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Posts Tagged ‘luca maggio’

Il lavoro in versi Silhouette (Italic, 2018) di Luca Maggio è una piccola Spoon River sospesa fra Rivoluzione francese e una ideale galleria dantesca, mentre la conclusione, isolata, è affidata a una invocazione pronunciata da Orfeo. Queste pagine sono dedicate a poeti quali Valerio Magrelli, Valentino Zeichen e Alda Merini.

Infine, il disegno in copertina è opera calligrafica dell’artista Sara Vasini, pensata appositamente per questo libro e realizzata con la sua caratteristica assenza di crenatura. Di questo e molto altro, artista e autore saranno lieti di parlare durante la conversazione di presentazione del volume mercoledì 8 maggio 2019 h.18.00 presso la libreria Feltrinelli, Via A. Diaz 14, Ravenna


Sara Vasini, Senza crenatura, Incipit vita nova, 2017, 12×17 cm, inchiostro su carta
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Il lavoro in versi Silhouette di Luca Maggio è una piccola Spoon River sospesa fra Rivoluzione francese e una ideale galleria dantesca, mentre la conclusione, isolata, è affidata a una invocazione pronunciata da Orfeo. Numerosi i personaggi a cui l’autore ha restituito la parola e infine, dopo un’accurata limatura, ha pubblicato nel 2018 per i tipi dell’editore Italic. Sono pagine dedicate a poeti quali Valerio Magrelli, Valentino Zeichen e Alda Merini.

Importante il disegno in copertina, opera calligrafica dell’artista Sara Vasini, pensata appositamente per questo libro e realizzata con la sua caratteristica assenza di crenatura. Di questo e molto altro, artista e autore saranno lieti di parlare durante la conversazione di presentazione del volume sabato 23 marzo 2019 h.17.30 presso la libreria Libridine, Viale Baracca 91, Ravenna.

Sara Vasini, Senza crenatura, Incipit vita nova, 2017, 12×17 cm, inchiostro su carta

Ps. Oggi questo blog compie nove meravigliosi anni! Grazie di cuore a tutti voi, lettori preziosi. Con Kavafis auguro a ognuno di voi che la strada per la vostra Itaca sia ancora lunga e (…) che duri a lungo. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso, / già tu avrai capito cosa Itaca vuole significare.

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Ai Sabati del Moog giungono il critico d’arte Luca Maggio e la ricercatrice Cristina Carile che, tra proiezioni e parole, ci conducono in un itinerario dall’antichità a oggi sulle tracce di visioni e opere d’arte .
Visioni e appunti fra antico e contemporaneo: arrivano ai Sabati del Moog grazie alla conversazione tra la ricercatrice Cristina Carile e il critico d’arte Luca Maggio. Appuntamento con la rassegna curata da Ivano Mazzani sabato 16 marzo, alle ore 18.00, in vicolo Padenna 5 a Ravenna. Cristina Carile e Luca Maggio esplorano al Moog i codici di comunicazione di opere antiche e contemporanee, interrogandosi sul rapporto tra immagine e parola e discutendo un certo tipo di arte contemporanea che usa la parola scritta come immagine-opera in sé. A strutturare la loro conversazione, una serie di proiezioni con opere d’arte d’ogni epoca.

L’appuntamento è a ingresso libero.

Maria Cristina Carile è una bizantinista specializzata in arte e archeologia. Dopo diverse esperienze di ricerca nel Regno Unito, in Turchia e in Grecia, dal novembre 2015 è ricercatrice presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna. Lo studio congiunto delle fonti materiali, visive e testuali caratterizza la metodologia applicata alla sua ricerca, come appare nella sua monografia The Vision of the Palace of the Byzantine Emperors as a Heavenly Jerusalem (CISAM, 2012) e in altre sue pubblicazioni. Ha presentato i suoi lavori a congressi e conferenze e tenuto seminari universitari in ambito nazionale e internazionale.
Luca Maggio è nato a Bergamo nel 1978. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali con indirizzo Arte Contemporanea presso l’Università di Bologna, si è dedicato all’insegnamento, oltre a impegnarsi come curatore di mostre e critico d’arte. Vive e lavora a Ravenna e dal 2010 gestisce il blog politematico lucamaggio.wordpress.com
 

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Alessandra Rota, L19 Alabastro 1 (particolare), 2018

L19-26. Alessandra Rota e gli alabastri di Galla Placidia

di Luca Maggio

“Astri di fuoco che la notte abitate i cieli lontani” Simone Weil

Dalla notte dei tempi l’uomo è affascinato dai colori e dai disegni che si formano sull’alabastro e che attraverso la luce si accendono e prendono vita grazie alla natura di questo materiale, non a caso usato per manufatti artistici, funerari e d’uso quotidiano presso più culture antiche, dall’egiziana all’etrusca, sino alle finestre paleocristiane del cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia (benché nel corso dei secoli, com’è noto, le lastre originali siano state sostituite).

Il presente progetto specifico ideato da Alessandra Rota (Bergamo, 1976) su suggerimento di Felice Nittolo che desiderava per la niArt un lavoro pensato su Ravenna, prende spunto proprio dagli alabastri placidiani per ripensarli in funzione del materiale prediletto di questa artista, il legno.

Alessandra Rota, L20 Alabastro 2, 2018,
tessere legno frassino tinto scuro su pannello legno, cm 122x55x4,6

Formatasi a Milano e avendo lavorato anche nel design, la Rota scopre le sue radici ideali tanto in maestri occidentali del secolo scorso, quanto nell’ukiyo-e giapponese, più che per i soggetti, per la leggerezza fluttuante e lineare dell’estremo oriente, che come l’aria attraversa e nutre l’anima delle sue opere apparentemente geometriche e astratte, ma il cui minimalismo è frutto di un processo attentissimo di distillazione che parte da dati reali.

Anche la musicalità decisa e insieme delicata di Paul Klee può considerarsi fra i rimandi prossimi a questo suo riorganizzare porzioni di mondo (si pensi alle sue Visioni o ai Rimescolamenti), sempre giocando fra il rigore simmetrico delle Variazioni di Bach e le rarefazioni impreviste di Cage, due autori non a caso protagonisti di bachCage, disco di uno fra i pianisti più intelligenti e sperimentatori degli ultimi anni, Francesco Tristano Schlimé, che potrebbe essere colonna sonora perfetta per questa impresa.

Alessandra Rota, L21 Alabastro 3, 2018,
tessere legno frassino tinto ambra su pannello legno, cm 122x55x4,6

Come per i lavori precedenti, anche nei legni presenti – e si ricordi che la lettera L dei titoli sta appunto per Legno – dal policromo L19 ai monocromi L20, 21 e 22, la Rota è partita da cartoni quanto mai minuziosi in cui si rielaboravano i tratti infuocati di una delle finestre di alabastro del mausoleo cristiano, per ricostruirne in senso geometrico la trama con una mappatura numerata (che inconsapevolmente può ricordare il ciclo Vestigia dello stesso Nittolo). Questa, a sua volta, è servita da base per collocare con precisione le tessere di legno di frassino ridipinte in toni che l’artista ha nominato “ambra, ciliegio e scuro”, poi intagliate e rifinite, al cui interno però giocano ulteriormente i disegni casuali delle venature, senza contare che le altezze differenti di ogni parallelepipedo ligneo potrebbero far pensare a una citazione indiretta della tecnica bizantino-ravennate di posizionamento delle tessere secondo pressioni distinte per ogni singolo elemento.

Alessandra Rota, L22 Alabastro 4, 2018,
tessere legno frassino tinto ciliegio su pannello legno, cm 122x55x4,6

Com’è spesso consuetudine per quest’artista, anche queste opere hanno una cornice contenitiva, un recinto inconscio e razionale al contempo, in grado di evitare la fuga delle tessere affinché Alessandra possa tentare il controllo di ognuno dei frammenti quadrangolari e dell’identità d’insieme nella composizione generale. Questo perché i suoi legni respirano. Sono meditazioni immaginate ma vive di “visioni curative, ancestrali, oniriche” secondo le sue stesse parole, aggregazioni tridimensionali dell’aria, suo elemento primo e interiore, senza scordare il secondo elemento a lei esterno sebbene altrettanto centrale, ovvero la terra, in particolare le forme e i colori degli alberi, in passato ispirate fra le altre a opere di Giovanni Frangi, poi mutate sino a ottenere un’astrazione fluida in grado di generare, ad esempio, la serie dei piccoli Vegetali al microscopio.

Alessandra Rota, L15, Vegetali al microscopio 1, 2017, cm 22,2×30,3×4,2
Alessandra Rota, L17, Vegetali al microscopio 3, 2017, cm 22,2×30,3×4

Proprio proseguendo questa vena della sua ricerca, ecco nascere anche nel ciclo qui esposto gli Alabastri al microscopio L23-26, in cui si dà contezza sia dell’esplorazione dei legni maggiori ingrandendone alcuni particolari sino a ricavarne opere sostanzialmente diverse per quanto riconducibili a un’origine comune, come una sorta di breve viaggio frattale, sia dell’uso di tessere scartate dai lavori precedenti, dunque non progettate appositamente ma impiegate ugualmente, testimoniando ancora una volta l’oscillazione teorico-pratica della Rota fra caso e necessità, fra le dimensioni sonore, benché sapientemente dosate, di Cage e Bach, riuscendo ad armonizzare l’I Ching con l’ordine scrupoloso della percezione complessiva, il cui disegno, a sua volta, si presenta come un’astrazione geometrica che, specie nei pannelli al microscopio, non si sa se nata da aggregazioni accidentali o estremamente programmate, in un gioco di specchi e rimandi fra razionalità e fatalità pressoché privo di limiti.

Alessandra Rota, L23 Alabastro al microscopio 1, 2018,
tessere legno frassino tinto scuro e ambra
su pannello legno, cm 30x22x4,1
Alessandra Rota, L24 Alabastro al microscopio 2, 2018,
tessere legno frassino tinto scuro e ciliegio
su pannello legno, cm 30x22x4,1

Eppure tout se tient, come nella risoluzione del problema acustico nella Sala del Triclinio della reggia bizantina all’inizio del Fuoco greco, capolavoro indimenticato di Luigi Malerba: “Costantino e gli uomini del suo seguito osservarono attentamente la sala e in nessun luogo notarono dei cambiamenti. Si domandarono se il risultato finale fosse opera di magia ma i due persiani, che avevano intuito il sospetto, fecero notare all’Imperatore dei sottilissimi fili di seta tesi come una invisibile ragnatela fra una colonna e l’altra e fra le colonne e il soffitto secondo criteri, dissero, calcolati in base alla teoria pitagorica dei suoni e dei numeri applicata con profitto già in varie occasioni.”

Questione di equilibrio, dunque. Non resta che fermarsi per perdersi di fronte ai saliscendi lignei di quest’artista, in cui ogni tessera pare generare quella accanto, come ogni opera precedente è madre della successiva, e quasi, se viste in orizzontale, appaiono quali mappe di nuove Città invisibili, come se il romanzo del 1972 di Italo Calvino continuasse a produrre in legno pagine nuove senza fine.

Alessandra Rota, L19 Alabastro 1, 2018,
tessere legno frassino tinto scuro, ambra e ciliegio su pannello legno,
cm 122x55x4,6

L 19-26. Alessandra Rota e gli alabastri di Galla Placidia

a cura di Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

Vernissage sabato 2 marzo ore 19,00 / dal 2 al 16 marzo 2019

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

su appuntamento chiamando il n. 338 2791174;

email galleria : artgallery@alice.it

Web : www.niart.eu

email artista: rota-alessandra@virgilio.it

Patrocinio: Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura

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L 19-26. Alessandra Rota e gli alabastri di Galla Placidia, ovvero una mostra di cui è protagonista un’artista e designer bergamasca che, su suggerimento di Felice Nittolo, propone un ciclo pensato su Ravenna, prendendo spunto dagli alabastri del cosiddetto Mausoleo di Galla Placidia per ripensarli in funzione del suo materiale prediletto, il legno.

La Rota è partita da cartoni quanto mai minuziosi in cui si rielaboravano i tratti infuocati di una delle finestre di alabastro della tomba placidiana, per ricostruirne in senso geometrico la trama con una mappatura numerata, base per collocare con precisione il mosaico in tessere di frassino ridipinte in tonalità ora più chiare ora più calde, al cui interno giocano ulteriormente i disegni casuali delle venature del legno, costituendo vere e proprie scale e variazioni musicali bachiane.

“Questione di equilibrio, dunque. Non resta che fermarsi per perdersi di fronte ai saliscendi lignei di quest’artista, in cui ogni tessera pare generare quella accanto, come ogni opera precedente è madre della successiva, e quasi, se viste in orizzontale, appaiono quali mappe di nuove Città invisibili, come se il romanzo del 1972 di Italo Calvino continuasse a produrre in legno pagine nuove senza fine.”

L 19-26. Alessandra Rota e gli alabastri di Galla Placidia

a cura di Luca Maggio

niArt Gallery, via Anastagi 4a/6 (Zona Porta serrata) Ravenna

Vernissage sabato 2 marzo ore 19,00 / dal 2 al 16 marzo 2019

orari: martedì, mercoledì 11,00- 12,30; giovedì, venerdì 17,00-19,00; sabato 11-12,30 /17-19

su appuntamento chiamando il n. 338 2791174;

email : artgallery@alice.it

Web : www.niart.eu

Patrocinio: Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura

Alessandra Rota, L19 Alabastro 1 (particolare), 2018

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Questo lavoro in versi è una piccola Spoon River sospesa fra Rivoluzione francese e una ideale galleria dantesca. Molte le ombre cui ho restituito parola dopo che anni fa vennero a trovarmi, riposando per tanto tempo nel cassetto. La conclusione, isolata, è affidata a un’invocazione pronunciata da Orfeo. Sono pagine dedicate a Valerio Magrelli, Valentino Zeichen, Alda Merini e a Rita, mia madre (1949-2016).

Chi ringraziare? Coloro che mi amano semplicemente, prendendomi per come sono: familiari, amici (pochi e veri), i miei ragazzi a scuola e, non ultimo, l’editore Italic (in particolare Andrea Giove) che ha creduto in me.

Auguro a tutti buone festività: a proposito, ora sapete cosa regalarvi!

PS. Il disegno in copertina è di Sara Vasini, donna e artista e amica straordinaria.

 

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Luigisedici

 

magari non voleva nascere re

e dedicarsi a incudine e martello

più che a ostriche e parrucche di stato

sulle monete il profilo

è quello solito

borbonico ben pasciuto un po’ ebete

quello degli avi nasoni

ma quanto pesa stavolta

il ghigno della storia

la testa sola in assenza del corpo

 

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Paolo Malatesta (Inferno V)

 

tremulo mi muovo al buio

come candela leggera animula vagula

se sussurri scompaio

fa’ piano di me non resta nulla

è tutto Francesca tutto me s’è presa

passionedoloreamore

io zitto sto solo

serenamente dispero nell’errare

non più sapendo dove e perché fermare

 

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Orfeo

 

ti sto aspettando

sempre

ché tu non sapresti riconoscere me

Euridice volto d’erba

vedo il trucco che cola

sul volto annegato al bordo

nell’inferno delle tariffe

fra seni e peni

eppure saprò cantare ancora

poeta senza bocca senza mani

solo fra rami e animali

per te pianti e risi

che bagnino i miei sogni alti

come pioggia gli aquiloni

 

Luca Maggio, Silhouette, Italic 2018

 

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Anthony Hecht (1923-2004)

 

“The Darkness and the Light

Are Both Alike to Thee” Psalms 139:12

 

Like trailing silks, the light
Hangs in the olive trees
As the pale wine of day
Drains to its very lees.
Huge presences of gray
Rise up, and then it’s night.

Distantly lights go on.
Scattered like fallen sparks
Bedded in peat, they seem
Set in the plushest darks
Until a timid gleam
Of matins turns them wan,

Like the elderly and frail
Who’ve lasted through the night,
Cold brows and silent lips,
For whom the rising light
Entails their own eclipse,
Brightening as they fail.

 

Anthony Hecht, from The Darkness and the Light (2001).

 

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“Le tenebre e la luce

sono eguali per te” Salmi 139: 12

 

Come filamenti di seta, la luce

Si intrattiene sugli ulivi

Mentre il vino pallido del giorno

Si esaurisce fino al suo fondo.

Vaste presenze di grigio

Sorgono, ed ecco la notte.

 

Di lontano giungono luci.

Sparse come faville cadute

Sprofondate nella torba, sembrano

Porsi nel buio più fitto

Finché un bagliore accennato

del mattutino le volge al diafano,

 

Come gli anziani e i fragili

Che hanno resistito all’oscurità,

Fronti fredde e labbra silenziose,

Per i quali la luce nascente

Conduce alla loro eclissi,

Facendosi più luminosa mentre essi vengono meno.

 

Anthony Hecht, da The Darkness and the Light (2001), traduzione di Luca Maggio (2018).

 

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