Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘luigi rossini’

Anonimo, Il tempio di Hercules Victor e il tempio del dio Portunus, XIX sec. (micromosaico)

Ultimo week-end di apertura della piccola e preziosa mostra Ricordi in Micromosaico – Vedute e paesaggi per i viaggiatori del Grand Tour, proveniente dal Museo Praz di Roma ed esposta sino a domenica 16 settembre presso il MAR di Ravenna.

Affascinante e d’una certa attualità la storia della nascita di questa tecnica nell’età dei lumi, poi perfezionatasi lungo la prima metà del XIX secolo: in breve, terminati nel 1757 i grandi e secolari lavori musivi di decorazione della Basilica di San Pietro a Roma, i maestri mosaicisti che per generazioni vi avevano partecipato si trovano disoccupati. Che fare?

Viene in aiuto la contingenza storica che vuole l’Italia del tempo meta privilegiata di nobili, studiosi, poeti e artisti europei del cosiddetto Grand Tour, attratti se non letteralmente rapiti dal dualismo del bel Paese, da una parte sede di mirabilia storico artistiche e archeologiche senza pari, dall’altra landa abitata da gente terribile e semiselvatica. In particolare molti visitatori d’oltremanica di fine ‘700 vedono “gl’italiani del popolo come sporchi, indolenti, criminosi; quelli delle classi alte poveri, scortesi, universalmente adulteri, plebe e aristocrazia superstiziose e abiette di fronte ai tiranni. I veneziani pugnalavano a tradimento alla minima provocazione, i napoletani erano per natura diabolici, e così via. Il tipo di devozione religiosa italiana soprattutto irritava gl’inglesi di quest’epoca”[1]. D’altro canto, scrittori quali Goethe, Stendhal e Chateaubriand riservano pagine più clementi verso il “brio” delle gentes italiche.

Ambito di Francesco de Poletti (Roma, 1779-1854), Paesaggio con figure danzanti (micromosaico)

Comunque, tutto contribuiva al fascino della penisola e i nostri mosaicisti ripensano le proprie abilità in piccolo, inventandosi appunto il micromosaico con tessere in pasta vitrea addirittura inferiori al millimetro, applicate su souvenir d’ogni specie, dai tavolini agli orecchini, dalle collane alle tabacchiere, dai braccialetti a veri e propri quadretti, che in altra epoca, perché no, si sarebbero potuti definire xenia.

I soggetti? Anzitutto rovine romane, colte dal vero o poste accanto ad altri monumenti in forma di capriccio, qualche tempio inclusi quelli di Paestum, il Colosseo, la torre di Pisa, persino un’eruzione del Vesuvio e poi ponti, cascate e bovi al pascolo, il paesaggio bucolico-arcadico come s’era standardizzato negli ultimi due secoli a partire da quello carraccesco[2] di inizio ‘600, passando poi per l’altro grande modello, il Lorrain, e che anche questi oggetti contribuiscono a perpetuare e diffondere nel cuore dell’Europa sino a buona parte dell’ ‘800.

Anonimo, Demi-parure con vedute di monumenti antichi e cascate, XIX sec.(micromosaico)

Molti dei loro esecutori avevano lo studio fra via Condotti, Piazza di Spagna e via del Babuino e fra di essi vanno almeno citati alcuni protagonisti, in primis Giacomo Raffaelli, padre-inventore del genere, poi Cesare Aguatti, Giuseppe Mattia, Michelangelo e Gioacchino Barberi, Francesco de Poletti, etc.: come emerge dal saggio in catalogo[3] della curatrice Chiara Stefani, essi avevano consapevolezza del proprio valore, anzi lo reclamavano presso l’Accademia di San Luca, stanchi della concorrenza sleale fatta ai loro danni da mercanti senza troppi scrupoli e altri mosaicisti di minor prezzo e bravura. A questo proposito, fin da subito[4] sorge la questione se essi siano da considerare o meno artisti: essendo, comunque, il loro un mosaico di tipo riproduttivo-pittorico, sebbene non privo in taluni casi di inventiva, si è più che altro di fronte a esempi di artigianato artistico di primissimo ordine, con alcune chicche commoventi, come la “micro-fotografia” a colori delle macerie della Basilica di San Paolo fuori le mura, fra le altre cose ricca di affreschi medievali del Cavallini e di mosaici d’età placidiana preziosissimi, dopo il terribile incendio del 1823, scena prima a me nota solo attraverso la pur ottima e precisa acquaforte del ravennate Luigi Rossini, quasi un’istantanea incisa immediatamente dopo il disastro e inserita poi nelle sue Antichità romane, volendo così per la prima volta equiparare le rovine classiche con quelle cristiane.

Anonimo, Rovine della Basilica di San Paolo fuori le mura dopo l’incendio del 1823, XIX sec. (micromosaico)

Luigi Rossini (1790-1857), Rovine della Basilica di San Paolo fuori le mura dopo l’incendio del 1823 (acquaforte)

Completano la mostra i gioielli creati da alcuni dei più originali e giovani mosaicisti formatisi presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, che danno un’interpretazione personale e contemporanea della tecnica micromusiva.

Per info: Mar – Ricordi in Micromosaico


[1] Mario Praz, Scoperta dell’Italia in Bellezza e bizzarria. Saggi scelti a cura di A. Cane, Milano 2002.

[2] In particolare si ricordi il Paesaggio con fuga in Egitto di Annibale Carracci del 1602-1604 ca., conservato presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma.

[3] Ricordi in Micromosaico (Roma, 2011), testo importante sia per la documentazione scritta che per l’apparato fotografico.

[4] Cfr. Pierre Le Veil, Essai sur la Peinture en Mosaïque, 1768, citato nel catalogo di mostra (op. cit., 2011) da Chiara Stefani nel suo saggio L’Italia in Miniatura, pag.33: “La science parfaite de toutes les parties de la Peinture n’est point de nécessité absolue pour les Peintres en Mosaïque, qui sont, à proprement parler, des Copistes, quoique dans la pratique de leur art, ils se rendent aussi estimables que bien des inventeurs…”.

Read Full Post »

Passeggiando per le vie di Roma, s’incontrano decine di epigrafi dedicatorie. In via Sistina, ad esempio, su un palazzo rosato si legge:

Roma, Via Sistina, lapide dedicatoria a Luigi Rossini, posta nel 1882

“S.P.Q.R / In questa casa/ Luigi Rossini (1790-1857)/ da Ravenna/ incisore architetto/ compose tutte le magistrali opere/ che lo resero famoso in Europa/ 1882”

In effetti Rossini si iscrive appieno nella tradizione illustre dei grandi incisori ravennati, da Marco Dente (1493-1527) a Giuseppe Maestri (1929-2009), purtroppo recentemente scomparso.  Anzi in tempi tristi di intitolazioni stradali a politici di non chiara fama, anzi ladronesca, si potrebbe pensare di dedicare una via ravegnana proprio a quest’ultimo artista che, in quanto tale, ha reso concreta l’utopia dostoevskijana sulla bellezza che salverà il mondo e la memoria dell’uomo: in fondo, tutto ciò che spesso resta di secoli di storia, fiumi di sangue, guerre e ogni sorta di ingiustizia è l’arte prodotta dai popoli e dagli artefici, talvolta anonimi, del passato.

Ma tornando a Rossini, dopo l’apprendistato bolognese presso Antonio Basoli e Giovanni Antolini, si trasferì presto a Roma (dicembre 1813) dove rimase fino alla morte, incantato sia dalle rovine antiche perfettamente sposate alle architetture papaline, sia dal paesaggio dell’Agro romano, a quelle date ancora arcadico.  Così nascono le centinaia di tavole delle sue vedute romane in più serie, dal 1818 al 1850, che, in un certo senso, chiudono gloriosamente quest’antica espressione figurativa: dopo Rossini, solo la fotografia.

Luigi Rossini, Veduta del Ponte Molle sul Tevere, 1822, acquaforte

Partito dagli esempi neoclassici “dell’immortale Piranesi”, come lo definisce nell’autobiografia, e delle delicate atmosfere di Giovanni Volpato, grandi incisori veneti attivi nel corso del XVIII secolo nella capitale dei papi, Rossini aggiornò le loro intuizioni nella sua opera di acquafortista-vedutista, riuscendo a coniugare certo gusto per il pittoresco, spesso in collaborazione con Bartolomeo Pinelli per le figure umane, con una sensibilità nuova, archeologico-scientifica, adatta ai tempi

Luigi Rossini, Rovine di San Paolo Fuori le Mura, 1823, acquaforte

che andava vivendo (in questo senso risulta pure esemplare un’incisione datata 1823, istantanea di un’epoca poiché eseguita immediatamente dopo lo spaventoso incendio che devastò l’antica basilica paolina fuori le mura), sensibilità che considerava i monumenti non più solo cave di opere scultoreo-musive da asportare come fino a tutto il ‘700, ma aventi ormai valore in sé, una coscienza culturale moderna dunque, maturata a Roma grazie a figure di studiosi eminenti quali Giovan Battista Visconti, suo figlio Ennio Quirino e, dopo l’occupazione francese che diede nuovo impulso agli scavi, Carlo Fea.

Luigi Rossini, Veduta di fianco dell'Arco di Costantino, 1836, acquaforte

Sarebbe interessante credo, pensare ad una mostra, peraltro semplice, con alcune vedute della Roma di allora, comparate a fotografie degli stessi luoghi oggi: senza intento polemico, piuttosto documentario, si potrebbero avere idee nuove su come restituire ad angoli più e meno noti, il loro fascino rubato: partendo dall’antico.

Luigi Rossini, Veduta di fianco del Campidoglio, 1819, acquaforte

Read Full Post »