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Il Comune di Ravenna–Assessorato alla Cultura e il Museo d’Arte della città di Ravenna, presentano dal 6 ottobre al 13 gennaio 2019 la mostra ?War is over ARTE E CONFLITTI tra mito e contemporaneità a cura di Angela Tecce e Maurizio Tarantino.

L’esposizione si collega idealmente al centenario della conclusione della prima guerra mondiale, proponendo un percorso che, attraverso l’arte di due secoli, riflette sui conflitti non a livello puramente storico ma in maniera più ampia, artistica e poetica, personale e collettiva, estetica ed etica. Non si tratta infatti di una mostra storico-documentaria ma di un itinerario che suggerisce e testimonia letture molteplici sulla guerra: uno (e non l’unico) tra gli esiti possibili verso cui spinge la necessità antropologica della relazione tra diversi; il più crudele e distruttivo, ma anche il più potente creatore di mitologie.

L’arte si è da sempre misurata col tema del conflitto – o ne è stata condizionata – non solo attraverso la sua rappresentazione ma, spesso, anche attraverso il rifiuto, la rimozione, l’introiezione. Le opere scelte per la mostra intendono illustrare, con media diversi, la tensione che esiste da sempre tra la creatività individuale e l’urgenza di misurarsi con un tema così pervasivo e onnipresente alle coscienze più vigili.

L’allestimento si avvale di installazioni di Studio Azzurro, che rappresentano un ideale trait-d’union tra i vari temi affrontati e contribuiscono a rendere più affascinante e articolato il percorso espositivo che si snoda attraverso opere e immagini di grande impatto visivo ed evocativo: dal monumento funebre di Guidarello Guidarelli, simbolo delle collezioni del MAR, a Picasso e Rubens, fino ad arrivare ad artisti tra cui spiccano, solo per dirne alcuni, Abramovic, Beuys, Boetti, Burri, Christo, De Chirico, Fabre, Kiefer, Kentridge, Kounellis, Rauschenberg, Warhol.

Nell’ottica della valorizzazione delle collezioni permanenti, nel percorso espositivo della mostra sono presenti anche opere del patrimonio del Mar.

MAR – War is over

Marina Abramović, Balkan erotic Epic: Banging the Skull, 2005

Marisa Albanese, Combattente, 2000-2013

Botto&Bruno, See the sky about the rain VII, 2014

Davide Cantoni, Child soldier Liberia, 2007

Jota Castro, Borders, 2016

Jake & Dinos Chapman, Back to the end of the beginning of the end again, 2016

Christo, Running fence (Project for Sonoma County and Marin County, State of California), 1976

Benedetto Croce, La fine della civiltà, 1946, manoscritto autografato con dedica a Dora Mazza

Gilbert & George, Machete, 2011

Paolo Grassino, Lode a TT, 2005-2006

Renato Guttuso, Fucilazione in campagna, 1939

Thomas Hirschhorn, Pixel collage n. 84, 2017

Emilio Isgrò, Weltanschauung, 2007

Alfredo Jaar, Milan, 1946: Lucio Fontana visits his studio on his return from Argentina, 2013

William Kentridge, Execution of Partisan, 2015

Tullio Lombardo, Lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli, particolare, 1525

Hermann Nitsch, Schüttbild mit Malhemd,, 2007

Pino Pascali, Bomba a mano (Diario), “il 24-1-67 ho ricaricato la bomba con questo biglietto. Pascali l’ho riverniciata oggi con smalto verde di cadmio”, 1967

Perino & Vele, Senza titolo (Mappamondo), 2006

Pablo Picasso, Jeux de pages,Vallauris, 24 février 1951

Pittore dei Niobidi, Cratere attico a figure rosse, 475-465 a.C.

Pieter Paul Rubens, Alabardiere, 1605

Pietro Ruffo, Migrazioni 24, 2017

Andres Serrano, Fool’s mask, Hever castle, England (torture), 2015

Shōzō Shimamoto, ID 0561 Punta Campanella 40 (Canvas 33), 2008

Robert Rauschenberg, Kite, 1963

Andy Warhol, Sedia elettrica, 1971

 

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Premessa: dall’8 al 22 settembre presso il MAR sarà aperta con ingresso gratuito la mostra “R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna”“R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna” a cura di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini – Associazione Mirada, quest’anno dedicata al tema nomade del “Trasumanar e organizzar”.

In esposizione le opere di Alessandro Camorani (fotografia), Naghmeh Farahvash (mosaico), Maria Ghetti (installazione), Fabiana Guerrini (scultura), Samantha Holmes (mosaico), Giovanni Lanzoni (pittura) e Stefano Pezzi (fotografia), coi testi critici rispettivamente di Linda Chiaramonte, Antonella Perazza, Elettra Stamboulis, Sabina Ghinassi, Luca Maggio, Massimiliano Fabbri e Maria Rita Bentini.

Di seguito la mia presentazione in catalogo (Giuda edizioni) dell’opera Home di Samantha Holmes.

Associazione Mirada – R.A.M. 2013

R.A.M. 2013 – foto allestimento di Stefano Pezzi

MAR – Mostra R.A.M. 2013 – Trasumanar e organizzar

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Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Home

di Luca Maggio

“Di solito si dice che bisogna avere radici. Ma io son convinto che le uniche creature che le radici ce l’hanno, gli alberi, preferirebbero tanto farne a meno: così potrebbero anche loro prendere il volo con l’aeroplano.” Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi

Vista dall’alto una città coi suoi bagliori somiglia a una sequenza musiva coi suoi accenti d’oro e rimandi di luce necessari all’occhio per ordinare la frammentarietà apparente dell’insieme proprio attraverso quegli elementi-tessera che, distinguendosi, marcano le differenze coi loro analoghi dando senso e continuità all’altrimenti indistinto.

Poiché quest’operazione di interpretazione coinvolge direttamente lo spettatore, è a te che mi rivolgo, tu che leggi. Dunque riduci lo sguardo su un quartiere di quella mappa, anzi su una singola abitazione, isolata. Va’ oltre, concentrati sui muri, sui mattoni.

È così che nasce Home: trasferire su carta una sezione di muro d’una vecchia casa ravennate, portarla a New York, svuotarla delle tessere-mattoni e rispedirla in Italia affinché sia sotto il tuo occhio, ora, qui.

Samantha Holmes, l’autrice, ti sta dicendo di riflettere sull’identità: delle cose, di te stesso.

È da tempo che lei lo fa, spesso usando la carta[1], quel biancore cui gli uomini affidano parte del loro mistero perché si tramandi: avvertendo la propria finitudine di fenomeno che passa come e più del circostante, è a lei, alla carta, che essi consegnano i rigurgiti della propria memoria.

Ma qui nulla è scritto e tutto è da guardare. Dunque gira attorno alle quattro mura e annota cosa vedi: assenza e sospensione.

Prosegue Samantha nel suo riflettere sullo svuotamento delle cose[2], meglio percepibile se attorno è aria, se il manufatto è calato dall’alto e non tocca terra[3] come un interrogativo che s’apre a dubbi ulteriori fluttuando all’altezza del tuo sguardo, coi suoi nei tuoi occhi: è fatto di vento, anche, alito del mondo, che Carver sente “soffiare lieve in faccia e nelle orecchie/ (…) più delicato, pare,/ delle dita di una donna”[4], e dentro entra e ramifica impalpabile, lui senza radici, nella tua mente. E cosa vedi?

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Sequenze vuote di mattoni, malta-carta di contorno a sostenere una struttura altrimenti evanescente, una casa che è l’opposto della solidità che questo nome evoca. Eppure.

Non t’inganni la forma: non è lezione d’architettura. Va’ piuttosto al ritaglio: esso è dettagliato, ogni segmento diverso perché tutti vengono da mattoni reali e mai eguali, frammenti di realtà seguiti nella loro autentica imperfezione, benché composti nello stereotipo, il disegno della casa degli schizzi d’infanzia, qui però fluttuante e aperto, valenza metaforica dell’io, perché come ricorda Montaigne negli Essais “io non posso fermare il mio soggetto. Esso va ondeggiante e tremolante, per una naturale ebbrezza. (…) Non dipingo l’essere: descrivo il passaggio.”[5]

Essere e passaggio qui coincidenti. Perché l’io-casa è mutevole, è tenda nomade, è della famiglia dei paradossi moderni come il silenzio-musica di Cage. E attraverso il tutto aperto che questa casa è, chi vedi?

L’altro, te stesso. Perché questo è il punto: l’uomo è straniero errante (colui che vaga, colui che sbaglia) sulla terra, ospite di un mondo altro da sé che egli abita ma non deve forzare, pena l’odierno scempio cementifero[6] e l’orrore “onnipolitano” di cui profetizza Paul Virilio.[7]

Dai Veda ai Salmi veterotestamentari ai Canti dei nativi d’America, altri e più antichi uomini ricordano la nostra natura di forestieri non già padroni del suolo che pretendiamo di sfruttare senza ritegno, il cui unico proprietario è semmai la divinità: “Nessuna terra sarà alienata irrevocabilmente, perché la terra è mia e voi siete presso di me come stranieri e inquilini.”[8]

Vacuo credersi possessori d’alcunché, a parte gli affetti, i ricordi, il proprio tempo, in una casa così aperta che neanche le pareti sono fra esse legate, eppure parti indissolubili, corrispondenti, dello stesso edificio, fatto di andamenti di mattoni-tessera differenti quanti e quali sono i momenti di una vita, delle vite che s’incontrano per costruire la propria, e invisibili poiché nell’assenza si ritrova l’essenza: nel deserto del mondo estraneo alla pelle dell’uomo “nessuno si può chiudere in se stesso: l’umanità dell’uomo, la soggettività, è responsabilità per gli altri, estrema vulnerabilità.”[9]

La casa, lo vedi, se non vola, è comunque sospesa, non per dare un’idea irraggiungibile di sé (di te), giacché la Laputa di Swift è tanto dotta quanto inutile[10] e la Bersabea calviniana delle Città invisibili[11] capovolge ciò che vorrebbe essere, quella Gerusalemme celeste che, avverte Agostino, non da manichei si raggiunge, ma equilibrando anima e corpo.[12]

E il tuo corpo, i tuoi occhi sono la chiave dell’esperienza, per Levinas “delegati dell’Essere”[13] che è qualcosa di estremamente concreto: è la tua storia di umano che qui si offre nuda, davanti all’immagine reale di mattoni assenti di una casa priva di distrazioni cromatiche quale quesito e specchio di ciò che di più puro e buio alberga in te.

Puoi comprendere e accettare o dissipare: che l’uomo si avvicini all’uomo, questa la lunga speranza.

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm


[1] S. Holmes, Unspoken 10.22.10 – 07.07.11, 2011 (Premio G.A.E.M., Ravenna, 2011)

[2] S. Holmes, Absence (Moscow), 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012). Un’eco possibile di questo tipo di ricerca giocata sulla scomparsa e l’epifania di tracce musive si può ravvisare nella serie Vestigia di Felice Nittolo (anni 2000).

[3] S. Holmes, Devotion, 2012 e Novena, 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012).

[4] R. Carver, da Vento, in Orientarsi con le stelle, Roma, 2013, p. 279.

[5] M. de Montaigne, Saggi, Vol. III, Libro III, cap. II, Milano, 1996, p. 1067.

[6] Oggi “non è sostanzialmente possibile in Italia tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare un nucleo urbano, con tutto ciò che ne consegue in ragione della diffusione dei disturbi a carico della biodiversità…”, B. Romano, Una proliferazione urbana senza fine, in AA.VV., Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare. Le analisi e le proposte di FAI e WWF sul consumo del suolo, dossier del 31 gennaio 2012, p. 9; si veda inoltre A. Garibaldi, A. Massari, M. Preve, G. Salvaggiulo, F. Sansa, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, Milano, 2010.

[7] “In questo inizio di terzo millennio, l’ultimo sinecismo non è più tanto geofisico quanto, piuttosto, “metageofisico”, dato che al raggruppamento di un popolamento agrario succede la concentrazione ONNIPOLITANA di queste città visibili, in via di metropolizzazione avanzata per formare domani l’ultima città: l’ONNIPOLIS; città fantasma, quest’ultima, METACITTÀ senza limiti e senza leggi, capitale delle capitali di un mondo spettrale, ma che si pretende tuttavia AXIS MUNDI – in altre parole, l’omnicentro di nessun luogo.”, P. Virilio, Città panico, Milano, 2004, p. 74.

[8] Levitico, 25, 23.

[9] E. Levinas, Senza identità (1970), in Umanesimo dell’altro uomo, Genova, 1998, p. 150.

[10] J. Swift, I viaggi di Gulliver, Parte terza, Cap. I-IV, Roma, 1995, pp. 141-158.

[11] I. Calvino, Le città e il cielo. 2., in Le città invisibili, Milano, 2002, pp. 111-112.

[12] “Chi esalta l’anima come bene supremo, e condanna il corpo come cosa malvagia, abbraccia e accarezza l’anima in maniera carnale e fugge carnalmente la carne, perché non si attiene alla verità divina, ma alla vanità umana.”, Sant’Agostino, La città di Dio, XIV, 5, Torino, 1999.

[13] E. Levinas, Il significato e il senso (1964), in op. cit., Genova, 1998, p. 47.

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Anonimo, Il tempio di Hercules Victor e il tempio del dio Portunus, XIX sec. (micromosaico)

Ultimo week-end di apertura della piccola e preziosa mostra Ricordi in Micromosaico – Vedute e paesaggi per i viaggiatori del Grand Tour, proveniente dal Museo Praz di Roma ed esposta sino a domenica 16 settembre presso il MAR di Ravenna.

Affascinante e d’una certa attualità la storia della nascita di questa tecnica nell’età dei lumi, poi perfezionatasi lungo la prima metà del XIX secolo: in breve, terminati nel 1757 i grandi e secolari lavori musivi di decorazione della Basilica di San Pietro a Roma, i maestri mosaicisti che per generazioni vi avevano partecipato si trovano disoccupati. Che fare?

Viene in aiuto la contingenza storica che vuole l’Italia del tempo meta privilegiata di nobili, studiosi, poeti e artisti europei del cosiddetto Grand Tour, attratti se non letteralmente rapiti dal dualismo del bel Paese, da una parte sede di mirabilia storico artistiche e archeologiche senza pari, dall’altra landa abitata da gente terribile e semiselvatica. In particolare molti visitatori d’oltremanica di fine ‘700 vedono “gl’italiani del popolo come sporchi, indolenti, criminosi; quelli delle classi alte poveri, scortesi, universalmente adulteri, plebe e aristocrazia superstiziose e abiette di fronte ai tiranni. I veneziani pugnalavano a tradimento alla minima provocazione, i napoletani erano per natura diabolici, e così via. Il tipo di devozione religiosa italiana soprattutto irritava gl’inglesi di quest’epoca”[1]. D’altro canto, scrittori quali Goethe, Stendhal e Chateaubriand riservano pagine più clementi verso il “brio” delle gentes italiche.

Ambito di Francesco de Poletti (Roma, 1779-1854), Paesaggio con figure danzanti (micromosaico)

Comunque, tutto contribuiva al fascino della penisola e i nostri mosaicisti ripensano le proprie abilità in piccolo, inventandosi appunto il micromosaico con tessere in pasta vitrea addirittura inferiori al millimetro, applicate su souvenir d’ogni specie, dai tavolini agli orecchini, dalle collane alle tabacchiere, dai braccialetti a veri e propri quadretti, che in altra epoca, perché no, si sarebbero potuti definire xenia.

I soggetti? Anzitutto rovine romane, colte dal vero o poste accanto ad altri monumenti in forma di capriccio, qualche tempio inclusi quelli di Paestum, il Colosseo, la torre di Pisa, persino un’eruzione del Vesuvio e poi ponti, cascate e bovi al pascolo, il paesaggio bucolico-arcadico come s’era standardizzato negli ultimi due secoli a partire da quello carraccesco[2] di inizio ‘600, passando poi per l’altro grande modello, il Lorrain, e che anche questi oggetti contribuiscono a perpetuare e diffondere nel cuore dell’Europa sino a buona parte dell’ ‘800.

Anonimo, Demi-parure con vedute di monumenti antichi e cascate, XIX sec.(micromosaico)

Molti dei loro esecutori avevano lo studio fra via Condotti, Piazza di Spagna e via del Babuino e fra di essi vanno almeno citati alcuni protagonisti, in primis Giacomo Raffaelli, padre-inventore del genere, poi Cesare Aguatti, Giuseppe Mattia, Michelangelo e Gioacchino Barberi, Francesco de Poletti, etc.: come emerge dal saggio in catalogo[3] della curatrice Chiara Stefani, essi avevano consapevolezza del proprio valore, anzi lo reclamavano presso l’Accademia di San Luca, stanchi della concorrenza sleale fatta ai loro danni da mercanti senza troppi scrupoli e altri mosaicisti di minor prezzo e bravura. A questo proposito, fin da subito[4] sorge la questione se essi siano da considerare o meno artisti: essendo, comunque, il loro un mosaico di tipo riproduttivo-pittorico, sebbene non privo in taluni casi di inventiva, si è più che altro di fronte a esempi di artigianato artistico di primissimo ordine, con alcune chicche commoventi, come la “micro-fotografia” a colori delle macerie della Basilica di San Paolo fuori le mura, fra le altre cose ricca di affreschi medievali del Cavallini e di mosaici d’età placidiana preziosissimi, dopo il terribile incendio del 1823, scena prima a me nota solo attraverso la pur ottima e precisa acquaforte del ravennate Luigi Rossini, quasi un’istantanea incisa immediatamente dopo il disastro e inserita poi nelle sue Antichità romane, volendo così per la prima volta equiparare le rovine classiche con quelle cristiane.

Anonimo, Rovine della Basilica di San Paolo fuori le mura dopo l’incendio del 1823, XIX sec. (micromosaico)

Luigi Rossini (1790-1857), Rovine della Basilica di San Paolo fuori le mura dopo l’incendio del 1823 (acquaforte)

Completano la mostra i gioielli creati da alcuni dei più originali e giovani mosaicisti formatisi presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, che danno un’interpretazione personale e contemporanea della tecnica micromusiva.

Per info: Mar – Ricordi in Micromosaico


[1] Mario Praz, Scoperta dell’Italia in Bellezza e bizzarria. Saggi scelti a cura di A. Cane, Milano 2002.

[2] In particolare si ricordi il Paesaggio con fuga in Egitto di Annibale Carracci del 1602-1604 ca., conservato presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma.

[3] Ricordi in Micromosaico (Roma, 2011), testo importante sia per la documentazione scritta che per l’apparato fotografico.

[4] Cfr. Pierre Le Veil, Essai sur la Peinture en Mosaïque, 1768, citato nel catalogo di mostra (op. cit., 2011) da Chiara Stefani nel suo saggio L’Italia in Miniatura, pag.33: “La science parfaite de toutes les parties de la Peinture n’est point de nécessité absolue pour les Peintres en Mosaïque, qui sont, à proprement parler, des Copistes, quoique dans la pratique de leur art, ils se rendent aussi estimables que bien des inventeurs…”.

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Scorcio di una parte della Collezione dei Mosaici Contemporanei del CIDM, presso il MAR: in primo piano, Francesca Fabbri, Puttino assopito, soddisfatto e satollo, III millennio, 2008

Linda Knifftz: sin dalla nascita tu dirigi il CIDM (Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico) presso il Museo d’Arte della città di Ravenna.

Direi di cominciare con una breve biografia e un bilancio di questi anni: quando è nato il Centro e che obiettivi avevate in origine? Quali se ne sono aggiunti in corso d’opera?

Quando Claudio Spadoni – redigendo il progetto fondante del Museo d’Arte della città nel 2001/2002 -, mi ha chiesto di occuparmi di una sezione dedicata al Mosaico, conosceva la mia formazione – laurea in Archeologia e Storia dell’Arte Bizantina all’Università di Bologna con tesi sull’Imago potestatis nei mosaici parietali paleocristiani e bizantini, e specializzazione in Catalogazione dei Fondi Antichi presso l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia-Romagna – e la mia lunga esperienza nella sezione Fondi Antichi e Archivio Storico della Classense di Ravenna.

L’Amministrazione Comunale, in un programma di ampia riqualificazione dell’Istituzione, voleva creare un luogo che promuovesse gli studi e la ricerca sul mosaico e che valorizzasse quest’arte così identitaria per la nostra città. Nel febbraio 2001 un Gruppo di lavoro, presieduto da Anna Puritani (allora Direttore del Museo, e tornata oggi a ricoprire quell’incarico, mentre Claudio Spadoni è attualmente il Direttore scientifico), aveva stilato alcune idee guida per il Progetto, presentate alla cittadinanza dal Sindaco Mercatali.

Abbiamo declinato il progetto iniziale cercando di creare un Dipartimento che fosse un osservatorio permanente sul mosaico: raccogliendo, uniformando e rendendo fruibili le informazioni afferenti a varie discipline; creando una bibliografia ragionata e un percorso storico e geografico; approfondendo i sistemi estetici da cui il mosaico viene generato, senza dimenticare l’importanza della prassi. Un luogo che divenisse il luogo in cui cercare il mosaico nel mondo.

Alla genesi del CIDM ha contribuito nel 2003 un Comitato Promotore a cui hanno preso parte le Soprintendenze Archeologica, Architettonica e Artistica, la Scuola per il Restauro del Mosaico dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, l’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei e la Fondazione RavennAntica, le Facoltà di Lettere e Filosofia e di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna  e l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, accanto ad altri istituti di formazione.

Il CIDM porta avanti tre azioni principali: la cura della collezione dei Mosaici Contemporanei; la gestione di una Sala Archivio e Biblioteca, che raccoglie documenti cartacei e digitali relativi al mosaico ravennate del XX secolo; la messa in rete di tutte le informazioni relative alle decorazioni e alle opere musive e agli artisti, senza limiti cronologici e geografici, con il ricorso ai metadati – dati elaborati con l’aiuto dell’informatica -, incrociando ed espandendo informazioni tratte da opere bibliografiche, manoscritte e documentali, che non risiedono in buona parte presso la nostra istituzione. Quest’ultimo progetto, che ha richiesto anni di lavoro, la creazione di specifici sistemi informatici con l’aiuto dell’ENEA e la collaborazione di 12 borsisti laureati delle Facoltà di Lettere e di Conservazione dei Beni Culturali, e della Scuola per il Restauro del Mosaico, è sempre in aggiornamento ed è fruibile attraverso il sito www.mosaicoravenna.it e due Banche Dati: Mosaico e Mosaicisti. Le nostre schede catalografiche sono visibili anche nel Catalogo del Patrimonio Culturale dell’Emilia Romagna, nel sito dell’Istituto per i Beni Culturali della nostra Regione, e presto saranno reperibili anche nel Portale Cultura Italia. 

Luca Barberini, Bone Flower, 2011, Selezionato al Premio GAEM 2011

Il mondo del mosaico, specie contemporaneo, è una realtà artistica ancora poco nota al grande pubblico, sia di semplici fruitori sia di collezionisti, nonostante il fermento creativo continuo oltre che di qualità oggettiva raggiunta: sono fermamente convinto di questo ed è uno dei motivi che mi hanno spinto a dare voce a chi partecipa a questa rinascenza musiva anche attraverso queste interviste.

Credo inoltre che la carta del mosaico odierno insieme a quella della darsena possano essere i due assi vincenti su cui la città dovrebbe puntare per la candidatura a capitale europea della cultura, Ravenna 2019, possibilmente unendo le cose e dando al progetto un respiro culturale, innovativo ed economico davvero unico in Europa.

CaCO3, Movimento n. 18, 2011, Vincitore Premio GAEM 2011, Collezione Mosaici Contemporanei, Mar, Ravenna

In qualità di funzionario pubblico e curatrice di mostre ed eventi legati al mosaico attuale e d’ultima generazione in particolare, di cui so che sei sostenitrice attenta e appassionata (fra le cose più recenti da te organizzate ricordo il premio G.A.E.M., Giovani Artisti E Mosaico, svoltosi fra ottobre e novembre 2011 a Ravenna), ti chiedo quali siano state nel tempo le risposte dell’Amministrazione pubblica, dei partners privati locali e stranieri, oltre che dei visitatori interessati alle vostre proposte e, in questo senso, quali siano le maggiori ed eventuali difficoltà che ancora si incontrano.

Io opero nel Museo d’Arte della città che è un’Istituzione Comunale: la nostra esistenza testimonia già da sola gli ideali e i principi che hanno portato alla nostra formazione e configurazione. Senza dilungarmi sull’argomento possiamo ricordare che il nostro Museo – la Loggetta Lombardesca, nome assunto negli anni settanta con il trasferimento qui della Galleria dell’Accademia che diventa Pinacoteca Comunale – da contenitore di una collezione soprattutto didattica al servizio degli allievi dell’Accademia,  si è nel tempo strutturato come luogo pubblico dove i cittadini possono fruire di importanti raccolte di opere d’arte, espressione del loro territorio, preservate a beneficio anche delle generazioni future, e di un vivace luogo di intrattenimento per curiosi e appassionati, di consumo d’arte di alto profilo, grazie all’organizzazione di Eventi espositivi che favoriscono il confronto culturale, formativo e didattico di un vaso pubblico.

Naturalmente la crisi della finanza pubblica, iniziata negli anni novanta, che ha investito negli ultimi tempi anche le risorse private, costringe tutti a inventare nuove strategie per tenere alto il livello qualitativo dei progetti. In questo contesto però credo che l’aggiornamento delle abitudini mentali e procedurali possa liberare la creatività e la voglia di rischio delle nuove generazioni di artisti.

Forte di una competenza maturata in anni di studio, cura delle collezioni, raccolta e gestione di dati, pubblicazioni di documenti e informazioni, il Centro di Documentazione vuole ora sempre più sostenere la tecnica musiva come una delle forme espressive dell’arte contemporanea con varie iniziative.

Abbiamo acquisito dei parternariati importanti, con Progetti Europei e collaborazioni a riviste straniere, con la lunga consuetudine con l’Accademia di Ravenna, con lo stretto contatto con l’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei, e con l’apertura a Paesi emergenti in ambito storico-artistico.

Nel 2011 siamo stati invitati in Israele a partecipare alla mostra Mosaic Code con sette opere musive della nostra collezione.

L’affermazione del binomio Ravenna=Mosaico è un merito che va equamente diviso fra i Mosaici Paleocristiani e Bizantini della nostra città e la grande attività messa in campo nel secolo scorso dal Gruppo Mosaicisti dell’Accademia. Noi abbiamo il dovere di non disperdere questa identità, ma di accompagnarla al confronto, non più eludibile, con le esigenze curatoriali, commerciali, formative e didattiche dell’arte contemporanea.

Takako Hirai, Istinto, 2011, Selezionato al Premio GAEM 2011

Una delle cose che più amo delle recenti esperienze musive è l’approccio di ricerca creativa, concettuale anche, verso la materia e il comporre-scomporre tessere in senso lato, di tutti gli artisti con cui ho avuto a che fare: il mosaico non è più, e da tempo ormai, una stampella della pittura come nella classicità e fino a buona parte del ‘900, ma è uno stato mentale, parafrasando Chance il giardiniere, tanto da arrivare a soluzioni originali o che s’appropriano di modalità scultoree, d’installazione etc., sino a verificare atteggiamenti musivi più o meno inconsapevoli anche in artisti che non si occupano direttamente di tessere, ma che di fatto creano-pensano musivamente (l’esempio più noto credo sia Vik Muniz).

Cosa è per te il mosaico e in quali direzioni sta andando? A questo proposito, che progetti anche collaborativi ha il CIDM nel prossimo futuro?

Come ho già avuto occasione di scrivere, Ravenna rappresenta un buon paradigma dell’evoluzione del concetto di arte musiva: gli apparati musivi dei suoi antichi monumenti di V e VI secolo sono uno splendido esempio della originaria funzione celebrativa del mosaico parietale paleocristiano, un’arte che, per la ricchezza dei materiali e per l’estrema specializzazione delle maestranze, necessitava di una committenza ricca e potente, che voleva compiere un forte investimento simbolico per scopi politici e dottrinari.

Quando l’importanza politica della città decade, il canone cattolico è pienamente affermato in Occidente e il mosaico non è più il genere-guida della pittura, a Ravenna si vivono secoli d’oblio.

Ma, a partire dai primi anni del Novecento, proprio qui rinasce il fare mosaico: si intensificano i restauri, rendendo necessario formare delle maestranze locali. Nel 1924 viene istituito il corso quadriennale di Mosaico all’Accademia di Belle Arti, grazie al quale si formano maestranze specializzate. L’Accademia di Ravenna oggi offre un percorso di alta formazione, interamente dedicato al mosaico, affiancata dall’Istituto Statale d’arte per il Mosaico G. Severini che fornisce un’istruzione superiore di secondo grado.

Oggi possiamo constatare che, nelle nostre scuole di formazione e nelle nostre botteghe operanti da quasi un secolo, si è venuta a costituire a pieno titolo una Scuola Ravennate, con caratteristiche stilistiche e tecniche pienamente riconoscibili e un prestigio affermato in tutto il mondo.

Certo che, nella pluralità eterogenea di esperienze che caratterizzano l’orizzonte artistico attuale, il mosaico può oggi mutare la propria identità e cercare una nuova autonomia, aperta a  sperimentazioni e ibridazioni, come il caso di Muniz che tu hai citato, ma se ne potrebbero fare tanti altri nel campo della Video art e in quello della Land art. Ma a Ravenna si respira il talento di dare forma e senso alla materia, non sprechiamolo e agevoliamo l’apprendimento della nostra arte.

La crisi economica minaccia la sopravvivenza di questo virtuoso sistema. Auspico che non si voglia disperdere il patrimonio di idee e esperienze già consolidato: l’investimento in cultura è fondamentale per lo sviluppo economico e sociale di un territorio.

Per quanto riguarda il CIDM, per difendere i risultati di qualità, visibilità e anche sperimentazione che stiamo portando avanti, vogliamo concretizzare una serie di progetti. Alcune anteprime: a giugno inaugurerà una mostra sul Micromosaico legato all’esperienza Sette-Ottocentesca del Grand Tour. Fra non molto daremo la comunicazione ufficiale, intanto ti anticipo che intendiamo coinvolgere anche l’Accademia. A fine settembre una mostra antologica del percorso artistico di Marco De Luca, un mosaicista che non ha bisogno di presentazioni.

E’ uscito il catalogo del Convegno che abbiamo organizzato su Architettura e Mosaico, appena possibile pubblicheremo il ciclo di conferenze sulle Capitali del Mosaico, in cui è intervenuta tra gli altri Maria Andaloro.

Nel frattempo stiamo lavorando al nuovo Catalogo della collezione dei Mosaici Contemporanei del MAR, circa 90 pezzi, che sarà edito da Longo.

Grazie al Progetto Europeo Open Museum che abbiamo vinto l’estate scorsa, vogliamo attrezzare meglio e possibilmente ampliare, il percorso espositivo delle collezioni permanenti della Pinacoteca e della Collezione Musiva.

Un’ultima notazione: il CIDM ha l’ambizione di presentarsi come una vivace piazza di confronto culturale, formativo e didattico (inteso come visione globale da tutti i punti di vista: storico e tecnico) in grado di accogliere e stimolare il dibattito sul contemporaneo, coinvolgendo l’Associazione Mosaicisti, che ha sede presso di noi, le associazioni di giovani artisti e curatori, le Istituzioni culturali e gli esperti del settore, un pubblico di appassionati d’arte. A questo proposito stiamo cercando di offrire ai giovani artisti un luogo adatto alle esposizioni temporanee, che sia in parte autogestito. Vedremo . . .

La sfida dell’artista è di aiutarci a vedere di più, con tutti i mezzi che gli sono congeniali, l’evoluzione della società e in ultima analisi, la vita, nel suo farsi: la nostra quella di creare un ambiente adatto al ripensamento, all’equilibrio e al riordino, alla progettazione di nuovi traguardi.

Info e contatti: CIDM

Associazione Mosaicisti Ravenna, Mobile aulico, 1987, Collezione Mosaici Contemporanei, Mar, Ravenna

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Premessa: a seguire il mio testo critico di presentazione dell’artista Filippo Farneti (Ravenna, 1972) nel catalogo dei vincitori (ex aequo con Massimiliano Errera, Ettore Frani, Banafsheh Rahmani e Manuela Vallicelli) del Premio Marina di Ravenna 2011 – Rassegna di pittura (Edizioni Capit Ravenna, 2011), a cura di Pericle Stoppa, in esposizione presso il  MAR dal 10 dicembre 2011 al 6 gennaio 2012.

Filippo Farneti, Self portrait, 2011

Il mondo è caos, anagramma di cosa regolata da leggi che fanno natura feroce e armonica a un tempo: l’uomo è specchio inconsapevole del mondo.

Oggetto dell’indagine di Filippo Farneti (Ravenna, 1972) è l’identità umana, la sua inafferrabilità nel flusso dei pensieri, meandri pericolosi, liberati per paradosso su carta, supporto fragile, e con mezzi delicati quali la matita o le tempere acquerellate, al più la penna per marcare i segni.

Ed è il disegno punto di partenza e snodo dell’artista, pratica quotidiana di autoanalisi priva di infingimenti (ossessivi gli autoritratti in cui sembra domandare: chi sono io, dov’è l’io, cos’è l’io?), unita a certa riflessione sulla memoria d’ascendenza boltanskiana, oltre a una vocazione narrativa degna della miglior graphic novel.

Due al momento gli approdi principali del suo fare: i quadri-puzzle e la serie ultima delle ombre.

Filippo Farneti, Ultime notizie, 2011

I primi sono una sorta d’equivalenza grafica del monologo joyciano di Molly Bloom, formati da un elenco di piccoli riquadri, in ognuno dei quali sono omini o particolari di paesaggi oggetti corpi volti e occhi che ci chiamano nell’opera, istantanea del complesso dei pensieri dell’artista, montati secondo analogie precise: l’arcata sopraccigliare diviene ponte o reminiscenza di elmo iliaco nell’immagine successiva, mentre una figura può trovarsi ripetuta ma sbiadita in quella accanto o completare l’azione o un particolare di una sopra o sottostante.

Tutto è dunque connesso e i soggetti singoli si chiariscono nell’insieme, invitando lo spettatore a ritrovare le fila (im)possibili del senso di questi tarocchi dai destini pressoché infiniti e vivi: come tali essi potrebbero debordare dai confini che per necessità l’autore impone loro, risalendo pareti, invadendo stanze, o come un blob senza freni, uscendo all’esterno per ricoprire tutto, divenendo misura immisurabile della biblioteca borgesiana.

Filippo Farneti, Dalle ombre (particolare), 2011

A questo versante di ricerca risponde su un polo a prima vista opposto l’assenza e il bianco e nero della sequenza detta “Dalle ombre”, epifania d’ectoplasmi in cui il soggetto è uno, umano e non, riaffiorante alla mente dal pozzo del tempo e ora qui chiuso in una nicchia.

L’analisi si fa stringente, eppure qualcosa interrompe il processo di emersione e attraverso lastre satinate di plexiglas, l’artista fa intendere che la verità resta opaca, avvicinabile come voleva Popper, ma alfine irraggiungibile.

Filippo Farneti, Dalle ombre (particolare), 2011

A ben vedere, il tema dell’io sfuggente, della memoria irrecuperabile per il tradire della mente (radice comune al verbo mentire), torna anche in questo teatro delle ombre: recita una formula della crisi iconoclasta dell’Impero bizantino: “la verità è immagine, ma non c’è immagine della verità”.

Ciò nonostante, solo un fare artistico incessante può tentare di conoscere e colmare ciò che si può della distanza fra l’uomo e se stesso, unendo alla saggezza eraclitea (“la natura delle cose ama nascondersi”) la consapevolezza di Beckett: “No matter. Try again. Fail again. Fail better.”

Info e contatti:

farneti.filippo@gmail.com

Premio Marina di Ravenna 2011 – MAR

Filippo Farneti, Perdendo le tracce, 2011

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Luca Barberini, On the Oil Barrel, 2010

(Premessa: l’intervista che segue, a cura di Linda Landi, è apparsa sul sito e sul numero 419 del 2 dicembre 2010 del settimanale Ravenna&Dintorni, pagina 13.)

Il mosaico a Ravenna: un dibattito che auspicabilmente continua. È ora la volta di Luca Maggio, critico e insegnante di storia dell’arte (classe 1978) che porta avanti le ragioni di alcuni giovani mosaicisti in risposta all’intervista rilasciata da Saturno Carnoli su Ravenna&Dintorni del 18 novembre 2010 (a pagina 14).

«Non sono d’accordo sull’affermazione che segue – spiega Maggio, “la mia generazione non è riuscita a passare il testimone ai giovani, che oggi sono studenti meno motivati… noi abbiamo vissuto la rivolta, oggi invece manca un pensiero disobbediente e autonomo”. La ritengo mortificante verso chi ha insegnato e continua a insegnare mosaico con passione, e soprattutto verso chi è stato formato e con coraggio ha investito oggi la propria vita nel mosaico, in particolare in quello artigianale e artistico».

Double Game Academy, Ravenna, 2009: in primo piano l'opera di Silvia Naddeo, Eat Meet, premiata dal MAXXI di Roma

Qualche nome?

«Tra le cosiddette “nuove leve” ravennati, esistono realtà già qualitativamente affermate a livello nazionale ed internazionale come Dusciana Bravura, Matteo Randi, Filippo Tazzari, Caterina Baldassarri o la giovane Silvia Naddeo, romana d’origine ma ravennate per formazione musiva, di recente premiata dal MAXXI di Roma proprio per una scultura mosaico. Poi, Takako Hirai, giapponese che da anni collabora con Koko Mosaico ovvero Arianna Gallo e Luca Barberini, da tempo attivissimi nel settore, tra l’altro, Barberini è l’attuale vicepresidente dell’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei, e ancora il gruppo CaCO3 ovvero Âniko Ferreira da Silva, Giuseppe Donnaloia e Pavlos Mavromatidis, i quali solo nell’ultimo anno hanno diverse esposizioni all’attivo, dall’Artplay di Mosca al Museo Nazionale di Ravenna.

Ma si potrebbero citare molti altri artisti del’ultima generazione, anche stranieri. Mi preme dire che sono tutti più che “motivati e autonomi”, avendo un percorso, una poetica e dignità creativa originali. Non sono promesse, ma già realtà fertili, e ignorarli vuol dire non sapere quel che è accaduto negli ultimi dieci anni».

CaCO3, Organismo verde n.1, 2010

Ma il calo degli iscritti negli istituti di formazione è una realtà…

«Vero, ma penso che l’analisi di Carnoli sia comunque sbagliata, specie per le soluzioni avanzate. In sostanza lui propone di aprire nuovi spazi formativi, al momento non necessari. Se c’è un calo di iscritti, non è dovuto alla mancanza di qualità dei percorsi formativi, ma è da attribuirsi all’assenza di prospettive professionali future, che potrebbero essere attivate da una rete virtuosa di sinergie fra istituzioni pubbliche e private per commissioni e appalti musivi/edili in grado di offrire sbocchi lavorativi. Tutto ciò è difficile, ma non utopico e ne ha parlato per esperienza diretta anche l’architetto e designer Ugo La Pietra lo scorso 9 ottobre, in occasione del convegno “Architettura e Mosaico” organizzato dal Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico del MAR: o crei il circuito o ne resti fuori e Ravenna non può permettersi di vivere solo sul passato, specie riguardo l’identità musiva. In questo senso, occorrerebbero anche spazi espositivi adeguati.

Per i fondi da reperire, Carnoli citava la Regione, ammesso che ne abbia, ed eventuali tagli al Ravenna Festival, polemica vecchia e sterile. Il Festival dà lustro culturale al nome della città nel mondo, oltre ad aver commesso a Marco Bravura due considerevoli opere musive, l’Ardea Purpurea del 1999 a Beirut (una copia è in Piazza della Resistenza a Ravenna), e quest’anno le Onde a Trieste, in occasione di concerti diretti da Riccardo Muti. Sono segni importanti vista anche la candidatura della città a Capitale Europea della Cultura del 2019».

Dusciana Bravura, Alchemy, 2010, Artplay, Mosca



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Emilio Villa (1914-2003)

“Riuscendo a fare il vuoto interno, a creare in sé uno spazio di digiuno, isolando il testo poetico mentalmente da tutto lo si percorre meglio nei suoi meandri.” (Guido Ceronetti)

Emilio Villa (Affori, Milano, 1914 – Rieti, 2003): la sua traduzione dell’Odissea (Parma, 1964) e L’arte dell’uomo primordiale, scritto negli anni ’60 e uscito postumo (Milano, 2005) con l’importante postfazione di Aldo Tagliaferri, il suo maggior studioso, sono stati i miei veicoli per l’incontro con questo genio, parola come si sa abusata, da centellinare, anche se, e senza pentimenti, è in questo caso più che opportuna.

Villa, ex seminarista, traduttore di lingue morte per lui vive, caratteri sumeri, ebraici, greci e latini, con i quali talvolta scriveva, alternandoli e mescendoli ai moderni francese (come al provenzale antico), inglese, portoghese, spagnolo, oltre che al milanese natio e all’italiano, al suo italiano, un code-switching/code-mixing scritto, originale e altro da Pound, Villa poeta e critico d’arte illuminato e illuminante per intuizioni e ponti solo a lui possibili, attraverso differenze di stili e di tempi degli argomenti e degli artisti scelti, dalla preistoria alla contemporaneità più stringente, inventore di cultura tout court nonché di riviste e plaquettes rarissime già all’atto di nascita, croce e delizia di bibliofili e bibliofolli, come fra le altre cose narra Giampiero Mughini in alcune pagine commoventi del bellissimo La collezione (pag. 258-264, Torino, 2009),  fece della parola il centro del suo laboratorio sperimentale, dandole, più che poté, spazio e linfa novissimi: “siamo ancora due solitarie sparsae sibille, io e te, che si/ specchiano in faccia, in feccia, in furia, in fauci inficiate/ come due angeli stupidi e assorti, angeli mutuae faciei./ In realtà non sappiamo dire cosa sia il dire,/ quid sit dicere.

Eppure Emilio Villa resta un mistero: conosciuto da tutti negli ambienti culturali, probabilmente invidiato e per certo isolato da questi, ma anche outsider per scelta, per natura direi: alla muffa ipocrita di tanta intellighenzia italiana, accademica, partitica e non, preferì sempre e sempre fu preferito dagli artisti, coloro che fanno senza necessariamente bisogno di parole, cui pensò lui nel fondamentale e plurilinguistico Attributi dell’arte odierna 1947-1967 (Milano,1970), il capolavoro.

È piuttosto raro trovare Villa in commercio, pur avendo prodotto una quantità considerevole di testi, almeno fino al 1986, data della paralisi, oltre la quale il silenzio.

Emilio Villa, pagina autografa

Certo è che lo stesso Villa faceva spesso uscire cose sue in numeri limitatissimi e serie semiclandestine, quasi sempre impreziosite da disegni e opere grafiche dei suoi amici artisti: Fontana, Manzoni, Castellani, Burri, Mirko, Novelli, Turcato, etc. Moltissimo poi è rimasto allo stato di manoscritto o dattiloscritto, come il progetto incompiuto di una vita, le parti tradotte della Bibbia, conservate insieme a numerose altre carte nel Fondo Villa presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, una delle motivazioni della mostra qui dedicatagli nel 2008, nell’ex Chiesa di San Giorgio, a cura di Claudio Parmiggiani (catalogo Mazzotta, Milano, 2008).

Quando si parla di critica nell’attività di Villa, non è da intendersi nell’accezione comune, ma come fatto d’arte sull’arte, ovviamente anni luce distante, anzi proprio cosa altra dal dannunzianesimo longhiano imperante all’epoca e in seguito attraverso la fungaia epigona.

Un’amica di questo blog (e splendida fotografa), Anna Marasco, laureatasi con una tesi dal titolo Emilio Villa e la ricerca dell’assoluto, mi disse: “Poche parole perché Villa non necessita di nessuno che parli per lui. Un genio. Probabilmente l’ultimo genio d’Italia. Un inclassificabile rabdomante nauseato dall’Italia e dalla sua classe accademica. Era troppo avanti, dunque inesorabilmente destinato all’oblio”.

Cara Anna, hai ragione quando dici che a Villa basta Villa, da cui l’imbarazzo iniziale anche mio per un semplice post, e hai ragione nel dire che era troppo avanti, ma sull’oblio voluto dall’ufficialità, perdura laddove è naturale che sia: Villa resterà, è già, specie per chiunque sia stato toccato dalla sua conoscenza, anche pochissimi, non importa, come dimostrano Il clandestino, la biografia dedicatagli da Tagliaferri (Roma, 2004) e il ricordo del poeta Nanni Cagnone su Le Milieu.

"Tutto è cominciato qui ma tutto finisce altrove, in qualche porzione di millennio", pannello a mosaico da alcuni versi di Emilio Villa, realizzato nel 1986 a cura dell'Istituto Statale d'Arte per il Mosaico G. Severini di Ravenna, attualmente collocato presso il MAR, Museo d'Arte della città di Ravenna


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