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Raymond Carver (1938-1988)

Raymond Carver (1938-1988)

Alle spalle, a volte, ci prendono i ricordi. Il che non è necessariamente un male. Fa parte della natura stessa del ricordare, essere sorpresi e così sospesi. Leopardi ci ha speso più di qualche idillio struggente e Proust ci ha costruito un monumento con alcune pagine davvero indimenticabili.

Che cosa è mai l’uomo, già, che cosa?

Viene a me naturale, da anni o da sempre, passare parole, immagini, musiche ad amici, conoscenti, colleghi che spesso ricambiano reciprocamente, perché non si può non restituire condividendo ciò che ci ha fatto bene, laddove questo bene vuol dire non solo consolazione ma anche dolore da affrontare o con cui confrontarsi. Comunque porsi domande e nulla di questo bene lasciare inerte.

A questi passaggi fondamentali fra esseri umani, Pennac ha dedicato la lectio magistralis della sua recente laurea honoris causa in Pedagogia a Bologna.

Mi è capitato di passare solo due o tre volte in tutto i versi di una poesia di Carver che pure amo molto e che da tempo conservo nella mia babelica scatola-biblioteca di fogli sparsi. Perché non l’ho fatta circolare di più? Certo, bisogna trovare le persone adatte, ma non è solo quello. L’ho capito di recente. Ero in libreria per acquistare un testo che non ho poi trovato e come capita assai spesso ne ho adocchiato un altro che neanche sospettavo fosse stato pubblicato (i miei scaffali sono per la maggior parte pieni di incontri cartacei casuali). In questo caso si trattava del volume che raccoglie tutte le poesie di Raymond Carver. Apro la trovo lo faccio mio. E lì arriva il fulmine del ricordo. Avevo dimenticato chi me l’aveva regalata anni fa. Erika. Capelli neri, occhi chiari, velo di efelidi su pelle di latte e una santa voglia di ridere, di scherzare su tutto, di prendersi con la grazia della leggerezza e di riuscire a tirare fuori dall’altro, da me, altrettanta gaiezza. Che intese a volte nella vita. E l’attrazione fisica nulla c’entra, per quanto. Semplicemente è altro il livello.

Ci siamo persi poi. Senza dolore o strappi. Succede. Di lei mi era rimasto solo il foglio di Carver che mi lesse un giorno, tanto di quel tempo fa da non riuscire più a collegarlo di primo acchito a chi me lo aveva regalato. Era rimasta, questo sì, la consapevolezza inconscia che quella paginetta era misteriosamente preziosa e andava come protetta, non diffusa. Era qualcosa di mio, di privato. Non so se vi è mai capitata una sensazione simile. Invece, improvviso, col libro tra le mani ecco il suono della sua risata tornare nel mio orecchio.

Oggi ho fatto pace con quel bel ricordo e ho deciso di liberarlo, di pubblicarlo insieme ai versi di Carver. Vi diranno qualcosa o forse nulla. Ma ora sono anche vostri.

Raymond Carver e Tess Gallagher

Raymond Carver e Tess Gallagher

DOVE L’ACQUA CON ALTRA ACQUA SI CONFONDE

Adoro i torrenti e la musica che fanno.
E i ruscelli, nelle radure e nei prati, prima
che diventino torrenti.
Forse li adoro soprattutto
per la loro segretezza. A momenti dimenticavo
di dire qualcosa sulle sorgenti!
Può esserci una cosa più meravigliosa di una fonte?
Ma anche i grandi corsi d’acqua hanno il loro cuore.
E i luoghi in cui confluiscono nei fiumi.
Le foci aperte dei fiumi che sfociano nel mare.
I luoghi dove l’acqua con altra acqua
si confonde. questi luoghi mi si stagliano
nella mente come luoghi sacri.
Ma questi fiumi lungo la costa!
Li amo come alcuni amano i cavalli
o le donne affascinanti. ho un debole
per questa acqua veloce e fredda.
Mi basta guardarla perché il sangue scorra più veloce
e un brivido mi percorra la pelle. Potrei stare
a guardarli per ore questi fiumi.
Non ce n’è uno che somigli a un altro.
Oggi compio quarantacinque anni.
Chi ci crederebbe ora se dicessi
che una volta ne avevo trentacinque?
E che avevo il cuore freddo e vuoto, a trentacinque anni!
Sarebbero passati altri cinque anni
prima che ricominciasse a scorrervi del sangue.
Mi prenderò tutto il tempo che voglio oggi pomeriggio
prima di lasciare questo posto accanto al fiume.
Mi piace amare i fiumi.

Amarli a monte fino
alla sorgente.
Amare tutto quello che mi fa crescere.

Raymond Carver (1938-1988), da Racconti in forma di poesia (Where Water Comes Together with Other Water, 1985), in Raymond Carver, Orientarsi con le stelle – Tutte le poesie (Roma 2013, titolo orig. All of Us, 1996).

Ps. Non so per quali strane associazioni sinaptiche, ma questi versi mi fanno venire alla mente la Sonata in La maggiore KV 331 di Mozart, in particolare le prime delicatissime note qui suonate con la grazia irraggiungibile della semplicità dal maestro Aldo Ciccolini. E ora provate a rileggerlo Carver con questo accompagnamento, poi a occhi chiusi o completamente aperti lasciate che le parole scorrano via e sia solo la musica.

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Jan Vermeer, Veduta di Delft, 1660 ca., Mauritshuis, L'Aia

Jan Vermeer, Veduta di Delft, 1660 ca., Mauritshuis, L’Aia

Seppi che quel giorno era avvenuta una morte che mi procurò molto dolore, quella di Bergotte. È noto che la sua malattia durava da molto tempo. Non, evidentemente, quella di cui aveva sofferto inizialmente e che era naturale. La natura sembra capace di dare soltanto malattie piuttosto brevi. Ma la medicina si è arrogata l’arte di prolungarle. (…)

Morì nelle circostanze seguenti: a causa di una crisi di uremia abbastanza leggera, gli avevano prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata dal museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e pensava di conoscere a fondo, una piccola ala di muro giallo (che non si ricordava) era dipinta così bene da sembrare, se la si guardava isolatamente, una preziosa opera d’arte cinese, di una bellezza che sarebbe bastata a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì ed entrò alla mostra. Sin dai primi gradini che ebbe da salire, fu preso da mancamenti. Passò davanti a molti quadri ed ebbe l’impressione dell’aridità e dell’inutilità di un’arte così artificiosa, e che non valeva le correnti d’aria e di sole di un palazzo di Venezia, o di una semplice casa in riva al mare. Infine si trovò davanti al Vermeer che si ricordava più splendente, più diverso da tutto quel che conosceva, ma dove, grazie all’articolo del critico, notò per la prima volta dei piccoli personaggi in blu, che la sabbia era rosa e infine la preziosa materia della piccolissima ala di muro giallo. I suoi mancamenti aumentavano; egli fissava lo sguardo, come un bambino su una farfalla gialla che vuole catturare, sulla preziosa piccola ala di muro. “È così che avrei dovuto scrivere, diceva. I miei ultimi libri sono troppo scarni, sarebbe stato necessario passare parecchi strati di colore, rendere la frase in se stessa preziosa, come questa piccola ala di muro giallo.”

Tuttavia la gravità dei suoi capogiri non gli sfuggiva. In una bilancia celeste gli appariva, su uno dei piatti, la sua stessa vita, mentre l’altro conteneva la piccola ala di muro dipinta così bene di giallo. Sentiva di aver dato incautamente la prima per la seconda. (…) Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo? (…)

Lo seppellirono, ma tutta la notte funebre, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre a tre, vegliavano come angeli dalle ali spiegate e sembravano per colui che non era più, il simbolo della sua resurrezione.

Marcel Proust (1871-1922), da La Prisonnière (traduzione di Giovanna Parisse, Roma 1990) in À la recherche du temps perdu (1913-1927).

PS. Lorenzo Renzi  in Proust e Vermeer, Apologia dell’imprecisione (Il Mulino, Bologna 1999) chiarisce “l’imprecisione creatrice” del grande francese che sostituì l’effettivo tetto giallo presente nel dipinto con “l’ala di muro” fatale per Bergotte.

Jacques-Émile Blanche, Ritratto di Marcel Proust, 1892, Musée d'Orsay, Parigi

Jacques-Émile Blanche, Ritratto di Marcel Proust, 1892, Musée d’Orsay, Parigi

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In foto particolare dell’opera di CaCO3, Essere Quadrato / Essere Rosso, 2011, limestone / smalti on polystyrene, 100x100x3,5 cm / ø 27 cm

Premessa: ho scritto il testo critico seguente per il catalogo della collettiva Ti desidero – I long for you, esposizione organizzata grazie alla Ismail Akhmetov Foundation presso la Musivum Gallery di Mosca dal 24 ottobre al 2 dicembre 2012. In mostra opere di CaCO3, Roberta Grasso, Samantha Holmes, Vadzim Kamisarau, Silvia Naddeo, Matylda Tracewska e Aleksey Zhuchkov.

Ti desidero

A volte l’avvenire abita in noi senza che ce ne rendiamo conto e le nostre parole che credono di mentire descrivono una realtà vicina. Marcel Proust, Sodoma e Gomorra

CaCO3, Organismo, 2009, gold, 45 x 45 x 3 cm

Desiderare: essere umani. Desideriamo per vivere: oggetti, risposte, successi, amore, denaro, la sapienza, la semplicità, le complicazioni, il lusso, il corpo o talvolta un suo particolare (Il ginocchio di Claire), desideriamo sino a oltrepassare il confine del lecito, l’uccisione di sé e dell’altro, così da Narciso a Hitchcock, tutti soggetti ad una medesima potentissima pulsione, quella del desiderio che produce piacere.

Matylda Tracewska, Black Square II, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

Matylda Tracewska, Black Square III, 2011, marble, smalti, 80 x 80 x 4 cm

È inevitabile dicono gli studi di David Linden[1], fa parte della nostra storia evolutiva e di come si è modificata conseguentemente l’area tegmentale ventrale del cervello. D’accordo, ma proprio perché non travalichi è necessario orientare e capire la natura del desiderio che è anzitutto scoperta dell’altro[2], della necessità che ognuno di noi ha dell’altro (e dunque sana presa di coscienza della propria incompletezza, vero riflesso nello specchio di ogni mattino).

Silvia Naddeo, Transition, 2012, smalti, ceramic glass, hand colored glass spheres, 40 x ø 170 cm

Silvia Naddeo, Transition (particolare), 2012

Gli artisti non sono certo esenti da questo tipo di processi, anzi per certi versi ne sono tramiti privilegiati: il desiderio indica sempre una mancanza, un vuoto da riempire, un’assenza di stelle (questo è l’etimo della parola) da aspettare per riprendere il cammino, come facevano di notte i soldati di Cesare nel De Bello Gallico, desiderantes in attesa del rientro dei loro commilitoni[3].

Roberta Grasso, Memory of a Dream, 2012, silicon, smalti, ceramic glass, organza, tulle, 460X230 cm

Roberta Grasso, Memory of a Dream (particolare), 2012

I desideri di questi artisti li state vedendo ora, qui: vivono in queste immagini di pensiero e realtà raggrumata attraverso l’interpretazione musiva, che facendosi incontro, scontro, dramma, analisi della loro visione dell’altro (e di sé), traducono la vita del nostro tempo inclusa la sua assenza di tempo.

Alexey Zhuchkov, Still Life with Bottles and White Teapot, 2012, natural and artificial stone, smalti, 44 x 65,6 cm

Alexey Zhuchkov, Still Life with Half an Apple, 2012, natural and artificial stone, smalti, 50 x 65 cm

Sono modi diversi di vedere questo tempo e i suoi desideri fatti di ombre di memoria personale e oggettuale da recuperare, da fissare, come di attimi globali da voler conservare come fotogrammi intimi (la Nostra storia, la mia storia), di passioni ipertrofiche che, novelle sirene, attirano per divorarci, di intrecci impalpabili come un sogno (si chiarirà al risveglio, ci imprigionerà?), di astrazioni di colore e materia alla ricerca della sfida (im)possibile, raggiungere l’assoluto (e la sua follia), non a caso in quest’era così straripante di icone che si annullano nell’oceano del proprio vorticare impazzito.

Vadzim Kamissarau, The Main News 1, 2012, cement, smalti, 73 х 93 х 25 cm

Vadzim Kamissarau,The Main News 3, 2012, cement, smalti, 50 x 95 cm

Sono idee che non cercano alibi per piacere: pietra, vetro, silicone, metallo, legno, carta e volontà: di questo si tratta e di questo oggi sa trattare il mosaico, per la verità già da anni, ma oggi con forza rinnovata anche grazie all’apporto di questi giovani artisti, consapevoli abitatori del loro tempo internauta, e coautori essi stessi della terribile euforica festa pop e dunque neobarocca di inizio XXI secolo, in cui al rigore scientifico-chimico si affianca violenta e leggera la meraviglia (quasi eco secentesca) di cui sono veicolo i cosiddetti cinque sensi, qui tutti sollecitati. Recentemente John M. Henshaw[4] ha proposto di raddoppiarli, visti gli sviluppi ultimi delle neuroscienze, ma già in tempi remoti venivano completati dal cosiddetto sesto senso, sorta di summa, affinamento e potenziamento dei precedenti, per raggiungere capacità intuitive superiori, che questi artisti possiedono e che la compositrice finlandese Kaija Saariaho ha perfettamente descritto nel suo  D’om le vrai sens (2010)[5], musica adattissima quale ideale colonna sonora, lirica e inquieta, di queste opere che nude si offrono ai nostri occhi ingombri e sporchi, quale igiene visiva e mentale.

Samantha Holmes, Devotion, 2012, paper and wire, 92 х 42 cm

A questo punto, più di qualche dubbio sorge, se sia ormai il caso di capovolgere la distinzione del Fedone platonico sull’immortalità dell’anima rispetto al corpo, ovvero fra l’eternità dell’idea e il suo riflesso fisico legato ad una durata: è vero, un giorno tutto scomparirà, incluso il Pianeta, ma in ogni opera d’arte l’essere delle cose risiede nella sua attuazione realizzata, testimone particolare d’un epoca, d’un io e insieme universale, non “senza tempo”, ma “oltre” il proprio tempo: è lo scandalo e l’assurdità sempre attuale della bellezza, il sommo dei piaceri, il primo fra i desideri.

Musivum Gallery Mosca – Ti desidero/I long for you

Mosaic Art Now Interview

Samantha Holmes, Absence (Moscow), 2012, marble, smalti, ceramic glass, gold, 260 x 150 cm


[1] Cfr. David J. Linden, The Compass of Pleasure (New York 2011); The Accidental Mind: How Brain Evolution Has Given Us Love, Memory, Dreams and God (Cambridge, MA, 2007).

[2] Lacan opportunamente parla dell’Altro da sé come potenza esterna e beneficamente contraria all’impero dell’Io, che solo così può percepirsi non più monade autosufficiente ma finalmente bisognoso di relazione e in sostanza capace di desiderare, cfr. Jacques Lacan, Scritti (ediz. ital. Torino 1974) e il bellissimo saggio del lacaniano Massimo Recalcati, Ritratti del desiderio (Milano 2012).

[3] Cfr. Massimo Recalcati, op.cit.

[4] John M. Henshaw , A Tour of Senses: How Your Brain Interprets the World (John Hopkins University Press, 2012): in particolare lo scienziato americano propone di aggiungere ai tradizionali vista, udito, olfatto, gusto, tatto, anche equilibrio, temperatura, dolore, senso chimico comune, “propriocezione” (ovvero la percezione di sé), senza contare altri sensi di cui sono dotati alcuni animali, l’ecolocazione dei cetacei, l’elettrolocazione di squali e anguille, la capacità di vedere l’ultravioletto delle api e l’infrarosso di alcuni serpenti, etc.

[5] Ispirato alla Storia della Dama e dell’Unicorno degli arazzi del Museo di Cluny, Parigi.

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Premessa: questo stesso post è stato pubblicato il 14 giugno 2011. Viene riproposto su richiesta di Paperblog, sito con cui collaboro e che domattina, 20 aprile 2012, compie due anni: auguri dunque alla redazione e a tutti i paperbloggers!

Signore e signori, vi ho convocato oggi con molta emozione per annunciarvi una notizia importante che riguarda la mia vita privata e il mio lavoro.

Ho avuto la fortuna di diventare assistente di Christian Dior a 18 anni, di succedergli a 21 anni e di conoscere il successo con la mia prima collezione nel 1958, quarantaquattro anni fa tra pochi giorni. Da allora ho vissuto per il mio mestiere e grazie al mio mestiere. E sono molto fiero che le donne di tutto il mondo portino tailleur pantalone, smoking, caban e trench.

Mi dico che ho creato il guardaroba della donna contemporanea, che ho partecipato alla trasformazione della mia epoca. Mi si perdonerà di farmene un vanto, perché ho creduto da sempre che la moda non servisse solo a rendere più belle le donne, ma anche a rassicurarle, a dar loro fiducia, a permettere loro di essere consapevoli.

Ogni uomo per vivere ha bisogno di fantasmi estetici. Io li ho inseguiti, cercati, braccati. Ho sperimentato molte forme di angoscia, molte forme di inferno. Ho conosciuto la paura e la terribile solitudine, la falsa amicizia dei tranquillanti e degli stupefacenti, la prigione della depressione e quella delle case di cura. Da tutto questo un giorno sono uscito, stordito, ma nuovamente in me.

Marcel Proust mi aveva insegnato che la magnifica e lamentosa famiglia dei nevrotici è il sale della terra. Non ho scelto questa fatale discendenza, ma è grazie a lei che mi sono innalzato nel cielo della creazione, che ho frequentato i “ladri di fuoco” di cui parla Rimbaud, che ho trovato me stesso, che ho compreso che l’incontro più importante della vita è quello con se stessi.

Nonostante questo, oggi ho deciso di dire addio a questo mestiere che ho tanto amato.” Y.S.L.

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio 2002. In queste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Yves Saint Laurent e Pierre Bergé nell'appartamento di rue de Babylone, Parigi, 1982

Con esse si apre il bellissimo Yves Saint Laurent – Pierre Bergé, L’Amor Fou (2010), docu-film di Pierre Thoretton uscito un anno fa in dvd per Feltrinelli Real Cinema insieme ad un piccolo e prezioso libretto d’accompagnamento con diversi interventi, in particolare di Pierre Bergé, il compagno, il socio e l’amico di tutta la parabola Saint Laurent sin dal ‘58, anno del loro primo incontro che li avrebbe portati tre anni dopo a fondare la famosa maison d’haute couture, una delle più grandi e rivoluzionarie avventure d’eleganza e design del secolo appena trascorso.

Bergé, oltre ad essere un coltissimo e raffinato bibliofilo, intimo di Cocteau e Giono, ha collezionato con Saint Laurent una delle raccolte d’arte più formidabili del nostro tempo, con nomi di primissimo ordine, da Matisse a Picasso a Mondrian a Klee, da Degas a Gauguin a Cézanne a Klimt, da Brancusi a Duchamp a Calder a Warhol (loro amico personale), da Géricault a Goya al Giambologna a Hals, oltre a numerosi altri nomi da brivido, senza contare gli arredi, dai vasi greci ai mobili déco agli smalti di Limoges, etc. …

Tutte cose che dopo la scomparsa del grande stilista, Bergé ha deciso di mettere in vendita, “perché ai miei occhi, dopo la morte di Yves, … (la collezione) ha perso gran parte del suo significato.”

Il film ruota proprio attorno all’asta milionaria di Christie’s del febbraio 2009, che fruttò un incasso pari a 373,9 milioni di euro, destinati a Sidaction per la lotta contro l’AIDS.

Jardin Majorelle - Marrakech

In quelle opere e nelle immagini che le restituiscono alle case che adornavano (l’appartamento di rue de Babylone a Parigi, il rifugio in Normandia o il meraviglioso Jardin Majorelle di Marrakech, tuttora visitabile, uno dei luoghi da non perdere nella vita), così vissute da questa straordinaria coppia di esteti, si ritrova il senso del loro lavoro, della loro ricerca e fatica, che fece dire a Bergé “se Coco Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha dato il potere” e allo stesso Saint Laurent: “La moda non è arte, ma ha bisogno di un artista per esistere: gli abiti sono sicuramente meno importanti di musica, architettura e pittura, ma era ciò che sapevo fare e che ho fatto, forse, partecipando alle trasformazioni della mia epoca.”

Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent – sito ufficiale

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Giorgio Caproni (1912-1990)

Non so più, non ricordo se i primi versi di Giorgio Caproni (Livorno, 1912 – Roma, 1990) me li ha fatti conoscere mia madre facendomi leggere e amare Preghiera, quel delicatissimo battere d’ali e lettere dedicate dal poeta a sua madre Anna Picchi (“Anima mia, leggera/ va’ a Livorno, ti prego./ E con la tua candela/ timida, di nottetempo/ fa’ un giro; e se n’hai il tempo,/ perlustra e scruta, e scrivi/ se per caso Anna Picchi/ è ancor viva tra i vivi.// (…) Anima mia, sii brava/ e va’ in cerca di lei./ Tu sai cosa darei/ se la incontrassi per strada.”), oppure se per caso ho incontrato questo maestro intimo grazie alla serie benemerita dei “Miti Poesia Mondadori” di metà anni ’90, col libretto che presentava in quarta di copertina un sussurro delicatissimo, non casualmente aperto e chiuso dai puntini di sospensione, sistole e diastole di cuore e pensiero: “…perch’io, che nella notte abito solo,/ anch’io, di notte, strusciando un cerino/ sul muro, accendo cauto una candela/ bianca nella mia mente – apro una vela/ timida nella tenebra, e il pennino/ strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo/ e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto/ che mi bagna la mente…”.

Anni dopo, all’università, un amico, in occasione di un reading teatrale che stavamo preparando, mi suggerì di concludere la scaletta col Congedo del viaggiatore cerimonioso di Caproni, proposta che subito accettai ormai qualificando questo poeta come uno dei familiares ideali più cari. Nella stessa raccolta di inizio anni’60, si trova il Lamento (o boria) del preticello deriso, un personaggio che non stonerebbe nella galleria d’un Fabrizio De André, con quell’intuizione finale, quasi beckettiana, “non so più agire/ e prego; prego non so ben dire/ chi e per cosa; ma prego:/ prego (e in ciò consiste/ – unica! – la mia conquista)/ non, come accomoda dire/ al mondo, perché Dio esiste:/ ma, come uso soffrire/ io, perché Dio esista”, poi ripresa da Jovanotti nel bel rap Date al diavolo un bimbo per cena (2002) col verso “prego non perché Dio esiste ma perché Dio esista”.

Giorgio Caproni con l'amico Pier Paolo Pasolini

In una mostra bibliotecaria, infine, di qualche tempo fa, dedicata a microversi in microlibri, accanto ad alcune perle di Luzi (“La mia pena è durare oltre quest’attimo”, verso dal sapore goethiano, che poi volli riscrivere su una piccola foglia d’autunno, lasciando che lentamente si seccasse, mutando colore, sino a sbriciolarsi sulla parete cui l’avevo appesa) e della Merini (“Son crudele, lo so,/ ma il gergo dei poeti è questo”), che certo non avrebbero sfigurato, anzi, in uno dei preziosi gioiellini editi da Pulcinoelefante di cui forse fanno già parte, c’era una teca completamente dedicata a Giorgio Caproni.

Ricorrendo quest’anno il suo centenario di nascita compiuto lo scorso 7 gennaio, saluto il lettore e il grande poeta che amava definirsi un genovese di Livorno (insieme a Roma, le tre città della sua vita), proprio con alcuni di quei frammenti, illuminazioni folgoranti scritte in periodi diversi, dense di grazia, ironia, tensione (e rassegnazione) metafisica e consapevolezza che il linguaggio, cui tanto affidiamo la ricerca e l’eredità del nostro messaggio umano, è limitato e può tradire, nascondendo fratture in cui cadere, da cui i numerosi e caratteristici enjambements delle sue liriche, sebbene nel caso della poesia sia anche l’ultimo corrimano cui aggrapparsi (Wisława Szymborska).

 

Versi di Giorgio Caproni:

 

Bisogno di guida: M’ero sperso. Annaspavo./ Cercavo uno sfogo./ Chiesi a uno. «Non sono,»/ mi rispose, « del luogo.»

 

Istanza del medesimo: «Cosa volete ch’io chieda./ Lasciatemi nel mio buio./ Solo questo. Ch’io veda.»

 

Postilla: (Non ha saputo resistere/ al suo non esistere?)

 

Deus absconditus: Un semplice dato: Dio non s’è nascosto./ Dio s’è suicidato.

 

Le carte: Imbrogliare le carte,/ far perdere la partita./ È il compito del poeta?/ Lo scopo della sua vita?

 

Sassate: Ho provato a parlare./ Forse, ignoro la lingua. Tutte frasi sbagliate./ Le risposte: sassate.

 

Esperienza: Tutti i luoghi che ho visto,/ che ho visitato/ ora so – ne son certo:/ non ci sono mai stato.

 

Indicazione: – Smettetela di tormentarvi./ Se volete incontrami,/ cercatemi dove non mi trovo./ Non so indicarvi altro luogo.

 

Falsa pista: Credevo di seguire i passi./ D’averlo quasi raggiunto./Inciampai. La strada/ si perdeva fra i sassi.

 

I pugni in viso: «La morte non mi avrà vivo,»/ diceva. E rideva,/ lo scemo del paese,/ battendosi i pugni in viso.

 

Le parole: Le parole. Già./ Dissolvono l’oggetto./ Come la nebbia gli alberi,/ il fiume: il traghetto.

 

Ansava sul suo violino/ stonava. Allegro con moto/ Si può, in un bicchiere vuoto/ bere il ricordo del vino?

 

Rivelazione: Mi sono risolto/ mi sono voltato indietro./ Ho scorto/ uno per uno negli occhi/ i miei assassini./ Hanno/ – tutti quanti – il mio volto.

 

Mentore: Devi perseverare,/ usare buona pazienza./ Ricordalo, se vuoi arrivare/ al punto di partenza.

 

I baci: Oltre il bene e oltre il male./ Oh amore…amore…/ …E i baci,/ che cambiano sapore/ di capitale in capitale

 

Raggiungimento: Andavo. Andavo./ Cercavo dove poter sostare./ Ero ormai sul discrimine./ Dove finisce l’erba/ e comincia il mare.

 

La morte non finisce mai

 

Pensatina dell’antimetafisicamente: «Un’idea mi frulla,/ scema come una rosa./ Dopo di noi non c’è nulla./ Nemmeno il nulla,/ che già sarebbe qualcosa».

 

Per le spicce: L’ultima mia proposta è questa:/ se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta.

 

Ps. Ricordo che Tutte le poesie di Giorgio Caproni, inclusi i versi sopra riportati, sono state riunite e pubblicate in un volume postumo degli Elefanti – Garzanti (Milano, 1999) oltre che in un precedente Meridiano Mondadori (Milano, 1995).

Inoltre Caproni fu traduttore dal francese finissimo (fra gli altri di Proust, Maupassant, Genet): in particolare consiglio la sua bellissima versione della Mort à crédit di Céline.

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Signore e signori, vi ho convocato oggi con molta emozione per annunciarvi una notizia importante che riguarda la mia vita privata e il mio lavoro.

Ho avuto la fortuna di diventare assistente di Christian Dior a 18 anni, di succedergli a 21 anni e di conoscere il successo con la mia prima collezione nel 1958, quarantaquattro anni fa tra pochi giorni. Da allora ho vissuto per il mio mestiere e grazie al mio mestiere. E sono molto fiero che le donne di tutto il mondo portino tailleur pantalone, smoking, caban e trench.

Mi dico che ho creato il guardaroba della donna contemporanea, che ho partecipato alla trasformazione della mia epoca. Mi si perdonerà di farmene un vanto, perché ho creduto da sempre che la moda non servisse solo a rendere più belle le donne, ma anche a rassicurarle, a dar loro fiducia, a permettere loro di essere consapevoli.

Ogni uomo per vivere ha bisogno di fantasmi estetici. Io li ho inseguiti, cercati, braccati. Ho sperimentato molte forme di angoscia, molte forme di inferno. Ho conosciuto la paura e la terribile solitudine, la falsa amicizia dei tranquillanti e degli stupefacenti, la prigione della depressione e quella delle case di cura. Da tutto questo un giorno sono uscito, stordito, ma nuovamente in me.

Marcel Proust mi aveva insegnato che la magnifica e lamentosa famiglia dei nevrotici è il sale della terra. Non ho scelto questa fatale discendenza, ma è grazie a lei che mi sono innalzato nel cielo della creazione, che ho frequentato i “ladri di fuoco” di cui parla Rimbaud, che ho trovato me stesso, che ho compreso che l’incontro più importante della vita è quello con se stessi.

Nonostante questo, oggi ho deciso di dire addio a questo mestiere che ho tanto amato.” Y.S.L.

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio 2002. In queste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Yves Saint Laurent e Pierre Bergé nell'appartamento di rue de Babylone, Parigi, 1982

Con questo discorso, Yves Saint Laurent (Oran, Algeria, 1 agosto 1936 – Parigi, 2 giugno 2008) dava addio alla moda nel gennaio2002. Inqueste parole c’è tutta una vita. E che vita.

Esse si trovano anche ad apertura del bellissimo docu-film di Pierre Thoretton, Yves Saint Laurent – Pierre Bergé, L’Amor Fou (2010), uscito il mese scorso in dvd per Feltrinelli Real Cinema, insieme ad un piccolo e prezioso libretto d’accompagnamento con diversi interventi, in particolare di Pierre Bergé, il compagno, il socio e l’amico di tutta la parabola Saint Laurent sin dal ‘58, anno del loro primo incontro che li avrebbe portati tre anni dopo a fondare la famosa maison d’haute couture, una delle più grandi e rivoluzionarie avventure d’eleganza e design del secolo appena trascorso.

Bergé, oltre ad essere un coltissimo e raffinato bibliofilo intimo di Cocteau e Giono, ha collezionato con Saint Laurent una delle raccolte d’arte più formidabili del nostro tempo, con nomi di primissimo ordine, da Matisse a Picasso a Mondrian a Klee, da Degas a Gauguin a Cézanne a Klimt, da Brancusi a Duchamp a Calder a Warhol (loro amico personale), da Géricault a Goya a Giambologna a Hals, oltre a numerosi altri nomi da brivido, senza contare gli arredi, dai vasi greci ai mobili déco agli smalti di Limoges, etc. …

Tutte cose che dopo la scomparsa del grande stilista, Bergé ha deciso di mettere in vendita, “perché ai miei occhi, dopo la morte di Yves, … (la collezione) ha perso gran parte del suo significato.”

Il film ruota proprio attorno all’asta milionaria di Christie’s del febbraio 2009, che fruttò un incasso pari a 373,9 milioni di euro, destinati a Sidaction per la lotta contro l’AIDS.

Jardin Majorelle - Marrakech

Ciò detto, in quelle opere, nelle immagini che le restituiscono alle case che adornavano (si pensi all’appartamento di rue de Babylone a Parigi o al rifugio in Normandia o al meraviglioso Jardin Majorelle di Marrakech, tuttora visitabile, uno dei luoghi da non perdere nella vita), così dov’erano, vissute da questa straordinaria coppia di esteti, c’è il senso del loro lavoro, della loro ricerca e fatica, che fece dire a Bergé “se Coco Chanel ha liberato la donna, Yves Saint Laurent le ha dato il potere” e allo stesso Saint Laurent: “La moda non è arte, ma ha bisogno di un artista per esistere: gli abiti sono sicuramente meno importanti di musica, architettura e pittura, ma era ciò che sapevo fare e che ho fatto, forse, partecipando alle trasformazioni della mia epoca.”

Fondation Pierre Bergé – Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent – sito ufficiale

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