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brueghel bologna

 

Era da tempo che non visitavo una mostra scadente come Brueghel – capolavori dell’arte fiamminga attualmente in corso sino al prossimo 28 febbraio a Bologna presso Palazzo Albergati: è la quintessenza del pessimo prodotto venduto a caro prezzo.

Ancora una volta l’organizzazione bolognese di esposizioni d’arte che pretenderebbero essere di livello nazionale si rivela approssimativa, se non del tutto insufficiente: penso a La ragazza con l’orecchino di perla dell’orrido Goldin nel 2014 o a Da Cimabue a Morandi. Felsina pittrice del detestabile redivivo Sgarbi dello scorso anno, entrambe presso Palazzo Fava, con le file di biglietteria, bookshop e guardaroba in tilt, un solo bagno al pianterreno e il divieto di accedere ai locali col passeggino. Almeno le opere erano per la maggior parte di valore straordinario e questo, unito agli affreschi giovanili dei Carracci nelle varie sale, faceva dimenticare le numerose mancanze strutturali.

Sicché, replicando tale formula infausta, si è scelto un altro bel palazzo antico, l’Albergati, stavolta lontano dal centro vero a proprio (Porta Saragozza è piuttosto distante se si parte dalla stazione ferroviaria) e altrettanto inadeguato alle cifre della presunta grande mostra: ti fanno aspettare un’ora al gelo per la coda, il guardaroba è piccolissimo, una volta depositata la giacca e fatto il biglietto, devi tornare al gelo perché l’ingresso è esterno alla biglietteria e non c’è passaggio interno, il solito unico cesso per ogni piano con nuove ovvie code, infine sale piccole e fitte di gente per cui non vedi quasi niente, al netto dell’ingiustificatamente esoso biglietto, ben 13 euro l’intero + 1,50 a testa se prenoti e pagano il ridotto anche i bimbi di 4 anni!

Almeno i quadri, direte… ma neanche. Non che non siano piacevoli alcuni e notevoli soprattutto i disegni e qualche natura morta di Bruegel dei Velluti (Jan il Vecchio), ma i capolavori veri della famiglia sono presenti solo nel titolo e non nelle sale, a partire da quelli del capostipite Pieter il Vecchio. Certo, un’idea di cosa sia stata questa stirpe-bottega di pittori fra XVI e XVII secolo uno alla fine se la fa, ma l’assenza delle opere primarie è pressoché totale. Infatti, se si vanno a verificare i prestatori, nessun grande museo compare, solo collezionisti privati inglesi, americani e qualcuno d’area olandese-germanica, gente che, è facile immaginare, sia stata ben contenta di porre la propria opera in catalogo (fotograficamente brutto pure questo, risparmiatevi ulteriori 35 euro o 29 in mostra) e farla così salire di valore, vecchio trucchetto.

Insomma, non ne vale la pena. Meglio investire online 9,99 euro nell’ottimo film di Lech Majewski su Pieter Bruegel il Vecchio, questo sì un capolavoro, The Mill and The Cross / I colori della passione, di cui ovviamente al bookshop non v’è ombra di presenza. Se vi trovate in zona però, assaggiate i tortellini in brodo del ristorante Porta Saragozza al civico 71 e un po’ di malumore passerà.

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Frammento di sarcofago a lenós con leone che azzanna un’antilope, metà III secolo d.C., Castello di Lagopesole

Roma quanta fuit, ipsa ruina docet.”/ “Quanto fu grande Roma, lo testimonia la sua stessa rovina.” Motto attribuito a Ildeberto di Lavardin (1056–1133), vescovo di Le Mans e arcivescovo di Tours.

Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila.” Giordano Bruno (in anticipo su Lavoisier!), da Il Candelaio, lettera dedicatoria alla signora Morgana, 1582.

Cosa rende una mostra importante? Più del pezzo celebre acchiappaturisti, più della cura attenta e dei servizi disponibili per i visitatori, anzitutto, che sia pensata, che ci sia un’idea sotto e una necessità nel realizzarla, oltre a saggi in catalogo che auspicabilmente colmino vuoti di studi precedenti.

Sino al 2008 Castel Sismondo a Rimini era teatro di mostre importanti e, appunto, ragionate (Seicento inquieto, Costantino il Grande, etc.), prima di cadere nelle belle trappole firmate Marco Goldin: un sacco di bei dipinti (l’anno scorso dal Fine Arts di Boston, quest’anno gli impressionisti, una specie di marchio di fabbrica per lui), un sacco di biglietti venduti che certo fanno piacere di questi tempi, ma progetti scientifici, critici, espositivi e didattici pari a meno di zero, in cui l’unica cosa ad emergere in genere è la firma dello stesso Goldin, ossessivamente ripetuta in ogni sala sotto ogni autocitazione proveniente dai suoi “indispensabili” scritti.

Questo tipo di mostre stanno a quelle serie come un reality sta a Kubrick, Hitchcock o John Ford.

Sino a tre anni fa invece l’antica Ariminum culminava il percorso di riscoperta delle proprie radici classiche inaugurando la Domus del Chirurgo con annesso e rinnovato museo, oltre ad un’edizione particolarmente ricca del Festival del mondo antico: tutte cose che fortunatamente continuano ad esserci, nonostante tagli più affilati di un bisturi non “tremontino”, anzi abBondino più che mai.

Scultore d’ambito federiciano, Testa di Zeus o di Silvano, XIII secolo, Museo Provinciale Campano, Capua

Completamento di tale e ideale panorama culturale era la mostra Exempla[1] (20 aprile-30 settembre 2008), per l’ottima cura di Marco Bona Castellotti e Antonio Giuliano, sul rapporto e l’influenza determinanti delle rovine classiche sulla riscoperta identità visiva occidentale a cominciare dal primo dugento, secolo cruciale e denso di conseguenze sin dagli esordi federiciani e romani quanto mai fondamentali e fondanti per le arti e le lettere dei tempi a venire, Dante e Giotto anzitutto.

Jacopo Torriti, Volto del Creatore, ultimo quarto del XIII secolo, tesoro della Basilica di San Francesco, Assisi

A proposito di colui che ebbe “nella pittura il grido” sottraendolo a Cimabue, studi recenti[2], oltre al restauro del Sancta Sanctorum[3] di Roma durante la prima metà degli anni ‘90, sembrano sempre più confermare il debito giottesco nei confronti della cosiddetta scuola romana di fine ‘200 (Jacopo Torriti, Pietro Cavallini e Filippo Rusuti i nomi più noti, ma chissà quanti altri anonimi o perduti), tuttora poco nota a causa dei pochi frammenti sopravvissuti ai secoli e a cui probabilmente si deve buona parte dello stesso ciclo francescano della Basilica Superiore di Assisi, frutto di almeno tre maestri distinti e relative botteghe, benché tradizionalmente attribuito alla sola mano (comunque rivoluzionaria) del pittore degli Scrovegni, Giotto[4].

Pietro Cavallini, Testa di Cristo, 1290-95, Collegio Teutonico di Santa Maria in Camposanto, Città del Vaticano

Confronto fra un particolare del Monumento funebre del Cardinale De Braye di Arnolfo di Cambio (dopo il 1282) presso San Domenico a Orvieto e una Figura femminile del sarcofago romano di Ifigenia (II secolo d.C.) presso Villa Pamphili a Roma

Dunque proseguendo lungo un solco di indagine originale oltre che di pregio, l’esposizione affrontava un tema poco o nulla considerato nelle grandi mostre: gli exempla ovvero i modelli antichi che cambiarono il corso della storia artistica successiva, a partire dal sogno di potere e cultura che fu il regno meridionale di Federico II di Svevia nella prima metà del XIII secolo, in particolare l’Apulia delle costruzioni federiciane (un luogo su tutti, Castel del Monte nelle vicinanze di Andria), oltre alla Roma cristiana, vera e propria cava a cielo aperto d’ogni sorta d’antichità, come ben apprese per avervi lavorato lungamente il toscano Arnolfo di Cambio, uno dei protagonisti più eccelsi in mostra, insieme al più drammatico Giovanni Pisano, entrambi allievi e figlio il secondo di Nicola Pisano, apulo d’origine e federiciano per formazione, il cui appellativo gli venne dall’essersi trasferito a Pisa, dove nel Camposanto monumentale trovò decine di statue, reperti, bassorilievi, formelle romane, spesso copia di altri originali greci.

Confronto fra il particolare del volto della Madonna nel pulpito del Battistero di Pisa di Nicola Pisano e il particolare del volto di Fedra dal sarcofago romano di Ippolito nel Camposanto pisano

E proprio la scultura e l’architettura del tempo furono gli ambiti privilegiati del rinnovo dell’arte tutta, pittura inclusa, trovando nuova linfa nella classicità circostante, abbandonata da secoli ma mai morta e solo liofilizzata dalla cultura bizantina precedente, per usare un’espressione cara a Panofsky.

Nicola e Giovanni Pisano, La lupa con Romolo e Remo, Rea Silvia, 1278, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia

Exempla dava conto di tutto questo con sezioni ampie, ben documentate e scelte precise delle opere, spesso affiancate dagli originali punti di riferimento romani. Merito aggiunto dell’esposizione era la dedica alla memoria di un grande nel decennale della scomparsa, Federico Zeri (1921-1998).

Arnolfo di Cambio, Sepolcro Annibaldi, processione funebre, fine del XIII secolo, chiostro della basilica di San Giovanni in Laterano, Roma


[1] Exempla. La rinascita dell’antico nell’arte italiana. Da Federico II ad Andrea Pisano., AA.VV., a cura di Marco Bona Castellotti e Antonio Giuliano, Ospedaletto (Pisa) 2008.

[2] Il cantiere di Giotto, a cura di Bruno Zanardi,  Chiara Frugoni e Federico Zeri, Milano 1996.

[3] Sancta Sanctorum, AA.VV., Milano 1995.

[4] Bruno Zanardi, Giotto e Pietro Cavallini, Milano 2002.

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