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Posts Tagged ‘michele serra’

Premessa: ho inviato la seguente lettera alla Posta di Michele Serra, rubrica sul Venerdì di Repubblica, in data 19 Dicembre. Non so se verrà pubblicata. Intanto la riporto sul blog.

Abc in blackboard

Gent.mo Serra,

sono un insegnante di italiano delle medie (oggi secondaria di primo grado) e in merito alle riflessioni sul tema “scuola”, desidero comunicare tutta la mia solidarietà al prof. G. Cappello (Venerdì 1447, 11/12/2015), confortato anche da letture recenti e illuminanti quali “Senza educazione. I rischi della scuola 2.0” di Adolfo Scotto di Luzio e lo splendido “La passione ribelle” di Paola Mastrocola, libri che ogni docente dovrebbe far propri.

Qual è il fine del nostro meraviglioso mestiere? Oggi pare sia ricavare le (da me detestate) competenze, peraltro inutili nel mondo lavorativo reale, come ci viene imposto anche in seminari che si ritengono formativi per il docente, in cui nulla c’è di culturale e come al solito crescono solo gli aspetti burocratici, vera iattura della scuola e mostro mitologico autorigenerante, utili solo a togliere ulteriore spazio alla vera formazione (libri, mostre, convegni), oltre alle reali esigenze dei nostri ragazzi.

E se si ripartisse dal fatto che studiare è bello in sé, senz’altri fini, e attraverso quest’antica e mai invecchiata idea di scholé formare individui pensanti, indipendenti, capaci anche di sbagliare e di rialzarsi? Non credo sia un principio valido solo per l’area umanistica. Certo, occorre tempo, lentezza. E l’insegnante è il primo studente.

Le nuove tecnologie sono indubbiamente utili (da anni gestisco un blog), come scrivere su un quaderno è preferibile alla tavoletta di cera, ma non indispensabili. La differenza la fa sempre il docente (Franco Lorenzoni, “I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica”) col fine educativo che ha in mente e nel cuore, nonostante ministeri, riforme e orribili “buone scuole” prive di qualsivoglia pedagogia.

La ringrazio per l’attenzione e le auguro buone feste.

Cordialmente,

Luca Maggio

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Michele Serra mi ha cortesemente risposto il 21 dicembre, dicendo che la mia lettera era purtroppo giunta in ritardo per la rubrica del Venerdì successivo dedicata proprio all’intervento del prof. Cappello, peraltro con numerosi pareri a lui contrari, ma ormai era già stata inviata al giornale.

Ho voluto rispondergli con l’email che di seguito qui pubblico, proprio per completare le motivazioni della mia prima.

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Caro Serra,

grazie comunque. Ci fosse la possibilità di una replica in favore di Cappello, la mia lettera è ovviamente a sua disposizione.

Mi dispiace se la posizione carica di umanità del professore non è stata capita. Ma poco importa. Ho constatato che spesso le persone sanno essere ottime maestre… dei mestieri altrui. Pazienza.

Ci tengo però a dire, a questo punto inter nos, che l’idea di Cappello da me condivisa non è classi(ci)sta né elitaria, come può forse sembrare in prima battuta, anzi. Ci sono scuole superiori, in cui è anche giusto che emergano nel tempo competenze pre-lavorative (penso, ad esempio, all’ottimo ITIS – Istituto Tecnico Industriale – di Ravenna, città da dove le scrivo).

Ma siamo sicuri che questo modello unico serva a tutti? L’uniformità adialogica, come la democrazia esportata e imposta, sono cose che mi fanno tremare.

Esempio personale: tanti anni fa e solo finito il liceo ho capito (e non senza litigare coi miei) quale potesse essere la mia strada. E siamo sempre lì: ci vuole tempo. Credo sia una delle contraddizioni più forti del nostro tempo: aver fretta di ricavare competenze sin dalle elementari e poi aspettare i 35 anni di media per avere un lavoro… A che pro, dunque?

Caro Serra, io amo il mio meraviglioso mestiere: insegnare, è un compito alto, onorevole, duro, ma ricco di soddisfazioni personali (al 99% dovute alla riconoscenza dei ragazzi, s’intende).

Però (senta un po’ di terminologia) le “rubric” che noi insegnanti siamo chiamati a inventarci per i vari progetti coi relativi “ratings” o “descrittori” da compilare alunno per alunno per ricavare le cosiddette “competenze” o “life skill”, e che mirerebbero ad una valutazione più oggettiva, in realtà esauriscono nella burocrazia le energie, il tempo e le forze che uno vorrebbe davvero dedicare ai propri ragazzi e di riflesso a sé stesso. Ed è drammaticamente così, al netto di chi sostiene il contrario.

Quando ho domandato al prof. Enzo Zecchi (Lepida Scuola), uno degli alfieri delle “life skill”, come riuscisse lui solo tramite progetti (ovvero lavori di gruppo) valutati per rubric a far passare certi concetti, la risposta è stata: “Be’, devo anch’io fare lezioni frontali”. No commenti, a questo punto.

La saluto caramente e auguro a lei e ai suoi collaboratori buone festività.

Luca Maggio

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Ps. Sul numero 1449 del Venerdì uscito il 24 Dicembre, come anticipatomi da Serra, i pareri espressi da molti suoi lettori alle pp.14-15 sono decisamente contrari alle tesi di Cappello (che io ho invece sposato), sottolineando il danno della separazione tra fare e pensare. Come prevedevo, l’intervento che ha originato tutto questo non è stato capito.

Tuttavia, a conclusione di questo lungo post, desidero citare gli almeno due interventi di lettrici favorevoli:

– Claudia Troiani, dopo aver citato alcuni folli acronimi cui è fantozzianamente sottoposto l’insegnante (POF, POFT, BES, PAI, CLIL, DSA, PEI, GLH, UDA, RIM, RAV, ESABAC…), si domanda: “La vogliamo chiamare azienda? Quale azienda oserebbe sperperare tempo, energie, competenze dei dipendenti in tutte queste fanfaluche? Una serie di riforme scellerate ispirate alla produttività e alla competitività, concetti inapplicabili in campo educativo, hanno trasformato la scuola in un simulacro scimmiottante e velleitario di azienda.”

– Ilenia Biagini: “Mi ha colpito il suo invito (di Giuseppe Cappello, ndr.) a “prenderci cura dei nostri pensieri” in questa epoca in cui l’ozio è diventato un lusso, in cui c’è precarietà, tutto è portatile e la sola idea di fermarsi e prenderci del tempo risulta strampalata e bizzarra. (…) Sebbene talvolta maledica il possesso di strumenti critici che mi aprono gli occhi di fronte a varie situazioni (beata ignoranza!), non mi pento di questo percorso perché ho avuto qualcosa che ha reso la mia vita un’esistenza”.

Infine, lo stesso Serra: “Il mio timore, e credo anche quello del lettore Cappello, è che il concetto di formazione culturale e quello di formazione professionale si giustappongano al punto da identificarsi, giudicando “utile” solo ciò che è produttivo, “inutile” ciò che non è immediatamente spendibile sul mercato del lavoro.”

 

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Teenager-arrested-for-taking-part-in-anti-government-protests-in-Saudi-Arabia-to-be-crucified

Faccio mio l’appello di numerosi personaggi pubblici di tutto il mondo, fra cui Tahar Ben Jelloun e Michele Serra (rispettivamente su La Repubblica del 25 e 26 settembre), per cercare di fermare la sentenza di condanna a morte emessa dall’Arabia Saudita contro Alì Mohammed Al Nimr, ragazzo di 20 anni che a 17 partecipò alle proteste antigovernative nel suo paese.

Per questo, merita la decapitazione seguita da crocefissione.

Non ci sono parole per questo disumano omicidio di stato. Non resta che scrivere a: ambasciata.saudita@arabia-saudita.it, oppure item@mofa.gov.sa. Su Twitter: #freenimr.

E l’ONU che intende fare in concreto con questi signori del petrolio a parte la protesta di rito?

Ps. Con questo appello, al quale spero vogliate tutti aderire, vi saluto perché per problemi di salute per un po’ non potrò pubblicare o rispondere.

Un abbraccio, Luca.

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“Ma del calcio a te non stracatafotteva nulla? Però i mondiali li guardi, eh?”

Giusta osservazione di un amico. E confermo: amo i mondiali quanto mi annoiano gli altri campionati, specie il nostro, perché su quei campi, ogni quattro anni, il calcio torna ad essere uno sport e uno spettacolo bellissimi, appassionanti, in cui, fra l’altro, i nodi vengono al pettine e solo se vali vai avanti. Poi ci sono anche la sorte, buona o cattiva, l’indotto economico che la vittoria comporta e le “blatterate” di turno, ma non sono il punto.

Il calcio così giocato può anche divenire metafora della vita o dello spirito di un paese, come aveva intuito Giovanni Arpino in Azzurro tenebra (1977), amaro e lucido, riferendosi alla débâcle italiana del ’74, o come pochi giorni fa Michele Serra nella sua Amaca (La Repubblica, 25 giugno 2010, pg.44): “Piccola riflessione in margine all’eliminazione degli azzurri. La gestione della mediocrità non è tra le cose che agli italiani riescono meglio, ma poiché – non solo nel calcio – la mediocrità è la condizione che descrive meglio di altre questo lungo scorcio della nostra vita nazionale, prima ne prendiamo atto, meglio è. L’illusione del colpo di genio salvifico, del talento di pochi che rimedia alla pochezza di molti, dell’estro e dell’improvvisazione come dono di natura, della grazia ricevuta e della botta di culo, sono decrepite e pigre scorciatoie mentali di un paese che è nudo di fronte ai propri limiti e non ha il coraggio di guardarsi allo specchio.

La Nazionale ha perso perché era una squadra mediocre, in rappresentanza di uno sport in forte regresso (anche strutturale: stadi tra i peggiori d’Europa, tifoserie tra le più incivili del mondo). Era dunque ragionevole che perdesse. Né “onta” né “vergogna” servono a illustrare la perfetta normalità di un ultimo posto meritatamente conquistato sul campo. In molti altri campi, più importanti del calcio, la percezione della decadenza, piuttosto che eccitare gli animi e offendere le suscettibilità, dovrebbe spingere a prenderne atto, e rimboccarsi umilmente le maniche.

E invece, accade che per la propria squadra si arrivi alla bestialità, uccidere l’altro, mentre se si assiste ad ingiustizie non solo ai propri danni, se si è sfruttati o disoccupati (e magari ben adagiati su questo), tutto pare normale, in fondo ci si abitua a tutto (persino ai marziani, come scrisse il grande Flaiano).

Ecco, è questo il calcio, anzi il dio calcio di cui non me ne stracatafotte nulla, con quella partecipazione ottusa dei più alla logica immarcescibile del panem et circenses, mentre fra trucchi e compravendite, il campionato non ha da tempo più nulla da dire, standardizzato su quattro o cinque squadre di massima, con giocatori spesso vecchi, annoiati e sempre iperpagati, anche rispetto ad altre discipline ben più faticose e decisamente meno remunerative.

Tutto questo può apparire retorico, lo so, ma continuerò a vedere i mondiali (come le olimpiadi) ignorando il resto, dove mancano ormai il cuore e l’anima, gli stessi elementi così evidenti in molti match sudafricani di questi giorni, come nelle pagine indimenticabili di Osvaldo Soriano (1944-1997).

Il tiro arrivò a sinistra e “el Gato” Díaz si buttò nella stessa direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e si mise a piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Díaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria.

Due anni dopo, quando “el Gato” era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. (…) Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato.

– Bene, ragazzo, – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal al “Gato” Díaz, ma nessuno ti crederà.” (Osvaldo Soriano, da Il rigore più lungo del mondo, in Fútbol, storie di calcio, Einaudi, Torino, 1998)

Ps. Olanda o Spagna? Meritevoli entrambe, avendo disputato partite bellissime e non avendo mai vinto un mondiale: coraggio ragazzi e davvero vinca il migliore! Per lo sport è già un successo.

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