Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘marco polo’

Premessa: testo critico di presentazione dell’opera di Marco Bravura Lo scudo invisibile (2008), in collezione permanente presso il centro Solo Mosaico di Mosca.                                                                                      

   

Marco Bravura, Scudo Invisibile (2008), Centro Solo-Mosaico, Mosca

                                                                             

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.” Jorge Luis Borges, da L’artefice, 1960

Uno scudo significa difesa in tempo di guerra e trionfo dopo la battaglia, su cui erigere il capo tribù vittorioso o da dipingere per essere esibito in marce e sfilate festose o come dono fra signori rinascimentali, sul più noto dei quali Caravaggio rappresentò la testa spiccata e ancora sanguinante di Medusa, il mostro vinto da Perseo proprio grazie ad uno scudo riflettente.

Lo scudo che avete di fronte è un racconto: di un popolo di conquistatori formidabili e del loro re, della mappa di un impero e dell’amicizia fra due uomini. Tutto racchiuso nella forma ovoidale propria dell’oggetto rappresentato e, al contempo, simbolo antico di vita.

L’artista Marco Bravura, affascinato dallo splendore barbarico dei guerrieri tartari, che dalla steppe seppero creare una civiltà potentissima, ha voluto omaggiarne il ricordo e il suo mecenate, Ismail Akhmetov, d’origine tartara, ispirandosi con un ulteriore gioco di rimandi al racconto di Italo Calvino Le città invisibili, in cui Kublai Khan ascolta il narrare di Marco Polo, suo ambasciatore, ospite ed amico, che, come Shahrāzād, ma senza l’ombra della morte che incombe, descrive e ricrea con le parole luoghi visitati e insieme immaginari dell’impero vastissimo e fantastico del re, in realtà, mettendo in ogni città un po’ di Venezia, sua patria, e luogo di formazione del ravennate Bravura.

Due sono i moti che animano lo scudo, opposti e necessari all’equilibrio generale: forze centrifughe partono dal centro di esso, in cui è il Khan, e forze centripete ritornano ad esso, dai quattro punti cardinali, ovvero dalle quattro onde-Orde che formano il suo popolo: l’Orda Grigia, l’Orda Blu, l’Orda d’Oro e l’Orda Bianca. Ogni elemento permette all’altro di esistere: i guerrieri danno al loro signore parte del bottino ed egli con essi lo condivide. Il retro dello scudo è un blu ondoso, poiché come ogni cavaliere di deserti e steppe sa, all’inizio come alla fine dei tempi, cielo e oceani torneranno uniti nell’indistinto infinito.

Ma nella faccia anteriore dello scudo, la parte che si mostra al nemico o, in questo caso, all’osservatore pacifico, appare un vortice armonico come riemerso dalle viscere del tempo, che è storia, letteratura e arte, fatto di conchiglie, scarabei, murrine, tessere musive (dunque altri omaggi di materiali veneziani che sono nel DNA di Bravura-Polo), forse a simulare gli zaffiri, i rubini, gli ori, gli argenti e i diamanti del tempo di Gengis, Tamerlano e Kublai, sicuramente a costituire la pelle e la luce riflettente dello scudo, gioiello in sé sontuoso, apparato scenografico atto al racconto barocco (e perciò testimone perfetto anche del nostro tempo), volutamente carico, com’è nella cifra di Bravura, erede ed artefice d’un barocco moderno (e, una volta ancora, veneziano, colmo di riflessi acquei e dorati), difesa di bellezze conosciute e, anche più, di bellezze dimenticate o invisibili, difesa della memoria, della memoria della bellezza e della bellezza della memoria, poiché per affrontare lo sfacelo quotidiano cui ognuno di noi assiste e, in qualche modo, partecipa pur non volendo, “l’inferno dei viventi”, come scrive Calvino a conclusione del suo libro, non ci sono che due vie: accettarlo e soccombere come purtroppo accade ai più, o fare la differenza, con “attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.” (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)

Marco Bravura – sito ufficiale

Solo-Mosaico – official website

Annunci

Read Full Post »

Anna Marasco, Die Brücke, Hamburg, 2007

Non so che numero di scarpe indossi Anna Marasco (Napoli, 1977): i piedi sono la prima cura del viaggiatore e Anna lo è. La seconda, nel suo caso, sono una Leica MP e una Nikon D200, macchine e compagne di strada, con cui scrivere lettere in pellicola e cartoline in digitale senza altro ingombro: le pagine del suo moleskine.

Anna Marasco, Trompe l’œil, Rotterdam, 2007

Anna Marasco, DNA-Turning Torso, Malmö, 2008

Il grande geografo Franco Farinelli ha detto che da Ulisse a Marco Polo tutti i viaggiatori antichi percorrevano senza fretta il proprio cammino, senza l’assillo del tempo del ritorno, attraverso vie curve, naturali, luoghi da conoscere e da vivere: il viaggio di Polo durò 24 anni. Da Colombo in poi le rotte si fecero sempre più dritte, veloci, precise, punti di un sistema reticolato: paradossalmente, la modernità ridusse la terra da tonda ad una tavola geografica piatta.

Anna Marasco, Porthole, Utrecht, 2007

Quando Anna parte, sa che tornerà, ma si estranea dal tempo meccanico delle lancette e cammina con lentezza, esplorando: acquista spazio il senso di un altro tempo, più antico, più umano, con cui alimenta il suo sguardo, che sa “porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere.” (Henri Cartier Bresson)

Anna Marasco, Human steps #2, Lisbona, 2008

Anna Marasco, Human steps #3, Lisbona, 2008

Anna passa e scatta: la messa in scena, senza prove né artifici, di vita fra persone, murales, visi dipinti e architetture come dipinti, ovunque si posi quel suo occhio colto e sognante, sinceramente incuriosito e pulito. Questo sono le sue foto: parti del suo vedere, parti della sua pelle. Cos’altro volere dall’anima di un fotografo?

Anna Marasco, Whispers, Gay Pride, Amsterdam, 2007

Anna Marasco, L’hédonisme, Amsterdam, 2007

Ma Anna non si contenta di registrare il mondo, essendo capace di mettere in discussione l’oggettività presunta della realtà col mezzo fotografico, per cui ciò che coglie fa assumere al dato empirico aspetti inattesi e talvolta ironici, sia nella presa in esame di frammenti architettonici (il Turning Torso di Calatrava a Malmö diviene segmento di DNA, gli Human Steps di un passaggio pedonale a Lisbona, rivelano la simmetria casuale delle formiche umane su una sorta di tela alla Giorgio Griffa) sia nella visione di interi (l’apparire di una gigantesca giraffa pubblicitaria su un grattacielo nel centro moderno di Rotterdam).

Anna Marasco, Legàmi n.2, Mosca, 2008

Anna Marasco, En attendant, Rotterdam, 2007

Nelle sue immagini c’è sempre un sorriso di nonsense beckettiano di fondo, di partecipazione però, non di distacco dai suoi soggetti, poiché la Marasco sa cogliere nel piccolo teatro dell’assurdo che è il quotidiano comune a tutti, una persistenza dell’essere nonostante la grandezza del nulla: nella forma delle cose, come nei volti felici o dolenti dei suoi personaggi, quasi sempre rivolti altrove, ad una vertigine momentanea data da un Gay Pride o dal Summer Carnival olandese, da un momento di memoria emerso durante l’attesa, infinitamente ripetuta, di un’anziana alla finestra o dai legami ostinati di due tubi già spezzati nella periferia russa o, ancora, dal fare la fotografia di una fotografia altrui, mentre il click a pochi metri di distanza sta per essere premuto.

Contatti: anna.marasco@gmail.com (attualmente vive e lavora a Berlino).

Anna Marasco, Fotografia di fotografia, Sergiev Posad, 2008

 

Read Full Post »