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Raffaella Ceccarossi, Tappeto, 2011

Raffaella Ceccarossi (Lanciano, Chieti, 1978): ti sei diplomata in Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna, dove hai deciso di continuare specializzandoti sul mosaico: prima di arrivare in questa città, era già nel tuo orizzonte creativo? E cosa ti ha mosso verso questo linguaggio, cosa cerchi in esso?

A Ravenna sono approdata  per fare altri studi,  il mosaico non era presente nei miei pensieri in quel periodo, però sicuramente c’era posto per l’arte: così  mi sono iscritta al corso di Decorazione, spinta dalla curiosità di sperimentare materiali e tecniche.

Il mio primo incontro con il mosaico è avvenuto già allora, quando  mi intrufolavo nel corso di “Storia del mosaico”,  affascinata dalla storia particolare di questo inusuale linguaggio artistico: dalla sua vita un po’ discontinua, dal suo perdere più volte identità nel corso dei secoli.

Sicuramente provo una specie di attrazione verso questo medium che unisce me e il mondo, attrazione legata probabilmente alla “terza dimensione” propria del mosaico stesso.  È un materiale resistente, forte, capace di essere mezzo espressivo già per gli antichi che trasformarono cocci, pietre, smalti con tagli man mano sempre più definiti, fino a raggiungere la forma cubica della tessera, che considero in sé una piccola scultura.

Mi sono avvicinata gradualmente: mi colpirono, dapprima, le opere dei mosaicisti ravennati e successivamente, al primo Festival Internazionale del Mosaico, quelle di artisti provenienti da tutto il mondo.

L’emozione  di un “mondo” che ho scoperto avere qualcosa in comune con il mio.

Ciò che mi spinge verso questo linguaggio, è sicuramente il fatto di poterlo ritrovare sotto altre sembianze nel contemporaneo, per esempio nella frammentarietà della nostra identità e la sua  possibile decostruzione: ogni giorno aggiungiamo una tessera di vita al disegno della nostra persona, per cui siamo la nostra città, la politica del nostro Paese, le persone che ci stanno accanto, siamo la musica che ascoltiamo, le letture che facciamo, i viaggi che intraprendiamo. Noi stessi siamo un mosaico.

Raffaella Ceccarossi, Angelo, 2011

Nella mostra Frammentamenti, lo scorso ottobre a Ravenna, ho visto alcune tue opere, diverse fra loro, benché accomunate da natura musiva: uno scrigno per preziosi, un mosaico da parete e un’installazione assai suggestiva sul pavimento della sala espositiva, con una vera e propria deflagrazione delle tessere, via via sempre più piccole sino alla polvere: vorrei che parlassi della tua “visione musiva” in riferimento a questi come ad altri lavori e della tua poetica più in generale.

La mia visione musiva  è il risultato di molteplici stimoli, che prendono origine dall’ammirazione per vari mosaicisti ravennati, e, sicuramente, anche dalla sequenza finale del film Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. La spettacolare scena cinematografica di un’esplosione, di grande impatto visivo ed emotivo, della quale, ciò che più mi interessa, è il deposito di questi frammenti, dove sono andati a posarsi.

Sono solo all’inizio del mio percorso,  ma credo che le opere  L’Angelo e Il Tappeto vadano in questa direzione, soprattutto nella  “deflagrazione” che si avverte  particolarmente  nel secondo dei due.

Questo approccio penso sia  mosso dal senso di inconsistenza  e di instabilità che sento circondarmi, come se tutte le certezze si fossero  dissolte e si fossero smaterializzate, trasformate appunto in qualcosa di impalpabile.

Il mosaico è per me un linguaggio che, meglio di altri, oggi riesce a comunicare quel senso di incompletezza e di frammentazione che caratterizza la nostra epoca.

Mi ritrovo a dire: «Frammentare fin quanto è  possibile, la materia, l’immagine, il credo», perché penso che sia ciò che mi sta accadendo intorno, tutto sta perdendo di densità.

Nello stesso contesto,  l’idea  dello scrigno nasce da una riflessione  sul mondo antico  e su come è cambiato il concetto di sacro.

Istintivamente ho intuito una connessione tra un luogo spirituale, quale il mausoleo di Galla Placidia  (che in sé è uno scrigno contenente un universo mistico fatto di luce, simboli, immagini, colori che parlano di un “altro mondo”) e  il  mondo “spirituale” che viviamo noi nella quotidianità.

Non guardiamo più la luce del cielo, della volta stellata, ma il nostro sguardo si è spostato dall’alto verso il basso, in una dimensione non più intima, divina, ma in quella di una Scatola di tesori senza ori, che brilla di un oro fatto di cartone e di un’identità che non trova altro modo di esprimersi se non  attraverso la ripetizione di un logo.

Raffaella Ceccarossi, Spine dorsali, 2010

Infine, progetti futuri a breve o a lungo termine?

Sì, sicuramente continuare la mia ricerca musiva, aprirmi a collaborazioni con architetti per la realizzazione di opere da installare in centri urbani o da inserire nel paesaggio naturale.

E sicuramente altri progetti che incontrerò seguendo il mio percorso artistico.

Info e contatti: raffaellaceccarossi@gmail.com

Raffaella Ceccarossi, Scatola di tesori senza ori, 2011

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