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Lella Borghesi, Une rose pour ma mère

Sabato 9 settembre alle ore 18.00 la niArt Gallery di Felice Nittolo riprende l’attività espositiva con una doppia personale: Une rose pour ma mère – disegni di Lella Borghesi e L’Atelier de Man Ray – fotografe di Maxime Godard, con testi di Michel Butor (1926-2016).

Lella Borghesi presenta una serie di disegni dal tratto vivo e rapido con varianti improvvisate. Tracce di un gesto deciso su carta.

Michel Butor ispirato dal suo lavoro le ha scritto un testo Une rose pour ma mère evocando la stessa sua madre e lo ha dedicato a Elba Granaroli, madre dell’artista romagnola.

Maxime Godard, L’atelier de Man Ray

Maxime Godard dal 1983 al 1990 in compagnia di Lella Borghesi rende visite regolari a Juliet Man Ray nell’atelier del 2bis Rue Ferov, a Parigi, dove Juliet e Man Ray si erano installati al ritorno degli Stati Uniti nel 1951.

Dalla morte di Man Ray nel 1976, Juliet conserva intatto questo luogo di vita e di creazione, guardiana attenta veglia a che niente sia rimosso, neanche la polvere e in questo scenario Maxime Godard scatta foto, muovendosi quasi in punta di piedi, mostrando senza artificio e nei dettagli l’intensa presenza del luogo. Queste immagini sono state pubblicate accompagnate dai testi di Michel Butor in tre edizioni: Gnesi d’Marèla, 1985; Essegi, 1987; Dumerchez, 2002.

Lella Borghesi. Une rose pour ma mère – Maxime Godard. L’atelier de Man Ray

Testi Michel Butor

Inaugurazione: sabato 9 settembre ore 18.00

niArt, via Anastagi, 4a/648121 Ravenna

artgallery@alice.it  www.niart.it

Dal 10- 23 settembre 2017

Orari: martedì, mercoledì 11-12,30; giovedì, venerdì 17-19 sabato 11-12,30 // 17-19; oppure su appuntamento telefonando al 3382791174.

 

 

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fori imperiali al tramonto

Temi che la “Città eterna” possa sembrarti vuota e noiosa senza più la donna che ti ci attirava e tratteneva. È probabile che a quel punto avrai soltanto un desiderio, quello di prendere il primo treno una volta sistemati i tuoi affari, senza neppure approfittare del fine settimana, e di ripartirne, se sarà di sabato, alle tredici e trentotto, in prima classe, oppure, come speri, in vagone-letto, col treno che hai preso domenica scorsa, molto più veloce di quello che hai scelto per lunedì sera perché c’è anche la terza classe.

Nel pomeriggio, ne sei già certo, passeggerai in quella parte della città dove a ogni passo ci si imbatte nei resti degli antichi monumenti dell’Impero, dove in pratica non si vede altro, con la città moderna e la città barocca che per certi versi sembrano ritirarsi per lasciarli nella loro solitudine immensa.

Attraverserai il Foro, salirai sul Palatino, e lì quasi ogni pietra, ogni muro di mattoni ti ricorderà qualche parola di Cécile, qualcosa che tu abbia letto o imparato per potergliela testimoniare; dal Palazzo di Settimio Severo guarderai scendere la sera sugli spuntoni delle Terme di Caracalla che si stagliano in mezzo ai pini; ridiscenderai passando per il Tempio di Venere e Roma e assisterai agli ultimi bagliori del crepuscolo, all’addensarsi del buio nel Colosseo, poi passerai accanto all’Arco di Costantino, imboccherai via San Gregorio e via dei Cerchi lungo l’antico Circo Massimo; nella penombra scorgerai alla tua sinistra il Tempio di Vesta e dall’altro l’Arco di Giano Quadrifronte; da lì raggiungerai il Tevere, che costeggerai fino a via Giulia, per tornare verso Palazzo Farnese, e sicuramente a quel punto dovrai aspettare solo qualche minuto prima che ne esca Cécile.

Michel Butor (Mons-en-Barœul, 14 settembre 1926 – Contamine-sur-Arve, 24 agosto 2016), La modification (1957), traduzione di S.C. Perroni, Roma 2006, pp.79-80.

 

 

 

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Aligi Sassu, Lucifero (particolare con Dante e Virgilio), 1965, MAR, Ravenna

Risale al settembre 2007 il mio incontro con Michel Butor, in occasione di una sua conferenza al MAR di Ravenna. Ricordo tuttora con piacere l’emozione di conoscere un mito vivente, rafforzata dal contesto: coincidenza voleva che fossero esposti alle pareti  alcuni dei cartoni appena restaurati -12 su 21- sulla Commedia dantesca, lavori del 1965, voluti da Giuseppe Bovini, benemerito docente d’archeologia cristiana, funzionario ministeriale e studioso d’arte e antichità ravennati e paleobizantine.

Tale commissione arrivò per il 7° centenario della nascita dell’Alighieri, coinvolgendo artisti quali Brancaccio, Cantatore, Ferrazzi, Gentilini, Lazzaro, Mattioli, Migneco, Purificato, Ruffini, Sassu, Tamburi, Vistoli, per poi successivamente essere tradotta da valide maestranze locali in mosaici, tuttora visibili nel Parco di Mirabilandia.

Domenico Cantatore, Gli iracondi, 1965, MAR, Ravenna

A distanza di anni, aver visto certe figure fiammeggianti, infernali, quale sfondo alle parole del genio Butor, mi ha aiutato a tenerle vive, a ricordarle tuttora.

Fu una lezione di semplicità, sin dall’aspetto: il gigante francese ormai ottuagenario si presentò con una salopette blu dai grandi bottoni, confezionata dalla moglie e di cui andava particolarmente orgoglioso.

Aveva voce acuta e sicura (avete mai fatto caso: una delle prime cose ad andarsene dalla memoria è il suono delle voci) nel dire del senso delle cose, della necessità del mito, quanto di più apparentemente lontano da noi, nel quotidiano senza mitologie intellettuali. È bello riconoscere in vecchi signori come la vita non sia passata solo scritta o indenne, come nel celebre paradosso di Canetti sui finti vecchi, incarogniti ché nulla hanno appreso nonostante l’età, essendo l’esistenza passata sopra loro come una punizione, non già quale opportunità, come il malvissuto di memoria manzoniana.

Franco Gentilini, Caco il centauro, 1965, MAR, Ravenna

Bisogna saper ascoltare le cose, diceva Butor, ciò che distingue e accomuna linguaggio e realtà degli oggetti: il riferimento immediato è all’acutezza magrittiana del celebre ceci n’est pas une pipe, un dipinto e non una pipa appunto, nel tentativo di destare occhi e coscienze spesso dipendenti dal grigiore di cui si è vittime e carnefici a un tempo. L’invito di Butor era chiaro: non spegnetevi!, riscoprendo invece quei connettivi comuni al mondo delle parole e al circostante naturale, perché il tutto è un unicum vivibile dalla comunità di persone, dunque anche l’arte del romanzo non può banalmente essere per sé, ma avere piuttosto finalità comunicative integranti, quasi dilaganti dalla pagina alla collettività delle coscienze, in un dialogo continuo tra dentro e fuori, senza soluzione di continuità com’è nel mito, l’estrema modernità del mito. Vengono in mente gli elenchi e le prescrizioni preziose nei passi omerici, oggi ritenute a torto noiose: attraverso esse, oralmente e seguendo il ritmo poetico per non dimenticare, generazioni di uomini, col presupposto di dei ed eroi, impararono a costruire navi, vasi, scudi, appresero a intrecciare corde e preghiere, a cucinare e a seppellire con onore i propri morti: impararono a tramandarsi le radici della civiltà e della memoria.

René Magritte, La trahison des images (Ceci n’est pas une pipe) , 1929, County Museum of Art, Los Angeles

Al contrario, privilegiare all’eccesso un solo senso, l’occhio occidentale odierno, ha avuto tanta parte in causa nella frammentazione in monadi impazzite della nostra società, ovvero noi stessi. La parola-mito generatrice di vita ha continuato ad essere presente nei codici medievali ad esempio, doppiamente preziosi poiché la forma mentis di quel tempo non ammetteva contenuti inutili visto il costo altissimo, spesso intere greggi, per ottenere le pergamene necessarie, cui s’aggiungevano nessi sacrali, tra l’agnello sacrificato e l’uomo che leggendo su quelle pelli si nutriva nel meditare la comprensione del mondo.

Percepire ciò che sottende le cose, quasi un loro mana, può aprire alla relazione col tutto, a partire dalla materia cellulare, se non atomica, che col tutto condividiamo. Saremo capaci di porci in ascolto e di comunicare? Di non cedere all’abitudine indifferente dello sguardo?

Je distille une teinture ou un alcool de certaines de mes rencontres, opération qui peut me prendre des années. Où que je sois, quoi que je fasse, au profond de mon sommeil, je transporte un laboratoire empli d’alambics à divers stades de leur activité. Tout cela pour réaliser des cristallisations, des architectures de parfums, tons, gestes ou voyages. (Michel Butor)

Michel Butor, 2003, fotografia di Daniele Ferroni

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