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Mirada – ArtSTORIA 5x5x5 : il progetto ideato da Elettra Stamboulis si apre con una prima personale di Sara Vasini e il film Donne senza uomini di Shirin Neshat scelto da Maria Rita Bentini e proiettato presso il Cinema Astoria di Ravenna domenica 15 gennaio 2017 ore 18.30. Accorrete numerosi!

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Caro lettore, bentrovato!

Prima di invitarti alla mostra di sabato, ti comunico un paio di novità: dopo anni le mie pubblicazioni non saranno più tutti i lunedì, anzi non ci sarà un giorno fisso. Fra un pezzo e l’altro potranno pertanto passare due giorni come due settimane e anche più.

Perché?

Per gli altri miei impegni anzitutto e per riacquistare una certa freschezza e libertà e divertimento di scrittura. Se il blog, questo blog almeno, diviene un obbligo lavorativo con scadenza, meglio farne a meno.

Sicché, avendo sempre voglia di scrivere (la parola, vizio antico), scriverò quando vorrò, quando riterrò di avere una curiosità o qualcosa da dire, più che altro in ambito culturale.

A questo proposito, rispolvererò alcune rubriche da tempo trascurate e altre più pepate ne tirerò fuori dal cassetto, o meglio dalle scarpe come certi fastidiosi sassolini da scuotere via e dimenticare per strada…

Buone cose e alla prossima!

Luca

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RAM 2015

Pedagogia dello sguardo

a cura di Elettra Stamboulis

dal 12 al 27 settembre
Inaugurazione sabato 12 settembre ore 18 MAR

Ravenna, via di Roma, 13 – ingresso gratuito

Il Museo d’Arte della città di Ravenna ospita come ormai da tradizione la mostra biennale del premio R.A.M. di Ravenna e Provincia: inaugura infatti sabato 12 settembre alle ore 18 la mostra con i lavori dei vincitori della selezione RAM 2014/15. Il concorso biennale, giunto alla decima edizione, si consolida come la più importante e continuativa esperienza di valorizzazione dei giovani artisti visivi della nostra Provincia. Realizzato dal 1999 da Associazione Mirada per conto dell’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Ravenna, RAM ha costituito il trampolino di lancio per la nuova leva di artisti e creativi del nostro territorio, diventando ormai l’appuntamento più significativo per conoscere gli emergenti del territorio.

La commissione, composta quest’anno da Maria Rita Bentini, Gianluca Costantini, Sabina Ghinassi, Elettra Stamboulis e Antonella Perazza, ha individuato 7 vincitori i cui lavori saranno esposti nelle stanze al piano terra del MAR. Gli artisti in mostra sono:

Mosaico Sara Vasini (a cura di Luca Maggio)
Fotografia Nicola Baldazzi (a cura di di Maria Rita Bentini)
Scultura Victor Fotso Nyie (a cura di di Elettra Stamboulis)
Videoarte Miriam Dessì (a cura di di Daniele Torcellini)
Pittura DissensoCognitivo (a cura di di Claudio Musso)
Istallazione Caterina Morigi (a cura di di Sabina Ghinassi)
Istallazione UkiYo-E alias Silvia Bigi e Luca Maria Baldini (a cura di di Antonella Perazza)

Il tema individuato quest’anno anno è la pedagogia. Che cos’è l’arte se non anche una pedagogia dello sguardo? Partendo dall’esperienza montessoriana, che fa dell’uso del grafismo uno dei suo principali strumenti pedagogici ed educativi, attraversando le indagini narrative di Truffaut e del suo Ragazzo selvaggio, approdando ma solo per poco sulle rive del Teatro dell’Oppresso, gli artisti hanno dialogato con i curatori intercettando poi la loro personale pedagogia dello sguardo. Senza per questo dimenticare come le esperienze pedagogiche costituiscano un’eredità immateriale importante del nostro territorio.
Le opere saranno accompagnate da un testo critico specifico per ogni lavoro che verrà poi pubblicato sul catalogo collettivo di RAM in doppia versione: free press e catalogo.

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Si propone la seconda e ultima parte dei testi critici (qui la prima parte) nel catalogo di Orientamenti – Premio Tesi 2013, a cura mia e di Antonella Perazza, fra cui quello del vincitore del Premio, Sergio Policicchio.

Al termine di questo bellissimo percorso si ringraziano tutti gli organizzatori che lo hanno permesso,  l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, in particolare nella persona di Maria Rita Bentini, e il Comune di Ravenna, nonché la Fondazione Akhmetov di Mosca, sponsor della residenza d’artista trimestrale assegnata al vincitore. E a tutti e quattro questi capaci artisti, Raffaella Ceccarossi, Naghmeh Farahvash, Sergio Policicchio e Sara Vasini, l’augurio di una mente sempre fertile e pronta alla bellezza dell’inatteso.

Si ricorda infine che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013 presso il chiostro della Biblioteca Oriani di Ravenna.

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Sul pensiero di perdersi di Antonella Perazza

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50x70 cm, 2013

Sergio Policicchio, Sul pensiero di perdersi, micromosaico su stampa fotografica, 50×70 cm, 2013

Sergio Policicchio inizia a lavorare al suo ciclo di opere Sul pensiero di perdersi nel 2012, anno in cui si imbatte in una raccolta di fotografie sulla popolazione autoctona della Tierra del Fuego.

Questo incontro fortuito innesca un imprinting tra l’artista e quei volti provenienti dall’estremità del continente che si risolve in uno smarrimento emozionale dato dalla frontalità disarmante di quelle immagini.

Sergio le analizza ma non si ferma alla sola fisiognomica. Attraverso la presenza materiale delle microtessere tenta di porre delle domande per mettersi in discussione, per cercare di diventare altro da sé e aprirsi agli altri. Crea nuovi segni tribali che non si limitano a una popolazione specifica ma identificano l’intera tribù umana, al di là di ogni linguaggio. Le metamorfosi che ne derivano innestano l’uomo nell’animale e generano una rincorsa di espressioni sovrapposte. Lo scarto tra la superficie patinata del medium fotografico e la texture delle tessere e micro frammenti, crea un’epidermide sensoriale in cui i tratti somatici diventano geologici, le mimiche facciali vengono ri-calcate dall’intervento plastico.

Il viso si trasforma allora in territorio e quei tratti trascinano l’immaginario di una terra che diventa paesaggio interiore, un labirinto da percorrere senza seguire nessun filo, lasciandosi perdere nella profondità di quegli sguardi.

Negli occhi dei cinque soggetti si apre una questione umana che, seguendo a ritroso la scia delle lacrime dello sguardo che le ha generate, diventa idioma comune oltre il tempo e gli uomini, sempre attuale e parlante perché comunica con l’emozione.

BIO artista: Sergio Policicchio, nato a Buenos Aires nel 1985, si diploma nel 2013 presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.  Nel 2011 è finalista al premio GAEM. Espone durante il Festival Internazionale del Mosaico (2010, 2011). Tra gli altri lavori: In tensione verso (2011, installazione), Erma (2011, installazione), La quiescenza (2012), Accademie eventuali (2012), Fuoco bianco (2013), Mundus, paesaggio sonoro (2013). Ha partecipato come performer a diversi progetti di compagnie teatrali.

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Nasso di Luca Maggio

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7x130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Sara Vasini, Nasso-Arcipelago di Nasso, quercus petrae (rovere), 7×130 cm, 2013 (foto di Filippo Tonni)

Nasso metafora d’una vita dunque d’un gioco bloccati, impossibili da condurre.

Sara Vasini torna sul mito dell’isola dell’abbandono, dell’amoredoloreamore di Arianna per Teseo e Dioniso, qui interpretato in forma di torri jenga, isole-monadi prive di comunicazione fra loro e in se stesse, costruite con tessere realizzate dall’artista, tutte diverse come vere tessere musive e in legno di quercia, lo stesso delle botti di vino, quale omaggio al dio oscuro dell’ebrezza.

Ora in forma di torre verticale, ora cubica, le tante Nasso qui poste fra giardino e chiostro trovano dialogo con quest’hortus non conclusus, piuttosto aperto e mozzo, come mozzata è la possibilità di giocare con le tessere, causa ora la loro dimensione ora la saturazione delle torri, che tuttavia, impedendo il jenga, dunque creando un disequilibrio d’identità, permettono la stabilità architettonica delle singole costruzioni.

Ma un gioco che non è più un gioco, ossia un metalinguaggio (G. Bateson), col fascino-delirio-piacere delle regole entro cui si accetta rigorosamente di stare (J. Baudrillard), che senso ha?

“È un gioco celibe” dice l’artista che, aiutata dall’ossessione calligrafica cui porta la minuzia del lavorare per concetti musivi, indica la risposta al cortocircuito in un’unica parola: follia. Qui priva però dell’enthousiasmós dionisiaco e dunque nichilista, bruciata e sola come i palcoscenici beckettiani, quelli delle tante Nasso nostre quotidiane.

BIO artista: Sara Vasini, nata a Cesena nel 1986, si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2008 partecipa a Arte Fiera, Forlì. Nel 2009 Nouvelle Vague 2, Russi; Ravenna Mosaico, sezione Opere dal Mondo, Ravenna. Nel 2010 Les languages de Blue, Saint Germaine en Lay, Francia. Nel 2011 Avvistamenti, Ravenna. Nel 2013 Noi qui un mosaico, Bologna; Torre nord della fortezza, San Leo, Rimini.

Read Full Post »

ravennamosaico_topAll’interno delle mostre inaugurate sabato 12 ottobre in occasione del III Festival Internazionale del Mosaico e della notte d’oro di Ravenna, ho avuto modo di occuparmi insieme ad Antonella Perazza della curatela di Orientamenti – Premio Tesi 2013, organizzato dall’Accademia di Belle arti di Ravenna e dalla Fondazione Akhmetov di Mosca.

Il tema specifico individuato da noi curatori ha tenuto conto della storia e dell’architettura del chiostro della ravennate biblioteca Oriani, luogo espositivo assegnatoci: la riflessione chiesta ai quattro artisti precedentemente selezionati (giugno 2013) ha riguardato sia la figura del chiostro come labirinto interrotto, essendo qui presenti solo due lati della costruzione originale risalente al XVI secolo, sia il cambiamento d’identità della sua funzione da religiosa a civile.

Si è inoltre tenuto conto dei colori e della luce del sito per sviluppare un collegamento ulteriore fra artisti e ambiente: se Naghmeh Farahvash ha giocato su trasparenze e opacità dei vetri e del pluriball, materiale da lei usato, Sara Vasini e Raffaella Ceccarossi hanno studiato percorsi rispettivamente impossibili e dissolventi intorno alla geometria spezzata del labirinto, usando legni e marmi e cercando un dialogo fra interno ed esterno. Viceversa Sergio Policicchio invita lo sguardo a un viaggio dentro labirinti interiori, partendo dai ritratti di abitanti della Terra del Fuoco.

“Orientamenti”, il titolo scelto, è volutamente polisemico, riferendosi sia ai percorsi post laurea  artistici e umani che attendono i quattro ragazzi, sia all’orientamento che ognuno di loro ha deciso rispetto al tema-labirinto assegnato, sia alla radice comune delle parole orientamento e oriente, ricordando che tra i quattro è stato scelto il vincitore della borsa di studio trimestrale a Mosca, offerta da Solo Mosaico-Ismail Akhmetov Foundation, in questo caso toccata a Sergio Policicchio.

Si ricorda che la mostra resterà aperta e con ingresso gratuito sino al 24 novembre 2013.

Luca Maggio (Bergamo, 1978), vive e lavora a Ravenna. E-mail: lucamaggio78@libero.it ; sito: https://lucamaggio.wordpress.com/

Antonella Perazza (Giulianova – TE, 1981), vive e lavora a Ravenna. E-mail: learmid@gmail.com

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Identity crisis di Antonella Perazza

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45x45 cm, 2013

Raffaella Ceccarossi, Identity crisis, marmo e plexiglas, 45×45 cm, 2013

Modificazione, scomposizione e rarefazione sono i temi su cui si centra l’opera di Raffaella Ceccarossi, artista abruzzese che riflette sulla storia del luogo espositivo, analizzandone il processo di cambiamento.

Partendo dall’attuale collocazione in situ, ne percorre a ritroso la storia fatta di numerosi spostamenti, cercando di capire cosa è andato perduto e cosa è rimasto in questi passaggi.

Con il suo intervento musivo, attraverso una successione di mappe aeree fatte di tessere, frammenti e polveri impercettibili, architetta nuovi confini, e di volta in volta, di mappa in mappa, compie mutilazioni che portano alla negazione del chiostro stesso. I limiti architettonici, originariamente simboli di raccoglimento, di meditazione e conoscenza di sé, risultano persi, dissolti. La geometria spezzata del labirinto che si è formato diventa indagine di una spiritualità che è svaporata come un liquido lasciato al logorio degli elementi. Il rapporto originario con Dio è compromesso così come il reticolo di marmo che, gradualmente meno fitto, tende all’evanescenza e all’azzeramento.

L’artista compie una delicata operazione chirurgica che rivela l’interiorità di un’architettura destinata a scomparire. Il luogo sacro smette allora di essere tale e, vittima dello scorrere del tempo, diventa per Raffaella un recipiente vuoto che è pronto ad essere riempito, perdendo la sua funzionalità originaria e cancellandone ogni traccia riconoscibile.

BIO artista: Raffaella Ceccarossi, nata a Lanciano (Ch) nel 1978, completa la sua formazione artistica con il Biennio Specialistico in Mosaico presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna nel 2013. Nel 2011 in occasione del II Festival Internazionale del Mosaico espone alla mostra Frammentamenti (Palazzo Rasponi, Ravenna). Nel 2012 partecipa a After After (NiArt Gallery, Ravenna), L’arte del mosaico (Nazzano, Roma) e Gioielli in micromosaico (MAR, Ravenna).

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Un’iconostasi laica di Luca Maggio

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500x39 cm, 2013

Naghmeh Farahvash, Il cammino verso la libertà, tempera, colla vinilica, pluriball, 500×39 cm, 2013

“Caduto il fiore/ resiste l’immagine/ della peonia”, Yosa Buson.

Con la grazia degli haiku si presentano le opere di Naghmeh Farahvash, catturano per  l’evidenza d’una semplicità iconica ch’è difficile scordare, sia quand’è trasparente sia con l’immissione di colori nelle bolle, alcune nell’insieme della partitura lasciate vuote “come un mosaico i cui pezzi si sono sparsi”, dice l’autrice, per creare un’armonia finale, un giardino essenziale di delizie sospeso fra gli incanti d’un Monet autunnale, qui analiticamente campionati, e le geometrie regolari delle colonne di Inanna a Uruk.

Eppure si tratta di pluriball: è dunque un’operazione di ready-made (a circa cent’anni dai primi esperimenti dada), che ridà vita e identità a qualcosa nato per proteggere e essere scartato subito dopo, senza che il minimo sguardo sia a esso dedicato.

Su queste superfici vagano invece gli occhi intrappolati dalla malìa lillipuziana di cellule plastiche parate dinanzi come una serie di file-ricordo vuoti-pieni che ci osservano, iati e micro-specchi senza uscita, come il deserto di Borges.

Tali cellule prigione d’una ghiandola pineale spenta perché paradossalmente sostanziata dalla luce che la blocca, creano l’iconostasi laica di quest’artista, sintesi pittorico-musiva e lago indistinto di vetro plastica e luce ormai coincidenti.

BIO artista: Naghmeh Farahvash, nata a Teheran nel 1981, si laurea in Grafica presso l’Università Azad di Teheran, in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e nel biennio di mosaico presso l’Accademia di Ravenna. Diverse le mostre con l’Accademia bolognese, fra cui Arte senza frontiere (Trento). Selezionata fra 2011 e 2013 per il premio GAEM e per la II e III edizione del Festival Internazionale di Mosaico Contemporaneo a Ravenna, sempre nel 2013 vince il concorso RAM, sezione mosaico.

 

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Premessa: dall’8 al 22 settembre presso il MAR sarà aperta con ingresso gratuito la mostra “R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna”“R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna” a cura di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini – Associazione Mirada, quest’anno dedicata al tema nomade del “Trasumanar e organizzar”.

In esposizione le opere di Alessandro Camorani (fotografia), Naghmeh Farahvash (mosaico), Maria Ghetti (installazione), Fabiana Guerrini (scultura), Samantha Holmes (mosaico), Giovanni Lanzoni (pittura) e Stefano Pezzi (fotografia), coi testi critici rispettivamente di Linda Chiaramonte, Antonella Perazza, Elettra Stamboulis, Sabina Ghinassi, Luca Maggio, Massimiliano Fabbri e Maria Rita Bentini.

Di seguito la mia presentazione in catalogo (Giuda edizioni) dell’opera Home di Samantha Holmes.

Associazione Mirada – R.A.M. 2013

R.A.M. 2013 – foto allestimento di Stefano Pezzi

MAR – Mostra R.A.M. 2013 – Trasumanar e organizzar

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Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Home

di Luca Maggio

“Di solito si dice che bisogna avere radici. Ma io son convinto che le uniche creature che le radici ce l’hanno, gli alberi, preferirebbero tanto farne a meno: così potrebbero anche loro prendere il volo con l’aeroplano.” Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi

Vista dall’alto una città coi suoi bagliori somiglia a una sequenza musiva coi suoi accenti d’oro e rimandi di luce necessari all’occhio per ordinare la frammentarietà apparente dell’insieme proprio attraverso quegli elementi-tessera che, distinguendosi, marcano le differenze coi loro analoghi dando senso e continuità all’altrimenti indistinto.

Poiché quest’operazione di interpretazione coinvolge direttamente lo spettatore, è a te che mi rivolgo, tu che leggi. Dunque riduci lo sguardo su un quartiere di quella mappa, anzi su una singola abitazione, isolata. Va’ oltre, concentrati sui muri, sui mattoni.

È così che nasce Home: trasferire su carta una sezione di muro d’una vecchia casa ravennate, portarla a New York, svuotarla delle tessere-mattoni e rispedirla in Italia affinché sia sotto il tuo occhio, ora, qui.

Samantha Holmes, l’autrice, ti sta dicendo di riflettere sull’identità: delle cose, di te stesso.

È da tempo che lei lo fa, spesso usando la carta[1], quel biancore cui gli uomini affidano parte del loro mistero perché si tramandi: avvertendo la propria finitudine di fenomeno che passa come e più del circostante, è a lei, alla carta, che essi consegnano i rigurgiti della propria memoria.

Ma qui nulla è scritto e tutto è da guardare. Dunque gira attorno alle quattro mura e annota cosa vedi: assenza e sospensione.

Prosegue Samantha nel suo riflettere sullo svuotamento delle cose[2], meglio percepibile se attorno è aria, se il manufatto è calato dall’alto e non tocca terra[3] come un interrogativo che s’apre a dubbi ulteriori fluttuando all’altezza del tuo sguardo, coi suoi nei tuoi occhi: è fatto di vento, anche, alito del mondo, che Carver sente “soffiare lieve in faccia e nelle orecchie/ (…) più delicato, pare,/ delle dita di una donna”[4], e dentro entra e ramifica impalpabile, lui senza radici, nella tua mente. E cosa vedi?

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Sequenze vuote di mattoni, malta-carta di contorno a sostenere una struttura altrimenti evanescente, una casa che è l’opposto della solidità che questo nome evoca. Eppure.

Non t’inganni la forma: non è lezione d’architettura. Va’ piuttosto al ritaglio: esso è dettagliato, ogni segmento diverso perché tutti vengono da mattoni reali e mai eguali, frammenti di realtà seguiti nella loro autentica imperfezione, benché composti nello stereotipo, il disegno della casa degli schizzi d’infanzia, qui però fluttuante e aperto, valenza metaforica dell’io, perché come ricorda Montaigne negli Essais “io non posso fermare il mio soggetto. Esso va ondeggiante e tremolante, per una naturale ebbrezza. (…) Non dipingo l’essere: descrivo il passaggio.”[5]

Essere e passaggio qui coincidenti. Perché l’io-casa è mutevole, è tenda nomade, è della famiglia dei paradossi moderni come il silenzio-musica di Cage. E attraverso il tutto aperto che questa casa è, chi vedi?

L’altro, te stesso. Perché questo è il punto: l’uomo è straniero errante (colui che vaga, colui che sbaglia) sulla terra, ospite di un mondo altro da sé che egli abita ma non deve forzare, pena l’odierno scempio cementifero[6] e l’orrore “onnipolitano” di cui profetizza Paul Virilio.[7]

Dai Veda ai Salmi veterotestamentari ai Canti dei nativi d’America, altri e più antichi uomini ricordano la nostra natura di forestieri non già padroni del suolo che pretendiamo di sfruttare senza ritegno, il cui unico proprietario è semmai la divinità: “Nessuna terra sarà alienata irrevocabilmente, perché la terra è mia e voi siete presso di me come stranieri e inquilini.”[8]

Vacuo credersi possessori d’alcunché, a parte gli affetti, i ricordi, il proprio tempo, in una casa così aperta che neanche le pareti sono fra esse legate, eppure parti indissolubili, corrispondenti, dello stesso edificio, fatto di andamenti di mattoni-tessera differenti quanti e quali sono i momenti di una vita, delle vite che s’incontrano per costruire la propria, e invisibili poiché nell’assenza si ritrova l’essenza: nel deserto del mondo estraneo alla pelle dell’uomo “nessuno si può chiudere in se stesso: l’umanità dell’uomo, la soggettività, è responsabilità per gli altri, estrema vulnerabilità.”[9]

La casa, lo vedi, se non vola, è comunque sospesa, non per dare un’idea irraggiungibile di sé (di te), giacché la Laputa di Swift è tanto dotta quanto inutile[10] e la Bersabea calviniana delle Città invisibili[11] capovolge ciò che vorrebbe essere, quella Gerusalemme celeste che, avverte Agostino, non da manichei si raggiunge, ma equilibrando anima e corpo.[12]

E il tuo corpo, i tuoi occhi sono la chiave dell’esperienza, per Levinas “delegati dell’Essere”[13] che è qualcosa di estremamente concreto: è la tua storia di umano che qui si offre nuda, davanti all’immagine reale di mattoni assenti di una casa priva di distrazioni cromatiche quale quesito e specchio di ciò che di più puro e buio alberga in te.

Puoi comprendere e accettare o dissipare: che l’uomo si avvicini all’uomo, questa la lunga speranza.

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm


[1] S. Holmes, Unspoken 10.22.10 – 07.07.11, 2011 (Premio G.A.E.M., Ravenna, 2011)

[2] S. Holmes, Absence (Moscow), 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012). Un’eco possibile di questo tipo di ricerca giocata sulla scomparsa e l’epifania di tracce musive si può ravvisare nella serie Vestigia di Felice Nittolo (anni 2000).

[3] S. Holmes, Devotion, 2012 e Novena, 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012).

[4] R. Carver, da Vento, in Orientarsi con le stelle, Roma, 2013, p. 279.

[5] M. de Montaigne, Saggi, Vol. III, Libro III, cap. II, Milano, 1996, p. 1067.

[6] Oggi “non è sostanzialmente possibile in Italia tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare un nucleo urbano, con tutto ciò che ne consegue in ragione della diffusione dei disturbi a carico della biodiversità…”, B. Romano, Una proliferazione urbana senza fine, in AA.VV., Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare. Le analisi e le proposte di FAI e WWF sul consumo del suolo, dossier del 31 gennaio 2012, p. 9; si veda inoltre A. Garibaldi, A. Massari, M. Preve, G. Salvaggiulo, F. Sansa, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, Milano, 2010.

[7] “In questo inizio di terzo millennio, l’ultimo sinecismo non è più tanto geofisico quanto, piuttosto, “metageofisico”, dato che al raggruppamento di un popolamento agrario succede la concentrazione ONNIPOLITANA di queste città visibili, in via di metropolizzazione avanzata per formare domani l’ultima città: l’ONNIPOLIS; città fantasma, quest’ultima, METACITTÀ senza limiti e senza leggi, capitale delle capitali di un mondo spettrale, ma che si pretende tuttavia AXIS MUNDI – in altre parole, l’omnicentro di nessun luogo.”, P. Virilio, Città panico, Milano, 2004, p. 74.

[8] Levitico, 25, 23.

[9] E. Levinas, Senza identità (1970), in Umanesimo dell’altro uomo, Genova, 1998, p. 150.

[10] J. Swift, I viaggi di Gulliver, Parte terza, Cap. I-IV, Roma, 1995, pp. 141-158.

[11] I. Calvino, Le città e il cielo. 2., in Le città invisibili, Milano, 2002, pp. 111-112.

[12] “Chi esalta l’anima come bene supremo, e condanna il corpo come cosa malvagia, abbraccia e accarezza l’anima in maniera carnale e fugge carnalmente la carne, perché non si attiene alla verità divina, ma alla vanità umana.”, Sant’Agostino, La città di Dio, XIV, 5, Torino, 1999.

[13] E. Levinas, Il significato e il senso (1964), in op. cit., Genova, 1998, p. 47.

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Accademia di Belle Arti di Ravenna, facciata e ingresso principale presso Via delle Industrie, 76

Maria Rita Bentini (Ravenna, 1959): sei stata coordinatrice didattica dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna dal 2008 sino all’ottobre 2011. La maggior parte dei giovani artisti che sto intervistando per questa rubrica, di provenienza nazionale ed estera, sono usciti da questa Accademia, scelta proprio per specializzarsi sul mosaico, con un’offerta didattica ormai riconosciuta anche a livello internazionale.

A questo proposito, ti chiedo di tracciare un bilancio generale di questo triennio, di ciò che è stato fatto e di cosa si potrebbe, anzi, si dovrebbe ancora fare.

Piuttosto che un bilancio mi piacerebbe far scorrere rapidamente, a memoria, le immagini di quanto accaduto in questi tre anni così intensi di esperienza. Partendo da una considerazione precedente a questo mio impegno.

Vivevo a Ravenna (anche continuando a insegnare all’Accademia di Bologna) e in città prendevo parte attiva alla vita della ricerca artistica contemporanea: mostre, incontri, progetti. Ma registravo di frequente che l’Accademia non c’era. Sì, qualche volta se ne parlava, ma era come se fosse confinata ai margini della vita culturale della città. Molti ravennati frequentavano l’Accademia a Bologna, o continuavano gli studi artistici a Milano, a Venezia. Dopo gli anni di D’Augusta e di Dragomirescu, non vedevo segni della sua presenza in città, e non soltanto perché era stata trasferita la sede dalla Loggetta Lombardesca in via delle Industrie.

Sono arrivata dopo mesi in cui si diceva: “l’Accademia di Ravenna chiude”. Il Comune di Ravenna aveva deciso di fare un accordo con l’Accademia di Bologna che prevedeva una collaborazione tra le due Accademie e la scelta di concentrare l’’offerta formativa sul mosaico contemporaneo. Non mi ero mai particolarmente interessata né all’Accademia di Ravenna, né al mosaico contemporaneo. Quando avevo curato mostre come la personale di Leonardo Pivi nel 2005 per il Museo d’Arte della Città, il progetto non era partito dal mosaico ma dai linguaggi contemporanei, dalla loro ibridazione – Pivi con la Lara Croft e gli altri personaggi virtuali del suo immaginario era un perfetto outsider del mosaico ravennate -, anche se poi ne era uscita una mostra bellissima (di mosaici) che sorprese.

A metà novembre 2008, il Direttore chiese a me e ad alcuni docenti ravennati a Bologna  di lavorare anche a Ravenna e di scommettere su un rilancio dell’Accademia. Conoscevo l’assessore Stamboulis e la sua competenza perché da anni collaboravo con RAM, il concorso dei giovani artisti ravennati del circuito nazionale G.A.I., stimavo i colleghi (Babini, Cucchiaro, Nicosia e gli altri), così ho accettato questa sfida.

Frame video di Marisa Monaco, supervisione di Yuri Ancarani

Come coordinatrice ho subito messo le mie energie con quelle di chi voleva che l’Accademia di Ravenna ripartisse, c’erano anche nuovi docenti come Dusciana Bravura, Sabina Ghinassi, Felice Nittolo. Molti i problemi e le cose da fare, ma tante le idee nuove. Bisognava riformulare i vecchi piani di studi sperimentali, anche il Corso di Mosaico avrebbe chiuso se non si adeguava. Poi, perché non affiancare al Mosaico le nuove tecnologie? Così è comparso il corso di New Media, con Yuri Ancarani. E Fotografia, con Guido Guidi, doveva restare. Tra i nuovi docenti sono arrivati Daniele Torcellini, l’arch. Antonio Troisi, Alessandra Andrini, Viola Giacometti.

Per la prima mostra di fine anno intitolata Oralities ci siamo uniti a un progetto europeo della città e a un evento bellissimo come il Festival delle Culture, poi ci sono state le rassegne che hanno presentato le novità più belle del mosaico dell’Accademia nella cornice di RavennaMosaico: Doppio gioco, Life is Mosaic! E infine Avvistamenti, che si è chiusa da poco. Ma era necessario valorizzare l’Accademia anche a livello nazionale, così abbiamo partecipato al Premio delle Arti: i giovani artisti da Ravenna sono stati subito selezionati e Silvia Naddeo, lo scorso anno, ha vinto il Primo premio per la Decorazione con la sua “carotona” (l’opera Eat meat, 2009, n.d.r.) a mosaico. Una bella soddisfazione, anche perché la commissione era davvero di alto profilo, presieduta da Anna Mattirolo, Direttrice del MAXXI Arte, e con Laura Cherubini tra i componenti. Quest’anno alla Biennale di Venezia c’era un evento speciale del Padiglione Italia dedicato ai giovani artisti di talento usciti dalle Accademie italiane: ecco, abbiamo partecipato, e anche dall’Accademia di Ravenna sono stati selezionati due artisti.

Peter Greenway al Teatro Alighieri di Ravenna, 24.11.2009

Poi gli eventi e i progetti particolari: Peter Greenaway al Teatro Alighieri, con un pubblico straordinario, per la lectio magistralis all’apertura dell’anno accademico 2009-2010, la presentazione del volume dedicato ai centottant’anni dell’Accademia un anno fa  (allora il nostro testimonial-ex allievo fu Giuseppe Tagliavini, premio Oscar effetti speciali di Avatar). La giornata per Albe Steiner – grazie a Massimo Casamenti! -, il designer che con la sua cultura del progetto ha influenzato anche molti creativi del territorio, con la bellissima testimonianza della figlia Anna e il film che documentava la sua avventura di uomo e di artista. Eventi aperti a tutta la città che hanno cominciato a fare sentire che l’Accademia c’è e che la sua presenza rende più attiva e giovane la vita culturale di Ravenna.

Draghiland, 23.10.2011

Il murales dedicato alla Poderosa, presentato al pubblico prima di essere spedito a Cuba, Draghiland che stava benissimo nel giardino del Complesso residenziale La Compagnia di san Giorgio a cui gli allievi avevano lavorato per tutta un’estate, i preziosi  totem musivi per il Sistema Museale della Provincia. E altro ancora accanto al Mosaico, perché in Accademia ci sono tanti altri corsi come Pittura, Decorazione, Plastica ornamentale, Incisione. Penso alla collaborazione dell’Accademia con il Premio OPERA/Fabbrica, un concorso a tema per giovani artisti promosso dalla CGIL. O all’etichetta del vino M.O.M.A. che, dopo essere stata dedicata a Morandi, è ora quella di un’allieva dell’Accademia di Ravenna, il cui progetto è stato scelto prima da una commissione presieduta dal Direttore del MAMbo, poi votato on-line come il migliore.

Totem musivi per il Sistema Museale della Provincia di Ravenna, 2011

C’è stata la mostra Elogio della mano al Mar, disegni anatomici provenienti dall’Accademia di san Pietroburgo, per coltivare un nuovo rapporto internazionale. E l’incontro con le realtà teatrali: Chiara Lagani (Fanny & Alexander), Motus, Kinkaleri, Edoardo Sanchi (sono sue le scene dell’Avaro delle Albe). Ne è nata la mostra di fine anno 2010 insieme a “Ravenna viso in aria”, in un week end di full immersion con le energie delle realtà teatrali del territorio. Nella stessa primavera, in collaborazione con il Dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte dell’Accademia di Bologna diretto da Cristina Francucci, abbiamo promosso un ciclo di cinque conferenze dedicate al tema arte-museo-scuola che si sono svolte al Mar: sono state presentate esperienze molto innovative come quella della sezione didattica del Castello di Rivoli a Torino, del Palazzo delle Esposizioni a Roma, del MAMbo a Bologna, offrendo coordinate nuove alla didattica dell’arte di cui ha tanto bisogno questa città.

L’ultima slide che ho in mente è per il Premio Tesi. Ho subito pensato a un Premio per individuare gli allievi più promettenti ma soprattutto per dare a loro la possibilità di crescere, “fuori”. Così lo abbiamo chiamato Starting Point!   Il primo anno alla Ninapì, poi al Museo Carlo Zauli di Faenza e infine al Palazzo della Provincia ravennate, Cripta e Giardini pensili: una mostra come premio, ma anche qualcosa di più. Piuttosto che i docenti ho voluto dei giovani critici all’opera, che hanno selezionato e presentato i giovani artisti vincitori.  È stato un contatto che ha fatto scaturire molte nuove aperture. La rivista Solo Mosaico ha arricchito questo premio con una residenza a San Pietroburgo e Mosca, dando al migliore del Mosaico un’ottima possibilità di sviluppare un proprio progetto per cominciare a prendere il volo.

Premio Tesi 2010, assegnazione del Premio Solo Mosaico (sulla destra si riconoscono Roberta Grasso e Silvia Naddeo)

Ecco, sì, sono nati nuovi talenti. Grazie all’esperienza didattica di tanti docenti dell’Accademia, ma anche (credo) dalle stimolanti occasioni create in questi tre anni.

Pensa che al Premio Giovani Artisti e Mosaico promosso quest’anno dal Museo d’arte della Città, tra i dieci selezionati in mostra ben quattro venivano dall’Accademia, e la vincitrice (per l’opera che ha utilizzato il mosaico in modo non convenzionale) è stata Samantha Holmes: un anno fa era venuta da New York in Accademia proprio per imparare il mosaico.

Quello che si potrebbe ancora fare? Meglio dirti quello che NON si dovrebbe fare: tornare indietro.

Settembre 2011: prima dell’inizio del nuovo anno accademico 2011-2012 hai deciso di non rinnovare la disponibilità del tuo incarico: una rinuncia o una presa di posizione? Quali ragioni ti hanno portata a questa scelta?

Chi mi conosce sa che quest’ultimo anno, in particolare, è stato durissimo. Non dico che gli anni precedenti siano stati una passeggiata, specie per contrastare la logica di chi, dalla logica del “tanto peggio tanto meglio”, cerca di ottenere alcuni vantaggi . Ma la ragione di questa scelta è molto semplice. Nell’esperienza fatta ho visto molte potenzialità e molti limiti, diciamo ostacoli, che hanno “bruciato” molte, troppe energie.

Per me queste potenzialità devono essere aiutate sia incrementando la qualità dei percorsi legati al Mosaico, sia formulando qualche nuova ipotesi. Accanto al Mosaico l’Accademia dovrebbe offrire spazio ad altre esperienze e linguaggi, in particolare coinvolgendo realtà molto vive nel territorio, come il teatro contemporaneo, la fotografia. Non parlo solo di nuove risorse necessarie, ma di andare più chiaramente in una certa direzione. Quando i soldi sono pochi bisogna sempre usarli con più intelligenza. Lasciare andare le cose senza fare buone scelte, non porta da nessuna parte, anzi.

Accademia Belle Arti Ravenna Centottant'anni, Longo Editore Ravenna, 2010

In tutti questi mesi mi sono chiesta e ho chiesto con insistenza: Quale visione dell’Accademia? Quale l’importanza nel sistema del contemporaneo della città e in Romagna dell’Accademia?

Per me dalla risposta a queste domande dipende il futuro di questa Istituzione. Piccola ma importante perché legata al territorio, anche se in stretto rapporto con l’Accademia di Bologna. Importante per il Mosaico, visto che ormai l’Istituto d’arte Severini è divenuto Liceo, perdendo la sua specificità, e che dunque l’Accademia resta l’unico luogo di  formazione  legato al Mosaico. Importante se Ravenna vuole crescere davvero nella sua dimensione contemporanea verso la Candidatura a Capitale europea della Cultura nel 2019.

Silvia Naddeo, QrCode Ravenna 2019

Perché, infine, tanto sostegno  all’Università, tanta attenzione alla sua qualità, e non all’Accademia?

Ho visto l’assenza di scelte, l’Accademia completamente in mano a funzionari le cui azioni hanno davvero poco a che fare con la realtà dell’arte contemporanea. D’altra parte il fatto stesso di essere molto attivi, di impegnarsi per cercare di cambiare la stagnazione, com’è accaduto in questi tre anni a me e ai miei colleghi, apre molti canali di stima e buone collaborazioni all’esterno, ma può provocare effetti collaterali.

Ho esposto queste mie considerazioni a Bologna, tutte ascoltate e raccolte mentre lo stesso mio incarico è stato poi assegnato a Maurizio Nicosia, spero che la verifica in corso questi mesi porti a una svolta positiva. A Ravenna continuo a insegnare Storia dell’Arte contemporanea e a seguire con attenzione come l’Accademia viene gestita. Ora, per esempio, mi preoccupano le scelte che hanno riguardato il Biennio: se non si cura bene l’offerta formativa, che diranno i numerosi nuovi iscritti? La migliore pubblicità di una scuola è il buon andamento delle cose, per questo l’Accademia deve essere curata bene.  Intanto non vedo più tra i docenti Dusciana Bravura, Yuri Ancarani, Daniele Torcellini e Piercarlo Ricci, docente di 3D, che in Accademia ha fatto un gran lavoro anche allestendo un’ottima aula multimediale. Non si può perdere tempo, così si rischia di cancellare ogni buona novità.

Infine, una domanda alla storica e alla critica d’arte Bentini: nella diluizione artistica e identitaria contemporanea, cosa è il mosaico oggi, quale ruolo ha? E quale il suo futuro, pur sapendo che come ogni arte da sé va crescendo e si va regolando o negando?

Ho già avuto modo, negli ultimi mesi, di esprimermi pubblicamente su questi punti.

Kaori Katoh, Fioritura, 2010

Il mosaico deve essere sdoganato, nella visione di chi lo pratica e anche di chi lo promuove, come un linguaggio visivo, uno dei molti praticati oggi dagli artisti. E come ogni linguaggio anche il mosaico cresce, prolifera, si contamina, divenendo uno strumento ricco di possibilità per gli artisti. Surplus di materia, luce-colore, frammentazione-ricomposizione, lentezza esecutiva, sono aspetti costitutivi del mosaico.  Antichi e up-to date. Ma ad una condizione. La tecnica (penso al mosaico ravennate) deve essere tramandata, ma al tempo stesso deve essere attaccata da visioni sperimentali, che nascono da sguardi e da attitudini “esterne” appartenenti alle estetiche contemporanee. La “diluizione” artistica oggi è il flusso inarrestabile di immagini che non trova alcun argine nelle categorie tradizionali, viviamo una mutazione dell’immaginario collettivo data dalle nuove tecnologie. Su questo occorre prendere posizione (Bauman stesso, che ha parlato di modernità liquida, ce lo ha ricordato proprio in questi giorni a Ravenna, sottolineando il ruolo del “locale”), ma le coordinate identitarie contemporanee si  ridefiniscono sempre più in tal senso. Senza queste aperture  il mosaico si trasforma in un esercizio di stile altamente artigianale, magari protetto in un piccolo angolo del mondo, Ravenna.

Da dieci anni ormai a Faenza si fanno esperienze che hanno trasformato la ceramica in un terreno molto fecondo di esperienze contemporanee. Mi ricordo bene dell’opera di Sislej Xhafa, arrivato a Faenza per una residenza d’artista al Museo Carlo Zauli: si era appropriato della materia, per lui nuova, passando in ceramica la mail con la quale era stato invitato a fare quell’esperienza. In quel passaggio c’era tutta la densità di un incontro, di un nuovo punto di vista. È stato salutare anche il progetto che hai di recente curato insieme a Torcellini: l’Equazione impossibile genera nuovi pensieri, dunque nuove pratiche. La performance sonora di Malatesta che ha tradotto il mosaico dei CaCO3, a sua volta in dialogo con lo spazio del Battistero degli Ariani, le immagini ieratiche e il fulgore degli ori della cupola del VI secolo, è  in tal senso un’esperienza bellissima.

Penso che il ruolo dell’Accademia a questo proposito potrebbe essere molto importante, ma, come dicevo prima, in questa città bisogna fare buone scelte.

Bric-à-Brac accademiaravenna.net – Il blog dell’Accademia di Ravenna

Accademia di Belle Arti di Ravenna

Maria Rita Bentini alla Biennale di Venezia del 2007

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Premessa: dopo le critiche nei confronti delle nuove generazioni di artisti musivi, sostanzialmente ritenute non valide, se non inesistenti, da parte del pubblicista Saturno Carnoli e del mosaicista Carlo Signorini (entrambi classe 1941), interventi apparsi fra novembre e dicembre 2010 sul settimanale Ravenna & Dintorni e, fra i due, la mia intervista (anch’essa pubblicata sul medesimo giornale il 2 dicembre scorso e di seguito su questo blog) in difesa del giovane mosaico -che non solo ritengo esista ma che operi con rinnovata originalità nell’ambito dell’arte contemporanea-, desidero ora ospitare l’opinione di Daniele Torcellini (mio coetaneo, classe 1978), docente di Ricerca Visiva presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna e collaboratore del Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, visibile anche su Ravenna & Dintorni di questa settimana (numero 423 del 13 gennaio 2011), dove, a pag. 13, si trova affiancato dall’ottimo e consonante intervento Aprire gli occhi sul cambiamento di Maria Rita Bentini, coordinatrice didattica presso la medesima Accademia di Belle Arti ravennate.

Levi van Veluw, Veneer IV, 2010

“Leggendo le interviste pubblicate negli ultimi numeri di questo giornale a proposito delle vicende del mosaico ravennate propongo all’attenzione dei lettori alcune riflessioni, in qualità di docente dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna della stessa generazione degli artisti chiamati in causa.

Perfettamente d’accordo con quanto detto da Signorini: “Se tutti coloro che sono delegati attualmente a gestire il patrimonio culturale-mosaico non passano la mano, ritengo che fra pochi anni resteranno solo le basiliche”. Certo è che per passare la mano occorre riconoscere la mano a cui passare. In qualche modo, però, il conflitto generazionale si mette in mezzo a complicare le cose, anche se ci sono molte buone eccezioni.

Riflettendo sull’interessante dibattito che si è andato sviluppando, come non notare che se Renato Signorini non apprezzava (non capiva?) i contatti (le sperimentazioni? le ricerche?) di suo figlio con altri artisti, come Scanavino o Schifano, così Carlo Signorini o Saturno Carnoli sembrano non cogliere (non capire?) quelle che sono le sperimentazioni e le ricerche dei giovani artisti ravennati e non solo…

Considerando le vicende del mosaico a Ravenna nel corso degli ultimi cinquant’anni un problema sembra essere stato al centro di molte dinamiche artistiche: un debito nei confronti dell’arte contemporanea, idee, opere, riviste, gallerie ed eventi da cui il mosaico è stato spesso lontano. L’operazione condotta dalla generazione dei ventenni degli anni settanta è stata quella di condurre una sperimentazione sul linguaggio musivo tale da poter rivendicare al mosaico un’autonomia espressiva, poterlo considerare uno strumento al di là della traduzione di un dipinto o di un progetto di design. Questo è stato un modo per guardare altrove, una reazione, rispetto all’attività dei mosaicisti della generazione precedente che si sono trovati, nel bel mezzo dell’operazione di Bovini, a dover fare i conti con grandi nomi dell’arte di metà novecento.

L’operazione può dirsi riuscita? Personalmente direi di sì. Certo è che le più giovani generazioni non si pongono più il problema di affrancare il mosaico, lo utilizzano al pari di altri linguaggi espressivi e in alcuni casi lo utilizzano accanto ad altri linguaggi, lo utilizzano per tradurre e reinterpretare e lo utilizzano per creare ex-novo e tutto senza soluzioni di continuità, senza debiti o gerarchie. Le nuove generazioni hanno spostato lo sguardo di nuovo.

Nell’intervista a Saturno Carnoli si chiede: “Quali sono le caratteristiche che rendono un’opera musiva un’opera d’arte vera e propria?” …credo che nessuno dei giovani accetterebbe di rispondere ad una domanda come questa. Questo non è più un loro problema. Avrebbe senso chiedersi: quali sono le caratteristiche che rendono un’opera pittorica un’opera d’arte vera e propria? E’ possibile rispondere alla domanda: cosa fa di un oggetto un’opera d’arte? Il giudizio dei posteri? Una sinergica aderenza tra aspetto e contenuto per un messaggio a forte impatto comunicativo? Personalmente sono portato a preferire il concetto di cultura visuale rispetto a quello di arte. Un dipinto, un mosaico, un progetto di design, il progetto realizzato, un’architettura, una sedia, un gioiello, la forma del cibo, un video su youtube, le foto di un profilo facebook… non fa differenza, o meglio, ci sono differenze tra i prodotti ma non attribuibili all’appartenenza di genere, piuttosto ad una coerenza interna ai prodotti stessi. Inception di Christopher Nolan è sullo stesso piano di Det Ultimate Selvmord di Lasse Gjertsen. Il problema sta, ora, nel trovare un mercato per i propri prodotti visuali.” Daniele Torcellini

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