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Sara Vasini

Sara Vasini, I want to sleep with you, 2016, corallo rosso corallo nero e marmo in oggetto già fatto

Premessa: credo di non aver mai fatto una premessa prima di una delle mie interviste. Ma questa intervista è speciale. Mi ha commosso l’amore totale, l’identificazione di questa ragazza con la sua materia-anima-carne viva e quotidiana, il mosaico, l’aria che la fa vivere.

Ho rispettato le parole, il corsivo, le Maiuscole dell’artista, perché persino i caratteri delle sue parole-tessere hanno significato e desiderano essere scritte come lei le ha pensate.

Anche di questo, grazie, Sara.

Dedico questa pagina a Michele Tosi, professore (anche di Sara) e grande studioso del mosaico, purtroppo recentemente scomparso.

 

Sara Vasini (Bellaria, 1986): quando hai capito che il mosaico faceva parte di te, del tuo mondo-modo di ragionare? Racconta di questa folgorazione, dei tuoi maestri, degli incontri che ti hanno formata.

Quando facevo la terza media, Paolo Racagni e Marco de Luca sono venuti a presentare l’Istituto d’Arte per il Mosaico Gino Severini.

Non ricordo le parole, ma tutt’ora è rimasto quel fascino del mosaico che mi avevano trasmesso. Con molta umiltà e dedizione presentavano un Mondo, come in Correspondances, di Charles Baudelaire, e volevo scoprire quella magia che è il mosaico, che non ha parole.

Avevano fatto vedere una cassetta, uno seduto alla destra e uno alla sinistra del televisore – al centro il mosaico. Ricordo con precisione le mura di San Vitale, il resto delle immagini le ho rimosse. Se penso al mio incontro con il mosaico è questo, e sono ancora lì, fuori, fuori a contemplare le mura di San Vitale, aspettando qualche messaggio confuso.

Ricordo il primo giorno di scuola, Paolo Racagni ci ha fatto tagliare dalla prima ora. Siamo entrati, ci ha presentato tagliolo e martellina, ci ha fatti sedere e abbiamo iniziato a tagliare del marmo.

Poi, le scuole medie e i primi anni delle superiori sono un po’ un Medioevo. Anni poco chiari, ma pieni di colore, dove gli Altri non riescono ad intenderci, perché noi stessi non riusciamo ad intenderci. Ora, mi sento veramente tanto fortunata ad aver avuto il mosaico in quel momento, è la mia lingua madre. Non avevo parole per esprimermi, finché non ho incontrato il mosaico, e nel tempo, negli Alti e nei bassi della mia vita il mosaico è sempre stato Casa, è sempre stato l’abbraccio e la carezza di una Madre. L’Astrazione non è solo ne gli occhi degli Imperatori, è anche in chi fa mosaico, nel momento stesso in cui fa mosaico.

Sono molto legata all’Istituto d’Arte per il mosaico di Ravenna. C’è un’energia particolare quando incontro altre persone che hanno fatto quella scuola, un’intesa, un tacito accordo che si riassume nella parola mosaico. L’Istituto d’Arte di Ravenna è Educazione alla durata interiore. In un mondo dove tutto è veloce l’Istituto d’Arte ci Donava – ci Dona! – il diritto di essere del tutto fuori moda, fin da piccini.

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11x19 cm

Sara Vasini, Prometeo, 2015, madre perla smalto marmo conchiglie e oro in oggetto già fatto, 11×19 cm

Insomma, l’Istituto d’Arte per il Mosaico è il Vero Maestro. Poi, i Professori – sì, Maestri a loro volta – cambiano, passano, ma tutti Loro hanno il Rispetto della tradizione.

Ultimamente stavo rileggendo L’Arte del Marmo di Adolfo Wildt e nel saggio critico che lo accompagna di Elena Pontiggia ho trovato quello che rappresenta tutti i miei Maestri di Mosaico: L’arte nasce dall’originarietà, non dall’originalità.

Nessuno dei miei Maestri mi ha imposto il proprio stile. Tutti i miei Maestri mi hanno insegnato mosaico sul campo, senza parole. Il mosaico non s’insegna con le parole, ma con il fare, con messaggi confusi. Nessuno di loro mi ha mostrato i propri lavori, sì, li ho scoperti poi – tempo al tempo. Tutti i miei Maestri mi hanno lasciata libera.

Ho avuto veramente tanti Maestri di mosaico, ne ho tuttora talmente tanti che citarne uno toglierebbe la Grazia a un Altro, scrivendone i nomi qua in fila (poi, non tutti i miei Maestri di mosaico hanno fatto un mosaico). Potrei iniziare dal primo all’ultimo, ma in mezzo ci sono piccoli incontri con persone che ho incontrato anche solo per un minuto che hanno detto quella frase saggia che mi ha dato la forza di amare ancora di più il mosaico.

Tutti i miei Maestri di mosaico sono Filosofi, che parlano attraverso la materia, attraverso il rapporto, l’armonia, che si crea tra una tessera e l’altra, nell’andamento.

Marcello Landi, ai tempi dell’Istituto d’arte direttore, diceva che a un certo punto al mosaicista vengono le mani da pianista; s’aprono, s’allungano nel toccare i tasti-tessere.

E sì, il mosaicista è un musicista, di un suono segreto. Il silenzio è cosa della materia e del mosaicista, mentre crea un mosaico e mentre è nel mondo. L’unico suono che gli appartiene è quello tra tagliolo e martellina. Del resto, come ha detto Federico Nietzsche Tutti parlano, parlano e nessuno dice niente.

Non mi sono mai resa conto del fatto che il mosaico facesse parte di me, perché sono stata educata fin da piccola al mosaico. Ho preso coscienza del mondo attraverso il mosaico, come dicevo prima è la mia lingua Madre, il mosaico mi ha insegnato a ragionare. E penso veramente di non avere null’altro al mondo se non il mosaico.

Come un giorno mi disse Ines Morigi Berti: Nella vita puoi avere solo una passione, perché devi dedicarti a lei, totalmente.

Sara Vasini

Sara Vasini, Latte +, 2016, smalto filato in oggetto già fatto

Nel tuo processo creativo, usi il rigore del mosaico bizantino, non necessariamente le tessere tradizionali, anzi. Penso alle serie Nasso, ma anche a Una stanza tutta per sé, titolo significativamente mutuato dalla Woolf. A questo proposito c’è poi tutto il rapporto intimo che hai con la parola, specie se in versi. Potresti illustrare con esempi di tue opere i tratti salienti della tua poetica?

Il mosaico è filosofia del rapporto fra entità differenti – le tessere -, ma allo stesso tempo è concetto pratico di una filosofia monista. Insomma, dal generale al particolare, il mosaico offre differenti spunti di riflessione, che a mio avviso convivono in totale armonia in qualsiasi ambito della vita li si applichi. Il mosaico è come una Religione, con precetti e morale, e quando si lavora si prega. Ma il mosaico è anche una droga (allego un lavoro che sto facendo in questo momento, insomma, che mi guarda perché ora sto scrivendo, Latte + ispirato ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick, mosaico filato in ceramica).

Il mosaico è già Arte Concettuale dal momento in cui, in epoca Bizantina, nel suo farsi utilizza tessere di smalto per riflettere la Luce, che rappresenta simbolicamente Dio. È già Arte Concettuale quando all’esterno ritroviamo la semplicità, la povertà dei mattoni e all’interno lo Splendore e la Ricchezza degli Ori e della Pasta Vitrea, a dire che non è importante l’esteriorità ma l’interiorità (questa è una delle motivazioni che mi porta a fare mosaico dentro a oggetti già fatti, e non a ricoprirli).

La ricerca concettuale è un Minotauro fatto per metà di materia e metà di parole, quando le parole non bastano viene in soccorso la materia e viceversa.

Se nei miei lavori metto a proprio agio il Minotauro non è perché la mia educazione bizantina è stata deviata dalla ricerca visiva degli anni Sessanta. Il mosaico Bizantino è ricerca concettuale da molto tempo prima.

La vera tradizione del mosaico bizantino non è qualcosa di materiale che si possa definire in tecnica, a mio avviso. La vera tradizione del mosaico bizantino è una religione del tutto concettuale che sta nel Mondo delle Idee, al di là della materia, nell’Astrazione.

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

 

Sara Vasini, Nasso, 2013, Giardino e Chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Sara Vasini, Nasso, 2013, legno di rovere, base 9,3×9,3 cm, altezza 250 cm, installazione presso il giardino e chiostro della Biblioteca Oriani, Ravenna

Nasso è un lavoro che nasce in funzione ad un Luogo.

Il luogo è il Chiostro della Biblioteca Oriani, in piazza San Francesco a Ravenna. In epoca Medioevale, il Chiostro rappresentava il percorso del pellegrino e del peccatore per arrivare al centro, al giardino, a Dio. In epoca fascista questo chiostro è stato tagliato. Dunque, oggi, non vi è più possibilità di catarsi. Un gioco a cui non si può giocare.

Ho deciso di riprodurre, rielaborare, il Jenga.

Il Jenga è un gioco da tavolo, il suo nome è tratto dalla lingua Swahili e significa costruisci. Il gioco consiste nella sistemazione di tessere rettangolari, tre per piano, sovrapposte in altezza andando a formare una torre. I giocatori a turno sottraggono un blocchetto – una tessera – dalla torre e lo posizionano sulla sommità della torre. Durante il gioco la torre diventa sempre più instabile, e colui che ha tolto l’ultima tessera, che farà crollare la torre stessa, ha perso. Il vincitore è colui che precede il perdente.

Data l’impossibilità di catarsi del pellegrino e del peccatore, data l’impossibilità di gioco, ho deciso di rielaborare il Jenga rendendolo celibe come il Chiostro stesso. Le tessere del Jenga, rettangolari come le stesse dei mosaici bizantini per andare più a fondo – come denti nella carne, diceva la mia Maestra di mosaico Adriana Morelli -, sono in legno di rovere, Quercus Petraea. Lo stesso rovere che preserva (il rovere è uno tra i materiali più pregiati per le botti) il liquido di quel Dio ignoto, Dioniso, che ha lasciato in Nasso Arianna, nell’isola della pazzia. Nell’isola dell’eterno ritorno. La pazzia, l’abbandono, un chiostro che non ci lascia più la possibilità di redenzione a lato del sepolcro del sommo Poeta che tanto aveva Cantato la catarsi attraverso il rituale del Viaggio.   

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé (particolare di una pagina), 2014, inchiostro acquarelli e tempere su carta, 25×35 cm

Una stanza tutta per sé nasce come omaggio a Ines Morigi Berti. Era l’insegnante di Adriana Morelli. Alle superiori fui accolta a casa sua con Felice Nittolo per un’intervista. Casa sua era il suo studio. Le chiesi perché trasfigurasse dei mosaici su cartoni di Altri, Lei mi rispose che nella vita si può avere solo una passione, perché bisogna dedicarsi a lei totalmente. Ho deciso di ricordarla traducendo un testo che me la ricorda molto. Una stanza tutta per sé è un’insieme di lezioni tenute da Virginia Woolf in un college femminile, il tema del “workshop” era La donna e il Romanzo. In questo libro la Signora Woolf spiega alle studentesse una cosa molto bella: l’artista non è donna o uomo, l’artista è androgino. L’artista deve avere qualcosa di femminile e qualcosa di maschile. E cosa deve avere un artista per poter lavorare alla sua propria ricerca? Un po’ di denaro per potersi mantenere e una stanza tutta per sé, dove poter lavorare e sognare in tutta tranquillità.

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

 

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Sara Vasini, Una stanza tutta per sé, 2014, installazione, dimensioni variabili

Lo studio della Signora Berti è le prime Stanze di un’artista nelle quali ho avuto l’Onore di essere accolta. Ho semplicemente trasfigurato un testo scritto, come nel mosaico si trasfigura un’immagine. Ho eliminato la crenatura, per rappresentare l’incomunicabilità della sua perdita, della perdita della Signora Berti. Tuttavia, la storia della crenatura viene da molto lontano.. Dopo il Premio Tesi, dopo Nasso, tu, Luca, mi hai consigliato La casa di carta di  Carlos Marìa Domìnguez; ad un tratto nel libro apparì la parola crenatura, non conoscevo quella parola, cercai il suo significato. La crenatura è quel vuoto – interstizio? – tra una parola e l’altra, quel vuoto che dona senso ad ogni singola parola – tessera? – . Decisi di abolire la crenatura, abolire l’interstizio, per poi ritrovarlo tra una pagina e l’altra durante l’istallazione del lavoro. Il mosaico in Una stanza tutta per sé sta anche nel rapporto tra una pagina e l’altra.

Semplicemente: il mio Minotauro non voleva dire Dio attraverso la Luce delle tessere, come nel mosaico bizantino. Il mio Minotauro voleva parlare senza parole a Ines Morigi Berti, seguendo sempre le regole della composizione. Ogni lavoro, ogni Minotauro, è un mondo a sé. In funzione del concetto, della riflessione, cambio materiale. Certo è che la luce degli smalti rimane una delle più affascinanti.

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto, ditale da cucito

Sara Vasini, Tu (particolare), RAM 2015, oro conchiglie marmi e smalti in oggetto già fatto (ditale da cucito), installazione, dimensioni variabili

A che punto sei della tua vita, Sara? Dove ti trovi adesso e quali, se ne hai, progetti prevedi per il futuro?

Sto frequentando il biennio di mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Sono passati anni dal triennio. In questi anni ho avuto l’onore di assistere in studio uno scultore. Ho fatto esperienze mie proprie. Ora, ho deciso di terminare la carriera scolastica, ancora fuori dalle mura, sempre in attesa.

Desidero solo aver seguito in questa cosa piena di Grazia che è il mosaico. Ho ventinove anni e mi sento ancora una quattordicenne: tutte le volte che ne inizio uno nuovo, è sempre la prima volta e non mi sento mai all’altezza del suo Nome.

Il progetto per il futuro forse è proprio questo: rimanere quella quattordicenne che non si sente all’altezza, e seguitare fino all’ultimo dei miei giorni a fare mosaico.

Come mi disse Ines Morigi Berti nel suo studio: Sono sempre stanca, ho poche ore di lucidità al giorno, ma in quelle ore faccio mosaico.

Sara Vasini: favoleperadultiancorabambini.blogspot.it

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

 

Sara Vasini, Astrazione, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, istallazione, dimensioni variabili, 50x70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

Sara Vasini, Astrazione, 2010, incisione, inchiostro su pergamino argenteo, installazione, dimensioni variabili, 50×70 cm per stampa (foto di Maurizio Nicosia)

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mosaique magazine

Premessa: questo articolo è apparso su Mosaïque Magazine n.9 – Gennaio 2015, pp.63-69.

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“Libertà e perline colorate, ecco quello che io ti darò.” Paolo Conte da Gelato al limon 

Quei tre di strada ne hanno fatta e ne hanno fatta fare al mosaico, il loro “gioco” preferito da trenta o quarant’anni a questa parte: tre vite, tre vie. Le loro.

Sto parlando di Marco Bravura, Marco De Luca e Verdiano Marzi, le cui differenti prospettive sono state finalmente ben illustrate nella recente Retrospettiva 1965-2014, curata da Anna Mapolis per la Ismail Akhmetov Foundation e inaugurata lo scorso 17 settembre sino al 12 ottobre presso la Sala Raffaello del Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo.

Marco Bravura, Architettura primordiale (installazione), 2010

Marco Bravura, Architettura primordiale (installazione), 2010

La mostra, visitata da migliaia di persone, è stata un autentico successo sin dal primo giorno con personalità del mondo culturale russo e italiano[1] che hanno partecipato ad un’inaugurazione già splendida come spazio espositivo, ma impreziosita anche da Rituel, concerto per piano preparato e mosaico à la Cage, composto e interpretato per l’occasione da Matteo Ramon Arevalos, virtuoso del pianoforte d’avanguardia.

Marco Bravura, Sectio Aurea, 2014

Marco Bravura, Sectio Aurea, 2014

A ben vedere i tre protagonisti, oltre all’anno di nascita (sono ragazzi del ’49) hanno in comune la radice ravennate della loro formazione presso l’Istituto Statale d’Arte per il Mosaico dove si sono conosciuti, seme fondamentale che sarebbe poi sbocciato in anni successivi, prima per Marzi, sin dagli anni’70 nella Parigi del maestro Riccardo Licata, e poi, verso gli anni ’80, per De Luca e Bravura, peraltro in controtendenza totale riguardo a materiali, tempi e risultati rispetto a quanto si poteva vedere nel mondo artistico di allora. Era dunque un’esigenza che nasceva nel profondo del loro essere.

Marco De Luca, Salina (Le Gemelle), 2005

Marco De Luca, Salina (Le Gemelle), 2005

Assai indicativo delle loro personalità è stato il loro rapporto con le Accademie frequentate in anni caldi come il ’68-‘69: per Bravura l’Accademia di Venezia fu un momento di contestazione pura; per De Luca quella di Bologna fu un momento di meditazione e confronto con i nuovi linguaggi minimalisti del tempo; per Marzi quella di Ravenna fu una frattura e una fuga verso Parigi.

Marco De Luca, Di Sole e di Luna, 2010

Marco De Luca, Di Sole e di Luna, 2010

Marco De Luca, Di Sole e di Luna (retro), 2010

Marco De Luca, Di Sole e di Luna (retro), 2010

Certo, oggi le cose sono differenti come ricorda Maria Rita Bentini in catalogo: “Ora infatti, dopo gli anni della contestazione e del rifiuto critico di ogni eredità, appare evidente come non soltanto in Italia ma in tutto il mondo le Accademie siano tornate ad essere un luogo, un prezioso e insostituibile spazio di tramando, una fucina vitale, un passaggio decisivo per la formazione dei giovani artisti.”[2]

Marco De Luca, Nicchia, 2009

Marco De Luca, Nicchia, 2009

Ma all’epoca la contestazione di Bravura si è poi coerentemente tradotta in un’ansia nomade che lo ha portato alla scelta di soggetti sempre nuovi e soprattutto mobili, in costante movimento di senso e d’occhio in cui lasciare traccia calligrafica (ovvero dichiaratamente e programmaticamente bella) di sé, dagli Arazzi al Mandala, dai Nidi d’uccello alle RotoB, dalle varie forme date ai Vortici allo Scudo invisibile, sino alla durezza monocromatica di Lampedusa, in un susseguirsi musicale sospeso fra ritmi etnico-tribali e raffinatezze del jazz più contemporaneo.

Marco De Luca, La luna nel pozzo, 2011

Marco De Luca, La luna nel pozzo, 2011

Mentre l’indole meditativa (quasi morandiana) di De Luca, il suo confrontarsi sorvegliato col circostante artistico, ovvero come ama dire lui stesso il suo “conoscere per disconoscere”, lo ha condotto a riassumere e annullare millenni di tradizione bizantina ben appresa da ragazzo approdando a un astrattismo puro in cui le figure sono finalmente sciolte nella luce e nell’incanto dei colori e non fosse per i titoli scelti dall’autore (Salina, La sposa, Il vello d’oro, Manta, Di sole e di luna, Cipresso, La luna nel pozzo, ecc.) non avremmo più alcun ricordo dei soggetti spesso naturali di partenza, ragion per cui musicalmente può ricordare il classicismo innovativo di The Köln Concert di Keith Jarrett.

Verdiano Marzi, Vittoria alata, 2014

Verdiano Marzi, Vittoria alata, 2014

Infine la fuga (ovvero la frattura) di Marzi da Ravenna verso Parigi trova riflesso nelle decine di spaccature volute (sebbene ricomposte nel disegno d’insieme) delle sue opere telluriche, terrestri ma di una crosta terrestre vista appena dopo un fenomeno sismico, oltre che nella sua necessità di usare i marmi colorati con le loro incredibili vene naturali sottolineate dall’artista in un dialogo più che mai costante con i materiali scelti per comporre liricamente le Stagioni, i voli di Dedalo e Icaro o i tanti suoi ritratti che rimandano direttamente all’espressionismo musicale dodecafonico, anzitutto al Pierrot lunaire di Schönberg.

Verdiano Marzi, L'autunno (dittico da Le quattro stagioni), 2008-2009

Verdiano Marzi, L’autunno (dittico da Le quattro stagioni), 2008-2009

Di tutto questo si trova testimonianza nelle immagini del bel catalogo della mostra, Retrospettiva 1965-2014 (Angelo Longo Editore, Ravenna 2014), progettato graficamente da Emilio Macchia e coordinato con l’usuale precisione e cura da Daniela Bravura: esso si pone dunque come uno strumento fondamentale per approfondire la conoscenza di questi tre artisti.

Da sinistra Marco Bravura, Verdiano Marzi e Marco De Luca il 17 settembre 2014 all'inaugurazione di Retrospettiva al Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo

Da sinistra Marco Bravura, Verdiano Marzi e Marco De Luca il 17 settembre 2014 all’inaugurazione di Retrospettiva al Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo

[1] All’inaugurazione, fra gli altri, erano presenti: Leonardo Bencini, console generale d’Italia a San Pietroburgo; Redenta Maffettone, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo; Semyon Mikailovsky, rettore dell’Accademia Repin, storico dell’arte e commissario del padiglione russo alla Biennale di Architettura di Venezia; Evgeni Grigorev, capo del Comitato delle Relazioni Internazionali del Governatorato di San Pietroburgo. Inoltre all’evento hanno dedicato rispettivamente un servizio la TV Nazionale Channel 1 e un articolo importante il Giornale dell’Arte (edito in Russia da Allemandi).

[2] M.R.Bentini, Accademie e dintorni, in Retrospettiva 1965-2014, Angelo Longo Editore, Ravenna 2014.

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Invito italianoIl 17 settembre è stata inaugurata presso la Sala Raffaello del Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo, la mostra Retrospettiva 1965-2014 – Marco Bravura, Marco De Luca, Verdiano Marzi, curata da Anna Mapolis per la Ismail Akhmetov Foundation.

I tre artisti che attualmente vivono tra Russia, Italia e Francia, hanno studiato giovanissimi nella stessa scuola, l’Istituto Statale d’Arte per il Mosaico Gino Severini di Ravenna. Dopo aver assorbito i principi base dell’arte musiva tradizionale, sin dagli anni ’80, con una scelta controcorrente, hanno iniziato una ricerca e sperimentazione del mosaico nella contemporaneità.

da sinistra: Marco Bravura, Verdiano Marzi, Marco De Luca

Da sinistra: Marco Bravura, Verdiano Marzi, Marco De Luca

Sala concerti durante la presentazione della mostra

La Sala dei concerti durante la presentazione della mostra

La mostra presenta pezzi unici: da opere monumentali, progettate per spazi pubblici, a gruppi scultorei finemente lavorati. Concepita come un programma di screening retrospettivo dei tre artisti, spazia in un periodo di trent’anni di creatività e comprende più di cento opere tra pannelli, installazioni, sculture, dipinti e collage.

La Sala Raffaello del Museo dell'Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo

La Sala Raffaello del Museo dell’Accademia Russa delle Arti di San Pietroburgo

All’inaugurazione erano presenti il console generale d’Italia a San Pietroburgo Leonardo Bencini, la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo Redenta Maffettone, il rettore dell’Accademia Repin, storico dell’arte e commissario del padiglione russo alla Biennale di Architettura di Venezia, Semyon Mikailovsky e il capo del Comitato delle Relazioni Internazionali del Governatorato di San Pietroburgo, Evgeni Grigorev. È stato letto il messaggio di saluto e auguri alla manifestazione inviato dall’assessore alla Cultura del Comune di Ravenna, Ouidad Bakkali. I discorsi di apertura hanno ampiamente sottolineato l’amicizia e gli scambi culturali fra Italia e Russia, sottolineando la necessità di proseguire nella collaborazione. La mostra, inserita nel quadro delle manifestazioni dell’Anno del Turismo Italia-Russia, ha il patrocinio del Consolato Italiano a San Pietroburgo e dell’Istituto Italiano di Cultura.

La Sala dei concerti durante la presentazione della mostra

La Sala dei concerti durante la presentazione della mostra

Redenta Maffettone, direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo, Leonardo Bencini, il console generale d'Italia, Semyon Mikailovsky, rettore dell'Accademia Repin e storico dell'arte, Evgeni Grigorev, capo del Comitato delle Relazioni Internazionali del Governatorato di San Pietroburgo

Redenta Maffettone, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo, Leonardo Bencini, console generale d’Italia, Semyon Mikailovsky, storico dell’arte e rettore dell’Accademia Repin e il vice rettore Andrey Skrialenko

Un attento pubblico di oltre duecento visitatori ha assistito al concerto per piano preparato con mosaico, la composizione Rituel, creata dal pianista e compositore Matteo Ramon Arevalos. La Tv Channel 1 ha registrato un servizio sul concerto e intervistato i tre artisti e la curatrice della mostra. Il Giornale dell’Arte, edito da Allemandi in Russia, ha dedicato un bell’articolo all’evento.

(Il presente testo è una rielaborazione dei comunicati stampa usciti sulla mostra)

www.artsacademy.ru

Video della Televisione nazionale russa

 

Invito russo

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ravennamosaico_topPremessa: dal 12 ottobre al 24 novembre 2013, sempre all’interno delle manifestazioni del Terzo Festival Internazionale del Mosaico Contemporaneo, è aperta presso lo studio EmmeDi (Via Salara 33, Ravenna) la collettiva da me curata Sei Maestri Ravennati.

Quello che segue è il mio testo critico in catalogo: anche stavolta, come per tutte le collettive che ho seguito nel corso degli anni, ho preferito scrivere un testo “altro” dal dedicare le classiche due tre righe a ciascun artista, cosa che a mio avviso fa somigliare tali scritti alla lista della spesa o al buon compitino diligentemente svolto. Per scrivere io devo divertirmi. Così, essendo in questo caso i sei maestri coinvolti assai diversi fra loro, accomunati tutt’al più da questioni anagrafiche e di mezzo musivo adoperato, ho pensato di dare la parola direttamente alle mura della sala che ospita le loro opere. Buona lettura.

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Quadrati magici

“Il mondo è tutto ciò che accade.”, L. Wittgenstein

Benvenuti. Siete al termine di un viaggio cominciato anni fa, tra queste mie pareti. Oggi è tempo di festa: è ciò che si chiede a questa collettiva dei sei artisti coinvolti nelle personali che hanno visto esposti i lavori di Verdiano Marzi (2007), Paolo Racagni (2007), Giuliano Babini (2009), Luciana Notturni (2009), Felice Nittolo (2010) e Marco De Luca (2011).

A proposito, posso testimoniare quanta cura quanto amore Marco e Roberta abbiano dedicato nel tempo a questi percorsi di gente così differente accomunata da vicinanza di generazione oltre che dall’aver sviluppato la tecnica musiva in linguaggio artistico. E io ne sono stato teatro.

Verdiano Marzi

Verdiano Marzi

Nessuno lo sospetta ma quando le luci si spengono con le opere che contengo parlo e ascolto: mi faccio raccontare le loro storie di vetro e pietra, di metamorfosi di frammenti in forme nuove e i pensieri di chi così le ha disposte: loro hanno letto negli occhi dei loro artefici, sono cariche come nuvole, non attendono che piovere. Io sono qui, a raccogliere quell’acqua che diventa parte della mia storia muta, mai anonima.

Stando fermo ho conosciuto il mondo, anzi i mondi altri che si danno attraverso le possibilità del pensiero dell’arte: scomporre, ricomporre, stravolgere, sintetizzare. Pensate alla diversità di ogni opera e in ogni oggetto alla molteplicità degli andamenti, alle migliaia di forme delle singole tessere, ai colori, alle sfumature. Quante ossessioni, quale precisione. Questo è il mondo dei mondi.[1] Questo siete anche voi umani: guardatevi attorno, specchiatevi dentro.

Paolo Racagni

Paolo Racagni

Le cose che esperite in una mostra sono idee, ipotesi, realizzazioni, contraddizioni. Ma sono, non scordatevelo. E poi io vedo, v’osservo, voi visitatori, quando mi calpestate, quando venite a cercare con gli sguardi rapiti o contrariati ciò che offrono i miei muri. Sento e assorbo anche il peso del vostro odore.

Se la metafora non fosse facile, direi che completate il mosaico, ne fate parte in un divenire senza soluzione di continuità. Sapete, “il mondo non è, esso diventa! Si muove, cambia! (…) Il mondo, il reale, non è un oggetto. È un processo”[2] e quando “si sente il bisogno di un po’ di musica (di un po’ di mosaico) tutto ciò che bisogna fare è prestare molta attenzione ai suoni (alle cose) che ti circondano. Io penso sempre al mio pezzo silenzioso prima di scriverne uno nuovo”[3], diceva il musicista Cage, che amo molto per il suo coraggio e divertimento nel percorrere vie nuove partendo dal punto zero, il silenzio appunto.

Giuliano Babini

Giuliano Babini

E se i sei qui esposti, insieme a qualche altro valente compagno di viaggio, non avessero deciso decenni fa di “tradire” il mosaico dei loro maestri per tradurlo nella contemporaneità voi ora non sareste qui e il futuro del mosaico sarebbe ipotecato o posticipato. Ognuno a suo modo e tutti così diversi hanno reso testimonianza della freschezza di questo porre continuo, quasi infinito se non esistessero limiti umani, dettagli di reale accanto a loro simili, creando mondi accanto al mondo, mondi sopra la pelle del mondo, secondo disegni inediti ma costanti, centrando l’attimo, tanto da ricordarmi il procedere incessante e in crescendo del bolero. E in quest’antica danza, c’è chi s’è avvicinato a Ravel, chi all’A 200, il finale di Burn dei Deep Purple. Mondi paralleli, mondi possibili.

Luciana Notturni

Luciana Notturni

Mondi che nelle loro divergenze, pur sommati in qualsivoglia direzione, obliqua orizzontale o verticale come nel quadrato magico ch’è dietro la testa dell’angelo della Melencolia I di Dürer, danno un risultato medesimo: dicono dell’urgenza millenaria dell’uomo cacciatore-contadino di voler afferrare e ordinare e capire ciò che sfugge, il mondo stesso, la stessa natura umana.

Felice Nittolo

Felice Nittolo

In questa corsa dentro lo specchio, in quest’ansia d’andare avanti, vi siete scordati che Achille per raggiungere la tartaruga di Zenone potrebbe tentare l’azzardo, andare infinitamente all’indietro. Eppure questa vostra miopia e perpetua sconfitta è bellezza, la grandezza mai doma di chi con intuizione artistica o mistica non s’arrende rispetto alla sfida impossibile posta, l’equilibrio, la perfezione, e che anzi produce impensati e imperfetti e mai falliti nuovi mondi, quelli d’una mente che sapientemente crea indeterminazione e mai stasi, l’elastico che fa essere ciò che siete.[4]

Fra i sei che oggi avete visto, molto o tutto sbiadirà nel ricordo, non prima d’essersi stratificato nella roccia sedimentaria e friabile, nel gesso che sfaldandosi sta scrivendo le vostre vite, altri frammenti.

Non resta che presentarmi nel congedo: sono EmmeDi, il Laboratorio.

Marco De Luca

Marco De Luca


[1] Interessante a questo proposito l’interpretazione della meccanica quantistica del fisico Hugh Everett III, che nel ’57 formulò la Many Worlds Interpretation in risposta al cosiddetto “paradosso del gatto di Schrödinger” del ’35: in una battuta, davanti a due alternative se ne vede realizzata una sola, ma parallelamente continua a esistere anche l’altra. Niente come l’arte, il processo creativo del fatto espressivo, e la storia dell’arte rendono immediatamente evidente la sintesi e l’esistenza necessaria di universi opposti.

[2] John Cage, Per gli uccelli. Conversazioni con Daniel Charles, Torino 1999, p. 75.

[3] John Cage, Al di là della musica, Milano, 2013, p. 38. Le parentesi all’interno della citazione sono dello scrivente.

[4] Paradossalmente anche a livello subatomico l’equilibrio percepibile dell’esistente è dato da un apparente disequilibrio delle particelle in moto incessante e casuale, cfr. S. Ortoli, J.P. Pharabod, Metafisica quantistica. I nuovi misteri dello Spazio e del Tempo, Roma, 2013.

 

 

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