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Aurelio Amendola, Alberto Burri, Città di Castello, 1976

Aurelio Amendola, Alberto Burri, Città di Castello, 1976

A fine settimana, sabato 20 dicembre, nel Salone delle Scuderie in Pilotta a Parma si inaugurerà la mostra Fuoco nero: materia e struttura attorno e dopo Burri organizzata dallo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, il maggiore fondo sul Novecento esistente in Italia[1].

Il punto di partenza della mostra, il Fuoco nero del titolo, è il confronto tra la nota sequenza fotografica di Aurelio Amendola che ritrae Alberto Burri mentre crea con il fuoco una sua Plastica, e il grande Cellotex nero di Burri da lui stesso donato allo CSAC negli anni Settanta.

Alberto Burri, Grande nero cellotex M2, 1975, cellotex e acrilico su tela

Alberto Burri, Grande nero cellotex M2, 1975, cellotex e acrilico su tela

Attorno a quest’opera, in occasione dell’approssimarsi del centenario della nascita dell’artista (1915-1995), è stato chiesto ad artisti significativi di diverse generazioni di donare allo CSAC un’opera che essi pensassero collegata alla ricerca di Alberto Burri.

A questo invito hanno risposto generosamente, e con importanti opere, in molti, tra cui Bruno Ceccobelli, Nunzio, Mimmo Paladino, Luca Pignatelli, Marcello Jori, Alberto Ghinzani, Pino Pinelli, Giuseppe Maraniello, Giuseppe  Spagnulo, Emilio Isgrò, Attilio Forgioli, Mario Raciti, Medhat Shafik, Franco Guerzoni, Luiso Sturla, Renato Boero, Raimondo Sirotti, Davide Benati, Concetto Pozzati, Enzo Esposito, Gianluigi Colin e William Xerra.

Oltre a questo, prendendo spunto dalla componente strutturale che sempre articola, sin dagli anni ’40, l’opera di Burri, si sono individuati due percorsi in qualche modo sempre collegati e comunicanti, quello della ricerca sulla materia e quello dell’articolazione delle strutture. Per mettere in evidenza questa vicenda si è dunque attinto alle raccolte dello CSAC puntando, ad esempio, su alcune figure del Gruppo Origine (1950-1951), con opere di Colla, Ballocco e Guerrini, e ancora del Gruppo1 con Biggi.

Pino Pinelli, Pittura R. BL, 1993, tecnica mista

Pino Pinelli, Pittura R. BL, 1993, tecnica mista

Era inoltre necessario provare a restituire, almeno per cenni, le esperienze dei due centri principali della ricerca di quegli anni, da una parte Roma con Gastone  Novelli e Toti Scialoja che dialogano con Cy Twombly e con l’Abstract Expressionism americano, e, a Milano, Lucio Fontana.
Si è quindi ritenuto indispensabile ricostruire, almeno per poli, dalla Lombardia a Napoli, dalla Liguria all’Emilia, le proposte di alcuni dei molti protagonisti della ricerca sulla materia: ecco quindi, fra le altre, le opere di Tavernari, Spinosa, Pierluca, Morlotti, Mandelli, Bendini, Arnaldo Pomodoro, Zauli, Mattioli, Padova, Zoni, Lavagnino, Ruggeri, Olivieri, Vago, Guenzi, Carrino, Ferrari, Repetto, Chighine.

Distinto da questo filone di ricerca nel quale prevale il peso, la lunga durata della materia e che la critica ha definito prevalentemente come “informale”, si pone un altro modello, quello dell’indagine sulla struttura, un percorso che in mostra si individua attraverso opere di Perilli, Pardi, Garau e Scialoja.

Mimmo Paladino, Omaggio a Burri, 2006, alluminio patinato e tavolo

Mimmo Paladino, Omaggio a Burri, 2006, alluminio patinato e tavolo

Era inoltre importante provare a definire, sia pure solo per cenni, il significato dell’opera di Burri fuori dei confini, così ecco la presenza in mostra di un pezzo di Joe Tilson e, a contrappunto, un grande collage di Louise Nevelson legato alla ricerca americana degli anni ’50, a cui si sono aggiunti un gruppo di collage della statunitense Nancy Martin attenta al filone astratto dopo Josef Albers.

In mostra la fotografia avrà una parte significativa. Prima di tutto con le immagini di Aurelio Amendola che hanno suggerito il titolo della mostra. Poi, di Nino Migliori verrà esposto un gruppo di pirogrammi degli anni ’50 di recente ristampati; di Mimmo Jodice un importante “muro”; di Giovanni Chiaramonte una ricerca degli anni ’70 su una casa distrutta; di Mario Cresci una sequenza sulle spiagge rocciose della Sicilia. A queste opere si aggiungono due ricerche differenti: più legata al filone concettuale quella di Brigitte Niedermair e più attenta alla lingua dell’astrazione quella di Gianni Pezzani.

Dunque l’esposizione, curata da Arturo Carlo Quintavalle, proporrà oltre settanta dipinti e altrettante fotografie e un gruppo di opere grafiche, per un totale di 172 pezzi tutti riprodotti in un ampio catalogo edito da Skira.

La mostra resterà aperta dal 21 dicembre 2014 al 29 marzo 2015

Orari: tutti i giorni dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì

Ingresso gratuito

Testo a cura dell’Ufficio stampa di Irene Guzman (csac.press@gmail.com)

CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma

Fuoco nero: materia e struttura attorno e dopo Burri

Arnaldo Pomodoro, Tempo fermo, 1957, fusione in metallo, cemento, piombo e stagno

Arnaldo Pomodoro, Tempo fermo, 1957, fusione in metallo, cemento, piombo e stagno

[1] Il Centro conta su un archivio imponente, nato negli anni’80 su iniziativa di Arturo Carlo Quintavalle e cresciuto grazie alle donazioni di istituzioni, artisti e loro eredi. La raccolta è attualmente composta da circa 1.500.000 pezzi, in particolare sul ‘900 artistico italiano (pittura e disegno, scultura, fotografia, architettura, moda, design ecc.).

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La scultura mi permette di rivivere il passato, per vedere il passato nella sua oggettività e nelle sue reali proporzioni. Finché le paure del passato sono connesse con le funzioni del corpo, esse riappaiono attraverso il corpo. Perciò la mia scultura è il corpo. Il mio corpo è la mia scultura.” Louise Bourgeois

Louise Bourgeois ritratta da Robert Mapplethorpe, 1982

Si può provare a scordare il passato, ma liberarsene definitivamente è impossibile. C’è poi chi riesce ad usare le miniere oscure che si celano nelle viscere della memoria, per trarne pensiero inquietudine forme liberazione.

Louise Bourgeois (1911-2010), una storia tessuta la sua nel senso letterale del termine: ha conosciuto stoffe, cuciture e arazzi sin da bambina, nel laboratorio dei genitori nella Parigi nativa. E riguarda le tessiture inedite degli anni ultimi, la mostra curata da Germano Celant, che oggi si inaugura a Venezia, presso la Fondazione Vedova, sino al prossimo 19 settembre.

Arch of Histerya, 1993, courtesy Galerie Karsten Greve, Cheim & Read and Galerie Hauser & Wirth

Ma tutto comincia prima: prima dell’incontro con Léger, prima di sposare il critico Goldwater e seguirlo nel 1938 a New York, sua città d’adozione, dove avrebbe conosciuto surrealisti e artisti europei sfuggiti all’orrore nazista, prima dunque di diventare ella stessa uno dei grandi scultori totemici del ‘900, secondo la definizione di Rosalind E. Krauss, insieme a Louise Nevelson, David Smith, Isamu Noguchi, David Hare, Seymour Lipton, etc.

Cell (Eyes and Mirrors), 1989-93, London, Tate Gallery

Prima: tutto ha origine nell’infanzia strappata con dolore e rabbia da un trauma, la scoperta del tradimento del padre con l’istitutrice familiare e dunque la delusione lacerante per questa figura così centrale, causa della frantumazione del nucleo affettivo e sua ossessione-ispirazione per ogni opera, insieme ai temi della maternità e della sessualità, tutti interconnessi e cuciti nella sue vene, nella memoria dell’artista, scene di un unico grande arazzo, parafrasando Borges, quello del suo volto.

Alcuni titoli sono più che evocativi, come La distruzione del padre del 1974 (titolo anche di un bellissimo libro di scritti autobiografici, edito in Italia da Quodlibet nel 2009). Altri accompagnano esperienze visive che non si scordano, dalle claustrofobie delle sue Cells, cellule-celle, vere e proprie gabbie metalliche dell’io, ai Giorni rosa e giorni blu (1997), in cui abiti fini di seta rosa e blu, pendono da un appendiabiti freddo, fatto di acciaio e ossa animali scarnificate, segni di un’infanzia irrimediabilmente offesa.

Fillette, 1968, New York, MoMA

Del resto le immagini forti sono caratteristica della Bourgeois, come il suo Fillette (1968), fallo-prosciutto, simbolo maschile per antonomasia, potente ed esibito, reso ora inoffensivo e, anzi, potenzialmente affettabile, perciò oggetto delicato da proteggere, da moglie e madre al contempo, ancora una volta sospeso (o meglio appeso), come tante sue opere, tra cui Arch of Histerya (1993) o come la sua creatura forse più inquietante, il ragno Maman (1999), per la hall della Tate Modern di Londra (poi replicato in altre sedi o con varianti di altri Spider), che poggia a terra, ma si eleva per ben dieci metri dal suolo: “il ragno è lei, l’artista, che emette materia, che seduce, attira, e uccide. È la madre che soffoca il figlio oppure lo salva nel suo grembo”, dice Germano Celant.

Dunque, una volta di più nell’età contemporanea, è l’animale mostro ad essere sintesi di una poetica e di un’esistenza e paradigma dell’umano: attrae per il suo stesso essere com’è e, in quanto tale, è colui o, in questo caso, colei che tesse e avviluppa nella tela per divorarci e garantire vita e protezione ai suoi piccoli indifesi simili. È la madre della Bourgeois, che onnipresente tesseva nell’impresa di famiglia ed è la Bourgeois stessa, madre a sua volta (delle sue creazioni anzitutto), che ha sempre cercato di ricostruire in arte il filo spezzato nella sua vita di bambina.

Louise Bourgeois, Maman, 2003, Ottawa, National Gallery of Canada

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