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Posts Tagged ‘lorenzo lotto’

Ecco qualche verso di quarta categoria dedicato all’insigne critico Vittorio Sgarbi, che nel finale dell’intervista barbarica dello scorso 13 novembre 2010 su La7 dalla Bignardi (guardate il video a 7 minuti e 50), ha confuso un noto Tiziano, il ritratto di Jacopo Strada, con un altrettanto noto Lorenzo Lotto, forse mal ricordando il ritratto di Andrea Odoni: neanche i fondamentali distingue più.

Ma parla parla parla parla di sesso (sarà impotente?) e come sempre di se stesso. E grazie alla politica va cumulando cariche e incarichi in ambito storico artistico dalla Sicilia al Veneto, sottraendoli a chi per merito o per età potrebbe far meglio, benché meno o nulla televisivamente appariscente e famoso.

Ultimamente in mostre e interviste s’accompagna a una pornostar: per far vedere che o dare a intendere cosa? Ma non è esageratamente superato come escamotage? E soprattutto la pagherà come figurante o come badante?

Sgarbi Vittorio una novità

venti e più anni fa:

urla insulti sputi strepiti,

la nuova critica d’arte in tivvù.

E oggi? Un vecchio che si ripete

e nulla più.

Lorenzo Lotto, Ritratto di Andrea Odoni, 1527, Royal Collection, Castello di Windsor

Tiziano Vecellio, Ritratto di Jacopo Strada, 1566, Kunsthistoriches Museum, Vienna

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Manifesto della mostra su Amico Aspertini (1474-1552), col particolare di San Giorgio dalla tavola della Madonna col Bambino e Santi presso il Museo Nazionale di Villa Guinigi a Lucca

 

Amico Aspertini (Bologna, 1474-1552): spirito libero ed estroso nella Bologna di inizio ‘500, dove un paio di anni fa gli è stata dedicata un’antologica assai valida, curata da Andrea Emiliani e Daniela Scaglietti Kelescian presso la Pinacoteca Nazionale (catalogo Silvana Editoriale, Milano, 2008), evento in linea con le Biennali d’arte antica inaugurate in città nel 1954 da Cesare Gnudi, con una monografica su Guido Reni.

 

Amico Aspertini, Adorazione dei magi, Pinacoteca Nazionale, Bologna

 

Dell’Aspertini e di altri protagonisti d’arte a lui coevi, la cui riscoperta in sede critica comincia con Roberto Longhi (anni ’30 del secolo scorso), venivano esposte oltre un centinaio di opere tra dipinti, disegni (spesso contenuti in quaderni preziosi detti vacchette), miniature, stampe d’epoca, ceramiche: dunque era presente quasi l’intero corpus dell’artista, fatta eccezione per le sculture (facciata di San Petronio), i cicli di affreschi superstiti (in Santa Cecilia e San Giacomo a Bologna, presso le Rocche di Gradara e Isolani di Minerbio e nella chiesa di San Frediano a Lucca) e poco altro.

 

Amico Aspertini, Seppellimento dei Santi Valeriano e Tiburzio, Oratorio di Santa Cecilia, Bologna

 

Il confronto fra la mano aspertiniana e le cose dei suoi maggiori o minori contemporanei chiariva il clima artistico in cui l’artista crebbe, si formò o contro cui polemizzò e che fu per lui fonte di ispirazione, citazione, esercizio o, appunto, contrapposizione, per affermare uno stile ed una personalità inconfondibilmente proprie, in aggiornamento costante e spesso in contrasto rispetto alle novità dell’epoca (da Raffaello a Michelangelo, ai maggiori umbro-toscani e veneti, sino ai tedeschi più importanti), grazie anche a spostamenti continui fra Bologna, Roma, Venezia, Firenze, Lucca e Mantova.

 

Amico Aspertini, Madonna col Bambino e Santi (Pala del Tirocinio), Pinacoteca Nazionale, Bologna

 

 

Amico Aspertini, Scene della vita di San Petronio, anta d'organo, Basilica di San Petronio, Bologna

 

Animo inquieto dunque, bizzarro e anticonvenzionale, come già annotarono con giudizi e aneddoti vari (Aspertini, ad esempio, era ambidestro) intellettuali coevi, dall’amico Achillini al più livoroso Vasari, sino alla Felsina Pittrice del 1678 del Malvasia.

E furono proprio queste peculiarità, mai disgiunte dal valore artistico, a farne uno degli artisti più richiesti e apprezzati, specie dall’alta società bolognese del tempo, sebbene delle decorazioni profane di numerose facciate nobiliari non resti ormai nulla, come dell’arco trionfale, in collaborazione con Alfonso Lombardi, realizzato nel 1530, in occasione dell’incoronazione di Carlo V a Bologna da parte di papa Clemente VII.

Dato per acquisito l’apprendistato nella bottega del padre Giovanni Antonio e del fratello maggiore Guido, l’esposizione andava dai primi e formativi incontri romani (1496), ancora al seguito del padre, ma, in specie, a contatto con Filippino Lippi e Pinturicchio, al classicismo antagonista di Perugino, Raffaello e Fra’ Bartolomeo, come del Costa e del Francia (nel quale pure sono presenti valori luministici fiamminghi) nella Bologna di Giovanni II Bentivoglio, dalle complessità intellettuali e fiorentine di Piero di Cosimo, alle inquietudini religiose del “lombardo-veneto” Lotto, alla consonanza di linguaggio espressionista coi nordici, Dürer anzitutto, oltre a Schongauer, Kulmbach, Luca di Leida, Cranach, Grünewald, Bosch (questi ultimi tre non presenti in mostra), singolarità di vedute condotte però dall’Aspertini al parossismo e che, insieme alle stravaganze ferraresi del Dosso e del primo tempo di Mazzolino, andranno ad alimentare tanti particolari in pittori locali come Francesco Zaganelli, il primo preraffaellesco Bagnacavallo o Filippo da Verona.

 

Amico Aspertini, Ritratto di Alessandro Achillini (inedito non presente in mostra), Galleria degli Uffizi, Firenze

 

Del resto, le stranezze sono comuni anche in certa ritrattistica coeva, fenomenale nel Romanino o nella maniera già moderna del Parmigianino, sebbene nelle eleganze di quest’ultimo, come nota Eugenio Riccomini nel saggio in catalogo Antiraphael, permanga ricerca del bello, all’opposto degli esiti paralleli dell’Aspertini, come nelle tavole per le ante dell’organo di San Petronio (1531), “irridente vessillo del brutto”, linguisticamente antibembeschi, quanto Raffaello e i raffaelleschi furono classicamente e politamente bembeschi.

 

Amico Aspertini, Pietà coi Santi Marco, Ambrogio, Giovanni Evangelista e Antonio Abate, Basilica di San Petronio, Bologna

 

E a proposito di San Petronio, molti volti dell’artista, talvolta di profilo, talaltra di scorcio, hanno volutamente un che di caricaturale, a metà fra certi esperimenti fisiognomici leonardeschi e, quasi, alcune intuizioni grafiche ante litteram del fumettista Jacovitti, come la Madonna della Pietà (1519) sempre nella basilica bolognese o a Lucca, nelle bizze affrescate in San Frediano (1508-09).

Dunque la mostra ha precisato una volta di più quanto fosse variegato il panorama anche emiliano degli “eccentrici irregolari” nei primi decenni del XVI secolo, periodo percorso da una follia anticlassicista e padana che, secondo la lezione di Arcangeli, ha radici antiche, da Wiligelmo ai giorni nostri, passando per Vitale, “l’officina ferrarese”, l’Aspertini appunto, sino all’isolamento biografico voluto da Morandi, o, su vie opposte e parallele, si pensi alle allucinazioni cromatiche di un Ligabue o dell’ultimo Moreni, o, ancora, all’estro di Ontani, mentre in ambito letterario agli esordi di Ermanno Cavazzoni, già cosceneggiatore felliniano e, nel cinema proprio al senso del grottesco e al fool felliniani, al dramma patetico nei “matti assassini” di Avati o all’alienazione mentale dei Deserti del ferrarese Antonioni come del bolognese Zurlini.

 

Amico Aspertini, Trasporto del Volto Santo, Chiesa di San Frediano, Lucca

 

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“Pilato lo interrogò: Sei tu il re dei Giudei? Ed egli rispose: Tu lo dici.” (Luca, 23,3)

In questa risposta c’è tutto l’ebraismo di cui solo un grande rabbi avrebbe potuto essere capace, sapendo di giocare così la propria vita. Per chi (come me) crede quel signore il Signore, domani si celebra la sua Resurrezione, evento centrale per ogni cristiano.

Ma ritenendo giusto lasciare al privato le questioni di fede e adottare quale unica bussola per la cosa pubblica la laicità, mi limito qui a segnalare un saggio storico artistico assai gradevole, Il volto di Gesù, storia di un’immagine dall’antichità all’arte contemporanea di Flavio Caroli (Mondadori, Milano 2008), e a suggerire una riflessione sul silenzio del sabato santo, quello che segue alla morte, il giorno più in ombra e forse il più difficile dei tre: la cifra medesima di certe pagine di Simone Weil o di alcuni versi sacri di John Donne o dell’ultimo cinereo Lorenzo Lotto (Presentazione al Tempio di Loreto) o, ancora, delle nature morte musicali del sacerdote bergamasco Evaristo Baschenis, che da ragazzo vide la peste del 1630 flagellare la sua città: la polvere, gli strumenti muti, il profumo inerte del legno, i drappi rossi e neri come scuro è lo sfondo dei suoi quadri, danno l’atmosfera esatta di qualcosa che si è fermato, qualcosa da cui è per ora assente la vita e il suo spirito, del sonno immobile precedente la Pasqua.

PS. “Quid est veritas?” domanda sempre Pilato (a lui, a noi, a se stesso): “Est vir qui adest” è l’anagramma risposta dell’ateo Luigi Pintor.

Evaristo Baschenis (1617-1677), Strumenti musicali, Coll. priv.

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