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seduzione antico mar

È una mostra ben riuscita quella del Mar di quest’anno curata come di consueto da Claudio Spadoni e desidero consigliarla per più motivi.

Anzitutto, è una mostra vera, intendo dire che dietro c’è un’idea, un progetto scientifico con tanto di buoni saggi in catalogo e la cosa in Italia non è affatto così scontata, dal momento che l’insulso e luccicante modello Goldin – Linea d’ombra trova sempre più proseliti, tanto l’importante è fare cassa.

Se la cultura fosse solo un ragionamento economico la grande maggioranza dei capolavori anche solo dell’ultimo secolo, letterari, musicali, artistici in genere, non avrebbe visto la luce dal momento che il nuovo spaventa e subito (spesso anche poi), a parte casi rari, non conquista le masse.

A Spadoni sono stati più volte contestati i presunti bassi numeri delle sue esposizioni, tanto che ha dichiarato di essersi giustamente stancato e che questa sarebbe stata l’ultima volta al Mar, istituzione che peraltro deve a lui un’identità.

Bene, se così è, ha chiuso in bellezza. Al netto del fatto che, per dirne una, i mezzi economici messigli a disposizione da Ravenna sono un quarto di quelli di Ferrara e Forlì, le grandi vicine, vale a dire cinquecentomila euro contro due milioni circa cadauna, per non dire del personale ridotto del Museo ravennate, che eroicamente fa davvero tutto quello che può.

Al di là, però, di questi non insignificanti dettagli tecnici, la mostra è da vedere perché rende evidente nelle varie sezioni il confronto, lo scontro, la ricerca accurata o lo scarto irridente con l’antico sviluppato da tutti i più importanti protagonisti delle avanguardie del secolo scorso, ragion per cui la classicità antica o rinascimentale si rivela non qualcosa di morto come voleva il marinettiano manifesto futurista (e anche lì la comparazione inevitabile era fra un motore ruggente e la Nike di Samostracia), anzi piuttosto essenziale alla costruzione dei percorsi sia individuali che generali dei movimenti d’appartenenza di tanti grandi.

A proposito, i nomi che contano ci sono tutti, anche se, onestamente, non tutte le opere sono di livello fra i maggiori come fra i minori (per dirne una, trovo scadente il Picasso esposto). Ma questo, su oltre centotrenta lavori raccolti, è fisiologico.

La mostra merita e questo è tutto ciò che conta.

MAR – La seduzione dell’antico

7.Carlo Carrà, Madre e figlio, 1934, olio su tela, cm 90x115, Macerata, Fondazione Carima, Museo Palazzo Ricci

Carlo Carrà, Madre e figlio, 1934, olio su tela, cm 90×115, Macerata, Fondazione Carima, Museo Palazzo Ricci

10.Giorgio De Chirico, Cavalieri in un paese, olio su tela, cm 40x50, Cortina d'Ampezzo, Museo d'Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi, Regole d'Ampezzo

Giorgio De Chirico, Cavalieri in un paese (senza data), olio su tela, cm 40×50, Cortina d’Ampezzo, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Mario Rimoldi, Regole d’Ampezzo

31.Pablo Picasso, Teté d'homme barbu, 1964, olio su tela, cm 46x33, Bologna, collezione privata

Pablo Picasso, Teté d’homme barbu, 1964, olio su tela, cm 46×33, Bologna, collezione privata

14.Lucio Fontana, Ritratto di ragazza, 1929-30, gesso colorato in azzurro alla base del collo, cm 32.5x18.5x22.5, Milano, Galleria Tonelli / Verona, Studio la città

Lucio Fontana, Ritratto di ragazza, 1929-30, gesso colorato in azzurro alla base del collo, cm 32.5×18.5×22.5, Milano, Galleria Tonelli / Verona, Studio la città

21.Leoncillo, Natura morta con bottiglia e polipo, 1943, terracotta invetriata, cm 36x30x21, Roma, Collezione Fabio Sargentini

Leoncillo, Natura morta con bottiglia e polipo, 1943, terracotta invetriata, cm 36x30x21, Roma, collezione privata

12.Marcel Duchamp, L'envers de la peinture, 1955, tessuto, penna e collage, cm 73.5x48, collezione privata

Marcel Duchamp, L’envers de la peinture, 1955, tessuto, penna e collage, cm 73.5×48, collezione privata

2.Enrico Baj, La vendetta della Gioconda, 1965, collage su tavola, cm 55x46, Vergiate, Archivio Baj

Enrico Baj, La vendetta della Gioconda, 1965, collage su tavola, cm 55×46, Vergiate, Archivio Baj

Franco Angeli, Souvenir, 1974-78, smalto su tela, cm 100x150x3.5, Collezione Luigi Achilli

Franco Angeli, Souvenir, 1974-78, smalto su tela, cm 100x150x3.5, collezione privata

Tano Festa, Michelangelo, 1967, smalto su tela, cm 81×65, Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza Scala

Tano Festa, Michelangelo, 1967, smalto su tela, cm 81×65, Milano, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie d’Italia, Piazza Scala

18.Yves Klein, Venus d’Alexandrie, 1962, pigmento ikb su resina, cm 72×35×26, Collezione privata Stefano Contini

Yves Klein, Venus d’Alexandrie, 1962, pigmento ikb su resina, cm 72×35×26, collezione privata

Marino Marini, Pomona, 1943-44, bronzo, cm 107.6x27.8x26.4, Pistoia, Fondazione Marino Marini

Marino Marini, Pomona, 1943-44, bronzo, cm 107.6×27.8×26.4, Pistoia, Fondazione Marino Marini

Giulio Paolini, Mimesi, 1975, calchi in gesso, due calchi: cm 48×23.5×25.5, due basi: cm 120×35×35, Torino, Fondazione Giulio e Anna Paolini

Giulio Paolini, Mimesi, 1975, calchi in gesso, due calchi: cm 48×23.5×25.5, due basi: cm 120×35×35, Torino, Fondazione Giulio e Anna Paolini

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, stracci e mica, cm 150x250x100, Biella, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967, cemento, stracci e mica, cm 150x250x100, Biella, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto

Bill Viola, Il quintetto del ricordo, 2000, video, cm 365.8×548.6×731.5, Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

Bill Viola, Il quintetto del ricordo, 2000, video, cm 365.8×548.6×731.5, Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto

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Orodè Deoro, L'eternità, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 92x71. Opera vincitrice della Targa d'oro del Premio Arte, nella sezione scultura.

Orodè Deoro, L’eternità, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 92×71. Opera vincitrice della Targa d’oro del Premio Arte, nella sezione scultura

Orodè Deoro (Taranto, 1974): sei nato in Puglia, ma oggi vivi e lavori a Milano. Vorrei che raccontassi ai lettori il tuo percorso formativo e in particolare come sei giunto al mosaico.

Sono autodidatta. Da ragazzo ero convinto di essere un poeta o quantomeno uno scrittore. Avrei dato tutto per la scrittura. Nel frattempo coltivavo parallelamente la passione per il disegno ma non ho potuto frequentare il liceo artistico né l’accademia per rifiuto dei miei.

Successivamente mi sono iscritto a filosofia a Perugia, scegliendo di tenere nascosta la scrittura, ma ero un disadattato e al secondo anno abbandonai gli studi, i libri imposti erano fuori luogo e la passione dell’arte reclamava tutta la mia esistenza. In quel momento, avrei voluto studiare il mosaico, un interesse di cui non so nemmeno l’origine, ma non potevo permettermelo e così ho lavorato per quasi un anno in un cantiere edile. Alla fine di quest’ennesima esperienza, giurai a me stesso che non avrei più lavorato, non sapevo come avrei fatto, ma me lo giurai. La mia vita procedeva per eliminazione. Facevo ordine, pulizia.

Con i soldi messi da parte ho cercato un luogo adatto, una specie di bottega rinascimentale, un posto fuori dal mondo dove essere finalmente me stesso. Ho vissuto perlopiù a Perugia, a Roma e a Firenze, ospite di amici, e quando stavo per finire i soldi ho scoperto per mia fortuna la casa museo Vincent City, a Guagnano (LE). Era il settembre del 2000, in una campagna della provincia leccese c’era una masseria interamente rivestita di ceramica, in modo estroso, kitsch, abitata da un pittore istrione che da anni cercava un mosaicista “stile Gaudí”. Quando c’incontrammo, dopo aver visto alcuni miei disegni, disse che ero il mosaicista che attendeva. Per me era la grande occasione, la situazione era magica, lui avrebbe fatto costruire per me tutti i muri che volevo, mi avrebbe garantito tutti i materiali necessari, e nel frattempo potevo continuare le mie ricerche pittoriche, la scrittura, le letture senza essere disturbato: potevo finalmente dimostrare a me stesso che le sensazioni di una vita avevano un fondamento.

Così dopo un mese mi trasferii a Vincent City e  dopo alcuni giorni mi ritrovai davanti al primo muro, di 4×3 metri, con in mano un paio di tenaglie da carpentiere e ai miei piedi due secchi, uno con un impasto di sabbia e cemento e l’altro pieno d’acqua con una spugna. Avevo 26 anni e quel giorno mi resi conto che avevo aggirato il sistema, e per la prima volta, contro tutti i pronostici, ero davanti al mio primo mosaico. Si trattava solo di passare dalla pittura da autodidatta al primo mosaico permanente. Questo pensiero mi faceva sorridere, mai niente di semplice per me. Tutti i miei errori o leggerezze sarebbero rimaste lì, in bella vista. Vincent City era già molto visitata, una media di 300/400 persone a settimana. Imparai così a creare in pubblico senza farmi disturbare. Anche questa era una novità. Che cosa sapevo in fondo di mosaico? Sapevo ch’era la tecnica che prendeva il posto della scrittura. Amavo Gaudí, m’intrigava Hundertwasser, ero attratto da alcuni reperti dell’arte precolombiana rivestiti con pietre preziose, ma il pensiero andò subito ai miei amati pittori, ai poeti, alla loro ribellione, alla loro passione.

Orodè Deoro, Paradiso Terrestre, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su muro, m 6x5, Casa Studio dell'architetto Fabio Novembre, Milano

Orodè Deoro, Paradiso Terrestre, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su muro, m 6×5, Casa Studio dell’architetto Fabio Novembre, Milano

Sin dall’inizio il mio desiderio più grande, anzi la mia necessità era di restare il più lontano possibile dal mosaico tradizionale, da quello bizantino per intenderci, e ancor di più volevo evitare come la peste i risultati industriali tipo Bisazza. M’imposi perciò delle regole: niente tessere quadrate e…  creare le figure utilizzando il minor numero di tessere possibile. Le tessere le avrei incastrate come in una specie di puzzle tenuto insieme dalle fughe, che divennero le linee portanti del mio disegno. In tale ricerca non ho avuto maestri. Vincent, il creatore di Vincent City, non ha mai fatto un mosaico. Ho vissuto lì per tre anni, realizzando venti opere di medie e grandi dimensioni. L’opera più grande è la Piazzetta dello Zodiaco, di 60 mq, con lo zodiaco preso come pretesto per parlare della vita e della società. L’opera a cui sono più legato è invece Il Trionfo di Bacco, un mosaico su muro esterno, di 7,5×3,5 m, fatto con ceramica, gres, sassi, specchi e luci elettriche. Il mosaico prende spunto da un’opera omonima di Poussin, ma ha poi derive psichedeliche e kitsch. Nella scena del Trionfo ci sono i ritratti degli abitanti della casa museo. Tra questi, Vincent è Bacco sul carro. Io sono il centauro blu che traina il carro. Defilato dalla scena del Trionfo, sulla destra dell’opera, c’è mio fratello, Dario Dieci, anch’egli mosaicista.

L’avventura nella casa museo dopo tre anni finì, per via delle continue incomprensioni con Vincent. In seguito ho vissuto mezzo anno a Barcellona, per guardarmi meglio l’opera di Gaudí. Ma smetto di dire dei salti mortali che ho dovuto fare dopo, delle botteghe che mi hanno rifiutato perché snobbavano la ceramica o per la mancanza di titoli di studio, ecc…

Preferisco parlare dei successi di questi ultimi due anni. Nell’estate del 2013 ho la fortuna di incontrare a Lecce l’architetto e designer Fabio Novembre, che ha visto le opere a Vincent City e mi commissiona un mosaico enorme, su un muro esterno della sua casa studio a Milano. Ho realizzato per lui un Paradiso Terrestre, di 6x5m.

Nel 2014 ho partecipato con un Trittico in mosaico alla Triennale Design Museum, diretta da Beppe Finessi. Ho partecipato a due collettive internazionali sul mosaico contemporaneo a Ravenna: nel 2014, “Eccentrico Musivo”, a cura di Linda Kniffitz e Daniele Torcellini e nel 2015, “Opere dal mondo”, per Ravenna Mosaico. L’opera esposta in “Eccentrico Musivo”, è stata poi acquisita dal museo MAR, e fa ora parte della meravigliosa collezione. A inizio 2015 la gioia della prima copertina, quella del semestrale francese Mosaïque Magazine. In aprile ho inaugurato il mio atelier a Milano. A ottobre ho vinto la Targa d’oro del Premio Arte, nella sezione scultura, con uno dei miei mosaici.

Orodè Deoro, En marche! En marche!, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 40x40. Opera acquisita dal Museo MAR

Orodè Deoro, En marche! En marche!, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 40×40. Opera acquisita dal Museo MAR

Be’, complimenti davvero. A questo punto ti chiedo di parlare liberamente della tua idea di mosaico (con reminiscenze pop o post pop, si potrebbero forse citare Adami e Nespolo), dell’uso che fai di questo linguaggio e dei tuoi materiali, la scelta della ceramica ad esempio, delle linee così marcate tra una frammento e l’altro, quasi a sottolineare con un impatto visivo di sicuro effetto l’idea di scomposizione del soggetto nel momento stesso in cui l’immagine si compone, spesso fra l’altro in primi piani.

Con la ceramica fu amore a prima vista. Quando vidi Vincent City capii che le tonnellate di ceramiche a disposizione erano la mia “tavolozza” perfetta. Essendo un figurativo, interessato ai temi del volto e del corpo femminile, capii che potevo partire dai risultati raggiunti dai migliori operai di Gaudí per puntare però a un’idea pittorica del mosaico. Per idea pittorica del mosaico intendo che la visione frantumata caratteristica del mosaico deve essere composta in modo tale da far pensare alla pittura. Effetto che mi è possibile grazie ai colori della ceramica e all’utilizzo che faccio delle fughe, oltre che per la mia poetica di ritaglio e di incastro delle tessere.

La ceramica, rispetto alle pietre, ai marmi, mi permette di creare qualsiasi forma allungata di tessera. L’effetto pittorico è principalmente di una pittura con campiture piatte, senza giochi di luci né ombre. Quando ho iniziato però non ho mai pensato ad Adami né a Nespolo perché sono passato al mosaico da una pittura di base espressionista, arricchita dal dripping e da combustioni alla Burri. Adami e Nespolo erano l’esatto contrario dei miei miti, eppure ci sono delle somiglianze. Questo perché la mia intuizione mi portava a delle linee di contorno nette, rispetto ai risultati pittorici. Sentivo che l’irruenza che mettevo nella pittura aveva come corrispettivo musivo l’ordine, i contorni netti. È difficile da spiegare, ma i linguaggi e i materiali sono diversi.

Nella ceramica io ho già il colore, non lo devo creare, devo solo ritagliarlo e incastrarlo nel punto giusto, nel migliore dei modi che sento. Sin dall’inizio mi venne di mostrare il disegno e non il caos pittorico. Sin dalle prime tessere ricordo l’urgenza di comporre i corpi con pezzi simbolici e a incastro, una tessera per il naso, due tessere per le labbra ecc. Guardando le mie opere si può pensare alle vetrate e all’intarsio, ma non mi sono mai occupato di vetrate né di intarsio di marmi o del legno. Sono somiglianze di cui sono diventato consapevole successivamente. Davvero non so da dove mi venga questa tecnica e realizzo le mie opere pensandomi pittore o poeta. Oltretutto, parallela alla ricerca sulle tessere, c’era e c’è la ricerca sulle fughe, che nel tempo hanno preso sempre più importanza nelle mie opere, conquistando sempre più spazio. Il mio utilizzo delle fughe credo sia davvero il mio colpo di genio. 

Orodè Deoro, 5.Senza parole, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 60x90

Orodè Deoro, 5. Senza parole, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 60×90

Come consueto, in finale di battuta chiedo al mio ospite dei suoi progetti futuri, sia immediati che a lungo termine. In più stavolta, trattandosi di un momento storico così incerto, ti domando anche cosa pensi di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.

Le idee e i progetti sono tanti. Direi che è il momento di una personale che faccia il punto sulla mia ricerca musiva. Voglio organizzare più eventi multidisciplinari nel mio atelier milanese. Voglio realizzare – prima di tutto – dei capolavori indiscutibili. Voglio che ci sia maggiore attenzione per il mosaico in generale. Voglio incontrare i grandi maestri di questa tecnica meravigliosa. Questo è quello che farò.

Riguardo al nostro tempo, caro Luca, stiamo raccogliendo quello ch’è stato seminato. Qualunque cosa sia, questo raccolto è la verità. Ed è sempre bene abbracciare la verità. Devo ammettere inoltre che, al di là della crisi in tutti i campi e delle tensioni da terza guerra mondiale, le mie uniche preoccupazioni riguardano i continui danni all’ambiente e le nuove cattivissime frontiere del mercato alimentare, le porcherie che ci rifila nel piatto il regime democratico, vale a dire il regime che stanno ricostruendo attraverso la maschera della democrazia – maschera che sta per cadere.

Mi fa pena pensare a tutti quelli che in questo regime operano, senza ribellarsi e quindi nutrendolo. È un momento storico unico. Se ci sarà un futuro, e se ci sarà una memoria di questi giorni, verremo ricordati come l’unica razza che si è auto-avvelenata. La guerra e la violenza ci sono sempre state, ma milioni di persone che si nutrono di veleno, vendendo veleno, innaffiando con veleno dei semi impoveriti e l’ambiente, no; siamo i primi e gli ultimi, non possiamo avere un seguito.

Detto ciò, ha senso più che mai ribellarsi, fare il contrario di quello che dicono (tutti), fare niente semmai e farlo benissimo. Ha senso più che mai realizzare i propri sogni, incarnare il proprio sogno.

C’è infine da dire che non c’è mai stato un periodo così ricco per il mosaico, libero finalmente di confrontarsi in totale pienezza e libertà con le altre arti più famose.

Per cui godiamocelo, godiamoci il mandala!

Orodè Deoro, Primo omaggio a Milano, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello di cm 90x90

Orodè Deoro, Primo omaggio a Milano, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello di cm 90×90

 

Contatti:

Atelier Orodè Deoro,

Via Lattanzio 15, Milano

333.9588907

www.orodedeoro.com

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Ed ecco il mio testo in catalogo per l’opera di Sara Vasini Tu, in mostra presso il MAR di Ravenna sino al 27 settembre all’interno della collettiva R.A.M. 2015 – Pedagogia dello sguardo. Buona lettura.

Sara Vasini, Tu, 2015

Sara Vasini, Tu, 2015

Tu, Sara Vasini

di Luca Maggio

“No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main.” John Donne

“e leviga la sua notte, anello dopo anello” Mahmud Darwish

Tu: una serie di ditali da cucito disposti in fila ordinata su una parete. Il metallo luccica con la luce giusta. Dentro ognuno, misteri minuti e sospesi, delicati come “ombre di api sull’erba”[1].

Tu e lui: l’abbraccio finale, il ritrovarsi di Jean e Juliette sull’Atalante di Jean Vigo, poveri e splendenti sul pavimento dell’imbarcazione a sua volta sopra un letto di onde argentate: anime di una stessa anima, direbbe John Donne, e come le aste di un compasso, per quanto lontane, sono sempre unite in una promessa d’eterno ritorno.[2]

Tu e gli altri: dita d’infanzia in gioco che sfiorano forme su vetri appannati in un inverno bergmaniano, mani intrecciate a mani nella sera estiva al frinire di cicale impazzite, vite che s’incrociano, corpi che si mescolano, battute nate e perse, ben spese, con gli amici, l’urlo dell’amico a squarciare la collina fiorita, il muso del cane, andato come Arianna col suo filo, il baccanale sonoro del mercato, l’incanto di nuvole bianche e graffi sugli scogli della costa, successi, delusioni, giorni di sabbia, scarabocchi di cose che non si dimenticano. L’isola che non c’è.

Ed è Wendy a regalare a Peter Pan un ditale da cucito chiamandolo bacio.

Ecco cosa contengono i tanti Tu di Sara Vasini, un centinaio, affinché se ne veda da lontano la processione (come in Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna), senza però attribuire al numero valori particolari. Uno zero zero. Ma tutto ben ritmato, a ricordare nella ripetizione certe avventure fondanti il minimalismo musicale coi loro suoni elegantemente ossessivi, reiterati con variazioni e aggiunte e accumulazioni quasi nascoste dal fluire delle note, come gli undici accordi che sostengono la struttura di Music for 18 musicians di Steve Reich (1976) e ancor più i cinquantatré  moduli di In C di Terry Riley (1964).

Questi piccoli nidi metallici, nati per difendere le dita dal dolore dell’ago, come le basiliche bizantine in semplici e spogli mattoni esterni celano e proteggono i bagliori musivi interni, celano anch’essi e proteggono un mosaico di scaglie di materia povera come conchiglie e sassolini, oltre a cenni di turchese, ambra, corallo, tutti danzanti in moto circolare, dunque organico e vivificante, attorno al nucleo prezioso in tessera d’oro che è l’altro, il Tu cui si rivolge l’artista e che coinvolge chiunque guardi queste sedi simboliche dell’incontro, avendo saturato il proprio vuoto con frammenti densi ed essendo ormai divenuti altro dal proprio uso quotidiano, senza possibilità di ritorno, in un processo che parte dai ready-made duchampiani e passa per gli innesti di oggetti e neon di Merz[3] sino ai giorni nostri.

La tecnica con cui Sara ha costruito le sue microarchitetture non le è nuova, avendola già sperimentata nei lavori di You just sit there wishing you still make love (2012-13), ma lì, al centro, era la stilizzazione di una sedia, idea dell’attesa, qui è l’oro, con la sua luce, il tesoro che è il desiderio dell’altro da sé da accogliere al proprio centro. Se si è privi dell’altro, non può accadere mutazione, né sfida, né crescita, né vita. L’incontro è il cuore che cambia e genera. L’uno monolitico respinge. Non è esperibile. È invece vitale interpretare la realtà dell’altro, dandole senso attraverso la propria per uscirne noi stessi rinnovati, imparando a conoscere il valore delle differenze, in quanto portatrici dell’“ineludibile enigma”[4] dell’altro che rende a sua volta altro il nostro sé. Per questo è necessario mettersi in gioco senza risposte predefinite, facendo interagire anche le emozioni e i sentimenti di ciascuno (affrontando il labirinto stesso della memoria da punti di vista differenti), quali parti integranti nella costruzione dei processi bio-socio-educativi.[5]

Dunque è un percorso lato, valente per gli umani nella coppia, come nei gruppi amicali o didattici, altre forme d’apertura, di condivisione, d’amore[6]. Ma, come s’è visto, anche nell’incontro fra artista e materia. Il vero incontro, infatti, non è mai la semplice somma degli elementi coinvolti e solo nello spazio della relazione si realizza “la vera trascendenza” che dunque “è nell’intra.” [7] All’arte il compito, già secondo l’idealismo schellinghiano, “di realizzare questa identità superiore in cui io e mondo coincidono”[8].

[1] C. A. Duffy, Sung, in Le api, Firenze 2014, pp.136-137.

[2] J. Donne, A Valediction: forbidding mourning, in John Donne, Poesie sacre e profane, Milano 1995, pp. 130-133.

[3] B. Pietromarchi, Mario Merz. Città irreale, Ginevra-Milano 2015, pp.16-29.

[4] M. Dallari, La dimensione estetica della paideia. Fenomenologia, arte, narratività, Trento 2005, pp. 39-46.

[5] J. Bruner, La cultura dell’educazione. Nuovi orizzonti per la scuola, Milano 2002. In particolare Bruner parla del principio della prospettiva, principio delle limitazioni, principio del costruttivismo, principio dell’interazione, principio dell’esternalizzazione, principio dello strumentalismo, principio istituzionale, principio dell’identità e dell’autostima, principio narrativo, fra loro interagenti per la costruzione dei processi educativi e di significato della realtà e del sé nella realtà.

[6] D. Pennac, Diario di scuola, Milano 2008, pp.205-241.

[7] F. Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza, Torino 2007, p.18.

[8] F. Cheng, op. cit., p. 95.

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Caro lettore, bentrovato!

Prima di invitarti alla mostra di sabato, ti comunico un paio di novità: dopo anni le mie pubblicazioni non saranno più tutti i lunedì, anzi non ci sarà un giorno fisso. Fra un pezzo e l’altro potranno pertanto passare due giorni come due settimane e anche più.

Perché?

Per gli altri miei impegni anzitutto e per riacquistare una certa freschezza e libertà e divertimento di scrittura. Se il blog, questo blog almeno, diviene un obbligo lavorativo con scadenza, meglio farne a meno.

Sicché, avendo sempre voglia di scrivere (la parola, vizio antico), scriverò quando vorrò, quando riterrò di avere una curiosità o qualcosa da dire, più che altro in ambito culturale.

A questo proposito, rispolvererò alcune rubriche da tempo trascurate e altre più pepate ne tirerò fuori dal cassetto, o meglio dalle scarpe come certi fastidiosi sassolini da scuotere via e dimenticare per strada…

Buone cose e alla prossima!

Luca

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RAM 2015

Pedagogia dello sguardo

a cura di Elettra Stamboulis

dal 12 al 27 settembre
Inaugurazione sabato 12 settembre ore 18 MAR

Ravenna, via di Roma, 13 – ingresso gratuito

Il Museo d’Arte della città di Ravenna ospita come ormai da tradizione la mostra biennale del premio R.A.M. di Ravenna e Provincia: inaugura infatti sabato 12 settembre alle ore 18 la mostra con i lavori dei vincitori della selezione RAM 2014/15. Il concorso biennale, giunto alla decima edizione, si consolida come la più importante e continuativa esperienza di valorizzazione dei giovani artisti visivi della nostra Provincia. Realizzato dal 1999 da Associazione Mirada per conto dell’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Ravenna, RAM ha costituito il trampolino di lancio per la nuova leva di artisti e creativi del nostro territorio, diventando ormai l’appuntamento più significativo per conoscere gli emergenti del territorio.

La commissione, composta quest’anno da Maria Rita Bentini, Gianluca Costantini, Sabina Ghinassi, Elettra Stamboulis e Antonella Perazza, ha individuato 7 vincitori i cui lavori saranno esposti nelle stanze al piano terra del MAR. Gli artisti in mostra sono:

Mosaico Sara Vasini (a cura di Luca Maggio)
Fotografia Nicola Baldazzi (a cura di di Maria Rita Bentini)
Scultura Victor Fotso Nyie (a cura di di Elettra Stamboulis)
Videoarte Miriam Dessì (a cura di di Daniele Torcellini)
Pittura DissensoCognitivo (a cura di di Claudio Musso)
Istallazione Caterina Morigi (a cura di di Sabina Ghinassi)
Istallazione UkiYo-E alias Silvia Bigi e Luca Maria Baldini (a cura di di Antonella Perazza)

Il tema individuato quest’anno anno è la pedagogia. Che cos’è l’arte se non anche una pedagogia dello sguardo? Partendo dall’esperienza montessoriana, che fa dell’uso del grafismo uno dei suo principali strumenti pedagogici ed educativi, attraversando le indagini narrative di Truffaut e del suo Ragazzo selvaggio, approdando ma solo per poco sulle rive del Teatro dell’Oppresso, gli artisti hanno dialogato con i curatori intercettando poi la loro personale pedagogia dello sguardo. Senza per questo dimenticare come le esperienze pedagogiche costituiscano un’eredità immateriale importante del nostro territorio.
Le opere saranno accompagnate da un testo critico specifico per ogni lavoro che verrà poi pubblicato sul catalogo collettivo di RAM in doppia versione: free press e catalogo.

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Accademia di Belle Arti di Ravenna, facciata e ingresso principale presso Via delle Industrie, 76

Maria Rita Bentini (Ravenna, 1959): sei stata coordinatrice didattica dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna dal 2008 sino all’ottobre 2011. La maggior parte dei giovani artisti che sto intervistando per questa rubrica, di provenienza nazionale ed estera, sono usciti da questa Accademia, scelta proprio per specializzarsi sul mosaico, con un’offerta didattica ormai riconosciuta anche a livello internazionale.

A questo proposito, ti chiedo di tracciare un bilancio generale di questo triennio, di ciò che è stato fatto e di cosa si potrebbe, anzi, si dovrebbe ancora fare.

Piuttosto che un bilancio mi piacerebbe far scorrere rapidamente, a memoria, le immagini di quanto accaduto in questi tre anni così intensi di esperienza. Partendo da una considerazione precedente a questo mio impegno.

Vivevo a Ravenna (anche continuando a insegnare all’Accademia di Bologna) e in città prendevo parte attiva alla vita della ricerca artistica contemporanea: mostre, incontri, progetti. Ma registravo di frequente che l’Accademia non c’era. Sì, qualche volta se ne parlava, ma era come se fosse confinata ai margini della vita culturale della città. Molti ravennati frequentavano l’Accademia a Bologna, o continuavano gli studi artistici a Milano, a Venezia. Dopo gli anni di D’Augusta e di Dragomirescu, non vedevo segni della sua presenza in città, e non soltanto perché era stata trasferita la sede dalla Loggetta Lombardesca in via delle Industrie.

Sono arrivata dopo mesi in cui si diceva: “l’Accademia di Ravenna chiude”. Il Comune di Ravenna aveva deciso di fare un accordo con l’Accademia di Bologna che prevedeva una collaborazione tra le due Accademie e la scelta di concentrare l’’offerta formativa sul mosaico contemporaneo. Non mi ero mai particolarmente interessata né all’Accademia di Ravenna, né al mosaico contemporaneo. Quando avevo curato mostre come la personale di Leonardo Pivi nel 2005 per il Museo d’Arte della Città, il progetto non era partito dal mosaico ma dai linguaggi contemporanei, dalla loro ibridazione – Pivi con la Lara Croft e gli altri personaggi virtuali del suo immaginario era un perfetto outsider del mosaico ravennate -, anche se poi ne era uscita una mostra bellissima (di mosaici) che sorprese.

A metà novembre 2008, il Direttore chiese a me e ad alcuni docenti ravennati a Bologna  di lavorare anche a Ravenna e di scommettere su un rilancio dell’Accademia. Conoscevo l’assessore Stamboulis e la sua competenza perché da anni collaboravo con RAM, il concorso dei giovani artisti ravennati del circuito nazionale G.A.I., stimavo i colleghi (Babini, Cucchiaro, Nicosia e gli altri), così ho accettato questa sfida.

Frame video di Marisa Monaco, supervisione di Yuri Ancarani

Come coordinatrice ho subito messo le mie energie con quelle di chi voleva che l’Accademia di Ravenna ripartisse, c’erano anche nuovi docenti come Dusciana Bravura, Sabina Ghinassi, Felice Nittolo. Molti i problemi e le cose da fare, ma tante le idee nuove. Bisognava riformulare i vecchi piani di studi sperimentali, anche il Corso di Mosaico avrebbe chiuso se non si adeguava. Poi, perché non affiancare al Mosaico le nuove tecnologie? Così è comparso il corso di New Media, con Yuri Ancarani. E Fotografia, con Guido Guidi, doveva restare. Tra i nuovi docenti sono arrivati Daniele Torcellini, l’arch. Antonio Troisi, Alessandra Andrini, Viola Giacometti.

Per la prima mostra di fine anno intitolata Oralities ci siamo uniti a un progetto europeo della città e a un evento bellissimo come il Festival delle Culture, poi ci sono state le rassegne che hanno presentato le novità più belle del mosaico dell’Accademia nella cornice di RavennaMosaico: Doppio gioco, Life is Mosaic! E infine Avvistamenti, che si è chiusa da poco. Ma era necessario valorizzare l’Accademia anche a livello nazionale, così abbiamo partecipato al Premio delle Arti: i giovani artisti da Ravenna sono stati subito selezionati e Silvia Naddeo, lo scorso anno, ha vinto il Primo premio per la Decorazione con la sua “carotona” (l’opera Eat meat, 2009, n.d.r.) a mosaico. Una bella soddisfazione, anche perché la commissione era davvero di alto profilo, presieduta da Anna Mattirolo, Direttrice del MAXXI Arte, e con Laura Cherubini tra i componenti. Quest’anno alla Biennale di Venezia c’era un evento speciale del Padiglione Italia dedicato ai giovani artisti di talento usciti dalle Accademie italiane: ecco, abbiamo partecipato, e anche dall’Accademia di Ravenna sono stati selezionati due artisti.

Peter Greenway al Teatro Alighieri di Ravenna, 24.11.2009

Poi gli eventi e i progetti particolari: Peter Greenaway al Teatro Alighieri, con un pubblico straordinario, per la lectio magistralis all’apertura dell’anno accademico 2009-2010, la presentazione del volume dedicato ai centottant’anni dell’Accademia un anno fa  (allora il nostro testimonial-ex allievo fu Giuseppe Tagliavini, premio Oscar effetti speciali di Avatar). La giornata per Albe Steiner – grazie a Massimo Casamenti! -, il designer che con la sua cultura del progetto ha influenzato anche molti creativi del territorio, con la bellissima testimonianza della figlia Anna e il film che documentava la sua avventura di uomo e di artista. Eventi aperti a tutta la città che hanno cominciato a fare sentire che l’Accademia c’è e che la sua presenza rende più attiva e giovane la vita culturale di Ravenna.

Draghiland, 23.10.2011

Il murales dedicato alla Poderosa, presentato al pubblico prima di essere spedito a Cuba, Draghiland che stava benissimo nel giardino del Complesso residenziale La Compagnia di san Giorgio a cui gli allievi avevano lavorato per tutta un’estate, i preziosi  totem musivi per il Sistema Museale della Provincia. E altro ancora accanto al Mosaico, perché in Accademia ci sono tanti altri corsi come Pittura, Decorazione, Plastica ornamentale, Incisione. Penso alla collaborazione dell’Accademia con il Premio OPERA/Fabbrica, un concorso a tema per giovani artisti promosso dalla CGIL. O all’etichetta del vino M.O.M.A. che, dopo essere stata dedicata a Morandi, è ora quella di un’allieva dell’Accademia di Ravenna, il cui progetto è stato scelto prima da una commissione presieduta dal Direttore del MAMbo, poi votato on-line come il migliore.

Totem musivi per il Sistema Museale della Provincia di Ravenna, 2011

C’è stata la mostra Elogio della mano al Mar, disegni anatomici provenienti dall’Accademia di san Pietroburgo, per coltivare un nuovo rapporto internazionale. E l’incontro con le realtà teatrali: Chiara Lagani (Fanny & Alexander), Motus, Kinkaleri, Edoardo Sanchi (sono sue le scene dell’Avaro delle Albe). Ne è nata la mostra di fine anno 2010 insieme a “Ravenna viso in aria”, in un week end di full immersion con le energie delle realtà teatrali del territorio. Nella stessa primavera, in collaborazione con il Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte dell’Accademia di Bologna diretto da Cristina Francucci, abbiamo promosso un ciclo di cinque conferenze dedicate al tema arte-museo-scuola che si sono svolte al Mar: sono state presentate esperienze molto innovative come quella della sezione didattica del Castello di Rivoli a Torino, del Palazzo delle Esposizioni a Roma, del MAMbo a Bologna, offrendo coordinate nuove alla didattica dell’arte di cui ha tanto bisogno questa città.

L’ultima slide che ho in mente è per il Premio Tesi. Ho subito pensato a un Premio per individuare gli allievi più promettenti ma soprattutto per dare a loro la possibilità di crescere, “fuori”. Così lo abbiamo chiamato Starting Point!   Il primo anno alla Ninapì, poi al Museo Carlo Zauli di Faenza e infine al Palazzo della Provincia ravennate, Cripta e Giardini pensili: una mostra come premio, ma anche qualcosa di più. Piuttosto che i docenti ho voluto dei giovani critici all’opera, che hanno selezionato e presentato i giovani artisti vincitori.  È stato un contatto che ha fatto scaturire molte nuove aperture. La rivista Solo Mosaico ha arricchito questo premio con una residenza a San Pietroburgo e Mosca, dando al migliore del Mosaico un’ottima possibilità di sviluppare un proprio progetto per cominciare a prendere il volo.

Premio Tesi 2010, assegnazione del Premio Solo Mosaico (sulla destra si riconoscono Roberta Grasso e Silvia Naddeo)

Ecco, sì, sono nati nuovi talenti. Grazie all’esperienza didattica di tanti docenti dell’Accademia, ma anche (credo) dalle stimolanti occasioni create in questi tre anni.

Pensa che al Premio Giovani Artisti e Mosaico promosso quest’anno dal Museo d’arte della Città, tra i dieci selezionati in mostra ben quattro venivano dall’Accademia, e la vincitrice (per l’opera che ha utilizzato il mosaico in modo non convenzionale) è stata Samantha Holmes: un anno fa era venuta da New York in Accademia proprio per imparare il mosaico.

Quello che si potrebbe ancora fare? Meglio dirti quello che NON si dovrebbe fare: tornare indietro.

Settembre 2011: prima dell’inizio del nuovo anno accademico 2011-2012 hai deciso di non rinnovare la disponibilità del tuo incarico: una rinuncia o una presa di posizione? Quali ragioni ti hanno portata a questa scelta?

Chi mi conosce sa che quest’ultimo anno, in particolare, è stato durissimo. Non dico che gli anni precedenti siano stati una passeggiata, specie per contrastare la logica di chi, dalla logica del “tanto peggio tanto meglio”, cerca di ottenere alcuni vantaggi . Ma la ragione di questa scelta è molto semplice. Nell’esperienza fatta ho visto molte potenzialità e molti limiti, diciamo ostacoli, che hanno “bruciato” molte, troppe energie.

Per me queste potenzialità devono essere aiutate sia incrementando la qualità dei percorsi legati al Mosaico, sia formulando qualche nuova ipotesi. Accanto al Mosaico l’Accademia dovrebbe offrire spazio ad altre esperienze e linguaggi, in particolare coinvolgendo realtà molto vive nel territorio, come il teatro contemporaneo, la fotografia. Non parlo solo di nuove risorse necessarie, ma di andare più chiaramente in una certa direzione. Quando i soldi sono pochi bisogna sempre usarli con più intelligenza. Lasciare andare le cose senza fare buone scelte, non porta da nessuna parte, anzi.

Accademia Belle Arti Ravenna Centottant'anni, Longo Editore Ravenna, 2010

In tutti questi mesi mi sono chiesta e ho chiesto con insistenza: Quale visione dell’Accademia? Quale l’importanza nel sistema del contemporaneo della città e in Romagna dell’Accademia?

Per me dalla risposta a queste domande dipende il futuro di questa Istituzione. Piccola ma importante perché legata al territorio, anche se in stretto rapporto con l’Accademia di Bologna. Importante per il Mosaico, visto che ormai l’Istituto d’arte Severini è divenuto Liceo, perdendo la sua specificità, e che dunque l’Accademia resta l’unico luogo di  formazione  legato al Mosaico. Importante se Ravenna vuole crescere davvero nella sua dimensione contemporanea verso la Candidatura a Capitale europea della Cultura nel 2019.

Silvia Naddeo, QrCode Ravenna 2019

Perché, infine, tanto sostegno  all’Università, tanta attenzione alla sua qualità, e non all’Accademia?

Ho visto l’assenza di scelte, l’Accademia completamente in mano a funzionari le cui azioni hanno davvero poco a che fare con la realtà dell’arte contemporanea. D’altra parte il fatto stesso di essere molto attivi, di impegnarsi per cercare di cambiare la stagnazione, com’è accaduto in questi tre anni a me e ai miei colleghi, apre molti canali di stima e buone collaborazioni all’esterno, ma può provocare effetti collaterali.

Ho esposto queste mie considerazioni a Bologna, tutte ascoltate e raccolte mentre lo stesso mio incarico è stato poi assegnato a Maurizio Nicosia, spero che la verifica in corso questi mesi porti a una svolta positiva. A Ravenna continuo a insegnare Storia dell’Arte contemporanea e a seguire con attenzione come l’Accademia viene gestita. Ora, per esempio, mi preoccupano le scelte che hanno riguardato il Biennio: se non si cura bene l’offerta formativa, che diranno i numerosi nuovi iscritti? La migliore pubblicità di una scuola è il buon andamento delle cose, per questo l’Accademia deve essere curata bene.  Intanto non vedo più tra i docenti Dusciana Bravura, Yuri Ancarani, Daniele Torcellini e Piercarlo Ricci, docente di 3D, che in Accademia ha fatto un gran lavoro anche allestendo un’ottima aula multimediale. Non si può perdere tempo, così si rischia di cancellare ogni buona novità.

Infine, una domanda alla storica e alla critica d’arte Bentini: nella diluizione artistica e identitaria contemporanea, cosa è il mosaico oggi, quale ruolo ha? E quale il suo futuro, pur sapendo che come ogni arte da sé va crescendo e si va regolando o negando?

Ho già avuto modo, negli ultimi mesi, di esprimermi pubblicamente su questi punti.

Kaori Katoh, Fioritura, 2010

Il mosaico deve essere sdoganato, nella visione di chi lo pratica e anche di chi lo promuove, come un linguaggio visivo, uno dei molti praticati oggi dagli artisti. E come ogni linguaggio anche il mosaico cresce, prolifera, si contamina, divenendo uno strumento ricco di possibilità per gli artisti. Surplus di materia, luce-colore, frammentazione-ricomposizione, lentezza esecutiva, sono aspetti costitutivi del mosaico.  Antichi e up-to date. Ma ad una condizione. La tecnica (penso al mosaico ravennate) deve essere tramandata, ma al tempo stesso deve essere attaccata da visioni sperimentali, che nascono da sguardi e da attitudini “esterne” appartenenti alle estetiche contemporanee. La “diluizione” artistica oggi è il flusso inarrestabile di immagini che non trova alcun argine nelle categorie tradizionali, viviamo una mutazione dell’immaginario collettivo data dalle nuove tecnologie. Su questo occorre prendere posizione (Bauman stesso, che ha parlato di modernità liquida, ce lo ha ricordato proprio in questi giorni a Ravenna, sottolineando il ruolo del “locale”), ma le coordinate identitarie contemporanee si  ridefiniscono sempre più in tal senso. Senza queste aperture  il mosaico si trasforma in un esercizio di stile altamente artigianale, magari protetto in un piccolo angolo del mondo, Ravenna.

Da dieci anni ormai a Faenza si fanno esperienze che hanno trasformato la ceramica in un terreno molto fecondo di esperienze contemporanee. Mi ricordo bene dell’opera di Sislej Xhafa, arrivato a Faenza per una residenza d’artista al Museo Carlo Zauli: si era appropriato della materia, per lui nuova, passando in ceramica la mail con la quale era stato invitato a fare quell’esperienza. In quel passaggio c’era tutta la densità di un incontro, di un nuovo punto di vista. È stato salutare anche il progetto che hai di recente curato insieme a Torcellini: l’Equazione impossibile genera nuovi pensieri, dunque nuove pratiche. La performance sonora di Malatesta che ha tradotto il mosaico dei CaCO3, a sua volta in dialogo con lo spazio del Battistero degli Ariani, le immagini ieratiche e il fulgore degli ori della cupola del VI secolo, è  in tal senso un’esperienza bellissima.

Penso che il ruolo dell’Accademia a questo proposito potrebbe essere molto importante, ma, come dicevo prima, in questa città bisogna fare buone scelte.

Bric-à-Brac accademiaravenna.net – Il blog dell’Accademia di Ravenna

Accademia di Belle Arti di Ravenna

Maria Rita Bentini alla Biennale di Venezia del 2007

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Aligi Sassu, Lucifero (particolare con Dante e Virgilio), 1965, MAR, Ravenna

Risale al settembre 2007 il mio incontro con Michel Butor, in occasione di una sua conferenza al MAR di Ravenna. Ricordo tuttora con piacere l’emozione di conoscere un mito vivente, rafforzata dal contesto: coincidenza voleva che fossero esposti alle pareti  alcuni dei cartoni appena restaurati -12 su 21- sulla Commedia dantesca, lavori del 1965, voluti da Giuseppe Bovini, benemerito docente d’archeologia cristiana, funzionario ministeriale e studioso d’arte e antichità ravennati e paleobizantine.

Tale commissione arrivò per il 7° centenario della nascita dell’Alighieri, coinvolgendo artisti quali Brancaccio, Cantatore, Ferrazzi, Gentilini, Lazzaro, Mattioli, Migneco, Purificato, Ruffini, Sassu, Tamburi, Vistoli, per poi successivamente essere tradotta da valide maestranze locali in mosaici, tuttora visibili nel Parco di Mirabilandia.

Domenico Cantatore, Gli iracondi, 1965, MAR, Ravenna

A distanza di anni, aver visto certe figure fiammeggianti, infernali, quale sfondo alle parole del genio Butor, mi ha aiutato a tenerle vive, a ricordarle tuttora.

Fu una lezione di semplicità, sin dall’aspetto: il gigante francese ormai ottuagenario si presentò con una salopette blu dai grandi bottoni, confezionata dalla moglie e di cui andava particolarmente orgoglioso.

Aveva voce acuta e sicura (avete mai fatto caso: una delle prime cose ad andarsene dalla memoria è il suono delle voci) nel dire del senso delle cose, della necessità del mito, quanto di più apparentemente lontano da noi, nel quotidiano senza mitologie intellettuali. È bello riconoscere in vecchi signori come la vita non sia passata solo scritta o indenne, come nel celebre paradosso di Canetti sui finti vecchi, incarogniti ché nulla hanno appreso nonostante l’età, essendo l’esistenza passata sopra loro come una punizione, non già quale opportunità, come il malvissuto di memoria manzoniana.

Franco Gentilini, Caco il centauro, 1965, MAR, Ravenna

Bisogna saper ascoltare le cose, diceva Butor, ciò che distingue e accomuna linguaggio e realtà degli oggetti: il riferimento immediato è all’acutezza magrittiana del celebre ceci n’est pas une pipe, un dipinto e non una pipa appunto, nel tentativo di destare occhi e coscienze spesso dipendenti dal grigiore di cui si è vittime e carnefici a un tempo. L’invito di Butor era chiaro: non spegnetevi!, riscoprendo invece quei connettivi comuni al mondo delle parole e al circostante naturale, perché il tutto è un unicum vivibile dalla comunità di persone, dunque anche l’arte del romanzo non può banalmente essere per sé, ma avere piuttosto finalità comunicative integranti, quasi dilaganti dalla pagina alla collettività delle coscienze, in un dialogo continuo tra dentro e fuori, senza soluzione di continuità com’è nel mito, l’estrema modernità del mito. Vengono in mente gli elenchi e le prescrizioni preziose nei passi omerici, oggi ritenute a torto noiose: attraverso esse, oralmente e seguendo il ritmo poetico per non dimenticare, generazioni di uomini, col presupposto di dei ed eroi, impararono a costruire navi, vasi, scudi, appresero a intrecciare corde e preghiere, a cucinare e a seppellire con onore i propri morti: impararono a tramandarsi le radici della civiltà e della memoria.

René Magritte, La trahison des images (Ceci n’est pas une pipe) , 1929, County Museum of Art, Los Angeles

Al contrario, privilegiare all’eccesso un solo senso, l’occhio occidentale odierno, ha avuto tanta parte in causa nella frammentazione in monadi impazzite della nostra società, ovvero noi stessi. La parola-mito generatrice di vita ha continuato ad essere presente nei codici medievali ad esempio, doppiamente preziosi poiché la forma mentis di quel tempo non ammetteva contenuti inutili visto il costo altissimo, spesso intere greggi, per ottenere le pergamene necessarie, cui s’aggiungevano nessi sacrali, tra l’agnello sacrificato e l’uomo che leggendo su quelle pelli si nutriva nel meditare la comprensione del mondo.

Percepire ciò che sottende le cose, quasi un loro mana, può aprire alla relazione col tutto, a partire dalla materia cellulare, se non atomica, che col tutto condividiamo. Saremo capaci di porci in ascolto e di comunicare? Di non cedere all’abitudine indifferente dello sguardo?

Je distille une teinture ou un alcool de certaines de mes rencontres, opération qui peut me prendre des années. Où que je sois, quoi que je fasse, au profond de mon sommeil, je transporte un laboratoire empli d’alambics à divers stades de leur activité. Tout cela pour réaliser des cristallisations, des architectures de parfums, tons, gestes ou voyages. (Michel Butor)

Michel Butor, 2003, fotografia di Daniele Ferroni

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