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Posts Tagged ‘mar ravenna’

Aligi Sassu, Lucifero (particolare con Dante e Virgilio), 1965, MAR, Ravenna

Risale al settembre 2007 il mio incontro con Michel Butor, in occasione di una sua conferenza al MAR di Ravenna. Ricordo tuttora con piacere l’emozione di conoscere un mito vivente, rafforzata dal contesto: coincidenza voleva che fossero esposti alle pareti  alcuni dei cartoni appena restaurati -12 su 21- sulla Commedia dantesca, lavori del 1965, voluti da Giuseppe Bovini, benemerito docente d’archeologia cristiana, funzionario ministeriale e studioso d’arte e antichità ravennati e paleobizantine.

Tale commissione arrivò per il 7° centenario della nascita dell’Alighieri, coinvolgendo artisti quali Brancaccio, Cantatore, Ferrazzi, Gentilini, Lazzaro, Mattioli, Migneco, Purificato, Ruffini, Sassu, Tamburi, Vistoli, per poi successivamente essere tradotta da valide maestranze locali in mosaici, tuttora visibili nel Parco di Mirabilandia.

Domenico Cantatore, Gli iracondi, 1965, MAR, Ravenna

A distanza di anni, aver visto certe figure fiammeggianti, infernali, quale sfondo alle parole del genio Butor, mi ha aiutato a tenerle vive, a ricordarle tuttora.

Fu una lezione di semplicità, sin dall’aspetto: il gigante francese ormai ottuagenario si presentò con una salopette blu dai grandi bottoni, confezionata dalla moglie e di cui andava particolarmente orgoglioso.

Aveva voce acuta e sicura (avete mai fatto caso: una delle prime cose ad andarsene dalla memoria è il suono delle voci) nel dire del senso delle cose, della necessità del mito, quanto di più apparentemente lontano da noi, nel quotidiano senza mitologie intellettuali. È bello riconoscere in vecchi signori come la vita non sia passata solo scritta o indenne, come nel celebre paradosso di Canetti sui finti vecchi, incarogniti ché nulla hanno appreso nonostante l’età, essendo l’esistenza passata sopra loro come una punizione, non già quale opportunità, come il malvissuto di memoria manzoniana.

Franco Gentilini, Caco il centauro, 1965, MAR, Ravenna

Bisogna saper ascoltare le cose, diceva Butor, ciò che distingue e accomuna linguaggio e realtà degli oggetti: il riferimento immediato è all’acutezza magrittiana del celebre ceci n’est pas une pipe, un dipinto e non una pipa appunto, nel tentativo di destare occhi e coscienze spesso dipendenti dal grigiore di cui si è vittime e carnefici a un tempo. L’invito di Butor era chiaro: non spegnetevi!, riscoprendo invece quei connettivi comuni al mondo delle parole e al circostante naturale, perché il tutto è un unicum vivibile dalla comunità di persone, dunque anche l’arte del romanzo non può banalmente essere per sé, ma avere piuttosto finalità comunicative integranti, quasi dilaganti dalla pagina alla collettività delle coscienze, in un dialogo continuo tra dentro e fuori, senza soluzione di continuità com’è nel mito, l’estrema modernità del mito. Vengono in mente gli elenchi e le prescrizioni preziose nei passi omerici, oggi ritenute a torto noiose: attraverso esse, oralmente e seguendo il ritmo poetico per non dimenticare, generazioni di uomini, col presupposto di dei ed eroi, impararono a costruire navi, vasi, scudi, appresero a intrecciare corde e preghiere, a cucinare e a seppellire con onore i propri morti: impararono a tramandarsi le radici della civiltà e della memoria.

René Magritte, La trahison des images (Ceci n’est pas une pipe) , 1929, County Museum of Art, Los Angeles

Al contrario, privilegiare all’eccesso un solo senso, l’occhio occidentale odierno, ha avuto tanta parte in causa nella frammentazione in monadi impazzite della nostra società, ovvero noi stessi. La parola-mito generatrice di vita ha continuato ad essere presente nei codici medievali ad esempio, doppiamente preziosi poiché la forma mentis di quel tempo non ammetteva contenuti inutili visto il costo altissimo, spesso intere greggi, per ottenere le pergamene necessarie, cui s’aggiungevano nessi sacrali, tra l’agnello sacrificato e l’uomo che leggendo su quelle pelli si nutriva nel meditare la comprensione del mondo.

Percepire ciò che sottende le cose, quasi un loro mana, può aprire alla relazione col tutto, a partire dalla materia cellulare, se non atomica, che col tutto condividiamo. Saremo capaci di porci in ascolto e di comunicare? Di non cedere all’abitudine indifferente dello sguardo?

Je distille une teinture ou un alcool de certaines de mes rencontres, opération qui peut me prendre des années. Où que je sois, quoi que je fasse, au profond de mon sommeil, je transporte un laboratoire empli d’alambics à divers stades de leur activité. Tout cela pour réaliser des cristallisations, des architectures de parfums, tons, gestes ou voyages. (Michel Butor)

Michel Butor, 2003, fotografia di Daniele Ferroni

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Tonino Guerra, Penelope gioca con le farfalle (particolare), 2007

Un vecchio saggio, un uomo delicato. Come le parole dei suoi versi, leggere. Necessarie. Ed essenziali i colori come i tratti, senza ripensamenti, altre calligrafie, delle sue figure. Solo questo dico di Tonino Guerra (Santarcangelo di Romagna, RN, 1920) e della mostra pittorica dedicata ai suoi lavori da Bertrand Marret, ora aperta al MAR di Ravenna, dove fra pochi giorni inaugurerà un’altra monografica, Tempo sospeso, sull’opera surreale di Concetto Pozzati (Vò, PD, 1935), a cura di Claudio Spadoni.

La Farfàla

Cuntént própri cuntént

a sò stè una masa ad vólti tla vóita

mó piò di tótt quant ch’i m’a liberè

in Germania

ch’a m so mèss a guardè una farfàla

sénza la vòia ad magnèla.

Tonino Guerra, da Il polverone (Milano, 1978)

(“La farfalla: Contento proprio contento/ sono stato molte volte nella vita/ ma più di tutte quando mi hanno liberato/ in Germania/ che mi sono messo a guardare una farfalla/ senza la voglia di mangiarla.”)

Tonino Guerra, Cavallo blu in barca (particolare), 2008

MAR – mostra Tonino Guerra

MAR – mostra Concetto Pozzati


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