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Posts Tagged ‘lev vladimirovič kulešov’

(Premessa: il testo seguente è la prima parte del mio saggio critico in catalogo per la mostra Coniglio attualmente in corso sino al prossimo 12 marzo presso la Galleria AMArte e l’associazione culturale Strativari di Ravenna. La mostra è curata da me e Alessandra Carini)

Coniglio rosa (particolare)

E, dunque, con corpi nascosti Natura regge le cose.” Tito Lucrezio Caro, De rerum natura

L’uomo e l’animale. L’uomo è l’animale. L’animale, l’altro da sé, da dominare eppure nel sé compreso, può riesplodere.

L’osservazione del mondo naturale e animale in specie, a fini antropomorfici, ha radici antiche, dai rilievi pararituali e religiosi dei primordi alle allegorie degli animalia biblici, del Physiologus e dei bestiari medievali, dalle favole moraleggianti di Esopo e La Fontaine, sino ai criteri scientifici adottati da uno dei padri dell’etologia, Konrad Lorenz, che pone uno scarto netto con la letteratura passata, avendo fini differenti. Eppure scrive nel suo L’anello di Re Salomone (1949): “Ci comporteremo allora come le colombe o come i lupi? Sarà la risposta a questa domanda a decidere del destino dell’umanità.

Anche Marcantonio Raimondi Malerba (Massa Lombarda, 1976) parte dall’osservazione del rapporto fra umanità e natura per individuarne complessità e contraddizioni: non possedendo l’anello magico che secondo la leggenda salomonica permetteva al re di parlare con le fiere, analizza quasi chirurgicamente la dicotomia insanabile della natura umana, la frattura e quasi l’imbarazzo dell’uomo al centro del corto circuito, posto a un tempo dentro e fuori la Natura per la natura stessa del suo essere pensante e istintuale, animale (nome etimologicamente legato all’anima) naturale e innaturale. Suo mantra è un aforisma di Wilde: “Nulla è più evidente del fatto che la Natura odii la Mente.

Amore per la natura e per la natura delle cose

Eppure nulla di più lontano dalla scena cruenta nelle immagini dell’artista, ferme e spesso anzi prive di espressioni, sia nelle opere singole, di dimensioni ridotte, ma studiate sino alla resa delle vene di mammiferi e foglie, sia nelle installazioni, dove i particolari sembrano perdersi negli accumuli scenografici di materiali, dati per placare almeno parzialmente l’ansia (e il rito) e la fatica onnivora di portare avanti e mettere ogni cosa a posto, soluzione e sublimazione di un fatto biografico, i mille traslochi effettuati nel tempo dell’infanzia e della prima adolescenza, cui fa riferimento anche l’oggetto feticcio di Raimondi Malerba, la sedia, in specie quella di legno e paglia: essa evoca anzitutto stabilità ed è ricordo dei familiari cui apparteneva, ma anche del bosco, dell’albero che era: ecco nascere dalla spalliera un ramo nuovo, vero, come se potesse rifiorire, tornare ad essere arborea e vivente, una Dafne degli oggetti, la cui metamorfosi prosegue negli innesti di rametti e foglie rifatte come dal vero dall’artista, grazie ad una téchne che è abilità personale e dà ragione al desiderio di ritorno alla vita delle cose.

Sedie con germoglio (particolare)

Opere di oggi

Cose che l’artista ama, poiché ama la possibilità di riprodurle interamente da sé (avendo in questo modo controllo maniacale dell’oggetto, della realtà composta), oltre alla passione per le materie in sé, di volta in volta selezionate, manipolabili, trovando ciascuna opera ragione nell’elemento o negli esperimenti polimaterici di cui si sostanzia: creta, carta, legni naturali e truciolati, ferro, resine viniliche e siliconiche, vetro e pigmenti, mai troppi, necessitando di base del bianco neutro o, al più, di tinte iperreali, concentrate solo su un particolare dell’insieme, che rappresentando uno stato d’animo trova la sua acme nell’essere dipinto, oltre ad attirare su sé l’osservatore, in analogia ai processi di impollinazione e accoppiamento naturali:

Bimbo con grillo (particolare)

– nel neonato nudo e completamente bianco, lo sguardo va immediato al grillo venato d’azzurro che gli è sul cuore, puro e saggio (come l’animaletto collodiano: c’è sempre un tuffo, un riferimento all’infanzia nella poietica di Raimondi Malerba), poiché il bimbo di pochi mesi è a tutti gli effetti essere incontaminato, ancora naturale e distante certo anni luce dall’adolescente pure nudo (di fronte alla vita, al sé, a noi) e bianco, che tende le proprie viscere, colorate con precisione anatomica e raccolte nelle mani, come non capendo da dove vengano, non riconoscendole come parte fondante di sé o non sapendo gestire quella parte di sé con cui è in conflitto. Sicché le allontana, smarrito il destino del proprio istinto, e impassibile o quasi stupito, sembra chiedere perché.

Con le viscere in mano (particolare)

Lo stesso spaesamento che coglie il Cristo malerbiano in riflessione, seduto alle spalle della croce, la mano sul capo, forata come gli altri arti dai chiodi visibili nelle vicinanze: tutto è già successo, ma sembra domandarsi: “perché? E ora?”. All’interrogativo postogli da Pilato (“Quid est veritas?”), verrebbe da rispondere con l’anagramma dell’ateo Luigi Pintor: “Est vir qui adest.” Ma qui nulla o nessuno si può avanzare, neanche una risposta.

Amen

Sono proprio questi lavori, relazioni fra due esseri viventi o parti interne ed esterne, comunque organiche, dello stesso corpo, gli esiti ultimi dell’artista:

– una donna incinta, positiva per definizione, che regge nelle mani due cuori: offre il suo con la sinistra, senza valenza sacrificale, piuttosto come atto istintivo, quanto lo è proteggere quello piccolo del figlio che verrà nella destra, nascosta.

Madre (particolare)

– il teschio, memoria capovolta e cava del cervello che fu e vanitas alla Raimondi Malerba, da cui spuntano, quasi a scherno postumo dello Yorick che ogni uomo è, una chiocciola dall’orbita e un soffione dall’attaccatura del midollo spinale, un mollusco semplice e il fiore sciocco dell’infanzia, benché quello dei desideri, creature tra le più fragili e umili, ormai proprietarie della sede vuota della mente.

– l’uomo coniglio che dà il titolo alla mostra, al solito bianco e anespressivo, degno di Kulešov: l’umano travestito da animale è fra le ossessioni (anche fotografiche) dell’artista: in altre opere è un gorilla a grandezza naturale a celare in una zampa la maschera atarassica dell’autore, dell’Homo, o il mezzobusto di un gorilla a indossarla (o, ancora, un omino mascherato da Topolino, etc.). Qui, la pelle pelliccia o costume indossato dall’uomo lo connoterebbe nel gioco carnascialesco (e speculare per l’osservatore) del rimando al coniglio=codardo: in realtà per Raimondi Malerba l’animaletto, come qualsivoglia altro essere vivente, flora inclusa, nulla ha di negativo, semmai è l’uomo spaesato a calzarne i panni, ma stando su un tronco d’albero, distante dal (suo) cervello, organo fulcro dell’installazione, infatti colorato e posto su un supporto artificiale (questo il vero accordo semantico, come l’omino coniglio è poggiato su di uno naturale), sorta di scatola da imballaggio o oggetto d’uso industriale.

L’uomo, essendo parte e figlio della natura che vorrebbe annichilire è in conflitto con essa, ma in ultima istanza lo è solo con se stesso: il cut-up è autoinflitto.

Coniglio rosa

Marcantonio Raimondi Malerba

Galleria AMArte – Ravenna

Associazione Culturale Strativari

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Bronzino, Ritratto di Eleonora di Toledo col figlio Giovanni Medici, 1545, Galleria degli Uffizi, Firenze

Ses purs ongles très haut dédiant leur onyx…”, Stéphane Mallarmé, Sonnet n. IV

Agnolo di Cosimo di Mariano detto Bronzino (Firenze, 1503 – 1572): da figlio di un macellaio a ritrattista ufficiale della corte di Cosimo I Medici.

Palazzo Strozzi gli ha dedicato una mostra completa a cura di Carlo Falciani e Antonio Natali (in corso fino al 23 gennaio), dagli esordi col Pontormo, il più significativo dei suoi primi maestri (gli altri furono Raffaellino del Garbo e un pittore ignoto), sino agli allievi che ne rileveranno l’eredità, primo fra tutti Alessandro Allori, pur mediandola col mutato clima controriformato degli ultimi decenni del ‘500.

L’esposizione dà dunque conto di ogni fase del Bronzino, inclusa la breve parentesi pesarese presso la raffinata corte di Francesco Maria della Rovere (1531-32), come dei capolavori d’ambito religioso – fra cui la cappella di Eleonora di Toledo, qui ricostruita, e gli arazzi biblici con le Storie di Giuseppe, entrambi a Palazzo Vecchio – oltre agli scambi letterari e intellettuali di versi (Agnolo si dilettava di poesia) e teoria del disegno con i più illustri rappresentanti culturali dell’epoca, dal Vasari al Borghini, dal Varchi alla Battiferri, culminati nella tela dipinta, recto e verso, col nudo del nano di corte Morgante, a dire che la pittura non è seconda alla scultura in quanto a tridimensionalità, anzi la supera nelle possibilità temporali, perché se sulla superficie frontale il nano si accinge alla caccia, sulla tergale l’ha appena conclusa.

Bronzino, Ritratto frontale e tergale del nano Morgante, ante 1553, Galleria degli Uffizi, Firenze

Ma è nella serie di ritratti dei notabili che Bronzino lascia il segno nella storia della pittura, risultando uno degli artisti più inquietanti (più del Bosch infernale, altrettanto inquietante però nelle sue visioni di folli e paradisi) e tecnicamente ineccepibili di sempre, laddove non si intenda la sua precisione infinitesimale per esercizio vacuo (velluti e broccati, pieghe delle stoffe e perle si toccano con gli occhi), ma perfettamente rispondente alle esigenze di una corte e di un’epoca, quella della restaurazione medicea di Cosimo I, al governo dal 1537 al 1574, quando il potere si fece assoluto e la classe dirigente aristocratica e non più mercantile, grazie anche alle riforme accentratrici del granduca che chiuse gli investimenti stranieri e radicò il potere nel possesso terriero di pochi fedeli, di fatto bloccando per secoli ogni ascesa sociale.

I volti eburnei, freddi, la pelle liscia e gli sguardi anni luce distanti da ogni realtà che non fosse la propria, sono quelli di chi altero e inamovibile ha la sicurezza d’essere per sempre al comando, quasi una galleria delle cere di un’età cristallizzata, ferma in pose fisse, impassibili, su sfondi scuri, blu, verdi o comunque irreali, come le architetture sì fiorentine ma già metafisiche alle spalle di Bartolomeo Panciatichi.

Bronzino, Ritratto di Bartolomeo Panciatichi, 1541-45 ca., Galleria degli Uffizi, Firenze

Eppure sotto questi strati glaciali, perfetto specchio sociale in cui Bronzino sembra aver ricomposto le tensioni e gli umori sulfurei, problematici, del primo manierismo di Rosso e Pontormo, si agita serpentina un miscela di iperintellettualità e lascivia, come testimoniato dalle allegorie di Venere e Amore: corpi sinuosi, torniti e atteggiamenti incestuosi, mentre in secondo piano compaiono ombre mostruose (maschere di carne umana, il demone della gelosia dai capelli di serpente, un satiro dalla lingua umettata in prominenza), sino all’allegoria più nota del medesimo tema, oggi alla National Gallery di Londra e purtroppo non presente in mostra, ancor più complessa e, di nuovo, inquietante, un incubo di gran classe, già dono di Cosimo a Francesco I di Francia, a dire del sentire comune del tempo a livelli altissimi della società.

Bronzino, Venere, Amore e satiro, 1553-55, Galleria Colonna, Roma

Nei locali sottostanti Palazzo Strozzi, nel Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, è allestita la rassegna fotografica Ritratti del Potere, volti e meccanismi dell’autorità, a cura di Peter Funnell, Walter Guadagnini e Roberta Valtorta e coordinamento di Franziska Nori, in cui si analizza l’incarnazione del potere nel nostro tempo da parte di uomini, donne, istituzioni e autorità pubbliche e private, attraverso gli scatti di diciotto fotografi.

Hiroshi Sugimoto, Fidel Castro, 1999

Rispetto ai ritratti di Tina Barney, Helmut Newton e Annie Leibovitz, caduti nella trappola dell’ufficialità nel riprendere rispettivamente l’aristocrazia inglese, Margaret Thatcher ed Elisabetta II, cosa in parte evitata da Nick Danziger con Blair (ma fino a che punto le sue immagini meno ingessate non sono esattamente quelle volute dal premier e dal suo entourage?), risultano più centrati i lavori di Hiroshi Sugimoto che non fotografa gli originali (Castro e Wojtyla), ma le loro copie di cera (quasi un’operazione bronzinesca rovesciata), o di Daniela Rossell e Martin Parr, con la mise en scène del kitsch, ultralusso leopardato/ultra cafonal griffato, dei nuovi arricchiti messicani e inglesi, coi cappelloni assurdi dei party all’aperto per Parr e per la Rossell coll’attenzione rivolta alle figlie dei potentissimi parvenu messicani, esistenti non in quanto Janita, Paulina o Jeanette, ma come indicato dai titoli in qualità di figlie di, nella casa della madre o nell’ufficio del padre, con tutti gli accessori e sovrabbondanza di animali selvatici impagliati, dominati.

Daniela Rossell, Paulina Fathers Desk

Notevoli anche le strategie controinformative e demolitrici degli Yes Men, in questo caso ai danni della Dow Chemical, il lavoro sui suoni del potere di Fabio Cifariello Ciardi e il video di Francesco Jodice sugli sconvolgimenti paesaggistici operati a Dubai, in forza di una massa abnorme di denaro (prima dello scoppio dell’ennesima bolla), con grattacieli, piste da sci innevate alle spalle del deserto, acquari faraonici e altre opulenze artificiali, costruite anche grazie ad una manodopera di immigrati (indiani, pakistani, nepalesi) sfruttati a costi bassissimi, ai limiti della schiavitù.

Precedono questa sala i lavori di Clegg & Guttmann: alcuni dettagli-sineddoche di potenti (mani e cravatte), un attore che veste panni e pose da potente su uno sfondo dichiaratamente posticcio e, alfine, i ritratti di tre potenti veri, banchieri della Deutsche Bank, ripresi in un interno dalle cui finestre si scorge Francoforte, un paesaggio urbano a ricordo della tradizione ritrattistica antica: hanno volti funerei e distaccati, come si addice al vero centro decisionale odierno: più della politica, il denaro e la finanza, che altro non producono se non se stessi, in una vertigine onanistica totale, globale. Tuttavia, proprio questa foto (frutto dell’assemblaggio di tre ritratti distinti con inserimento successivo dello sfondo) rischia il compiacimento della committenza, talché sarebbe bello immaginare quegli stessi uomini coi medesimi sguardi seri in un montaggio alla Kulešov, in costume da bagno su una spiaggia affollatissima, o con gli stessi abiti d’alta sartoria, ma in fila al supermercato, alla posta o in farmacia, come esseri comuni, mortali.

Clegg & Guttman, The Board, Single-Group Portrait, 2007

Palazzo Strozzi – Bronzino

Strozzina – Ritratti del Potere

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