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La personale su Aldo Tagliaferro, a cura di Alberto Zanchetta e in collaborazione con l’Archivio Aldo Tagliaferro di Parma, in programma dal 21 Giugno al 6 Ottobre 2018, presso la sede di Osart Gallery, in Corso Plebisciti 12 a Milano, si propone di valorizzare il lavoro dell’artista attraverso la selezione di opere uniche appartenenti a uno storico e specifico ciclo di ricerca, Memoria-Identificazione – in una variabilità temporale, che si colloca in un periodo importante durante il quale Tagliaferro entra a pieno titolo in quella che viene considerata la sua definitiva fase concettuale, mettendo a punto un nuovo metodo di lavoro – per progetti – a cui resterà fedele per tutta la sua carriera. Alla base del grande lavoro di Aldo Tagliaferro c’è l’analisi costante dell’essere umano, del suo eterno confronto con il proprio Io e con l’ambiente che lo circonda. La sua ricerca, oltre ad esaminare criticamente eventi del contesto sociale, dagli anni Settanta in poi si orienta verso una direzione più specifica del comportamento umano, sviluppando altresì un’indagine sulla memoria e sull’identificazione che pone in relazione la realtà con un momento intimistico.

Nell’analisi di Memoria-Identificazione – in una variabilità temporale, Tagliaferro utilizza due componenti (la memoria e l’identificazione, che ritiene parallele al punto da sovrapporsi) la cui somma, come afferma l’artista, «dà, attraverso le esperienze consumate, una conoscenza del proprio io. Questo può diventare condizionante in un tempo presente, perché il nostro comportamento è dato dalla somma tra le nostre esperienze assimilate e la sollecitazione di nuovi stimoli, che tendono continuamente a modificarlo, in rapporto al tempo reale che è il presente».

La mostra si apre nella sala principale con due importanti opere su tele emulsionate: il dittico Particolare “IDENTIFICAZIONE MNEMONICA” (1972) e la monumentale installazione di nove metri dal titolo IDENTIFICAZIONE IN UNA VARIABILITÀ OGGETTIVA TEMPORALE (1973). Le opere si caratterizzano sia per l’utilizzo di un insieme di elementi teso a creare diverse possibilità di interazione, sia per le sue ripetizioni variate in una scala di colori dal bianco al nero e per la possibilità demandata al fruitore di scegliere un “fotogramma di identificazione” a sua scelta. Nello spazio espositivo della Osart Gallery le fotografie di grandi dimensioni vengono inoltre allestite in

modo da invogliare i presenti a sentirsi partecipi dell’ambiente evocato. Nella seconda sala, la mostra prosegue con un piccolo nucleo dedicato ai progetti realizzati nel 1972: Studio per: MEMORIA-IDENTIFICAZIONE – in una variabilità temporale, MEMORIA-IDENTIFICAZIONE (variante blu) e Progetto per MEMORIA-IDENTIFICAZIONE – in una variabilità temporale. Qui è possibile visionare la genesi della riflessione incentrata sulla memoria; la stessa immagine fotografica, che caratterizza le tele emulsionate, viene infatti ripetuta su fogli di cartoncino, quasi a volerla rendere temporalmente verificabile.

La teatralità della grande installazione e l’unicità delle opere selezionate diventano, per chi guarda, una sorta di materializzazione fisica della scena, la quale permette di comprendere in modo filologico la progettualità e la processualità di uno dei grandi protagonisti dell’arte concettuale all’interno del panorama internazionale.

 

ALDO TAGLIAFERRO. MEMORIA–IDENTIFICAZIONE

Sede: Osart Gallery | Corso Plebisciti 12, 20129 Milano

Periodo: 22 Giugno – 6 Ottobre 2018

Orari: da martedì a sabato, ore 10.00 – 13.00 / 14.30 – 19.00

Ingresso: libero

Catalogo: bilingue italiano/inglese con testi di Alberto Zanchetta

Contatti: T 02 5513826 Mail info@osartgallery.com

Web: http://www.osartgallery.com | http://www.facebook.com/osartgallery | http://www.instagram.com/osart_gallery

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Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

“Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo.” Tano Festa

UNA è lieta di presentare la sua prima collaborazione con Spazio Leonardo, il nuovo contenitore di Leonardo Assicurazioni – Generali Milano Liberazione. Il primo appuntamento del programma espositivo è la mostra personale di Thomas Berra attualmente in corso: Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo.

Fulcro del progetto site-specific è un grande wall painting lungo tutta la parete della Gallery, una delicata gouache improntata alla pittura segnica e gestuale, su cui si posizionano una serie di lavori su carta e su tela di piccolo e medio formato.

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

A questo proposito dice Simona Squadrito: “Con la sua ultima produzione Thomas Berra indaga e sperimenta la natura dei segni. La ricerca parte dallo studio delle forme organiche della natura, da una parafrasi del paesaggio e delle forme vegetali, come ad esempio quelle presenti nelle venature delle foglie, del legno, dei fili d’erba o della superficie dei tronchi degli alberi. Via via il segno ha preso il sopravvento, sganciandosi dalla sua intenzione rappresentativa, e la ricerca è diventata un puro studio sul ritmo e sulla composizione: un’indagine sulla relazione tra il segno e lo spazio.

Le tracce lasciate da Thomas Berra sono poco differenti l’uno dall’altra e si ripetono centimetro dopo centimetro, generando un vero e proprio ritmo visivo, e producendo una moltitudine di presenze simili ai suoni e alle note di un’orchestra, che poi altro non sono che le vibrazioni generate da una linea che si ripete e si moltiplica.

Thomas Berra, Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo, installation view, Spazio Leonardo, Milano, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

In questi lavori la superficie, sia quella del foglio che quella della parete, si presta ad accogliere l’esperienza fisica dell’artista, che riscopre la gioia e la vitalità di un gesto che traccia una linea con una mano rapida e sicura. Quelli di Thomas Berra sono colpi veloci e pre-razionali, segni dell’attimo: forme semplici e morbide dai colori liquidi e dalle tinte luminose e chiare. Attraverso questa ossessiva ripetitività del segno l’artista sembra voler affermare l’impossibilità di una pittura puramente intellettuale.”

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“We All Owe Money to the Old Tailor of Toledo.” Tano Festa

Una is pleased to present its first collaboration with Spazio Leonardo, Leonardo Insurance’s new container located in the heart of Milan, in the Porta Nuova Quarter.

The first appointment of the exhibition program is Thomas Berra’s solo show: Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo [We All Owe Money to the Old Tailor of Toledo]The center of the site specific project is a large wall painting, as long as the Gallery’s wall, a delicate gouache marked by a sign and gesture painting, with a series of works on paper and canvas in small and medium format.

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Simona Squadrito says: “With his latest production, Thomas Berra investigates and experiments with the nature of signs. The research begins with the study of organic forms in nature, from a paraphrase of landscape and plant forms, such as those present in the veins of leaves, wood, blades of grass or the surface of tree trunks. Gradually the sign takes over, ridding itself of its representative intention, and the research becomes a pure study of rhythm and composition: an investigation of the relationship between the sign and the space.
The traces left by Thomas Berra aren’t much different from each other and are repeated centimeter after centimeter, generating a visual rhythm, and producing a multitude of presences similar to the sounds and notes of an orchestra, which are nothing other than the vibrations generated by a repeating and multiplying line.

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

Thomas Berra, Untitled, acrilico su tela, cm 30 x 40, 2018, courtesy UNA, ph. credit Cosimo Filippini

In these works, the surface, both that of the sheet and that of the wall, yields to the physical experience of the artist, who rediscovers the joy and vitality of a gesture, a line drawn with a quick and sure hand. Thomas Berra’s marks are immediate and pre-rational, signs of the moment: simple and soft shapes with liquid colors and bright and clear shades. Through this obsessive repetition of the sign the artist seems to want to affirm the impossibility of purely intellectual painting. ”

Thomas Berra. Tutti dobbiamo dei soldi al vecchio sarto di Toledo

mostra 12 aprile – 8 giugno

orari: dal lunedì al venerdì, 10:00 – 18:00

Spazio Leonardo

via della Liberazione 16/a, 20124 Milano

www.leonardoassicurazioni.it

Per informazioni: info@unagalleria.com

+ 39 339 17 14 400 | + 39 349 35 66 535

Press contact: Sara Zolla
press@sarazolla.it

 

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Alessandra Rota, L8, 2014, cm80x100x45, legno frassino naturale e tinto marrone rossastro

Alessandra Rota, L8, 2014, cm80x100x4,5, legno frassino naturale e tinto marrone rossastro

Alessandra Rota (Bergamo, 1976): potresti descrivere il tuo percorso di formazione artistica e in particolare cosa ha fatto scattare la tua passione per il medium visivo? Ci sono stati maestri che ti hanno indirizzato verso questo interesse o è stata una tua scelta?

Mi sono diplomata prima al Liceo Artistico Statale Giacomo e Pio Manzù di Bergamo e poi in Decorazione  all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.

Durante il mio percorso ho avuto la fortuna di incontrare docenti che mi hanno saputo stimolare sia visivamente che intellettualmente, oltre a essere umanamente ammirevoli. Il primo fra tutti è stato il professor Colombo di Ornato Disegnato nei primi due anni del Liceo. Realizzavamo principalmente tavole con matrici modulari, all’interno delle quali interagivano positivo/negativo, concavo/convesso, crescente/decrescente, bianco/nero, pattern/frattali, bidimensionalità/tridimensionalità. Mi rendo conto ora parlandone che dentro di me, in quegli anni, è stato piantato il seme della passione per il mosaico, inteso a modo mio.

All’Accademia ho avuto “un’overdose” di stimoli, la mia mente si è aperta e ho cominciato a essere me stessa. È ancora all’Accademia che Montefiore, il mio professore di Decorazione, mi ha permesso di sperimentare il mosaico. Dopo gli studi ho cominciato subito a lavorare nell’arredo, forse per distaccarmi dall’ambiente Accademico. È stato a questo punto che è germogliata la passione per il mosaico, il MIO mosaico in legno.

Alessandra Rota, L4, 2013, cm 100x100x3,7 legno frassino tinto grigio e bianco

Alessandra Rota, L4, 2013, cm100x100x4, legno frassino tinto grigio e bianco

Alessandra Rota, L2, 2002, cm 20x50x2 legno tanganica e palissandro

Alessandra Rota, L2, 2002, cm20x50x2, legno tanganica e palissandro

 

Alessandra Rota, L7, 2014, particolare, legno frassino tinto bianco e marrone pastello

Alessandra Rota, L7, 2014, particolare, legno frassino tinto bianco e marrone pastello

Usi il legno con tutte le implicazioni di sfumature e venature che ha questo materiale organico: a cosa è dovuta questa preferenza? In futuro pensi di servirti o hai già utilizzato anche altri elementi per le tue composizioni musive?

Il legno è vivo, cambia colore col passare del tempo e l’esposizione alla luce, si muove, può essere al naturale, tinto, laccato, usato, più o meno venato, giovane, vecchio, insomma non è mai uguale a se stesso. Cosa posso volere di più? Lavorando nell’arredo la scelta del legno è avvenuta fisiologicamente.

Ho provato  a misurarmi anche con marmi, paste vetrose, piastrelle, vetro. Col marmo, dal più duro al più tenero, vado d’accordo (guarda caso anche in questo materiale ci sono  le venature come nel legno ed è sempre preso a prestito dalla natura), ma a modo mio: solitamente recupero lastre di marmo scartate e comincio a prenderle a martellate per spaccarle, per poi passare a martellina e tagliolo. Le tessere che ottengo sono irregolari, anomale e il metodo diretto, il mio preferito.

Alessandra Rota, L6, 2014, particolare, legno tanganica e frassino tinto marrone scuro

Alessandra Rota, L6, 2014, particolare, legno tanganica e frassino tinto marrone scuro

Alessandra Rota, L5, 2013, cm 80x100x4,1 legno frassino tinto bianco e marrone pastello

Alessandra Rota, L5, 2013, cm80x100x4, legno frassino tinto bianco e marrone pastello

Alessandra Rota, M4, 2013, cm 60x60x2, marmi

Alessandra Rota, M4, 2013, cm60x60x2, marmi

Le tue opere sanno di cura negli accostamenti fra chiari e scuri, di simmetrie e giochi geometrici basati su forme quadrangolari, di rientranze  e sporgenze armoniche: parla della tua poetica.

Devo tornare ancora all’argomento legno per tentare di spiegarti un qualcosa che per me resta ancora un poco avvolto in un alone di mistero. Il legno è il materiale che prediligo al tatto e alla vista. Lo preferisco anche emotivamente e cerebralmente e in più riesco a dominarlo! Scelgo le mie tessere una a una per larghezza, altezza, profondità e tinta. La progettazione è sfiancante, a pari merito di quanto è distensiva l’esecuzione, coi suoi tempi lenti, alla faccia di questo mondo impazzito…  Creare un lavoro è un qualcosa di catartico: tentare di ordinare il disordine che c’è dentro di me. Nonostante ciò, le imperfezioni che si possono notare mi danno la consapevolezza che nulla può essere perfetto e tenuto completamente sotto controllo, però questo mi aiuta ad accettare limiti e imperfezioni dell’uomo, soprattutto mie. Oltretutto quando lavoro riescono a emergere le “due me”: positivo/negativo, concavo/convesso, crescente/decrescente, bianco/nero, pattern/frattali, bidimensionalità/tridimensionalità. Non sono e non sarò mai in grado di eguagliare i maestri mosaicisti utilizzando i loro attrezzi e i loro materiali, ma il legno è MIO, è come se me lo sentissi cucito addosso!

Alessandra Rota, L11, 2015, cm 64,2x81,3x3,9 frassino tinto lava e grigio

Alessandra Rota, L11, 2015, cm64x81x4, frassino tinto lava e grigio

Alessandra Rota, L9, 2015, particolare, legno frassino tinto bianco

Alessandra Rota, L9, 2015, particolare, legno frassino tinto bianco

Visto il design dei tuoi lavori, hai mai pensato di collaborare con studi d’architettura d’interni o oggetti d’arredo? Stai lavorando a progetti particolari o vorresti realizzarne in futuro?

Certo che ci ho pensato! La mia tipologia di mosaico oltre a poter essere applicata su rivestimenti d’interni, d’esterni, soffitti, lavori murali, si sposa benissimo soprattutto su elementi d’arredo quali testate letto, boiserie, ante, schienali, armadi, ecc., inserita su tutta la superficie o solo su una parte.

Resterò sempre aperta a tutte le opportunità che mi si presenteranno: mosaico, architettura, design, arredo e quant’altro, non voglio pormi limiti lavorativi. Mi piace essere poliedrica, mi aiuta a mantenermi viva e vigile!

Contatti: rota-alessandra@virgilio.it

Milano, ottobre 2016, evento NoLo Public Market in occasione della prima edizione della Fall Design Week

Milano, ottobre 2016, evento NoLo Public Market, in occasione della prima edizione della Fall Design Week

 

 

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Orodè Deoro, L'eternità, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 92x71. Opera vincitrice della Targa d'oro del Premio Arte, nella sezione scultura.

Orodè Deoro, L’eternità, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 92×71. Opera vincitrice della Targa d’oro del Premio Arte, nella sezione scultura

Orodè Deoro (Taranto, 1974): sei nato in Puglia, ma oggi vivi e lavori a Milano. Vorrei che raccontassi ai lettori il tuo percorso formativo e in particolare come sei giunto al mosaico.

Sono autodidatta. Da ragazzo ero convinto di essere un poeta o quantomeno uno scrittore. Avrei dato tutto per la scrittura. Nel frattempo coltivavo parallelamente la passione per il disegno ma non ho potuto frequentare il liceo artistico né l’accademia per rifiuto dei miei.

Successivamente mi sono iscritto a filosofia a Perugia, scegliendo di tenere nascosta la scrittura, ma ero un disadattato e al secondo anno abbandonai gli studi, i libri imposti erano fuori luogo e la passione dell’arte reclamava tutta la mia esistenza. In quel momento, avrei voluto studiare il mosaico, un interesse di cui non so nemmeno l’origine, ma non potevo permettermelo e così ho lavorato per quasi un anno in un cantiere edile. Alla fine di quest’ennesima esperienza, giurai a me stesso che non avrei più lavorato, non sapevo come avrei fatto, ma me lo giurai. La mia vita procedeva per eliminazione. Facevo ordine, pulizia.

Con i soldi messi da parte ho cercato un luogo adatto, una specie di bottega rinascimentale, un posto fuori dal mondo dove essere finalmente me stesso. Ho vissuto perlopiù a Perugia, a Roma e a Firenze, ospite di amici, e quando stavo per finire i soldi ho scoperto per mia fortuna la casa museo Vincent City, a Guagnano (LE). Era il settembre del 2000, in una campagna della provincia leccese c’era una masseria interamente rivestita di ceramica, in modo estroso, kitsch, abitata da un pittore istrione che da anni cercava un mosaicista “stile Gaudí”. Quando c’incontrammo, dopo aver visto alcuni miei disegni, disse che ero il mosaicista che attendeva. Per me era la grande occasione, la situazione era magica, lui avrebbe fatto costruire per me tutti i muri che volevo, mi avrebbe garantito tutti i materiali necessari, e nel frattempo potevo continuare le mie ricerche pittoriche, la scrittura, le letture senza essere disturbato: potevo finalmente dimostrare a me stesso che le sensazioni di una vita avevano un fondamento.

Così dopo un mese mi trasferii a Vincent City e  dopo alcuni giorni mi ritrovai davanti al primo muro, di 4×3 metri, con in mano un paio di tenaglie da carpentiere e ai miei piedi due secchi, uno con un impasto di sabbia e cemento e l’altro pieno d’acqua con una spugna. Avevo 26 anni e quel giorno mi resi conto che avevo aggirato il sistema, e per la prima volta, contro tutti i pronostici, ero davanti al mio primo mosaico. Si trattava solo di passare dalla pittura da autodidatta al primo mosaico permanente. Questo pensiero mi faceva sorridere, mai niente di semplice per me. Tutti i miei errori o leggerezze sarebbero rimaste lì, in bella vista. Vincent City era già molto visitata, una media di 300/400 persone a settimana. Imparai così a creare in pubblico senza farmi disturbare. Anche questa era una novità. Che cosa sapevo in fondo di mosaico? Sapevo ch’era la tecnica che prendeva il posto della scrittura. Amavo Gaudí, m’intrigava Hundertwasser, ero attratto da alcuni reperti dell’arte precolombiana rivestiti con pietre preziose, ma il pensiero andò subito ai miei amati pittori, ai poeti, alla loro ribellione, alla loro passione.

Orodè Deoro, Paradiso Terrestre, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su muro, m 6x5, Casa Studio dell'architetto Fabio Novembre, Milano

Orodè Deoro, Paradiso Terrestre, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su muro, m 6×5, Casa Studio dell’architetto Fabio Novembre, Milano

Sin dall’inizio il mio desiderio più grande, anzi la mia necessità era di restare il più lontano possibile dal mosaico tradizionale, da quello bizantino per intenderci, e ancor di più volevo evitare come la peste i risultati industriali tipo Bisazza. M’imposi perciò delle regole: niente tessere quadrate e…  creare le figure utilizzando il minor numero di tessere possibile. Le tessere le avrei incastrate come in una specie di puzzle tenuto insieme dalle fughe, che divennero le linee portanti del mio disegno. In tale ricerca non ho avuto maestri. Vincent, il creatore di Vincent City, non ha mai fatto un mosaico. Ho vissuto lì per tre anni, realizzando venti opere di medie e grandi dimensioni. L’opera più grande è la Piazzetta dello Zodiaco, di 60 mq, con lo zodiaco preso come pretesto per parlare della vita e della società. L’opera a cui sono più legato è invece Il Trionfo di Bacco, un mosaico su muro esterno, di 7,5×3,5 m, fatto con ceramica, gres, sassi, specchi e luci elettriche. Il mosaico prende spunto da un’opera omonima di Poussin, ma ha poi derive psichedeliche e kitsch. Nella scena del Trionfo ci sono i ritratti degli abitanti della casa museo. Tra questi, Vincent è Bacco sul carro. Io sono il centauro blu che traina il carro. Defilato dalla scena del Trionfo, sulla destra dell’opera, c’è mio fratello, Dario Dieci, anch’egli mosaicista.

L’avventura nella casa museo dopo tre anni finì, per via delle continue incomprensioni con Vincent. In seguito ho vissuto mezzo anno a Barcellona, per guardarmi meglio l’opera di Gaudí. Ma smetto di dire dei salti mortali che ho dovuto fare dopo, delle botteghe che mi hanno rifiutato perché snobbavano la ceramica o per la mancanza di titoli di studio, ecc…

Preferisco parlare dei successi di questi ultimi due anni. Nell’estate del 2013 ho la fortuna di incontrare a Lecce l’architetto e designer Fabio Novembre, che ha visto le opere a Vincent City e mi commissiona un mosaico enorme, su un muro esterno della sua casa studio a Milano. Ho realizzato per lui un Paradiso Terrestre, di 6x5m.

Nel 2014 ho partecipato con un Trittico in mosaico alla Triennale Design Museum, diretta da Beppe Finessi. Ho partecipato a due collettive internazionali sul mosaico contemporaneo a Ravenna: nel 2014, “Eccentrico Musivo”, a cura di Linda Kniffitz e Daniele Torcellini e nel 2015, “Opere dal mondo”, per Ravenna Mosaico. L’opera esposta in “Eccentrico Musivo”, è stata poi acquisita dal museo MAR, e fa ora parte della meravigliosa collezione. A inizio 2015 la gioia della prima copertina, quella del semestrale francese Mosaïque Magazine. In aprile ho inaugurato il mio atelier a Milano. A ottobre ho vinto la Targa d’oro del Premio Arte, nella sezione scultura, con uno dei miei mosaici.

Orodè Deoro, En marche! En marche!, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 40x40. Opera acquisita dal Museo MAR

Orodè Deoro, En marche! En marche!, 2014, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 40×40. Opera acquisita dal Museo MAR

Be’, complimenti davvero. A questo punto ti chiedo di parlare liberamente della tua idea di mosaico (con reminiscenze pop o post pop, si potrebbero forse citare Adami e Nespolo), dell’uso che fai di questo linguaggio e dei tuoi materiali, la scelta della ceramica ad esempio, delle linee così marcate tra una frammento e l’altro, quasi a sottolineare con un impatto visivo di sicuro effetto l’idea di scomposizione del soggetto nel momento stesso in cui l’immagine si compone, spesso fra l’altro in primi piani.

Con la ceramica fu amore a prima vista. Quando vidi Vincent City capii che le tonnellate di ceramiche a disposizione erano la mia “tavolozza” perfetta. Essendo un figurativo, interessato ai temi del volto e del corpo femminile, capii che potevo partire dai risultati raggiunti dai migliori operai di Gaudí per puntare però a un’idea pittorica del mosaico. Per idea pittorica del mosaico intendo che la visione frantumata caratteristica del mosaico deve essere composta in modo tale da far pensare alla pittura. Effetto che mi è possibile grazie ai colori della ceramica e all’utilizzo che faccio delle fughe, oltre che per la mia poetica di ritaglio e di incastro delle tessere.

La ceramica, rispetto alle pietre, ai marmi, mi permette di creare qualsiasi forma allungata di tessera. L’effetto pittorico è principalmente di una pittura con campiture piatte, senza giochi di luci né ombre. Quando ho iniziato però non ho mai pensato ad Adami né a Nespolo perché sono passato al mosaico da una pittura di base espressionista, arricchita dal dripping e da combustioni alla Burri. Adami e Nespolo erano l’esatto contrario dei miei miti, eppure ci sono delle somiglianze. Questo perché la mia intuizione mi portava a delle linee di contorno nette, rispetto ai risultati pittorici. Sentivo che l’irruenza che mettevo nella pittura aveva come corrispettivo musivo l’ordine, i contorni netti. È difficile da spiegare, ma i linguaggi e i materiali sono diversi.

Nella ceramica io ho già il colore, non lo devo creare, devo solo ritagliarlo e incastrarlo nel punto giusto, nel migliore dei modi che sento. Sin dall’inizio mi venne di mostrare il disegno e non il caos pittorico. Sin dalle prime tessere ricordo l’urgenza di comporre i corpi con pezzi simbolici e a incastro, una tessera per il naso, due tessere per le labbra ecc. Guardando le mie opere si può pensare alle vetrate e all’intarsio, ma non mi sono mai occupato di vetrate né di intarsio di marmi o del legno. Sono somiglianze di cui sono diventato consapevole successivamente. Davvero non so da dove mi venga questa tecnica e realizzo le mie opere pensandomi pittore o poeta. Oltretutto, parallela alla ricerca sulle tessere, c’era e c’è la ricerca sulle fughe, che nel tempo hanno preso sempre più importanza nelle mie opere, conquistando sempre più spazio. Il mio utilizzo delle fughe credo sia davvero il mio colpo di genio. 

Orodè Deoro, 5.Senza parole, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 60x90

Orodè Deoro, 5. Senza parole, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello, cm 60×90

Come consueto, in finale di battuta chiedo al mio ospite dei suoi progetti futuri, sia immediati che a lungo termine. In più stavolta, trattandosi di un momento storico così incerto, ti domando anche cosa pensi di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.

Le idee e i progetti sono tanti. Direi che è il momento di una personale che faccia il punto sulla mia ricerca musiva. Voglio organizzare più eventi multidisciplinari nel mio atelier milanese. Voglio realizzare – prima di tutto – dei capolavori indiscutibili. Voglio che ci sia maggiore attenzione per il mosaico in generale. Voglio incontrare i grandi maestri di questa tecnica meravigliosa. Questo è quello che farò.

Riguardo al nostro tempo, caro Luca, stiamo raccogliendo quello ch’è stato seminato. Qualunque cosa sia, questo raccolto è la verità. Ed è sempre bene abbracciare la verità. Devo ammettere inoltre che, al di là della crisi in tutti i campi e delle tensioni da terza guerra mondiale, le mie uniche preoccupazioni riguardano i continui danni all’ambiente e le nuove cattivissime frontiere del mercato alimentare, le porcherie che ci rifila nel piatto il regime democratico, vale a dire il regime che stanno ricostruendo attraverso la maschera della democrazia – maschera che sta per cadere.

Mi fa pena pensare a tutti quelli che in questo regime operano, senza ribellarsi e quindi nutrendolo. È un momento storico unico. Se ci sarà un futuro, e se ci sarà una memoria di questi giorni, verremo ricordati come l’unica razza che si è auto-avvelenata. La guerra e la violenza ci sono sempre state, ma milioni di persone che si nutrono di veleno, vendendo veleno, innaffiando con veleno dei semi impoveriti e l’ambiente, no; siamo i primi e gli ultimi, non possiamo avere un seguito.

Detto ciò, ha senso più che mai ribellarsi, fare il contrario di quello che dicono (tutti), fare niente semmai e farlo benissimo. Ha senso più che mai realizzare i propri sogni, incarnare il proprio sogno.

C’è infine da dire che non c’è mai stato un periodo così ricco per il mosaico, libero finalmente di confrontarsi in totale pienezza e libertà con le altre arti più famose.

Per cui godiamocelo, godiamoci il mandala!

Orodè Deoro, Primo omaggio a Milano, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello di cm 90x90

Orodè Deoro, Primo omaggio a Milano, 2015, ceramica ritagliata a mano e stucco su pannello di cm 90×90

 

Contatti:

Atelier Orodè Deoro,

Via Lattanzio 15, Milano

333.9588907

www.orodedeoro.com

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Vanni Cuoghi, Monolocale 34 (Venere del Gheto Novo), 2015, cm 21x30, china e acquerelli su carta

Vanni Cuoghi, Monolocale 34 (Venere del Gheto Novo), 2015, cm 21×30, china e acquerelli su carta

“La magia della città è nota e le storie che si dipanano tra le pietre e le calli si intersecano e si fondono in un articolato gioco di scatole cinesi. A Venezia bisogna sapersi perdere, consigliava Ugo Pratt, e lasciare solidificare le leggende. Quella del Ghetto è la storia di un’isola nell’isola. Su questo fazzoletto di terra, già contaminato nel 1500 da scorie della lavorazione dei metalli, si insediò la comunità Ebraica a cui la Serenissima concesse l’isola. Visitando il Ghetto Ebraico (la parola “ghetto” ebbe origine proprio qui nel 1516) ci si accorge di come gli spazi siano colmi di storie, leggende, superstizioni e immaginazioni tanto da impregnarne ogni singola parete. Questa densità sentimentale mi ha portato a immaginare una specie di sineddoche, le storie degli abitanti del Ghetto rappresentano la storia di tutti gli Ebrei di tutte le epoche, forse perché l’essere “isola nell’isola” dà luogo inevitabilmente a delle amplificazioni narrative.

Vanni Cuoghi, Monolocale 31 (Golem), 2015, cm 21x30, acrilico, china e acquerelli su carta

Vanni Cuoghi, Monolocale 31 (Golem), 2015, cm 21×30, acrilico, china e acquerelli su carta

Ho voluto costruire delle scatole, delle case di bambola, ho dipinto e disegnato storie non direttamente connesse tra loro, che spaziano dai giorni della peste ai rastrellamenti nazisti; dal sacrificio di Isacco al Golem; da Corto Maltese alla Venere degli stracci. Ogni monolocale è diventato una stanza con la luce accesa e noi osservatori, guardiamo l’evolversi delle vicende, come L.B. Jeffries in Rear Window (La finestra sul cortile). Quando Giuseppe Pero mi ha proposto di esporre da lui questo progetto, ho avuto l’impressione che ci fosse un’assonanza a me già nota: la galleria si trova nel quartiere Isola di Milano, chiamato così perché isolato dal resto della città dallo snodo ferroviario. La somiglianza mi ha fatto sorridere perché la galleria diventerà isola… nell’Isola.”

Vanni Cuoghi

Vanni Cuoghi, Monolocale 32, 2015, cm 21x30, acrilico,china e acquerelli su carta

Vanni Cuoghi, Monolocale 32, 2015, cm 21×30, acrilico,china e acquerelli su carta

Per quest’occasione Vanni Cuoghi prende spunto dalla magia della città di Venezia e in particolare celebra i 500 anni del Ghetto Ebraico (1516 – 2016).

Vanni Cuoghi – Da Terra a Cielo
Inaugurazione giovedì 10 dicembre ore 18.30 sino al 29 gennaio 2016
Galleria Giuseppe Pero Via Porro Lambertenghi 3, Milano

Galleria Giuseppe Pero

 

 

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Roberto Paolini (1934-2012), Riquadro III

Roberto Paolini (1934-2012), Riquadro III

In occasione di EXPO 2015, domani, 12 maggio alle ore 19.00, si inaugura presso i prestigiosi spazi della Galleria Bianconi di Milano la mostra Omaggio a Roberto Paolini, dedicata alla figura poliedrica dell’artista e chef Roberto Paolini.

Nell’immaginario collettivo internazionale l’Italia e la sua identità sono da sempre associate alla cultura del “fare” e alla ricerca del “bello”, quella cultura, quella tradizione che vide nel Rinascimento le botteghe dei grandi maestri affrontare con lo stesso impegno e la medesima ideazione artistica sia gli affreschi delle grandi volte delle cattedrali sia le decorazioni degli splendidi cassoni nuziali destinati a principi e rampolli nobiliari o i volti di quest’ultimi ritratti sulla superficie di fragili e preziose maioliche.

È questa la tradizione classica, trasfigurata nella contemporaneità, che, in un momento dialettico così importante fra l’Italia e la costellazione delle diverse culture internazionali, si intende celebrare con questa esposizione.

Come scrive Adriana Polveroni nel testo di presentazione della mostra: “Roberto Paolini è stato un “artista del fare”, che con le mani creava autentici capolavori. Che fossero piatti ingegnosi, quando ancora non si parlava di “food”, ma il cibo poteva essere comunque un gesto inventivo (…). E sia che fossero gioielli, più simili a sculture da indossare. Elaborate, imprevedibili, preziose. Opere uniche. (…) Ecco, i materiali per Roberto Paolini erano importanti, andavano rispettati ma soprattutto esplorati, fino a tirarne fuori le potenzialità, le soluzioni meno ovvie che trattenevano al loro interno.”

Roberto Paolini (1934-2012), Carta lignea

Roberto Paolini (1934-2012), Carta lignea

È cosi che nelle opere esposte in mostra la materia, sia essa ferro, vetro o pigmento, riassume in sé  una sapienza antica che, riletta attraverso quelle domande di senso sulla luce, il colore, la forma o lo spazio, proprie della lezione di artisti come Lucio Fontana, Sol LeWitt e molti altri, diviene icona archetipica di un’identità, di un’appartenenza culturale.

Negli spazi della Galleria Bianconi, oltre alle opere esposte per gentile concessione dell’Archivio Paolini, grazie alla cui collaborazione la mostra è stata realizzata, sarà presentata al pubblico per la prima volta l’installazione di inedite sculture in edizione limitata, realizzate per volontà, disegno e secondo le precise istruzioni del maestro Roberto Paolini. In queste sculture la forma perfetta dell’uovo primigenio, modellato come un golem dalla terra, diviene, per mezzo di uno squarcio netto eseguito dalla mano dell’uomo, ritratto, volto dell’artista e di ciascuno di noi nella nostra individualità e moltitudine ad un tempo.

A conclusione del vernissage, nelle suggestive stanze del Palazzo Segreti, seguirà una performance, su invito, della stella emergente della cucina internazionale Roberto Valbuzzi, con la riproduzione di un’opera fedelmente tradotta in creazione culinaria e con la reinterpretazione di selezionati piatti dell’artista e chef  Roberto Paolini. Un viaggio attraverso le possibili connessioni tra arte e cucina, discipline molto diverse ma straordinariamente capaci di attingere alle medesime forme e agli stessi linguaggi espressivi.

Creazione dello chef Roberto Valbuzzi ispirata ad un'opera di Roberto Paolini

Creazione dello chef Roberto Valbuzzi ispirata ad un’opera di Roberto Paolini

Omaggio a Roberto Paolini
Testo di Adriana Polveroni
In collaborazione con Archivio Paolini

13 maggio -16 giugno 2015
Lun-Ven 10.30-13.00, 14.30-19.00 (Sabato su appuntamento)

Presso Galleria Bianconi
via Lecco 20, 20124 Milano

Tel +39 02 22228336
info@galleriabianconi.com
www.galleriabianconi.com

Archivio Paolini
via Cesare Battisti 2, 40123 Bologna
Tel. +39 051 266167
ufficiostampa@archiviopaolini.it
www.archiviopaolini.it

Archivio Paolini Press

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rise up

Rise Up! La città che non dorme è un’iniziativa che consiste in una mostra, alcuni laboratori creativi e un’asta di beneficenza finale in collaborazione con Christie’s, organizzata dal Gruppo di Milano del CISOM, organismo dedicato alla Protezione Civile, al soccorso sanitario e all’assistenza dei più bisognosi, facente capo al Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta.

OZMO, Holy Mother and Child with upside down heads, Ancona, 2008

OZMO, Holy Mother and Child with upside down heads, Ancona, 2008

La mostra interattiva si terrà al MUBA – Museo dei Bambini di Milanoi dal 20 gennaio al 5 febbraio, e si basa sulla forte analogia tra Street Art e volontariato notturno per prestare assistenza ai senza fissa dimora per le strade della città di Milano, mentre l’asta benefica si terrà il 5 febbraio alle ore 20.00.

OZMO, Lady Liberty and David from Michelangelo sharing the same pedestal, Miami, 2014

OZMO, Lady Liberty and David from Michelangelo sharing the same pedestal, Miami, 2014

Nel progetto sono coinvolti anche gli street artists FLYCAT e OZMO. Quest’ultimo, in particolare, eseguirà eccezionalmente un live painting il 5 febbraio alle 18.00, realizzando dal vivo un grande dipinto dedicato alla figura della Carità che sarà battuto all’incanto la sera stessa. Il pubblico potrà assistere in diretta all’evento, osservando dal vivo l’artista mentre realizza l’opera.

OZMO, Lady Liberty and David from Michelangelo sharing the same pedestal, Miami, 2014

OZMO, Lady Liberty and David from Michelangelo sharing the same pedestal, Miami, 2014

Rise Up! La città che non dorme è ideata e organizzata da due giovani volontarie del CISOM, Giorgia Baruffaldi Preis e Giulia Solaro del Borgo, dal 2013 attive nell’associazione con attività socio assistenziale per i senza fissa dimora e le emergenze idrogeologiche e ambientali.

www.riseup-cisom.com

OZMO, Big fish eats small fish, London, 2011

OZMO, Big fish eats small fish, London, 2011

Press

Sara Zolla

Ufficio stampa

Nicoletta Rusconi Art Projects

sarazolla@gmail.com

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