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Posts Tagged ‘luca maggio’

Premessa: presento di seguito il mio testo critico pubblicato per la mostra Achiropita di Nicola Montalbini, inaugurata sabato 1 aprile presso la galleria Il Coccio di Ravenna (Via Agnello Istorico 6), dove sarà visitabile sino al 13 aprile. Non perdetevela!

Nicola Montalbini, Sanpietrini, inchiostri su carta, 2017

Nicola Montalbini. Segni, ossimori 

di Luca Maggio

Il visibile si porta in spalle tutto l’invisibile. Charles Wright, Breve storia dell’ombra 

Sanno di pazienza i minuti inchiostri naturali su carta di Nicola Montalbini, odorano di tempo meditato, d’osservazione di cose talvolta minime restituita agli occhi con l’invito sottinteso a fermarsi, guardare e ragionare di pittura. I soggetti importano fino a un certo punto. O importano proprio perché quasi neutri essendo a chiunque noti. Morandi docet.

Ed è morandiano l’atteggiamento solitario dell’artista, come la sua insistita maniacalità tessitrice (o da orefice, come lui ama definirla), che lo porta segmento dopo segmento tracciato in punta di pennello a “dare stile al caos” direbbe Pasolini, ovvero dal disordine grandinante delle singole migliaia di segni-cellula alla visione ordinata e precisissima dell’insieme che riformula porzioni di mondo dai più ignorate: anziché le bottiglie, i vasi o i bicchieri del grande bolognese, appaiono qui sampietrini, murature in mattone, finestre, porte, infissi talvolta rotti, particolari d’abitazioni di cui s’intuisce l’abbandono o la vita attraverso una luce accesa o una tenda mossa dal vento e creata lasciando abitare dal bianco stesso della carta quella minuscola parte di spazio che rappresenta il tessuto. Il dialogo fra Montalbini, i suoi strumenti e supporti è sempre fitto. E diversi sono i riferimenti colti sapientemente occultati.

Nicola Montalbini, La finestra, dalla serie ‘Prospettive rovesciate’, inchiostri su carta, 2017

La metafora dell’Alberti che intendeva il quadro come “una finestra aperta sul mondo”, diviene qui il suo opposto visto che numerosi soggetti sono proprio le finestre e dunque l’artista suggerisce di guardare non attraverso esse ma esattamente esse stesse (e forse proprio in virtù di questa scelta speculare sono albertiane all’ennesima potenza).

Nicola Montalbini, Buonamico dell’Antichità, dalla serie ‘Chiese Scomparse ‘, inchiostri su carta, 2017

Se la riflessione sul tempo e il silenzio può far pensare a Morandi, in realtà per l’intensità dei segni è alla grafica pressoché sconosciuta di Domenico Gnoli che il nostro guarda, come, d’altro canto, alla scultura del romanico padano potente e solida benché aerea nel suo essere sospesa su capitelli e pareti sacre. E dunque radicano l’immaginario montalbiniano Wiligelmo, Antelami, Nicolaus (con una strizzata d’occhio, qualche secolo più in là, al gusto antiquario del Mantegna e al suo carattere marcato e insieme sofisticato), tanto che questi piccoli inchiostri-formelle possono considerarsi la sua interpretazione dei cicli dei mesi medievali e giocano a ridare in leggerezza di materiali cartacei e tecnica usata la pesantezza muraria di caseggiati o marmorea di sarcofagi e amboni paleocristiani, colorati proprio perché il loro viaggio nel tempo li presenta oggi slavati, o ancora la compattezza del Mausoleo teodericiano, protagonista d’una miniserie in cui Montalbini indulge all’ironia nel passaggio fra la messa in opera della cupola all’inizio del VI secolo, a un uso surreale della vasca sepolcrale colma d’acqua, sino al progressivo abbandono dell’area sommersa dalle falde acquifere sottostanti in cui nuota un minuscolo Corrado Ricci, per chiudere con una visione di futuro post-umano in cui l’integrazione fra pietra e natura è definitiva e irreversibile.

Nicola Montalbini, La vasca, dalla serie ‘La Rotonda del Re’, inchiostri su carta, 2016

Eliminare la presenza della figura umana, sebbene evocata dai manufatti che l’uomo sa realizzare, è tipico della produzione anche precedente di Montalbini. E nemmeno queste serie, nate fra l’estate del 2016 e l’inizio del 2017, fanno eccezione: l’artista con ironia, anzi con piacere, svuota le case dai vivi e tratteggia piuttosto elenchi di finestre e selve di sarcofagi, póleis labirintiche che custodiscono morti. Come luminosamente ha intuito il poeta Charles Wright nel suo Omaggio a Giorgio Morandi: “È giusto che noi ti vediamo soprattutto dove non ci sei, tra i tuoi oggetti”. Ecco cosa sono queste decine di inchiostri: un unico autoritratto.

Nicola Montalbini. Achiropita

Testi di Luca Maggio e Paola Babini

Dall’1 al 13 aprile 2017

Galleria Il Coccio, Via Agnello Istorico 6, Ravenna (tel. 0544.34269)

Orari 9-12 / 16-19 (lunedì e domenica chiuso)

Contatto artista: nicola.montalbini@libero.it

 

Nicola Montalbini, Senza titolo, dalla serie La Città di Dio, inchiostri e acquarello su carta, 2016

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Sette anni fa, il 21 marzo 2010, aprivo questo mio orto-blog. Sono contento dell’esperienza nonostante momenti di inevitabile stanchezza e altri, ben più numerosi fortunatamente, di slancio e passione. Desidero ringraziare uno a uno tutti coloro che lo hanno visitato anche solo una volta di sfuggita (oltre 482.000 visualizzazioni in sette anni, senza alcuna pubblicità eccetto il passaparola). Questo compleanno è anche vostro. Buon “Arcobaleno”.

Ardengo Soffici, BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, 2ª edizione, Firenze 1919

Ardengo Soffici, BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, 2ª edizione, Firenze 1919

“Inzuppa 7 pennelli nel tuo cuore di 36 anni finiti ieri 7 aprile
E rallumina il viso disfatto delle antiche stagioni
Tu hai cavalcato la vita come le sirene nichelate dei caroselli da fiera
In giro
Da una città all’altra di filosofia in delirio
D’amore in passione di regalità in miseria
Non c’è chiesa cinematografo redazione o taverna che tu non conosca
Tu hai dormito nel letto d’ogni famiglia
Ci sarebbe da fare un carnevale
Di tutti i dolori
Dimenticati con l’ombrello nei caffè d’Europa
Partiti tra il fumo coi fazzoletti negli sleeping-cars diretti al nord al sud

Ardengo Soffici, Linee e volumi di una persona (Mendicante), 1912

Ardengo Soffici, Linee e volumi di una persona (Mendicante), 1912

Paesi ore
Ci sono delle voci che accompagnan pertutto come la luna e i cani
Ma anche il fischio di una ciminiera
Che rimescola i colori del mattino
E dei sogni
Non si dimentica né il profumo di certe notti affogate nelle ascelle di topazio
Queste fredde giunchiglie che ho sulla tavola accanto all’inchiostro
Eran dipinte sui muri della camera n.19 nell’Hôtel des Anglais a Rouen
Un treno passeggiava sul quai notturno
Sotto la nostra finestra
Decapitando i riflessi delle lanterne versicolori
Tra le botti del vino di Sicilia
E la Senna era un giardino di bandiere infiammate

Ardengo Soffici, Sintesi di un paesaggio primaverile, 1913

Ardengo Soffici, Sintesi di un paesaggio primaverile, 1913

Non c’è più tempo

Lo spazio

È un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia di fosforo
Ogni cosa è presente
Come nel 1902 tu sei a Parigi in una soffitta
Coperto da 35 centimetri quadri di cielo
Liquefatto nel vetro dell’abbaino
La Ville t’offre ancora ogni mattina
Il bouquet fiorito dello Square de Cluny
Dal boulevard Saint-Germain scoppiante di trams e d’autobus
Arriva la sera a queste campagne la voce briaca della giornalaia
Di rue de la Harpe
«Pari-cûrses» «l’Intransigeant» «la Presse»
Il negozio di Chaussures Raoul fa sempre concorrenza alle stelle
E mi accarezzo le mani tutte intrise dei liquori del tramonto
Come quando pensavo al suicidio vicino alla casa di Rigoletto
Sì caro
L’uomo più fortunato è colui che sa vivere nella contingenza al pari dei fiori
Guarda il signore che passa
E accende il sigaro orgoglioso della sua forza virile
Ricuperata nelle quarte pagine dei quotidiani

O quel soldato di cavalleria galoppante nell’indaco della caserma
Con una ciocchetta di lilla fra i denti

Ardengo Soffici, Natura morta (Piccola velocità), 1913

Ardengo Soffici, Natura morta (Piccola velocità), 1913

L’eternità splende in un volo di mosca
Metti l’uno accanto all’altro i colori dei tuoi occhi
Disegna il tuo arco
La storia è fuggevole come un saluto alla stazione
E l’automobile tricolore del sole batte sempre più

invano il suo record fra i vecchi macchinari del cosmo
Tu ti ricordi insieme ad un bacio seminato nel buio
Una vetrina di libraio tedesco Avenue de l’Opéra
E la capra che brucava le ginestre
Sulle ruine della scala del palazzo di Dario a Persepoli
Basta guardarsi intorno
E scriver come si sogna
Per rianimare il volto della nostra gioia
Ricordo tutti i climi che si sono carezzati alla mia pelle d’amore
Tutti i paesi e civiltà
Raggianti al mio desiderio
Nevi
Mari gialli
Gongs
Carovane
Il carminio di Bombay e l’oro bruciato dell’Iran
Ne porto un geroglifico sull’ala nera
Anima girasole il fenomeno converge in questo centro di danza
Ma il canto più bello è ancora quello dei sensi nudi

Ardengo Soffici, Decorazioni di Bulciano, 1914

Ardengo Soffici, Decorazioni di Bulciano, 1914

Silenzio musica meridiana
Qui e nel mondo poesia circolare
L’oggi si sposa col sempre
Nel diadema dell’iride che s’alza
Siedo alla mia tavola e fumo e guardo
Ecco una foglia giovane che trilla nel verziere difaccia
I bianchi colombi volteggiano per l’aria come lettere d’amore buttate dalla finestra
Conosco il simbolo la cifra il legame
Elettrico
La simpatia delle cose lontane
Ma ci vorrebbero delle frutta delle luci e delle moltitudini
Per tendere il festone miracolo di questa pasqua

Ardengo Soffici, Autoritratto, 1949

Ardengo Soffici, Autoritratto, 1949

Il giorno si sprofonda nella conca scarlatta dell’estate
E non ci son più parole
Per il ponte di fuoco e di gemme
Giovinezza tu passerai come tutto finisce al teatro
Tant pis Mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches”

Ardengo Soffici (1879-1964), Arcobaleno, da BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, Firenze 1919 (1ª edizione 1915).

Ardengo Soffici, BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, 1ª edizione, Firenze 1915

Ardengo Soffici, BÏF§ZF+18 Simultaneità e Chimismi lirici, 1ª edizione, Firenze 1915

 

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Premessa: ogni tanto torno a tradurre. Fa bene a mente e cuore. Stavolta è toccato a Cummings. Dedico questa pagina a mia madre Rita (1949-2016).

Edward Estlin Cummings (1894-1962)

Edward Estlin Cummings (1894-1962)

 

no time ago

or else a life

walking in the dark

i met christ

 

jesus )my heart

flopped over

and lay still

while he passed( as

 

close as i’m to you

yes closer

made of nothing

except loneliness 

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), from Xaipe (1950)

 

 

nessun tempo fa

o una vita fa

camminando nel buio

incontrai cristo

 

gesù )il mio cuore

traboccò

e rimase in silenzio

mentre egli passava( così

 

vicino come io lo sono a te

sì più vicino

fatto di nulla

eccetto che di solitudine

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), da Xaipe (1950)

 

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maybe god

is a child
‘s hand )very carefully
bring
-ing
to you and to
me( and quite with

out crushing)the

papery weightless diminutive

world
with a hole in
it out
of which demons with wings would be streaming if
something had( maybe they couldn’t
agree )not happened( and floating-
ly int

o

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), from Xaipe (1950)

 

 

forse dio

è d’un bimbo

la mano )che con molta cura

por-

ta

a te e a

me( e sen-

za schiacciarlo)il

 

cartaceo sospeso minuto

 

mondo

con un buco

da cui

demoni alati schizzerebbero impazziti se

nulla fosse( forse non si

accordarono) successo( continuando a fluttua-

re dentr

 

o

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), da Xaipe (1950)

 

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to stand( alone )in some 

autumnal afternoon:
breathing a fatal
stillness;while

enormous this how

patient creature( who’s
never by never robbed of
day )puts always on by always

dream,is to

 

taste

    not( beyond

         death and

 

                life )imaginable mysteries

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), from 95 Poems (1958)

 

 

stare ( solo )in qualche

pomeriggio autunnale:

respirare una calma

mortale;mentre

 

quest’enorme così

 

paziente creatura( che

mai da mai è derubata del

giorno ) indossa sempre da sempre

 

il sogno,è

 

assaporare

          non( oltre

               morte e

 

                    vita )immaginabili misteri

 

Edward Estlin Cummings (1894-1962), da 95 Poems (1958)

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Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

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tinarelli

Gesti paralleli, ingrandimenti  

di Luca Maggio

“Tutto è segno e la realtà non esiste ma la creiamo interpretandola con la nostra mente.” C.S. Peirce

Enzo Tinarelli è artista dai parallelismi forti, non contraddittori, complementari.

Conosciuto per la sua attività di artista e insegnante in ambito musivo, nasce in realtà come pittore e talvolta i mosaici suoi principiano da bozzetti pittorici, con tutto ciò che di parallelo comportano i gesti di questi due modi affatto diversi di pensare-creare.

Era tempo che si dedicasse un’indagine a questo cammino fatto di carte, tele, pastelli grassi, acrilici e oli e biro, una vita dipinta: Contrappunti è il titolo della mostra passata dalla Fondazione Balestra di Longiano al Museo Guidi di Forte dei Marmi e ora giunta a Marina di Ravenna.

Enzo Tinarelli, Eventi frontali, 1988

Enzo Tinarelli, Eventi frontali, 1988

 

Enzo Tinarelli, Senza titolo, 1993 (serie Piani di luce)

Enzo Tinarelli, Senza titolo, 1993 (serie Piani di luce)

C’è nel fare di Tinarelli desiderio organico dell’altro che si esplicita nei doppi così presenti nelle cose sue sin dai potenti esordi in eco di Moreni per l’energia sprizzata, benché in assenza d’esiti pessimisti, o Sutherland, pur senza conoscere da subito quest’ultimo, anche se talune suggestioni microbiologiche paiono comuni: che si tratti di linee rette o curve o macchie, che siano senza titolo o si riferiscano alle prime Calettature mnemoniche, Crisalidi e Matrici anamorfiche, i paralleli sono il filo rosso in forma di particolari o di interi di ciò che spazia e occupa atmosfere sulle superfici trattate. Pluriformi filamenti paralleli dunque, ma non posti in ordine speculare o necessariamente centrali, piuttosto in apparenza sparsi e comunque in movimento, natanti, anzi danzanti: essendo vivi, i soggetti di Tinarelli non sanno né possono trovare quiete, anche se sono sull’orlo d’un addio (Un dernier tableau?).

Enzo Tinarelli, Un dernier tableau? n. 2, 1992 (serie Piani di luce)

Enzo Tinarelli, Un dernier tableau? n. 2, 1992 (serie Piani di luce)

 

Enzo Tinarelli, Genetico, 1997 (serie Attraversamenti, genetica aurea)

Enzo Tinarelli, Genetico, 1997 (serie Attraversamenti, genetica aurea)

E significano Attraversamenti anzitutto di se stessi, in cui tornano eliche e incroci pastosi, erroneamente detti svastiche, segni luminosi però presso culture antiche e segni di soli carsici dentro i nostri dna, sorta di luce interiore della vita, che ricompaiono nell’alfabeto del faber, come voleva il vecchio maestro Licata.

Perché non ingrandire, dunque, tali frammenti genetici e far vedere a occhio umano le Piste ossessive e parallele degli universi subcellulari di cui pure è fatto, fibra per fibra, ciò che, a base di carbonio, respira e muove e muore e si trasforma in energia altra, humus novo; e offrire poi tali percorsi all’occhio, intuizione o astuzia, in cromie inafferrabili anche quando sembra prevalerne una su altre, poiché liquide come una musica (Lee Morgan, Search for the New Land), perché come sempre la vita non si ferma, non si può com-prendere, non se ne possono percorrere tutte le vie, si mescola, diviene.

Enzo Tinarelli, Senza titolo, 2010 (serie Proximité)

Enzo Tinarelli, Senza titolo, 2010 (serie Proximité)

 

Enzo Tinarelli, Senza titolo, 2010 (serie Proximité)

Enzo Tinarelli, Senza titolo, 2010 (serie Proximité)

Ed ecco la metafora/parallelo finale e iniziale, che curvandosi prende forma d’uroboro: il corrispondere dei percorsi interni, cellulari, tracciati dalla biologia che, ignorati, agiscono in noi anche nel sonno consentendo di vivere, con i percorsi, le pieghe, le tracce che ognuno sceglie e lascia nel tempo, nulla sapendo del futuro che è incertezza, pur illudendosi di controllare il quotidiano, e talvolta (o sempre) comportandosi secondo l’indeterminatezza insondabile d’Heisenberg.

Del resto, cambia un cromosoma e muta il genere o le possibilità dell’intelligenza o della malattia. Cambia una decisione e il cammino su cui eravamo diventa altro, un altro amore, un altro lavoro, altre tempeste e approdi lungo le coste d’Odisseo, a scoprire conoscenza e coscienza, vinti dall’essere esseri più umani che si possa o soccombenti all’istinto che abita feroce in noi e ci vuole lupi del simile: “Nominerò le cose, tanto lentamente/ che allorché perderò il Paradiso della strada/ e l’oblio me la trasformerà in sogno,/ potrò chiamarle d’improvviso con l’alba.” (Cintio Vitier)

www.enzotinarelli.com

Enzo Tinarelli, Senza titolo, 2015

Enzo Tinarelli, Senza titolo, 2015

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Premessa: ho inviato la seguente lettera alla Posta di Michele Serra, rubrica sul Venerdì di Repubblica, in data 19 Dicembre. Non so se verrà pubblicata. Intanto la riporto sul blog.

Abc in blackboard

Gent.mo Serra,

sono un insegnante di italiano delle medie (oggi secondaria di primo grado) e in merito alle riflessioni sul tema “scuola”, desidero comunicare tutta la mia solidarietà al prof. G. Cappello (Venerdì 1447, 11/12/2015), confortato anche da letture recenti e illuminanti quali “Senza educazione. I rischi della scuola 2.0” di Adolfo Scotto di Luzio e lo splendido “La passione ribelle” di Paola Mastrocola, libri che ogni docente dovrebbe far propri.

Qual è il fine del nostro meraviglioso mestiere? Oggi pare sia ricavare le (da me detestate) competenze, peraltro inutili nel mondo lavorativo reale, come ci viene imposto anche in seminari che si ritengono formativi per il docente, in cui nulla c’è di culturale e come al solito crescono solo gli aspetti burocratici, vera iattura della scuola e mostro mitologico autorigenerante, utili solo a togliere ulteriore spazio alla vera formazione (libri, mostre, convegni), oltre alle reali esigenze dei nostri ragazzi.

E se si ripartisse dal fatto che studiare è bello in sé, senz’altri fini, e attraverso quest’antica e mai invecchiata idea di scholé formare individui pensanti, indipendenti, capaci anche di sbagliare e di rialzarsi? Non credo sia un principio valido solo per l’area umanistica. Certo, occorre tempo, lentezza. E l’insegnante è il primo studente.

Le nuove tecnologie sono indubbiamente utili (da anni gestisco un blog), come scrivere su un quaderno è preferibile alla tavoletta di cera, ma non indispensabili. La differenza la fa sempre il docente (Franco Lorenzoni, “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”) col fine educativo che ha in mente e nel cuore, nonostante ministeri, riforme e orribili “buone scuole” prive di qualsivoglia pedagogia.

La ringrazio per l’attenzione e le auguro buone feste.

Cordialmente,

Luca Maggio

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Michele Serra mi ha cortesemente risposto il 21 dicembre, dicendo che la mia lettera era purtroppo giunta in ritardo per la rubrica del Venerdì successivo dedicata proprio all’intervento del prof. Cappello, peraltro con numerosi pareri a lui contrari, ma ormai era già stata inviata al giornale.

Ho voluto rispondergli con l’email che di seguito qui pubblico, proprio per completare le motivazioni della mia prima.

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Caro Serra,

grazie comunque. Ci fosse la possibilità di una replica in favore di Cappello, la mia lettera è ovviamente a sua disposizione.

Mi dispiace se la posizione carica di umanità del professore non è stata capita. Ma poco importa. Ho constatato che spesso le persone sanno essere ottime maestre… dei mestieri altrui. Pazienza.

Ci tengo però a dire, a questo punto inter nos, che l’idea di Cappello da me condivisa non è classi(ci)sta né elitaria, come può forse sembrare in prima battuta, anzi. Ci sono scuole superiori, in cui è anche giusto che emergano nel tempo competenze pre-lavorative (penso, ad esempio, all’ottimo ITIS – Istituto Tecnico Industriale – di Ravenna, città da dove le scrivo).

Ma siamo sicuri che questo modello unico serva a tutti? L’uniformità adialogica, come la democrazia esportata e imposta, sono cose che mi fanno tremare.

Esempio personale: tanti anni fa e solo finito il liceo ho capito (e non senza litigare coi miei) quale potesse essere la mia strada. E siamo sempre lì: ci vuole tempo. Credo sia una delle contraddizioni più forti del nostro tempo: aver fretta di ricavare competenze sin dalle elementari e poi aspettare i 35 anni di media per avere un lavoro… A che pro, dunque?

Caro Serra, io amo il mio meraviglioso mestiere: insegnare, è un compito alto, onorevole, duro, ma ricco di soddisfazioni personali (al 99% dovute alla riconoscenza dei ragazzi, s’intende).

Però (senta un po’ di terminologia) le “rubric” che noi insegnanti siamo chiamati a inventarci per i vari progetti coi relativi “ratings” o “descrittori” da compilare alunno per alunno per ricavare le cosiddette “competenze” o “life skill”, e che mirerebbero ad una valutazione più oggettiva, in realtà esauriscono nella burocrazia le energie, il tempo e le forze che uno vorrebbe davvero dedicare ai propri ragazzi e di riflesso a sé stesso. Ed è drammaticamente così, al netto di chi sostiene il contrario.

Quando ho domandato al prof. Enzo Zecchi (Lepida Scuola), uno degli alfieri delle “life skill”, come riuscisse lui solo tramite progetti (ovvero lavori di gruppo) valutati per rubric a far passare certi concetti, la risposta è stata: “Be’, devo anch’io fare lezioni frontali”. No commenti, a questo punto.

La saluto caramente e auguro a lei e ai suoi collaboratori buone festività.

Luca Maggio

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Ps. Sul numero 1449 del Venerdì uscito il 24 Dicembre, come anticipatomi da Serra, i pareri espressi da molti suoi lettori alle pp.14-15 sono decisamente contrari alle tesi di Cappello (che io ho invece sposato), sottolineando il danno della separazione tra fare e pensare. Come prevedevo, l’intervento che ha originato tutto questo non è stato capito.

Tuttavia, a conclusione di questo lungo post, desidero citare gli almeno due interventi di lettrici favorevoli:

– Claudia Troiani, dopo aver citato alcuni folli acronimi cui è fantozzianamente sottoposto l’insegnante (POF, POFT, BES, PAI, CLIL, DSA, PEI, GLH, UDA, RIM, RAV, ESABAC…), si domanda: “La vogliamo chiamare azienda? Quale azienda oserebbe sperperare tempo, energie, competenze dei dipendenti in tutte queste fanfaluche? Una serie di riforme scellerate ispirate alla produttività e alla competitività, concetti inapplicabili in campo educativo, hanno trasformato la scuola in un simulacro scimmiottante e velleitario di azienda.”

– Ilenia Biagini: “Mi ha colpito il suo invito (di Giuseppe Cappello, ndr.) a “prenderci cura dei nostri pensieri” in questa epoca in cui l’ozio è diventato un lusso, in cui c’è precarietà, tutto è portatile e la sola idea di fermarsi e prenderci del tempo risulta strampalata e bizzarra. (…) Sebbene talvolta maledica il possesso di strumenti critici che mi aprono gli occhi di fronte a varie situazioni (beata ignoranza!), non mi pento di questo percorso perché ho avuto qualcosa che ha reso la mia vita un’esistenza”.

Infine, lo stesso Serra: “Il mio timore, e credo anche quello del lettore Cappello, è che il concetto di formazione culturale e quello di formazione professionale si giustappongano al punto da identificarsi, giudicando “utile” solo ciò che è produttivo, “inutile” ciò che non è immediatamente spendibile sul mercato del lavoro.”

 

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Silvia_Naddeo-A_cena_con

Sabato 12 dicembre, insieme all’artista Silvia Naddeo, terrò una conversazione-performance sul tema Giocare ad arte: se passate da Ravenna, l’appuntamento è dalle 17.30 alle 19.00 presso il locale Tribeca Lounge (Via Trieste 90) e si svolge all’interno della terza edizione della rassegna Librando ideata e come sempre ottimamente curata da Ivano Mazzani.

ok-9 Librando Terza edizione

 

 

 

 

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