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Posts Tagged ‘luca maggio’

Sara Vasini, I want to sleep with you, 2016, corallo rosso corallo nero e marmo in oggetto già fatto

Noi altri dipintori habbiamo da parlare con le mani. Annibale Carracci

Domani, sabato 5 maggio 2018, presso la Libreria Libridine (Viale Baracca 91, Ravenna) alle ore 17.30 si terrà una conversazione su arte e letteratura fra il critico Luca Maggio e l’artista Sara Vasini, che descriveranno con esempi di testi e opere il rapporto fra questi due potenti canali espressivi umani e nello specifico il rapporto fra le opere musive di Sara e alcuni autori importanti per il suo percorso di ricerca creativa.

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(31)

Summer for thee grant I may be
When summer days are flown!
Thy music still when whippoorwill
And oriole are done!

For thee to bloom, I’ll skip the tomb
And sow my blossoms o’er!
Pray gather me, Anemone,
Thy flower forevermore!

(1858)

Emily Dickinson (1830 – 1896), Poems, edition by T.H.Johnson, Boston, Little Brown, 1960.

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(31)

Possa essere io la tua estate

Quando i giorni estivi saranno volati!

E la tua musica, quando caprimulgo

E rigogolo preferiranno il silenzio!

 

Fiorirò per te, oltre la tomba

Spargendo i miei boccioli!

Coglimi, Anemone, come una preghiera,

Tuo fiore per sempre!

(1858)

Emily Dickinson (1830 – 1896), Poemsn.31, traduzione di Luca Maggio.

 

PS. Oggi compio quarant’anni. Dedico questa mia personale traduzione della Dickinson a mia moglie Silvia. E buon primo maggio a tutti voi!

 

 

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Amo l’opera di Adriano Spatola (Sappiane, 1941 – Sant’Ilario d’Enza, 1988), intellettuale, saggista, editore e anzitutto poeta totale. Poco tempo fa mi è capitato di trovare la bellissima raccolta Diversi accorgimenti che uscì nel settembre 1975 per i tipi delle sue mitiche edizioni Geiger.

Mi sono accorto che questo libro presentava delle piccole sorprese e non a caso pubblico questo articolo oggi, strano giorno in cui coincidono la Pasqua cristiana e il primo aprile, ricorrenza pagana e unica data che questo blog festeggia annualmente.

Tornando al mio volumetto, alcune pagine hanno una tinta azzurrina, un probabile errore di stampa, e su altre addirittura impronte digitali (del tipografo? Dello stesso Spatola?).

Poi, sulla quarta di copertina, la citazione della nota critica di Luciano Anceschi è riportata solo parzialmente, mentre sulla sinistra, prima del prezzo, peraltro di lire 4000 a differenza delle 2400 consuete, c’è fra parentesi la scritta “ristampa”, benché all’interno l’edizione risulti sempre del settembre 1975. Infine, sempre vicino al prezzo ma verso destra è applicata un’etichetta, forse coeva, con la cifra 30/100, quasi fosse una riedizione limitata.

Incuriosito, ho domandato qualche lume al fratello di Adriano, ovvero Maurizio Spatola, che curando il prezioso Archivio e l’ottimo Blog ad esso collegato, non solo ha risposto con grande gentilezza, ma mi ha anche accordato il permesso di pubblicare qualche immagine del libretto, peraltro visibile per intero al seguente link:

www.archiviomauriziospatola_diversiaccorgimenti

Dunque Maurizio Spatola ha escluso che si possa trattare di un’edizione pirata successiva alla prima, “anche per la variazione del prezzo troppo limitata. Ritengo invece che mio fratello, accortosi di qualche errore di stampa o refuso, abbia fatto una piccola ristampa corretta, numerando poi le copie per poter giustificare l’aumento del prezzo in copertina.” Inoltre, l’ipotesi di ristampa per correzione è l’unica possibile visto che la prima tiratura non andò esaurita. Resta la stranezza dell’etichetta e delle pagine azzurrine non presenti nelle copie in possesso del Sig. Maurizio e che rendono ai miei occhi ancor più prezioso il mio volumetto, benché queste impurità potrebbero far storcere il naso a più di qualche bibliofilo purista. Poco male e buon pesce d’aprile pasquale a tutti voi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Baue I, 1907, New York, Neue Galerie

“Coloro che non sono innamorati della bellezza, della giustizia e della sapienza sono incapaci di pensiero.” Hannah Arendt, La vita della mente

Premessa: protagonisti della scena seguente tratta da Stolen Beauty (2017) di Laurie Lico Albanese sono Adele Bloch-Bauer e Gustav Klimt, intento a dipingere il celebre Bacio. Il romanzo si articola in capitoli in cui vengono narrate in prima persona le storie parallele di Adele sullo sfondo decadente e meraviglioso della Vienna di inizio ‘900 e di sua nipote Maria Altmann, dalla fuga dall’Austria hitleriana sino alla restituzione in tarda età (nel 2006, a 90 anni!) di alcuni capolavori rubati alla sua famiglia dai nazisti verso la fine degli anni ’30 del secolo scorso. Da questa vicenda è stato tratto il bel film Woman in Gold (2015) con protagonista Helen Mirren, ispirato però al precedente libro di Anne-Marie O’Connor The Lady in Gold (2012).

Trattando di arte, giustizia e bellezza, ho pensato fosse la pagina giusta per festeggiare l’ottavo compleanno di questo blog, aperto il 21 marzo del 2010. Ringrazio le migliaia di lettori che in tutto questo tempo hanno voluto fermarsi e dedicarmi qualche attimo del loro cammino.

Gustav Klimt, Il bacio, 1907-08, Vienna, Österreichische Galerie Belvedere

“Lavorava lentamente, con un becco di Bunsen e un vasetto di colla. Passava prima la colla su un pezzetto di tela, poi scioglieva l’oro con la fiamma. Quando aveva raggiunto la giusta fluidità applicava la pittura d’oro con un pennellino piatto. I corpi dell’uomo e della donna venivano avvolti assieme da un unico involucro d’oro: tra loro nemmeno una linea, soltanto i simboli che si fondevano e le vesti che fluttuando si mescolavano in una sola.

-Una volta mi hai chiesto come volevo essere considerata da Vienna, – dissi io. – Ecco quello che voglio – questa magnificenza e ricchezza. Questo genere di complessità: l’infinito fondermi nella città.

– Ed è esattamente quello che intendo donarti, – disse lui.

Quello che c’era tra noi non era affatto semplice, come il puro desiderio o l’attrazione sessuale. Era una brama di bellezza e di significato, la voglia di ricercare nel mondo e in noi stessi. Avevamo il senso della permanenza e la paura dell’oblio. Sapevamo, naturalmente, che tutto è transitorio e niente dura – ma questo non ci impediva di anelare a qualcosa di eternamente bello.”

Laurie Lico Albanese, La bellezza rubata, Torino 2018, p.221.

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Premessa: talvolta l’impulso di tradurre è irresistibile quanto imprevisto. Come nel caso di questi versi della Bishop. E tradurre (dal latino traducĕre, portare oltre)  per me significa anche tradire (dal latino tradĕre, consegnare), ovvero non attenersi legnosamente alla lettera e alla metrica di un’altra lingua, ma condurre il significato di quelle parole oltre, consegnandole al senso-suono della propria cultura, del proprio mondo.

Dedico questa traduzione a Mario Raciti, pittore di verità, alla sua arte che è poesia di presenza e assenza senza fine. Con l’occasione segnalo anche l’ultima sua bellissima personale Il senso dell’oltre, presso l’ottima Galleria L’Incontro a Chiari (BS), appena inaugurata e aperta sino al 21 aprile 2018.

 

Mario Raciti, Mitologia, 1989, courtesy Galleria L’Incontro, Chiari (BS)

 

One Art by Elisabeth Bishop

 

The art of losing isn’t hard to master;

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster.

 

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn’t hard to master.

 

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

 

I lost my mother’s watch. And look! my last, or

next-to-last, of three loved houses went.

The art of losing isn’t hard to master.

 

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn’t a disaster.

 

—Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan’t have lied. It’s evident

the art of losing’s not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster.

 

Elisabeth Bishop (1911-1979), One Art, from The Complete Poems 1927-1979 (Farrar, Straus and Giroux, 1979-1983).

 

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Un’arte di Elisabeth Bishop

 

L’arte di perdere non è difficile da imparare;

così tante cose sembrano compiersi con la voglia

di andare perdute, ma questo loro perdersi non è un disastro.

 

Perdi ogni giorno qualcosa. Accetta l’ansia

per le chiavi della (tua) porta perdute, per l’ora inutilmente sprecata.

L’arte di perdere non è difficile da apprendere.

 

Esercitati a perdere di più e più velocemente:

luoghi e nomi e la meta che pensavi

di raggiungere. Niente di tutto questo sarà un disastro.

 

Ho perduto l’orologio di mia madre. E guarda! Se n’è andata

anche l’ultima, o prossima a esserlo, delle mie tre amate case.

L’arte di perdere non è difficile da imparare.

 

Ho perso due città e belle. E, più vasti,

furono miei alcuni regni, due fiumi, un continente.

Mi mancano, ma perderli non fu un disastro.

 

Anche perdere te (la voce scherzosa, il gesto

che amo) non mi farà cambiare idea. È evidente

l’arte di perdere non è poi difficile da apprendere

ma somiglia (scrivilo!) a un vero disastro.

 

Elisabeth Bishop (1911-1979), Un’arte, traduzione di Luca Maggio.

 

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Premessa: di seguito il mio testo critico in catalogo per la mostra SensofOrme di Roberto Pagnani, 24 febbraio-10 marzo 2018, niArt Gallery, Ravenna.

Roberto Pagnani, Giulia seduta, 2018, smalti e tempere su tela

Sforme

di Luca Maggio

 

Femme tu mets au monde un corps toujours pareil

Le tien

Tu es la ressemblance.

Paul Éluard, Facile, 1935

 

Sforme è un neologismo che aiuta a definire l’ultimo e inedito ciclo pittorico di Roberto Pagnani dedicato al corpo femminile, unione di SFOndi da cui emergono tonalità e combinazioni che costituiscono l’humus cromatico primo e sottostante alla campitura celeste di superficie, e di foRME di donna quasi giustapposte a questa o meglio, secondo il proposito dell’autore, quasi figure strappate e poste sulla tela (in realtà nate su tale supporto), simulando una relazione ludicamente contraria alla street art.

Il rapporto dialogico, dunque denso di costruzioni e contrasti, tra forme e sfondi e colori, ora volutamente opachi ora lucidi, alternando voluttuosamente quanto deliberatamente smalti e tempere e acrilici, è il cuore di questi lavori che vivono secondo lo stesso Pagnani di una “pittura sensorialmente tattile”.

Se l’unità d’insieme pare garantita dall’azzurro omogeneamente steso con i pennelli, ben presto si avvertono le divergenze, laddove in squarci talvolta brevi come lampi dell’inconscio si affacciano rossi, beige, gialli, blu e avorio non dipinti sopra l’azzurro ma sotterranei a esso e costituenti pertanto l’anima prima e nascosta dei quadri, a simulare gli strappi stessi lungo i bordi delle figure o talvolta affioranti in alcuni particolari all’interno dei corpi rappresentati.

Il celeste, in genere delicato, diviene dunque quasi pop rispetto alle tecniche usate per le forme femminili, che non si generano in forza di pennello, ma grazie a colpi di spatola e mano, oltre all’impiego di stecchini immersi negli smalti neri sia per marcare e ispessire i contorni sia per le fondamentali colature, reminiscenze d’informale che sempre lavorano in Roberto, impronte che continuano la vita delle singole opere oltre l’intenzione razionale dell’autore. Come sostiene la straordinaria Greta Wells, protagonista del capolavoro di Andrew Sean Greer: “Siamo molto di più di quello che diamo per scontato.”

E impronte della memoria, scatti fotografici non in posa, talvolta con cenni di moto, possono considerarsi questi schizzi di donna che sono completi proprio nella loro indeterminatezza voluta, immaginati senza volto, in qualche caso senza braccia, ma presenti con i volumi di schiena e seni e glutei e gambe talvolta fasciate da folgori seducenti di calze nere o rosse o gialle, oggetti-soggetti pittorici in sé (come nel superbo lavoro fotografico del ’78 di Carla Cerati, Forma di donna, in cui l’autrice scriveva in premessa: “Mi resi conto che quel corpo per me aveva cessato di appartenere a una persona: non era altro che un oggetto tridimensionale con una capacità di assorbire o riflettere o respingere la luce.”), la cui identità non va cercata in una modella che di fatto non esiste, ma nelle forme stesse che li fondano, col loro carico di disordine immediato e manuale, sbozzato e dotato di craquelure, contro l’ordine equabile e rassicurante dell’azzurro su cui paiono poggiarsi grazie ai contorni accesi dal colore: questi esaltano la sensuosità della materia carnosa in via di sfacimento e perciò aperta alle cromie sottostanti: esse, nel rivelarsi a tratti, smangiate, contribuiscono a risolvere il piacere carsico della tela, fra prigionia di un desiderato masochismo pittorico e sua liberazione.

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Roberto Pagnani, SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 2018

Da sinistra: Matteo Ramon Arevalos, Roberto Pagnani, Luca Maggio alla mostra SensofOrme, niArt Gallery, Ravenna 25 febbraio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

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