarsi sconfitti e partecipi del disastro o di selezionare attentamente ciò che avrebbe potuto salvare l’individuo (e perché no, la comunità).

Il nostro protagonista sceglie di restare sospeso. Si allontana da tutto, prende una pausa (definitiva?) persino dalle proprie fantasie che tanto gli hanno reso sopportabile e meno vuota sino a quel momento la vita, e si ritira, moderno Candido, in semisolitudine a sbucciare le mele della vicina, le stesse dipinte in altrettanto isolamento volontario da Cézanne: con questa immagine, di limbo ambiguo, di futuro possibile o forse già concluso, di natura morta ma che è anche grande arte, si chiude il film. Con gratitudine per le domande che ci lascia.

Ps. Fra qualche giorno, venerdì 21 marzo, a primavera, questo blog compie quattro anni. Il mio ringraziamento va a ciascuno degli oltre 318 mila visitatori che nel corso di questo tempo hanno apprezzato le mie curiosità, spronandomi ad andare sempre avanti. Salute a voi dunque e a questo spazio aperto.

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Italo Calvino visto da Tullio Pericoli, 1987

Venticinque anni fa, nella notte fra il 18 e il 19 settembre scompariva Italo Calvino (Santiago de las Vegas, Cuba, 1923 – Siena, 1985), in conseguenza di un’emorragia celebrale, al termine di un’estate spesa a preparare quel piccolo miracolo che sono le sue Lezioni americane: avrebbe dovuto tenerle ad Harvard e vennero pubblicate postume nel 1988, un testo che chiunque ami la letteratura non può non leggere.

Inutile dire dell’importanza di Calvino, ben oltre il ‘900 italiano (avendo statura internazionale e natura intimamente francese), della sua influenza e freschezza tuttora attuali e della bellezza di tante sue pagine, che presentano sdoppiamenti e più livelli di lettura, oltre ad essere una riflessione costante e sempre più approfondita negli anni sulla natura del romanzo, la sua struttura e le sue possibilità, sino al punto d’arrivo dell’ars combinatoria, in cui si sommano le lezioni di Roland Barthes e Borges, degli studi strutturalisti e semiologici, allegorie e senso del fantastico (già presenti anche nella fase neorealista iniziale), Laurence Sterne e l’arte del racconto delle Fiabe italiane (1956) e, ovviamente, la vicinanza al gruppo Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle) di Queneau, autore di cui Calvino ha curato più di qualche traduzione, come quella meravigliosa dei Fiori blu.

Fra tante opere imperdibili (Marcovaldo, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Palomar, I nostri antenati ovvero Visconte, Barone e Cavaliere, Le cosmicomiche, Il castello dei destini incrociati, etc.), qui lo si saluta col finale di un suo capolavoro, Le città invisibili (1972):

Dice (il Gran Kan): – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.

E Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.

Italo Calvino – Il sito italiano

Italo Calvino (1923-1985)

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