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Posts Tagged ‘michel de montaigne’

pia-pera

Una rivelazione: non conoscevo questo libro e quest’autrice sino a qualche settimana fa, quando ne ho sentito parlare nella stupenda trasmissione di Edoardo Albinati Amabili Testi. Un curioso tra i libri degli altri, in onda ogni lunedì verso le 21.15 su Rai 5, in particolare nella puntata dedicata ai Marras. A proposito, vi consiglio di non perdere i prossimi appuntamenti e di recuperare in rete i precedenti: lo scrittore va a trovare a casa artisti, fotografi, musicisti, attori, registi e altri colleghi suoi non per la tradizionale intervista sul loro pensiero e lavoro, ma partendo dalle loro biblioteche personali, poiché poche cose svelano meglio le intimità d’ognuno che i libri raccolti nel corso del proprio cammino. Aggiungo, per amore, in formato cartaceo.

E appunto Pia Pera (1956-2016) in quest’ultimo suo testo (per la verità è da poco uscito, postumo, Le virtù dell’orto) intitolato Al giardino ancora non l’ho detto da un verso di Emily Dickinson, pubblicato all’inizio di quest’anno qualche mese prima di andarsene lo scorso luglio, narra con sincerità estrema e semplice una verità quotidiana: pagina dopo pagina, tutte splendenti, si trova il senso profondo di essere umani anzitutto con se stessi e dal punto di vista di una persona malata che sa di avvicinarsi alla morte (“Che sia questo della malattia il periodo più felice della mia vita, forse il più libero?”), ma che grazie sia all’orto-giardino creato nel corso di una vita (e forse andrebbe rivalutata la possibilità di morire in casa propria, forse il comodo e civile e talvolta necessario servizio d’hospice non andrebbe usato sempre, quasi a rimuovere, a pulire ciò che spetta a tutti noi, altro segno del conformismo laico beneducato regolativo ipocrita e soffocante del nostro tempo in azione sin dall’infanzia) sia grazie all’altro orto-giardino colorato, profumato d’affetti intensi, dagli amici ai collaboratori al cagnolino, cerca di affrontare le paure inevitabili e le molte difficoltà acuite dall’avanzare della sclerosi laterale amiotrofica con una serenità e una grazia che incredibilmente, o forse coerentemente, si sentono crescere riga dopo riga, mano a mano ci si avvicina alla fine: “Allora bisogna soltanto starsene in pace, e non rinnegare nulla, e rallegrarsi di avere imparato quel poco. Anche quel poco aiuta.”.  Che lezione di saggezza, senza volerlo essere. E viene in mente Montaigne: “La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il sapere morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione.” Il mio grazie dunque ad Albinati e a Pia Pera.

I haven’t told my garden yet – no, il giardino si è già abituato a vedere altri che se ne prendono cura. Certo, il mio ruolo non è cessato: scelgo chi lo fa al mio posto. Ma in un senso più profondo, non sono mai stata io sola a prendermi cura del giardino: anche il giardino si prendeva cura di me quando, in apparenza, mi davo tanto da fare. Adesso il giardino è il grembo in cui passo questo tempo fisicamente poco attivo in un senso di pace, serenità. È quello che vedo dalla finestra, quando sono sdraiata sul divano a leggere. Ne avverto la presenza benefica nonostante, in queste giornate troppo calde, non mi spinga fino ai suoi confini. Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove morire non sia aspro. Ove morire faccia un po’ meno paura. Dove sia possibile non darsi troppa importanza per l’inevitabile non esserci più, un giorno. Accettando con calma di essere qualcosa di piccolo e indefinito, un puntino nel paesaggio.”

Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie, Milano 2016.

PS. A ognuno di voi auguro festività liete. Ci ritroveremo nel 2017.

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Premessa: dall’8 al 22 settembre presso il MAR sarà aperta con ingresso gratuito la mostra “R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna”“R.A.M. 2013 – giovani artisti a Ravenna” a cura di Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini – Associazione Mirada, quest’anno dedicata al tema nomade del “Trasumanar e organizzar”.

In esposizione le opere di Alessandro Camorani (fotografia), Naghmeh Farahvash (mosaico), Maria Ghetti (installazione), Fabiana Guerrini (scultura), Samantha Holmes (mosaico), Giovanni Lanzoni (pittura) e Stefano Pezzi (fotografia), coi testi critici rispettivamente di Linda Chiaramonte, Antonella Perazza, Elettra Stamboulis, Sabina Ghinassi, Luca Maggio, Massimiliano Fabbri e Maria Rita Bentini.

Di seguito la mia presentazione in catalogo (Giuda edizioni) dell’opera Home di Samantha Holmes.

Associazione Mirada – R.A.M. 2013

R.A.M. 2013 – foto allestimento di Stefano Pezzi

MAR – Mostra R.A.M. 2013 – Trasumanar e organizzar

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Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Home

di Luca Maggio

“Di solito si dice che bisogna avere radici. Ma io son convinto che le uniche creature che le radici ce l’hanno, gli alberi, preferirebbero tanto farne a meno: così potrebbero anche loro prendere il volo con l’aeroplano.” Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi

Vista dall’alto una città coi suoi bagliori somiglia a una sequenza musiva coi suoi accenti d’oro e rimandi di luce necessari all’occhio per ordinare la frammentarietà apparente dell’insieme proprio attraverso quegli elementi-tessera che, distinguendosi, marcano le differenze coi loro analoghi dando senso e continuità all’altrimenti indistinto.

Poiché quest’operazione di interpretazione coinvolge direttamente lo spettatore, è a te che mi rivolgo, tu che leggi. Dunque riduci lo sguardo su un quartiere di quella mappa, anzi su una singola abitazione, isolata. Va’ oltre, concentrati sui muri, sui mattoni.

È così che nasce Home: trasferire su carta una sezione di muro d’una vecchia casa ravennate, portarla a New York, svuotarla delle tessere-mattoni e rispedirla in Italia affinché sia sotto il tuo occhio, ora, qui.

Samantha Holmes, l’autrice, ti sta dicendo di riflettere sull’identità: delle cose, di te stesso.

È da tempo che lei lo fa, spesso usando la carta[1], quel biancore cui gli uomini affidano parte del loro mistero perché si tramandi: avvertendo la propria finitudine di fenomeno che passa come e più del circostante, è a lei, alla carta, che essi consegnano i rigurgiti della propria memoria.

Ma qui nulla è scritto e tutto è da guardare. Dunque gira attorno alle quattro mura e annota cosa vedi: assenza e sospensione.

Prosegue Samantha nel suo riflettere sullo svuotamento delle cose[2], meglio percepibile se attorno è aria, se il manufatto è calato dall’alto e non tocca terra[3] come un interrogativo che s’apre a dubbi ulteriori fluttuando all’altezza del tuo sguardo, coi suoi nei tuoi occhi: è fatto di vento, anche, alito del mondo, che Carver sente “soffiare lieve in faccia e nelle orecchie/ (…) più delicato, pare,/ delle dita di una donna”[4], e dentro entra e ramifica impalpabile, lui senza radici, nella tua mente. E cosa vedi?

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Sequenze vuote di mattoni, malta-carta di contorno a sostenere una struttura altrimenti evanescente, una casa che è l’opposto della solidità che questo nome evoca. Eppure.

Non t’inganni la forma: non è lezione d’architettura. Va’ piuttosto al ritaglio: esso è dettagliato, ogni segmento diverso perché tutti vengono da mattoni reali e mai eguali, frammenti di realtà seguiti nella loro autentica imperfezione, benché composti nello stereotipo, il disegno della casa degli schizzi d’infanzia, qui però fluttuante e aperto, valenza metaforica dell’io, perché come ricorda Montaigne negli Essais “io non posso fermare il mio soggetto. Esso va ondeggiante e tremolante, per una naturale ebbrezza. (…) Non dipingo l’essere: descrivo il passaggio.”[5]

Essere e passaggio qui coincidenti. Perché l’io-casa è mutevole, è tenda nomade, è della famiglia dei paradossi moderni come il silenzio-musica di Cage. E attraverso il tutto aperto che questa casa è, chi vedi?

L’altro, te stesso. Perché questo è il punto: l’uomo è straniero errante (colui che vaga, colui che sbaglia) sulla terra, ospite di un mondo altro da sé che egli abita ma non deve forzare, pena l’odierno scempio cementifero[6] e l’orrore “onnipolitano” di cui profetizza Paul Virilio.[7]

Dai Veda ai Salmi veterotestamentari ai Canti dei nativi d’America, altri e più antichi uomini ricordano la nostra natura di forestieri non già padroni del suolo che pretendiamo di sfruttare senza ritegno, il cui unico proprietario è semmai la divinità: “Nessuna terra sarà alienata irrevocabilmente, perché la terra è mia e voi siete presso di me come stranieri e inquilini.”[8]

Vacuo credersi possessori d’alcunché, a parte gli affetti, i ricordi, il proprio tempo, in una casa così aperta che neanche le pareti sono fra esse legate, eppure parti indissolubili, corrispondenti, dello stesso edificio, fatto di andamenti di mattoni-tessera differenti quanti e quali sono i momenti di una vita, delle vite che s’incontrano per costruire la propria, e invisibili poiché nell’assenza si ritrova l’essenza: nel deserto del mondo estraneo alla pelle dell’uomo “nessuno si può chiudere in se stesso: l’umanità dell’uomo, la soggettività, è responsabilità per gli altri, estrema vulnerabilità.”[9]

La casa, lo vedi, se non vola, è comunque sospesa, non per dare un’idea irraggiungibile di sé (di te), giacché la Laputa di Swift è tanto dotta quanto inutile[10] e la Bersabea calviniana delle Città invisibili[11] capovolge ciò che vorrebbe essere, quella Gerusalemme celeste che, avverte Agostino, non da manichei si raggiunge, ma equilibrando anima e corpo.[12]

E il tuo corpo, i tuoi occhi sono la chiave dell’esperienza, per Levinas “delegati dell’Essere”[13] che è qualcosa di estremamente concreto: è la tua storia di umano che qui si offre nuda, davanti all’immagine reale di mattoni assenti di una casa priva di distrazioni cromatiche quale quesito e specchio di ciò che di più puro e buio alberga in te.

Puoi comprendere e accettare o dissipare: che l’uomo si avvicini all’uomo, questa la lunga speranza.

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm

Samantha Holmes, Home, 2013, carta, 107 x 80 x 121 cm


[1] S. Holmes, Unspoken 10.22.10 – 07.07.11, 2011 (Premio G.A.E.M., Ravenna, 2011)

[2] S. Holmes, Absence (Moscow), 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012). Un’eco possibile di questo tipo di ricerca giocata sulla scomparsa e l’epifania di tracce musive si può ravvisare nella serie Vestigia di Felice Nittolo (anni 2000).

[3] S. Holmes, Devotion, 2012 e Novena, 2012 (Ti desidero, Musivum Gallery, Mosca, 2012).

[4] R. Carver, da Vento, in Orientarsi con le stelle, Roma, 2013, p. 279.

[5] M. de Montaigne, Saggi, Vol. III, Libro III, cap. II, Milano, 1996, p. 1067.

[6] Oggi “non è sostanzialmente possibile in Italia tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare un nucleo urbano, con tutto ciò che ne consegue in ragione della diffusione dei disturbi a carico della biodiversità…”, B. Romano, Una proliferazione urbana senza fine, in AA.VV., Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare. Le analisi e le proposte di FAI e WWF sul consumo del suolo, dossier del 31 gennaio 2012, p. 9; si veda inoltre A. Garibaldi, A. Massari, M. Preve, G. Salvaggiulo, F. Sansa, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro, Milano, 2010.

[7] “In questo inizio di terzo millennio, l’ultimo sinecismo non è più tanto geofisico quanto, piuttosto, “metageofisico”, dato che al raggruppamento di un popolamento agrario succede la concentrazione ONNIPOLITANA di queste città visibili, in via di metropolizzazione avanzata per formare domani l’ultima città: l’ONNIPOLIS; città fantasma, quest’ultima, METACITTÀ senza limiti e senza leggi, capitale delle capitali di un mondo spettrale, ma che si pretende tuttavia AXIS MUNDI – in altre parole, l’omnicentro di nessun luogo.”, P. Virilio, Città panico, Milano, 2004, p. 74.

[8] Levitico, 25, 23.

[9] E. Levinas, Senza identità (1970), in Umanesimo dell’altro uomo, Genova, 1998, p. 150.

[10] J. Swift, I viaggi di Gulliver, Parte terza, Cap. I-IV, Roma, 1995, pp. 141-158.

[11] I. Calvino, Le città e il cielo. 2., in Le città invisibili, Milano, 2002, pp. 111-112.

[12] “Chi esalta l’anima come bene supremo, e condanna il corpo come cosa malvagia, abbraccia e accarezza l’anima in maniera carnale e fugge carnalmente la carne, perché non si attiene alla verità divina, ma alla vanità umana.”, Sant’Agostino, La città di Dio, XIV, 5, Torino, 1999.

[13] E. Levinas, Il significato e il senso (1964), in op. cit., Genova, 1998, p. 47.

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baroncelli

Anni fa, chissà quanti, si pensava col fraterno amico Andrea, quello di una vita, di scrivere un libro fatto di soli titoli, inventati, di libri altrettanto inesistenti, o meglio non ancora scritti. Esercizio borgesiano, direte voi. Sarà.

Comunque, era un periodo di tale sintonia su questo divertimento che senza sforzo ci venivano in mente titoli su titoli, talvolta davvero brillanti. Ma l’intenzione era più giocosa che ferma e nessuno s’è mai appuntato nulla e tutto è tornato a essere tempo.

Per la verità s’era pensato di accompagnare ogni titolo con due righe di presentazione, magari quelle del risvolto di copertina, o di critica ora divertita e spietata ora accondiscendente fino alla piaggeria, o perché no direttamente scrivendo l’incipit del (nostro) testo fantasma.

Come dicevo nulla è rimasto, salvo in un angolo semibuio della mia memoria questo titolo Tra le trippe del topo, ricavato da un’affermazione di Martin Lutero, secondo la quale se Dio c’è, è ovunque, anche negli anfratti più impensati, tra le trippe del topo appunto, con quella sequenza mitragliante di “t”, allitterazione che da sola vale l’affermazione.

Avrebbe potuto essere un trattato serissimo di critica teologica o una biografia (ironica?) del padre del protestantesimo: impossibile oltre che inutile indagare la fantasia a posteriori.

Perché mi viene in mente tutto questo?

M’è capitata fra le mani l’ultima fatica di Eugenio Baroncelli, Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013) ovvero la concretizzazione di quanto esposto sopra: le idee volano non hanno fretta aspettano anche anni quanto il capriccio comanda loro e poi si posano, benché mai a caso. Perché le idee vogliono nascere.

Ed ecco i 55 titoli con le rispettive prefazioni, incipit, risvolti di copertina, avvertenze e persino il Libro di titoli di libri, bell’e servito a pagina 73, et voilà!

Ora, nonostante quanto detto e nonostante il fantasma di Borges evocato qua e là quale nume tutelare, rispetto ai precedenti (chicche minibiografiche dense di grazia elegante alla Fénéon, colte e intelligenti come Montaigne, ovvero il Libro di candele. 267 vite in due o tre pose, il primo e forse il più bello, o Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre pose e Falene. 237 vite quasi perfette) quest’ultimo di Baroncelli m’è piaciuto meno. La trama del mosaico c’è, la realizzazione però presenta più di qualche smagliatura con cali di tensione in qualche caso evidenti.

E tuttavia alcune pagine sono perle del Baroncelli migliore (che alfine è un lirico asciutto, credo non insensibile a Satie o alla Música Callada di un Mompou), tanto che ti secca – ma è bene – che tutto finisca lì, poche righe sotto, essendo questo il gioco di un libro di libri immaginari. Ve ne propongo qualche assaggio, buona lettura.

1) “Confutazione della «Vita di Macrina» di Gregorio di Nissa

Chi è destinato a vivere, quand’anche muoia, non muore.”

2) “Cose. Libro di tutte le cose e molte altre ancora che stanno sulla mia scrivania

Avvertenza. Le cose non muoiono mica: durano più di noi. (Fa eccezione il cd di George Harrison che mi aveva regalato il professor Briganti: quello ha avuto l’umana malizia di sparire davvero, il che spiega perché sembra uno sproposito, o una menzogna, quanto mi manchi adesso). Noi ci ricordiamo delle cose, ma le cose ci dimenticano. Ce ne andremo, e non sapranno mai che ce ne siamo andati. È un’ingiustizia. Questo libro, naturalmente, non può correggerla: si limita a descriverla, con la necessaria pazienza e senza un inutile rancore. Le scatole di Toscani, una mezza piena di sigari e l’altra gremita di penne biro. La lampada monotona. La pila dei libri, che possono non servire. La capricciosa stampante. L’agenda, che resta chiusa tutto l’anno. Il calendario, omaggio del Museo di storia naturale delle scienza biomediche di Chieti. Il dizionario di toponomastica della Vallardi. Il computer, che non vuole aprirsi. Il portacenere e la bussola. Il lettore portatile di cd, il temperamatite… Se qualcuna l’ho dimenticata, è perché a nasconderci le cose, come la nuvola il suo dio, è giusto l’abitudine. Se molte altre le ho aggiunte, è perché esistono anche le cose che non stanno qui, perché una scrivania è il mondo.”

3) “Il doppio dell’oppio. Ventidue vite stupefacenti

Prefazione. (…) La droga è la morte, ma anche la vita: stupefacente, appunto. Il campo è una losca fumeria di Chinatown (lo stesso, si badi, su cui si apre il film): Noodles, disteso su un lettuccio sudicio, fra le volute del fumo getta un sorriso ebete alla camera, che lo coglie dall’alto, attraverso una garza sottile, zoomando in allontanamento. È l’ultimo fotogramma di C’era una volta in America di Leone, ma forse ci sbagliamo. Forse è il primo. Da lì Noodles non si è mai mosso, e lì, nell’incantato torpore dell’oppio, ha sognato il film.”

4) “È andata via la luce. Elogio dell’ombra

(…) Un giorno riferirono al Maestro che Yu-Y’an, un uomo grossolano e volgare, era morto. Quella sera, i discepoli sorpreso il Maetsro in meditazione sulla tomba di Yu-Y’an, che era di cattivo gusto come lui. «Maestro», gli chiesero stupiti, «che cosa c’è da contemplare in un luogo così volgare?». Rispose il Maestro: «L’eleganza dell’ombra».

«Oh, se invece fossi rimasta in qualche oscura parte del Nord o in qualche isola sperduta, / dove la strada non è mai battuta da carrozze dorate, / dove nessuno impara l’ombra».

Riparare nell’ombra in tempi bui. È una parola.

Prefazione. A Auguste Dupin, «innamorato della notte». Se siamo l’ombra di un sogno, come lasciò detto Pindaro, tanto varrebbe viverlo senza svegliarsi mai. L’ombra non è le tenebre: è una fra le forme della solitudine. L’ombra è rivelatrice: non è la dentro che le cose, finalmente, si illuminano? Per questo lascio questo libro nell’ombra, cioè nella sua versione migliore. Fra poco ripeterò il consiglio del vecchio Pitagora: «Nascondi la tua vita, o almeno la tua morte».”

5) “Lassù. Breve storia del cielo

(…) Questo libro racconta questo e anche altro: per esempio le aurore, quella musica, da cui sappiamo che i nostri morti non sono morti ma lontani, così lontani che la loro voce ci arriva travestita da brusio della brezza, per esempio certi crepuscoli di fuoco, che sembrano una fine e invece, con quei riflessi rosso sfacciato da tintura da poco che a me ricordano le donne perdute, sono un principio, almeno per un po’. Per esempio i banditeschi tramonti in cui se ne va in sangue, con quegli spaventevoli cani che fiutano la notte.”

6) “Questi fantasmi. Preistoria, storia e leggenda della mia biblioteca

(…) Questi fantasmi, i libri, ci confondono. Se ne comprano tanti che poi non si sa più dove metterli né come leggerli tutti. Certuni, se lo scaffale è profondo, si nascondono come bambini dietro quelli della prima fila. Certuni, se non vi fidate più della scaletta che invecchia scricchiolando come voi, non si raggiungono più. Stanno lassù intatti e muti, a prendere la polvere che intanto diventiamo noi. Non so se sia l’inferno o il paradiso, ma mettere insieme una biblioteca è organizzare una solitudine.”

Eugenio Baroncelli, da Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto (Sellerio, Palermo, 2013)

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Hans Holbein il Giovane, Gli ambasciatori francesi, 1533, National Gallery, Londra

Cicerone dice che filosofare non è altro che prepararsi alla morte. Questo avviene perché lo studio e la contemplazione traggono in certa misura la nostra anima fuori di noi, e la occupano separatamente dal corpo, e questo è come un saggio e una sembianza di morte; oppure, perché tutta la saggezza e i ragionamenti del mondo si riducono infine a questo, di insegnarci a non temere di morire. (…)

La meta della nostra corsa è la morte, è questo l’oggetto necessario della nostra mira: se ci spaventa, come è possibile fare un passo avanti senza agitazione? Il rimedio del volgo è di non pensarci. Ma da quale bestiale stupidità gli può venire un così grossolano accecamento? (…)

Omnem crede diem tibi diluxisse supremum./ Grata superveniet, quae non sperabitur hora.

(“Pensa che ogni giorno sia l’ultimo che risplende per te./ Sopraggiungerà gradita l’ora che non speravi”, Orazio, Epistole, I, IV, 13-14)

È incerto dove la morte ci attenda: attendiamola dovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il sapere morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione.

Michel Eyquem de Montaigne (1533-1592), Essais/Saggi, 1580-88, Libro I, cap. XX (trad. a cura di Fausta Garavini, Milano, 1966)

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