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Posts Tagged ‘massimo montanari’

Premessa: l’articolo che segue apparirà su Mosaïque Magazine n.12, Parigi luglio 2016. 

A proposito di Silvia Naddeo, terrò con questa splendida artista una conversazione sul suo lavoro in occasione della Festa Artusiana 2016 lunedì 27 giugno alle 21.00 presso la Piazzetta Berta e Rita (Via delle Cose Diverse – Via A. Saffi 78) a Forlimpopoli. Non mancate!

Infine, ricordo che è attualmente in corso sino al 3 luglio la sua personale Trasfigurazioni del gusto, a cura di Raffaele Quattrone, presso il Palazzo del Monte di Pietà, Corso Garibaldi 37, a Forlì.

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Silvia Naddeo, Eat Meet, 2009

Bistrot Naddeo: realtà, virtualità, relazione

di Luca Maggio

“Il gioco è una funzione che contiene un senso.” Johan Huizinga, Homo ludens

È noto l’episodio narrato da Plinio il Vecchio in cui il pittore Zeusi, orgoglioso di aver ingannato alcuni uccelli che volevano beccare dell’uva da lui dipinta, venne a sua volta ingannato da un telo dipinto su un quadro dal rivale Parrasio.[1]

L’uso e il gioco di moltiplicazione del reale del trompe l’œil è dunque conosciuto sin dall’antichità anche in ambito musivo, basti pensare ai tanti esempi di “asárotos òikos”, il “pavimento non spazzato”, con la rappresentazione dei resti di un pasto e, sebbene l’inganno dell’occhio abbia trovato l’epoca di massimo splendore in età manierista e barocca, è giunto sino al nostro tempo.

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Silvia Naddeo, Eg(g)0, 2009

Non mi riferisco tanto alle varie correnti e personalità dell’arte cinetica del secolo scorso, ma alla grande illusione del cinema e, tecnicamente, al moto dei singoli fotogrammi altrimenti fissi, mentre in anni recenti, a realtà virtuali come Second Life sviluppatesi in termini sempre più sofisticati: “al momento della scoperta del trompe l’œil si provava un piacere simile a quello che oggi proviamo con la realtà virtuale. Era una forma estatica del vedere che nasceva in un momento storico di grande cambiamento. Oggi viviamo nel Neo-barocco, che come il Barocco è un momento di cambiamento storico e sensoriale”[2].

Partendo da una tecnica musiva perfettamente curata nel dettaglio, l’attività figurativa messa a punto da Silvia Naddeo coglie questi ambiti di significato e vi si muove attraverso il punto d’osservazione del cibo inteso sia come passione personale[3] sia come catalizzatore socio-antropologico, essendo sempre più desiderosa di mettere in relazione le sue opere col pubblico o meglio con le persone grazie a media tecnologici multimediali.

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Silvia Naddeo, Sweet Things (particolare), 2010

Nel giro di brevi anni, l’attenzione dell’artista si è spinta da una produzione dall’eco iperrealista come nella carota gigante Eat meat  del 2009 o nelle uova a grandezza naturale di  Eg(g)o e Sweet things del 2009 e 2010, all’avviare studi sulle tradizioni culinarie popolari e tipiche di alcuni luoghi a lei noti come il classico crescione romagnolo con squacquerone e rucola ironicamente chiamato Romagna Pride[4] del 2011 o l’enorme e visivamente sontuosa Transition di ben 170 cm di diametro, realizzata grazie a una residenza d’artista presso la Ismail Akhmetov Foundation di Mosca nel 2012 e rappresentante il blin, la frittella-focaccina della tradizione russa accompagnata da panna acida e caviale, legata a origini antiche e culti pagani: la forma, il colore e il calore ricordano il sole e dunque la transizione di rinascita primaverile, tanto che il primo blin preparato con abiti rituali veniva offerto in senso propiziatorio alle anime dei morti. Poiché la storia del cibo è storia intima della cultura umana, i bliny si ritrovano oggi nella festa della Maslenitsa, corrispondente alla settimana carnevalesca precedente la Quaresima: sono quindi stati assorbiti dal cristianesimo, come del resto è avvenuto in occidente sin dall’associazione vino e pane quali sanguis et corpus Christi.[5]

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Silvia Naddeo, Transition, 2012

Parallelamente a queste ricerche, forse nelle prime opere con un sincretismo più vicino a surrealtà, dada e pop della poetica di un Pino Pascali quanto all’apparente semplicità dei disegni, per quanto di realizzazione faticosa, e complessità dei simboli trattati, rispetto ad esempio ai Tableaux-Pièges di Daniel Spoerri (alla nostra artista interessa il cibo integro e non i suoi resti), è sempre più forte nella Naddeo la volontà di coinvolgere lo spettatore in modo più diretto, rendendolo soggetto attivo delle proprie opere.

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina

Silvia Naddeo, Storia di una zucchina, 2011

Da una parte iniziano le narrazioni coi rimandi pittorico letterari dell’installazione Byron’s delight, vera e propria déjeuner sur l’herbe del 2011. Dall’altra, sul piccolo formato, ecco spuntare nello stesso anno la Storia di una zucchina in cui la comune verdura tagliata a rondelle racconta su ciascuna di queste la propria vicenda attraverso miniature su carta stampate col computer e incollate sul supporto musivo, dall’annaffiatura del primo seme sino all’ortaggio maturo che si sta guardando e toccando, con una sorta di autobiografia dall’umore meta-teatrale e pirandelliano, essendo comunque finto, ricostruito, in apparenza muto, l’oggetto a mosaico che a suo modo sta invece parlando.

Silvia Naddeo, Byron's Delight, 2011

Silvia Naddeo, Byron’s delight, 2011

Se ogni racconto necessita di un ascoltatore, il passaggio successivo della regia visiva della Naddeo avviene con l’operazione MyPanino del 2013 e consiste nel trasformare il visitatore in costruttore dell’opera, per cui ognuno può scegliere su una tavola gli ingredienti in mosaico preparati dall’artista e fabbricare da sé il panino specchio della propria personalità. Fatto questo si scatta una foto con un dispositivo connesso col sito www.mypaninoproject.com o con un mezzo proprio, smartphone o tablet, per poi condividerlo con l’hashtag #mypanino in vari social network: in pochi secondi, il millenario mosaico passa da tattile a multimediale, creando una galleria, anzi uno spartito di caratteri umani pressoché infinito variando preferenze e disposizione delle poche note di alimenti proposti.[6]

Silvia Naddeo, My panino

Silvia Naddeo, MyPanino (particolare), 2013

Questo si deve all’intuizione di Silvia Naddeo che cercando attraverso il cibo, centro mitico dell’umano, un sistema di relazioni fra oggetto, persona e comunicazione, ottiene quella che per Lévi –Strauss era “un’inversione del rapporto fra il mittente e il ricevente, giacché in fin dei conti è il secondo che si scopre significato dal messaggio del primo: la musica vive sé stessa in me, io mi ascolto attraverso di essa. Il mito e l’opera musicale appaiono dunque come direttori d’orchestra i cui uditori sono silenziosi esecutori.”[7]

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Silvia Naddeo, A cena con – No ordinary dinner, 2015

Approfondendo il discorso sulla realtà virtuale collegata al mosaico, nel 2015 è la volta del progetto A cena con – No ordinary dinner presentato come il precedente al Premio GAeM[8]: su una tavola elegantemente apparecchiata per due sono presenti alcuni cibi in mosaico che rimandano a un misterioso artista, in questo caso Salvador Dalí. Per completare tale quadro e indovinare chi sia l’ospite, una volta che si siede l’invitato può letteralmente entrare nell’universo creativo del convitato di pietra attraverso una Google Cardboard, il visore virtuale che viene così posto in relazione ad un evento artistico, non solo musivo, in modo originale e inedito, creando un circuito ininterrotto che rende (quasi) impossibile distinguere fra sogno e realtà come voleva il vecchio Breton dei Vasi comunicanti (1932).

Sempre nel 2015 la Naddeo porta avanti un piccolo ma significativo piano musivo, Day by Day, un percorso manuale e digitale della durata di un anno in cui per ogni giorno/frammento viene scelta una tessera/frammento simbolo del giorno stesso, posta su un biglietto da visita firmato e datato, il tutto associato a un oggetto caratterizzante l’unicità del momento effimero e infine fotografato e pubblicato su daybydaysilvianaddeo.tumblr.com.

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Silvia Naddeo, Day by Day, 2015

Questo omaggio quotidiano alla propria materia espressiva è anche testimonianza autentica del carpe diem oraziano, dal momento che “carpere” nel senso usato dal poeta non vuole genericamente dire “prendere, cogliere l’attimo”[9], ma “sbocconcellare” l’intero rappresentato dal tempo, giorno per giorno, anzi istante dopo istante, cercando di assaporare sino in fondo cosa sia quel mistero chiamato vita, senza necessariamente spiegarsi tutto.

Dunque la mente di questa artista è vero luogo dell’incontro di forme e mezzi materiali, umani, virtuali, una sorta di “Bistrot Naddeo” in cui sotto lo sguardo complice, presente, mai giudicante della proprietaria, gli incontri “respirano. I discorsi che vi s’incrociano sono pieni di illusioni e delusioni, desideri e paure, speranze e dubbi: insomma, per dirla tutta, d’intelligenza.”[10]

www.silvianaddeo.com

 

[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 65, Milano 2000, p. 185.

[2] Derrick De Kerckhove, in Flaminio Gualdoni, Trompe l’œil, Ginevra-Milano 2008, p.26.

[3] “So che all’apparenza possa sembrare strano, ma trovo che il mosaico come la cucina abbiano molti punti di contatto e similitudini rispetto al processo creativo. Un mosaicista, come del resto un cuoco, sceglie accuratamente le materie prime che utilizzerà per creare ed esaltare la propria opera. Il taglio delle tessere non si discosta poi tanto dalla preparazione dei singoli alimenti, come poi  l’interazione che avviene tra di essi, l’attesa del risultato che si compone lentamente (e che a volte può richiedere l’aggiunta di un po’ più di condimento), fino al risultato finale che sfocia in un’esperienza di condivisione e nutrimento per i sensi. (…) Ciò che più mi affascina,  per quanto riguarda la tematica del cibo, è tutto quello che si nasconde dietro ad un alimento o pietanza che sia, gli aspetti socio culturali a cui è legato e che lo contraddistinguono.” Silvia Naddeo da un’intervista rilasciatami nel 2011 e pubblicata sul mio blog: https://lucamaggio.wordpress.com/2011/11/09/mosaico-oggi-intervista-a-silvia-naddeo/

[4] Quest’opera fa parte delle collezioni del CIDM – Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico, sezione del Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna.

[5] Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari 1997, pp.24-25.

[6] Volendo associare una musica al lavoro di Silvia Naddeo, il suo usare strumenti classici come la tradizionale tessera musiva in relazione a media contemporanei mi ricorda lo stile jazz di Page One di Joe Henderson e più delle sofisticazioni mascherate di semplicità e ironia di Quatre Hors d’Oeuvres e Quatre Mendiants di Rossini, le dinamiche delicate ma inusuali e piene di brio della Sonate K.282 en mi bémol majeur di Mozart.

[7] Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 1990, p. 35 (Mythologiques I. Le cru et le cuit, Paris 1964).

[8] Il Premio Giovani Artisti e Mosaico viene organizzato dal CIDM di Ravenna ogni due anni dal 2011.

[9] Secondo il senso che si vuole attribuire alla frase, il latino prevede più verbi col significato di “prendere”, ad esempio l’oraziano “carpere”, oppure “capere” da cui “captivus”/“prigioniero”, o “sumere” nella Vulgata di San Girolamo, quando Cristo offre da mangiare agli apostoli il pane consacrato come suo corpo (Mc 14,22).

[10] Marc Augé, Un etnologo al Bistrot, Milano 2015, p. 83 (Éloge du bistot parisien, Paris 2015).

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Premessa: saluto followers e lettori occasionali con questo post goloso (ma non troppo), augurando a tutti buone feste. Ci rivediamo verso metà gennaio.

Giuseppe Arcimboldo, Vertumno (ritratto di Rodolfo II d'Asburgo), 1590 ca., olio su tavola, Skokloster Slott, Balsta, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Vertumno (ritratto di Rodolfo II d’Asburgo), 1590 ca., olio su tavola, Skokloster Slott, Balsta, Svezia

Le immagini, l’abilità e la fantasia di Giuseppe Arcimboldo (Milano, 1526-1593) sono universalmente note: le serie diverse e allegoriche delle quattro stagioni, i quattro elementi naturali, alcuni ritratti di mestieri (il bibliotecario, il giurista) talvolta in ceste reversibili (l’ortolano, il cuoco), probabilmente personaggi della corte imperiale di Rodolfo II d’Asburgo nella Praga magica del secondo ‘500 meravigliosamente analizzata dall’acume del poeta e slavista Angelo Maria Ripellino nell’omonimo saggio del 1973, di cui Skira ha ripubblicato nel 2011 un estratto significativo dal titolo Arcimboldo e il re malinconico.

Nelle opere di questo pittore, scrive Ripellino, “un volto, un volto di pezzi diversi è un oggetto, un oggetto adorno. L’uomo diventa inventario e addizione dei propri strumenti abituali, un fantoccio composto degli arnesi del suo mestiere. Del corpo non v’è sentore nelle immagini dell’Arcimboldo, ma si presume rigido e marionettesco. Tutto l’umore viene riassunto dal capo che è un rompicapo, un puzzle di oggetti incastrati l’uno nell’altro, di vegetali che allignano insieme in un’apparente concordia, come le viti con gli olmi e le ulive con le mortelle, di bestie riunite per mansuetudine.

Giuseppe Arcimboldo, Acqua, 1566, olio su legno di ontano, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Giuseppe Arcimboldo, Acqua, 1566, olio su legno di ontano, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Giuseppe Arcimboldo. Terra, 1566 ca., olio su tavola, Coll. privata, Austria

Giuseppe Arcimboldo. Terra, 1566 ca., olio su tavola, Coll. privata, Austria

Alla vita si sostituisce il rappezzo inerte, l’insieme di molti congegni (…). La fantoccesca ricucitura di attrezzi e di volatili e di frutti indica il decadimento della bellezza del Volto, che, rinunziando ad essere sembianza di Dio, si fa laido e morchioso, e si riduce a compendio e dispensa di oggetti, perché l’uomo è schiavo degli arnesi che si illude di manovrare e che lo divorano invece, sino a invadere le sue fattezze.

La serialità di queste facce composite contiene due opposti aspetti: da un lato esse suggeriscono un’ammiccante vuotaggine, un Menetekel di orrore, un lugubre senso di disfacimento e di morte, dall’altro hanno qualcosa di ironico e farsesco, una lächerliche Anatomie da baraccone, gli attributi di un mondo carnevalesco e scurrile, un modo da Celionati.”

Giuseppe Arcimboldo, L'ortolano, 1588-1590 ca., olio su tavola, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

Giuseppe Arcimboldo, L’ortolano, 1588-1590 ca., olio su tavola, Museo Civico Ala Ponzone, Cremona

Giuseppe Arcimboldo, Il cuoco, 1570 ca., olio su tavola, Nationalmuseum, Stoccolma

Giuseppe Arcimboldo, Il cuoco, 1570 ca., olio su tavola, Nationalmuseum, Stoccolma

Ora, a proposito di attenzione per l’animo umano sin nelle sue pieghe difformi e caricaturali, l’esempio principe e in principio del ‘500 è Leonardo. Fra gli altri egli influenzò anche lo scultore Giovan Francesco Rustici (Firenze, 1475 – Tours 1554), protagonista del manierismo italiano e francese, le cui vicende biografiche sono narrate nella seconda e definitiva edizione delle Vite del Vasari (1568).

Leggendo si viene così a sapere che Rustici, uomo “piacevole e capriccioso” come nessun altro, aveva fondato a Firenze la cosiddetta “Compagnia del Paiuolo”, composta da numerosi artisti suoi amici coi quali si riuniva per organizzare cene stravaganti e divertenti, piene di invenzioni culinarie (e non solo) cui ciascuno doveva contribuire con assoluta originalità, pena la punizione da parte del “signore” della serata di volta in volta eletto fra i commensali.

Lo stesso nome della Compagnia derivava dalla volta in cui Rustici aveva sistemato i suoi ospiti in “un grandissimo paiolo fatto d’un tino” decorato con tele e pitture, mentre fra le portate aveva pensato “una caldaia fatta di pasticcio, dentro alla quale Ulisse tuffava il padre per farlo ringiovanire”, essendo le due figure “capponi lessi che avevano forma d’uomini” peraltro buoni da mangiare.

Giuseppe Arcimboldo, Il giurista, 1566, olio su tela, Castello di Gripsholm, Mariefred, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Il giurista, 1566, olio su tela, Castello di Gripsholm, Mariefred, Svezia

Altra cena altra invenzione, stavolta del celebre pittore Andrea del Sarto, che preparò un tempio “simile a quello di San Giovanni”, salvo il suo esser fatto di gelatine di vari colori a imitare un mosaico pavimentale, con delle colonne in salsiccia e capitelli e basi di parmigiano, cornicioni in pasta di zucchero e la tribuna in marzapane. Per non dire del leggìo in mezzo al coro “fatto di vitella fredda con un libro di lasagne che aveva le lettere e le note da cantare di granella di pepe; e quelli che cantavano al leggìo erano tordi cotti col becco aperto e ritti, con certe camiciole a uso di cotte fatte di rete di porco sottile; e dietro a questi, per contrabbasso, erano due piccioni grossi, con sei ortolani che facevano il soprano.”

Giuseppe Arcimboldo, La cantina, 1574, olio su tavola, Coll. privata, Londra

Giuseppe Arcimboldo, La cantina, 1574, olio su tavola, Coll. privata, Londra

Su esempio del Paiolo, nel 1512, sempre a Firenze, nacque un’altra Compagnia detta della Cazzuola e assai simile all’altra in quanto a foggia dei piatti preparati e ad artisti partecipanti, fra cui l’immancabile Rustici, ma qui si doveva anche venir vestiti a tema e prendere parte a vere e proprie azioni teatrali (happening ante litteram?) con finale, ovviamente, mangereccio. Per saperne di più, a parte la fonte vasariana, si consiglia l’ultimo saggio del medievista e storico dell’alimentazione Massimo Montanari I racconti della tavola (Laterza 2014), che, oltre a essere lettura piacevolissima, è come sempre ricco di particolari storico-letterari e implicazioni antropologiche che solo un’osservazione attenta della cultura del cibo può dare.

Giuseppe Arcimboldo, Estate, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Giuseppe Arcimboldo, Estate, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

In finale di battuta, viene da associare queste Compagnie rinascimentali ad altre cinematografiche e novecentesche come gli Amici miei di Monicelli (si ricordi che il progetto del film era di un altro grande, Pietro Germi, purtroppo scomparso prima di poterlo girare) o il quartetto de La grande bouffe di Ferreri: proprio la carica malinconica di questi ensemble, con l’associazione fra cibo e thanatos dichiarata in Ferreri, riporta alle parole di Ripellino su Arcimboldo, alla serialità mortifera dei suoi elenchi-ritratto sospesi fra l’horror vacui della farsa carnescialesca e la messa in scena di manichini privi d’anima in forma d’oggetti e cibi d’uso umano e quotidiano.

Giuseppe Arcimboldo, Autunno, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Giuseppe Arcimboldo, Autunno, 1573, olio su tela, Musée du Louvre, Parigi

Per quanto l’atteggiamento di Rustici e dei suoi sodali fosse evidentemente goliardico (si potrebbe poi strologare se tutto ciò non celasse un tentativo di sfuggire al tedium vitae tanto comune ai Nati sotto Saturno di wittkoweriana memoria), non è poi così ardito pensare che l’ormai quarantenne Arcimboldo avesse letto delle imprese gastronomiche dello scultore fiorentino e forse ne avesse tratto qualche spunto da mettere, sia pur con altra intenzione, non più in tavola con spezie e olio, ma su tavola (o tela) con olio di pittura.

Giuseppe Arcimboldo, Il bibliotecario, 1562 ca., olio su tela, Castello di Skokloster, Svezia

Giuseppe Arcimboldo, Il bibliotecario, 1562 ca., olio su tela, Castello di Skokloster, Svezia

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