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Posts Tagged ‘luigi zoja’

Con questa premessa desidero ringraziare l’artista Marco De Luca e Giovanni Gardini, vicedirettore del Museo Diocesano di Faenza e curatore della mostra Marco De Luca. La Pietra e il Silicio visitabile gratuitamente dal 5 ottobre al 9 novembre 2019 presso la Chiesa di Santa Maria dell’Angelo a Faenza: sono stato da loro coinvolto in questo bellissimo progetto con un mio testo in catalogo e la conversazione di oggi pomeriggio. A loro tutta la mia gratitudine.

L’evento è inserito nella programmazione della Biennale del Mosaico 2019.

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Marco De Luca, Il giardino dell’Eden, 2017

Marco De Luca. Nell’arte (abstract dal catalogo)

di Luca Maggio

“Questo istante di eternità è fragile, eppure estremo e sospeso!” Paul Claudel

Leonardo e Giorgione. Partiamo da loro. Come fondale una città-ossimoro, Venezia, storia di pietre e solidità che occupano volumi, poggiando sulla fluidità in moto perenne dell’acqua, per definizione priva di una forma sua. E Venezia – con Ravenna – è figlia di Bisanzio, eredità su cui si è costruita un rinascimento proprio, liquido, basato sul colore, non sul disegno dei toscani.

Marco De Luca, La sposa, 2017

In Leonardo, che soggiorna nella Serenissima nell’anno 1500, con l’evolversi dell’esperienza non c’è millimetro di stabilità, tutto sfuma, si sfalda, evapora: è tempo. Scienziato, capisce che la pittura è un rebus indecifrabile, anche se si prova a tornare sulla stessa immagine per anni. La certezza della definizione è impossibile. Il divenire vince.

Marco De Luca, Ascolta, piove, 2017

Giorgione, che pure non è veneziano, nella città lagunare raggiunge l’apice di una vita altrimenti troppo breve e sebbene tutt’altro che insensibile al passaggio leonardesco, all’opposto afferma l’attimo, afferra questo impossibile con quanto di più improbabile, il colore, e lo dilata. Studia. Lo osserva. Tenta il mistero col gioco tonale per dare a ogni millimetro quadrato la medesima temperatura. E trova un varco.

Marco De Luca, Arcano, 2019

Forse Marco De Luca è più vicino a questo secondo sentire perché avendo bene a mente l’effimero del tempo se ne astrae e lo distrae dai lavori suoi attraverso una inattualità sapientissima, fatta di coerenza nell’aver scelto e mantenuto e sviluppato la manualità paziente e di conseguenza una filosofia del mosaico sin dagli anni settanta del secolo scorso, dunque in controtendenza rispetto alle dominanti di quasi cinquant’anni fa, maturando quel suo “conoscere per disconoscere” la grammatica tutta del linguaggio musivo e oltre. 

Marco De Luca, Dissolvenza in porpora, 2018

Sono immagini le sue, ora in forma di quadro, ora tridimensionali, che danno corpo – ché le opere per lui sono sempre un fatto fisico – all’incanto, sì, a quella che senza remore e nonostante il secolo appena passato si deve nel caso suo chiamare bellezza, il teatro della bellezza di De Luca, laddove la radice della parola teatro è legata al verbo greco theáomai, “guardare, essere spettatore” e questo “etimo per molti è lo stesso di theós, dio.”[1] Il dio che osserva la sua stessa rappresentazione nello spazio scenico e sacro inventato per l’occasione, o più comunemente noi come piccoli frammenti di quel dio che caliamo lo sguardo sull’inatteso catartico che ci ferma. E rapisce.

Marco De Luca, L’origine, 2015

(…) essere circondati dai lavori di De Luca porta in luce – luce come mezzo anche materiale – una bellezza senza tempo, mai aneddotica, astorica, di cui si sostanziano queste creature immobili in apparenza, o meglio sospese, un attimo prima di ricadere nell’oblio che in effetti non procede, impedito dalla magia delle dissolvenze di questo artista, che emanano una tensione tonale e attrattiva costante.

Marco De Luca, Stele, 2016
Marco De Luca, Stele (particolare), 2016

(…) De Luca insomma è avanti alle avanguardie, essendo classico bizantino contemporaneo. (…) prima di ordinare le sue porzioni di mondo, come voleva Parmenide, vede ormai con la mente. Puro ardore.


[1] L. Zoja, Giustizia e Bellezza, Bollati Boringhieri, Torino 2009, p.25.

Marco De Luca, Ardesia e oro, 2019

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Filippo Berta, Istruzioni d'uso (particolare), 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso (particolare), 2012

“Molti dei mortali preferiscono l’apparire all’essere, e così commettono ingiustizia.” Eschilo, Agamennone

L’assunto della mostra curata da Raffaele Quattrone e visibile presso la Galleria OltreDimore (Piazza San Giovanni in Monte 7, Bologna) sino al prossimo 25 maggio è chiaro sin dal titolo, pensare l’impensabile ovvero “attraverso l’arte e la creatività provare a superare i limiti” di una società, quella occidentale, che ha fatto della gloria effimera (dal fiato corto, non certo quella dell’eroe omerico) connessa al denaro e al successo in termini di notorietà warholiana, i cardini fenomenologici su cui costruirsi. Da qui sembra non ci sia via d’uscita se questo modello è esportabile anche in altre culture che ammaliate dal potere dell’immagine desiderano farlo proprio: si pensi ai neomiliardari cinesi, russi, arabi o indiani o, anche, alle fasce più basse di reddito anche nostrane che ambiscono all’ultimo modello di telefonino o di Nike pur essendo disoccupate: viene in mente, tristemente profetica, la casa dei proletari interpretati da due superlativi Volontè-Melato, piena di cianfrusaglie scambiate per lusso, nel capolavoro di Petri, La classe operaia va in Paradiso (1971).

Filippo Berta, Istruzioni d'uso, 2012

Filippo Berta, Istruzioni d’uso, 2012

Ma non è sempre stato così. Ad esempio nell’antichità classica la questione etica era strettamente connessa a quella estetica, per cui la ricerca del bene era inseparabilmente composta da giustizia e bellezza, come nelle tragedie greche, Antigone di Sofocle in testa: “Assistendovi, siamo commossi dalla bellezza del dramma e, contemporaneamente, pensiamo a cosa è il bene”[1].

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Alessandro Moreschini, Ora et Labora, 2004

Poi il cammino occidentale ha progressivamente scisso questa unità, per cui se nel ‘500 la Chiesa raggiunse il massimo estetico toccando il minimo etico, viceversa, la ben più rigida e pragmatica morale protestante-calvinista produsse attraverso il puritanesimo la base “spirituale” del capitalismo americano (Max Weber docet) ma anche, quale conseguenza diretta del moralismo ad essa sottostante, un senso anestetico essendo ogni sforzo umano volto al profitto. Dunque in ambo i casi un vuoto.

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Michele Giangrande, Mike The Headless Chicken, 2010

Come ben argomenta Zygmunt Bauman, si è passati da un atteggiamento premoderno da guardiacaccia, sostanzialmente accettando l’equilibrio naturale Dio-Natura, a quello rinascimentale da giardiniere, che fa, disfa, pensa, progetta e concepisce però anche utopie, sino alla deregulation attuale, individualista e consumatrice, tipica del cacciatore che semplicemente continua a uccidere per sé: chi non partecipa alla caccia non ne viene esattamente escluso, diventa selvaggina. Questa caccia ha ipotecato l’idea di futuro per un “qui ed ora” senza scopo. O meglio: per i giardinieri l’utopia era la meta ideale della strada, per il cacciatore è la strada stessa.[2]

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Alberto Di Fabio Musica cosmica, 2012

Del resto, anche a livello sociale e urbanistico si è passati dalla contrapposizione machiavellica fra palazzo (il “palagio” delle Istorie fiorentine, 1525), sede del potere, e la piazza, luogo del ritrovo e anche di protesta popolare, alla scomparsa di quest’ultima in favore della street [3], dove non ci si ferma, non ci si raccoglie per discutere, ma si scorre mentre tutt’attorno sorgono alti e algidi i grattacieli, torri distanti di un’economia sempre più spesso non reale.

Enrica Borghi, Medusa, 2010

Enrica Borghi, Medusa, 2010

La stessa modernità virtuale rischia di isolare ancora di più l’essere umano privandolo del contatto fisico con l’altro, cancellando il residuo spazio fisico dello scambio, della condivisione, che senza indirizzo etico (ed estetico nel senso antico) può falsare se non annullare le potenzialità buone della rete, facendo sprofondare la vita di milioni di persone in una zona grigia melmosa, anonima, senza vita vera, ovvero destinata all’estinzione etica e priva di bellezza, come della complessità necessaria in cui può agire l’eroe tragico, mai veramente riducibile alla dicotomia bene-male.[4]

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

Roberta Grasso, 25 €/etto, 2009

È in grado oggi l’arte di dare risposte multiformi rispetto a tale ansia-urgenza etico-estetica? Porre un punto definito e definitivo al riguardo non è possibile, ma sempre usando la forza dell’immagine (e dell’immaginazione) le opere di questa mostra rendono credibili situazioni altrimenti contraddittorie o meglio impensabili: i “giochi militari” del video e delle foto di Filippo Berta, le plastiche riciclate aggrovigliate scultoree di Enrica Borghi, l’energia che si fa pittura nelle tele di Alberto di Fabio, il mosaico che si fa morbido in Roberta Grasso, i neon ironici e relativisti di Michele Giangrande, l’installazione analitica di Alessandro Moreschini circa Crescita e sviluppo insostenibili all’infinito (quando lo capiremo?) e la performance culinaria del collettivo ZUP-Zuppa Urban Project.

Sino a che l’arte saprà domandare e domandarsi criticità complesse (riguardo a sé, al circostante  e contemporaneamente meta-riflettendo sui differenti linguaggi espressivi) avrà un ruolo fondamentale e giammai decorativo nel riscatto dell’uomo dalle prigioni che egli stessi si è fabbricato.

Think The Unthinkable – Galleria OltreDimore, Bologna

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012

Zuppa Urban Project, ZUP nella città di Milano, 2012


[1] Luigi Zoja, Giustizia e Bellezza, Torino 2007.

[2] Zygmunt Bauman, Modus vivendi, Bari 2007.

[3] Luigi Zoja, op. cit.

[4] Luigi Zoja, op. cit.

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Nelle ultime due settimane ho assistito al primo e all’ultimo MozartIdomeneo e Requiem, allo Stabat Mater di Pergolesi e, su indicazione di un’amica preziosa, ho scoperto i Baustelle, in particolare gli album capolavoro Amen I Mistici dell’Occidente, appena uscito.

In musica, come nella vita, possiamo parlare davvero solo delle nostre reazioni e delle nostre percezioni. E se provo a parlare di musica, è perché l’impossibile mi ha sempre attratto più del difficile. (Daniel Barenboim)

Sono tempi da far west quelli toccatici in sorte: la dissoluzione di un mondo, di punti di riferimento e regole credute solide è più rapida che mai (cfr. Modus vivendi di Zygmunt Bauman e Giustizia e Bellezza di Luigi Zoja). Eppure la morte dell’anima è evitabile: la musica una possibile cura quotidiana e per alcuni la salvezza, come sanno bene i ragazzi venezuelani di Claudio AbbadoJosé Antonio Abreu (L’altra voce della musica, libro e dvd, Il Saggiatore, Milano 2006).

Trovare ogni giorno il tempo dell’ascolto è un po’ continuare ad arare ciò che resta del tempo intatto dei grandi ideali, dell’adolescenza, quando i compromessi e gli altri agenti inquinanti non erano che puntini opachi e lontani all’orizzonte: “peccant qui dissidium cordis et lingua faciunt“, scriveva Giovanni Pico della Mirandola a Ermolao Barbaro nel 1485 (epistola De genere dicendi philosophorum).

Oggi dedico Gli spietati dei Baustelle ad Anna M., che con queste loro parole me li ha fatti conoscere: “c’è un amore che non muore mai/ più lontano degli dei/ a sapertelo spiegare che filosofo sarei.

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