Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘martin lutero’

baroncelli

Anni fa, chissà quanti, si pensava col fraterno amico Andrea, quello di una vita, di scrivere un libro fatto di soli titoli, inventati, di libri altrettanto inesistenti, o meglio non ancora scritti. Esercizio borgesiano, direte voi. Sarà.

Comunque, era un periodo di tale sintonia su questo divertimento che senza sforzo ci venivano in mente titoli su titoli, talvolta davvero brillanti. Ma l’intenzione era più giocosa che ferma e nessuno s’è mai appuntato nulla e tutto è tornato a essere tempo.

Per la verità s’era pensato di accompagnare ogni titolo con due righe di presentazione, magari quelle del risvolto di copertina, o di critica ora divertita e spietata ora accondiscendente fino alla piaggeria, o perché no direttamente scrivendo l’incipit del (nostro) testo fantasma.

Come dicevo nulla è rimasto, salvo in un angolo semibuio della mia memoria questo titolo Tra le trippe del topo, ricavato da un’affermazione di Martin Lutero, secondo la quale se Dio c’è, è ovunque, anche negli anfratti più impensati, tra le trippe del topo appunto, con quella sequenza mitragliante di “t”, allitterazione che da sola vale l’affermazione.

Avrebbe potuto essere un trattato serissimo di critica teologica o una biografia (ironica?) del padre del protestantesimo: impossibile oltre che inutile indagare la fantasia a posteriori.

Perché mi viene in mente tutto questo?

M’è capitata fra le mani l’ultima fatica di Eugenio Baroncelli, Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013) ovvero la concretizzazione di quanto esposto sopra: le idee volano non hanno fretta aspettano anche anni quanto il capriccio comanda loro e poi si posano, benché mai a caso. Perché le idee vogliono nascere.

Ed ecco i 55 titoli con le rispettive prefazioni, incipit, risvolti di copertina, avvertenze e persino il Libro di titoli di libri, bell’e servito a pagina 73, et voilà!

Ora, nonostante quanto detto e nonostante il fantasma di Borges evocato qua e là quale nume tutelare, rispetto ai precedenti (chicche minibiografiche dense di grazia elegante alla Fénéon, colte e intelligenti come Montaigne, ovvero il Libro di candele. 267 vite in due o tre pose, il primo e forse il più bello, o Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre pose e Falene. 237 vite quasi perfette) quest’ultimo di Baroncelli m’è piaciuto meno. La trama del mosaico c’è, la realizzazione però presenta più di qualche smagliatura con cali di tensione in qualche caso evidenti.

E tuttavia alcune pagine sono perle del Baroncelli migliore (che alfine è un lirico asciutto, credo non insensibile a Satie o alla Música Callada di un Mompou), tanto che ti secca – ma è bene – che tutto finisca lì, poche righe sotto, essendo questo il gioco di un libro di libri immaginari. Ve ne propongo qualche assaggio, buona lettura.

1) “Confutazione della «Vita di Macrina» di Gregorio di Nissa

Chi è destinato a vivere, quand’anche muoia, non muore.”

2) “Cose. Libro di tutte le cose e molte altre ancora che stanno sulla mia scrivania

Avvertenza. Le cose non muoiono mica: durano più di noi. (Fa eccezione il cd di George Harrison che mi aveva regalato il professor Briganti: quello ha avuto l’umana malizia di sparire davvero, il che spiega perché sembra uno sproposito, o una menzogna, quanto mi manchi adesso). Noi ci ricordiamo delle cose, ma le cose ci dimenticano. Ce ne andremo, e non sapranno mai che ce ne siamo andati. È un’ingiustizia. Questo libro, naturalmente, non può correggerla: si limita a descriverla, con la necessaria pazienza e senza un inutile rancore. Le scatole di Toscani, una mezza piena di sigari e l’altra gremita di penne biro. La lampada monotona. La pila dei libri, che possono non servire. La capricciosa stampante. L’agenda, che resta chiusa tutto l’anno. Il calendario, omaggio del Museo di storia naturale delle scienza biomediche di Chieti. Il dizionario di toponomastica della Vallardi. Il computer, che non vuole aprirsi. Il portacenere e la bussola. Il lettore portatile di cd, il temperamatite… Se qualcuna l’ho dimenticata, è perché a nasconderci le cose, come la nuvola il suo dio, è giusto l’abitudine. Se molte altre le ho aggiunte, è perché esistono anche le cose che non stanno qui, perché una scrivania è il mondo.”

3) “Il doppio dell’oppio. Ventidue vite stupefacenti

Prefazione. (…) La droga è la morte, ma anche la vita: stupefacente, appunto. Il campo è una losca fumeria di Chinatown (lo stesso, si badi, su cui si apre il film): Noodles, disteso su un lettuccio sudicio, fra le volute del fumo getta un sorriso ebete alla camera, che lo coglie dall’alto, attraverso una garza sottile, zoomando in allontanamento. È l’ultimo fotogramma di C’era una volta in America di Leone, ma forse ci sbagliamo. Forse è il primo. Da lì Noodles non si è mai mosso, e lì, nell’incantato torpore dell’oppio, ha sognato il film.”

4) “È andata via la luce. Elogio dell’ombra

(…) Un giorno riferirono al Maestro che Yu-Y’an, un uomo grossolano e volgare, era morto. Quella sera, i discepoli sorpreso il Maetsro in meditazione sulla tomba di Yu-Y’an, che era di cattivo gusto come lui. «Maestro», gli chiesero stupiti, «che cosa c’è da contemplare in un luogo così volgare?». Rispose il Maestro: «L’eleganza dell’ombra».

«Oh, se invece fossi rimasta in qualche oscura parte del Nord o in qualche isola sperduta, / dove la strada non è mai battuta da carrozze dorate, / dove nessuno impara l’ombra».

Riparare nell’ombra in tempi bui. È una parola.

Prefazione. A Auguste Dupin, «innamorato della notte». Se siamo l’ombra di un sogno, come lasciò detto Pindaro, tanto varrebbe viverlo senza svegliarsi mai. L’ombra non è le tenebre: è una fra le forme della solitudine. L’ombra è rivelatrice: non è la dentro che le cose, finalmente, si illuminano? Per questo lascio questo libro nell’ombra, cioè nella sua versione migliore. Fra poco ripeterò il consiglio del vecchio Pitagora: «Nascondi la tua vita, o almeno la tua morte».”

5) “Lassù. Breve storia del cielo

(…) Questo libro racconta questo e anche altro: per esempio le aurore, quella musica, da cui sappiamo che i nostri morti non sono morti ma lontani, così lontani che la loro voce ci arriva travestita da brusio della brezza, per esempio certi crepuscoli di fuoco, che sembrano una fine e invece, con quei riflessi rosso sfacciato da tintura da poco che a me ricordano le donne perdute, sono un principio, almeno per un po’. Per esempio i banditeschi tramonti in cui se ne va in sangue, con quegli spaventevoli cani che fiutano la notte.”

6) “Questi fantasmi. Preistoria, storia e leggenda della mia biblioteca

(…) Questi fantasmi, i libri, ci confondono. Se ne comprano tanti che poi non si sa più dove metterli né come leggerli tutti. Certuni, se lo scaffale è profondo, si nascondono come bambini dietro quelli della prima fila. Certuni, se non vi fidate più della scaletta che invecchia scricchiolando come voi, non si raggiungono più. Stanno lassù intatti e muti, a prendere la polvere che intanto diventiamo noi. Non so se sia l’inferno o il paradiso, ma mettere insieme una biblioteca è organizzare una solitudine.”

Eugenio Baroncelli, da Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013)

Annunci

Read Full Post »

Piccolo trittico invernale dedicato a un grande toccato da levità, Aldo Buzzi.

25 gennaio, Roma, tarda mattinata: a Termini mi sfiora lo psichiatra Vittorino Andreoli, visibilmente di fretta: ho sempre pensato che la sua capigliatura, una zazzera alla Pat Pending, lo scienziato pazzo delle Wacky Races, lo abbia avvicinato molto ai suoi pazienti, forse è per loro motivo di conforto.

Professor Pat Pending, personaggio delle Wacky Races di Hanna & Barbera

Traffico, caos, smog, clacsonate feroci, il verde dei semafori optional, macchine ferme col motore acceso senza conducente (“so sceso n’attimo”), macchine in doppia terza quarta fila, macchine sopra il marciapiede, macchine fra marciapiede e strada, macchine parcheggiate a caso, a raggiera attorno a un palo, obliquamente e mai, è una certezza, dentro le linee di parcheggio, per altro spesso inesistenti, fors’anche macchine nel sottosuolo a livello catacombale, asfalto rovinato, buche, piccoli fori (non imperiali), crateri… un cartello pubblicitario con faccia sorridente mezzo strappato: welcome to Rome.

In realtà l’intensità del traffico credo sia cambiata poco rispetto ai tempi dell’impero: carri, bighe, gente a cavallo, gente a piedi, crocchi di polli e curiosi intenti al gioco dei dadi (delle tre carte), matrone su lettighe (sui SUV), olezzi dai tombini, cacche non solo di cavallo, chiasso ovunque, un sovraffollamento di ben oltre il milione di abitanti ipotizzato dagli storici, incluso il suburbio. Senza contare che, come all’epoca, certi mestieri sembrano appalto solo di alcuni gruppi umani di medesima provenienza: se maestri, filosofi e medici antichi erano spesso greci, mentre i maghi egizi o orientali, etc., oggi tutti i chioschetti ambulanti di bibite e panini paiono appannaggio di indiani e pakistani.

Primo pomeriggio, antologica prenotata su Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553) nella splendida cornice della Galleria Borghese, che con le sue opere ben contrasta coi quadri del tedesco. Lo capì bene a suo tempo quel marpione del cardinale Scipione Borghese, che già a inizio ‘600 collezionava la Venere e Cupido che ruba un favo di miele del Cranach, esponendola accanto alla più classica e opposta Venere del Brescianino, com’è tuttora. A questo proposito, titolo azzeccatissimo della mostra, L’altro rinascimento, poiché tale è il lascito di questo nordico che non si nutre come il conterraneo Dürer di mediterraneo, di bellezza latina, pur non ignorandola, ma affonda le radici del suo fare lineare, quasi bidimensionale, e colorire diafano dei corpi, nel tardo gotico favolistico fiammingo e borgognone, di cui sono popolati i suoi dipinti, coi miti, le cacce, gli unicorni, gli eden, gli umani dai visi deformati, le teste enormi e le veneri di porcellana, bellissime, eppure così distanti dal paradigma raffaellesco, a dire che, appunto, un altro rinascimento è possibile: fosse vissuto oggi, sua musa sarebbe Tilda Swinton.

Lucas Cranach il Vecchio, Venere, 1532, Städel Museum, Francoforte

Protetto e pittore di corte degli Elettori di Sassonia, Cranach fu anche amico personale e ritrattista di Lutero, nonché primo illustratore della sua Bibbia tradotta. C’è coerenza fra queste scelte di vita e la sua arte: entrambi furono uomini della modernità, di una modernità contraddittoria: se al pittore si deve l’aver condotto le forme crude del primo espressionismo germanico e della sua giovinezza a quelle più raffinate della maturità manierista coi ritratti dei notabili e i nudi femminili, emblemi d’un erotismo diverso e algido, l’ex monacone agostiniano fu il padre della rottura con la chiesa papista preda del mercimonio spregiudicato delle indulgenze. Eppure, come il pittore, anch’egli ebbe lo sguardo (etico) più rivolto al medioevo che al contemporaneo, con la dottrina della fede sola salus, la cui declinazione alpina fu la predestinazione calvinista (e in questo senso lo spirito del capitalismo di Weber), con scorta di bigotteria puritana dal nuovo mondo.

Lucas Cranach il Vecchio, Ritratto di Martin Lutero (particolare), 1529, Galleria degli Uffizi, Firenze

Tutto sommato a Lutero è andata meglio che ad altri riformatori come Jan Hus o l’invasato Savonarola, i quali condivisero il destino di altro celebre arrostito, il povero Giordano Bruno, cui Trilussa dedicò versi sardonici:

Fece la fine de l’abbacchio ar forno

perché credeva ar libbero pensiero,

perché si un prete je diceva: “È vero”

lui rispondeva: “Nun è vero un corno!”

Cranach comunque non disdegnò committenze cattoliche e seppe ben investire i suoi guadagni. Fu anche più volte eletto borgomastro di Wittenberg, città delle tesi luterane, dove operava la sua avviatissima bottega.

Prima di uscire, per caso ascolto il commento di un guardasala al suo collega: “Penza che ‘gnoranti quelli der Granne Fratello, iere ssera manco sapeveno chi era Galeleo”.

Come sempre a mostra finita, necessito d’una passeggiata lunga, qui attraverso il parco di Villa Borghese: sono troppe, per quanto stupende, le immagini appena viste, un’orgia visiva che solo il verde, un freddo temperato e la vista di qualche uccelletto e jogger tardo pomeridiano può aiutare a conciliare. Anche la bellezza può saturare.

In Piazza del Popolo tappa obbligata ai Caravaggio della Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, antica tomba di Nerone: ma è piena, mi godo il resto della chiesa traboccante d’arte e stavolta mi concentro sugli intrecci dorati di rami e foglie barocche dell’organo berniniano, eseguito da Antonio Raggi (1656-57).

Organo di Antonio Raggi (1656-57), su disegno del Bernini, S. Maria del Popolo, Roma

Da Ricordi in via del Corso esce a gran volume la musica dell’ultimo cd di Lorenzo/Jovanotti, Ora, bel lavoro, con canzoni che sanno di necessità, non di obbligo contrattuale, ma Cherubini (buon cognome non mente) è ormai autore affermato, di ritmo e sostanza. In testa però tornano note e parole del Negozio di antiquariato di Niccolò Fabi, altra perla di qualche anno fa, e ripenso alla disgrazia immane accadutagli quest’estate, la perdita di sua figlia.

Ho voglia di un supplì: a proposito, quello originale, romano (cattolico e apostolico), si definisce “al telefono” ed ha una panatura sottile, in modo che il sapore dell’olio fritto, rigorosamente a 180 gradi, non passi all’interno, ma permetta al quadratino di mozzarella nel cuore della crocchetta di sciogliersi e fare l’effetto sorpresa (dal francese surprise, da cui supplì), ovvero i fili del telefono al momento di spezzarla in due: per il resto è solo riso e sugo di carne e null’altro da aggiungere. Pura bontà da mangiare, ancora calda e con le mani, s’intende.

Read Full Post »