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E amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue facoltà e saranno queste parole che io ti comando oggi sul tuo cuore.Deuteronomio 6, 5-6

Dio non ha creato la donna partendo dalla testa dell’uomo perché lui la comandi; né partendo dai suoi piedi perché lei sia sua schiava. L’ha creata partendo dal suo fianco, di modo che sia più vicina al suo cuore.” Dal Talmud

Marc Chagall, Solitudine, 1933, Tel Aviv Museum, Tel Aviv

Alcuni libri desideriamo leggerli, altri vogliono essere letti. È come se ci cercassero.

Nel caso di Yeshayahu Leibowitz (Riga, 1903 – Gerusalemme, 1994), la segnalazione mi è arrivata da un’amica preziosa: a volte capita di trovare autori che ci fanno esclamare: – ma come ho fatto prima, senza te, a capire!- E infatti non è possibile capire davvero alcuni argomenti se non sono spiegati da maestri interni e intrisi di una data cultura d’origine. Lo stesso, ad esempio, si può dire per le traduzioni vediche di Panikkar o del genio di Pavel Florenskij: senza il suo Le porte regali (prefazione di Elémire Zolla, Milano, 1977) il mondo e il senso dell’icona ortodossa resterebbero comunque oscuri, nonostante negli anni si siano aggiunte decine di saggi storicamente validi, non ultimi quelli di Tania Velmans.

Ma solo un ortodosso può arrivare lucidamente a dire che l’icona non è un quadro che rappresenta il sacro, come nella tradizione cattolica-occidentale (non a caso ritenuta idolatra), ma è il sacro stesso, come “una finestra è una finestra in quanto attraverso ad essa si diffonde il dominio della luce, e allora la stessa finestra che ci dà luce è luce…” (P. Florenskij)

Tornando a Leibowitz, in Italia sono ancora rare sue pubblicazioni, principalmente due, a cura dell’editrice Giuntina, specializzata su testi ebraici: la raccolta Lezioni sulle Massime dei Padri e su Maimonide (col piccolo benché ottimo glossario posto in fondo al libro, Firenze, 1999), ciclo di conversazioni radiofoniche su argomenti vari, dai detti dei Padri, rabbini del II sec. a.C. – I sec. d.C., ai possibili significati della Torà, dal Talmud alla Mishnà, dall’importanza della preghiera rituale a Maimonide, latinizzazione di Moshé ben Maimon (Cordova, 1135 – Il Cairo, 1204), filosofo e sapiente ebreo, nonché stella polare della vita e degli studi di Leibowitz, che, sia detto per inciso, non si occupò solo di teologia, ma parallelamente di chimica e filosofia della scienza, oltre ad essere stato un sionista sostenitore del dialogo con i musulmani.

Yeshayahu Leibowitz (Riga, 1903 - Gerusalemme, 1994)

L’altro suo testo, più breve, ma a mio giudizio ancor più importante delle Lezioni, è l’illuminante La fede ebraica (Firenze, 2001), in cui l’autore affronta magistralmente e spiega con semplicità la natura della vera fede, ovvero quella fine a sé, grazie alla quale si crede perché si ha appunto fede e l’uomo è al servizio di Dio senza chiedergli aiuto o dubitare della sua mano, volontà o Parola. Al riguardo Leibowitz cita tre casi biblici emblematici: Abramo, Giobbe e Qohelet (su quest’ultimo, essendo uno dei libri più importanti della storia dell’umanità, si tornerà con un post specifico), il primo in rapporto diretto con Yahweh, il secondo “fronteggia i suoi compagni in una grande discussione”, mentre il terzo è a “colloquio con se stesso, ma in fin dei conti arrivano tutti alla stessa fede «fine a se stessa»”, come anzitutto testimonia Abramo, forse il punto più alto dell’affidarsi cieco a Dio (e anche il più difficile da seguire per gli uomini): “la protagonista della vicenda del sacrificio di Isacco non è però la giustizia, ma la fede, ed essa si trova al di là delle categorie umane. Sulla fede, così come essa traspare nella vicenda del sacrificio, l’uomo non può discutere con Dio: o crede o non crede. Abramo credette e tacque.” (Yeshayahu Leibowitz)

Mi viene in mente una frase che lessi molti anni fa nel quartiere braidense di Milano, sorta di parafrasi cattolica di un pensiero di Franz Werfel: “per chi ha fede nessun miracolo è necessario, per chi non ha fede nessun miracolo è sufficiente.

Concludo con una storia chassidica (e non si può non segnalare il bel Meridiano dedicato a Martin Buber, Storie e leggende chassidiche, Milano, 2008), tradizione altra, differente da Leibowitz, ma se non ricordo male, una delle visioni del paradiso ebraico è Dio seduto attorno ad un tavolo coi maestri e i profeti di ogni tempo, intento ad una discussione infinita intorno al senso della Legge, che così resta eternamente viva, nella ricchezza e nella diversità di un dibattito cui Dio stesso non vuole porre la parola fine.

Quando il maestro spirituale Israel Ba’al Shem Tov, fondatore dello chassidismo, aveva un difficile compito davanti a sé, si recava in un certo luogo nei boschi, accendeva un fuoco e meditava in preghiera. E ciò che aveva deciso di fare realizzava.

Una generazione dopo, quando il suo discepolo dovette assolvere lo stesso compito, si recò nello stesso luogo nei boschi e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, ma conosciamo ancora le preghiere.” E ciò che aveva deciso di fare si realizzò.

Un’altra generazione dopo, quando anche il discepolo del discepolo dovette assolvere lo stesso compito, si recò nello stesso luogo nei boschi e disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco, non conosciamo più le preghiere, ma conosciamo ancora il luogo nei boschi dove è successo. Dev’essere sufficiente.” E fu sufficiente.

Ma un’altra generazione dopo, quando il discepolo del discepolo del discepolo si sedette nella sua poltrona dorata, nel suo castello, disse: “Non sappiamo più accendere il fuoco. Non conosciamo più le preghiere. Non conosciamo più il luogo nei boschi dove tutto ciò è successo. Ma possiamo ancora raccontare la storia.” (da Racconti dei saggi yiddish, Milano, 2010)

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