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Posts Tagged ‘matteo oleotto’

Premessa: con l’articolo seguente, nel quale consiglio una lettura e qualche ottimo film, saluto i miei lettori e a tutti auguro buone festività pasquali. Ne approfitterò anch’io per cercare un po’ di riposo: ci rivediamo a partire da lunedì 28 aprile.

Oltre il giardino

 

“Il linguaggio figurato fu il primo a nascere, i significati propri furono trovati per ultimi”, J.J.Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue

 

“Life is a state of mind”, J. Kosinski, dal film Being there – Oltre il giardino

 

Oltre il giardino (Minimum fax, Roma 2014): finalmente ripubblicato un paio di mesi fa e arricchito dall’illuminante prefazione di Giorgio Vasta, il romanzo capolavoro di Jerzy Kosinski del 1971 (in inglese intitolato Being there) permette di leggere la prima e originaria versione del personaggio di “Chance il giardiniere” a tutti coloro che erano rimasti incantati dalla resa cinematografica del 1979 diretta da Hal Ashby e sceneggiata dallo stesso Kosinski, con l’interpretazione straordinaria di Peter Sellers, forse la più alta della sua carriera e tra le migliori dell’intera storia del cinema. E, va ricordato, questo film fu fortemente voluto dall’attore.

Ma chi è Chance? Un orfano, ormai divenuto adulto sebbene rimasto analfabeta, che da sempre è vissuto nella signorile abitazione di un vecchio benestante (anzi, il Vecchio), del quale curava il giardino. Altra sua incessante attività, unico collegamento col mondo esterno e solo piacere oltre alle piante: guardare la televisione per ore ore ed ore imitandone immagini ed espressioni, dal momento che “non provava nessuna curiosità per la vita di là dal muro”.

L’equilibrio tuttavia è destinato a rompersi con la morte del Vecchio e l’arrivo degli avvocati del suo ex studio a reclamarne la proprietà. Senza opporre la minima resistenza, col candore più disarmante, Chance è costretto a lasciare quella casa, il suo mondo, dalla sera alla mattina. Certo si porta dietro i vestiti eleganti del suo ex ospite che del resto, quand’era ancora in vita, già gli aveva concesso. E chissà che fine avrebbe fatto se non fosse stato investito dalla macchina di EE, Elizabeth Eve Rand, moglie del magnate Benjamin, eminenza grigia dell’economia e dunque della politica americana, nonché intimo del Presidente degli Stati Uniti.

Sicché i Rand lo accolgono nella loro magione e ne rimangono assai colpiti, lei sino al punto di innamorarsene, lui scambiando per geniali e acutissime intuizioni filosofiche le battute altrimenti ingenue di Chance, null’affatto profondo e intelligente pensatore, anzi più simile a un Forrest Gump che a un Einstein, che ricava le sue espressioni totalmente prive di metafore o di significati altri rispetto a quello banalmente letterale (e “il comico” diceva Deleuze “è sempre letterale”) dal giardinaggio e dalla televisione, ovvero gli unici poli e ragion d’essere d’una vita che altrimenti si sarebbe giudicata poverissima, ma bastante al nostro (anti)eroe.

Il romanzo è anche una critica alla società dello spettacolo in cui tutti siamo immersi e in cui nulla può essere semplice e diretto, ma deve esserci piuttosto un doppio, triplo (e magari torbido) senso: persino il nome con cui il protagonista diviene noto, Chauncey Gardiner, nasce da un fraintendimento di Mrs Rand, essendosi invece egli correttamente presentato come Chance the gardener,  tanto che gli stessi servizi segreti russi e americani impazziscono nel non trovare informazioni su di lui, che nel frattempo viene introdotto nel gotha del potere statunitense, divenendo un guru assai ascoltato anche grazie ad apparizioni pubbliche e televisive di incredibile successo.

Il film non è la trasposizione letterale del libro, tant’è che Kosinski nello sceneggiarlo ne riscrisse alcune parti, incluso il finale, col discorso del Presidente in cui viene pronunciata la frase più nota della pellicola (ma assente nel romanzo): “la vita è uno stato mentale”. Da un lato, interno alle dinamiche della trama e dei suoi personaggi, essa è quanto di più lontano dalla “letteralità” di Chance, inaccettabile o incomprensibile per gli altri uomini che infatti hanno bisogno di metaforizzare tutto ciò che egli dice. D’altro canto però, quella frase letta dall’esterno, da noi spettatori, è sibillina, poiché alfine tutti quanti, incluso l’ignaro Chance, siamo prigionieri-autori del nostro stato mentale più o meno complicato che sia. Comunque, mentre il Presidente recita il suo discorso commemorativo per la morte dell’amico e grande elettore Benjamin Rand, la cui bara è trasportata da altri squali della finanza che, fra l’altro, progettano per Chance una carriera da futuro presidente americano, il povero ex giardiniere, del tutto disinteressato, passeggia poco distante lungo il bordo di un laghetto e poi direttamente sulle stesse acque come un novello Gesù, senza la minima consapevolezza d’esserlo e senza messaggi salvifici per l’umanità, non essendone peraltro capace, poiché nel suo sguardo “c’è registrazione ma non c’è elaborazione, percezione senza conoscenza”[1], essendo in definitiva armato solo di ombrello e bombetta, come il più comune e grigio omino magrittiano, personaggio dunque cavo, svuotato, ma non vacuo[2], “la cui passività è talmente intensa da trasformarsi in una vera e propria azione”[3] per coloro che gli sono circostanti.

Chance mi ha ricordato altri due personaggi cinematografici simili in apparenza, agli antipodi in realtà: da una parte il mitico Zelig (1983) di Allen, buono e inoffensivo, la cui passività, a differenza del giardiniere, consiste nel cambiare aspetto fisico come un camaleonte (sono dunque gli altri a far mutare il suo corpo che, proteiforme, si trasforma) in cerca di perenne approvazione e affetto da parte di chi lo circonda o solo gli sta accanto (mentre le persone sono poco più che indifferenti per Chance, interessanti solo se ridotte a immagini televisive); dall’altra il candido Zoran, il mio nipote scemo (2013) di Matteo Oleotto, con un cattivissimo lebowskiano a dir poco esilarante Giuseppe Battiston, zio di un tenerissimo Zoran-Zagor, interpretato dall’esordiente Rok Presnikar, perfetto anche fisicamente, che alla fine però, ribaltando i ruoli e facendo uno scatto dall’iniziale passività e dipendenza, come una delle sue freccette magiche farà centro acquistando sicurezza e un certo senso critico, addirittura prendendosi cura dello sciamannato parente e in sostanza migliorandone l’esistenza altrimenti perdutamente alcolica. Dunque, buona visione, buona lettura, buona vita.

 

 

 

 

[1] G. Vasta, da Chance & co., prefazione a Oltre il giardino di J. Kosinski, Minimum fax, Roma 2014, p.18.

[2] G. Vasta, op. cit., pp. 8-9.

[3] G. Vasta, op. cit., p.19.

 

 

 

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